Capitolo sesto

L’effetto di sdoppiamento ed il neo-cristianesimo (311/999)

In seguito allo spartiacque del 311/313 il cristianesimo nacque una seconda volta e cambiò profondamente natura, nel giro di poco più di un decennio, dando vita al neocristianesimo classista (nelle sue varianti cattoliche, ortodosse e protestanti).

Nel 310 si era scatenata infatti una delle numerose lotte armate per il potere politico e l’acquisizione della carica di imperatore, che contraddistinsero carsicamente la riproduzione dell’impero romano: già nel 311 alcuni dei suoi protagonisti, Galerio, Licinio e Costantino, emisero a Nicomedia un  editto generale di tolleranza con cui, nelle regioni sottoposte al loro controllo, si poneva fine alle persecuzioni contro i cristiani.

Morto l’imperatore Galeno, i leader di una delle due fazioni in lotta, Costantino e Licinio, nel loro scontro frontale con l’armata rivale capeggiata da Massenzio scelsero di appoggiarsi, oltre che sul potere decisivo delle armi, anche sulla chiesa cattolica e sui suoi numerosi fedeli. La coppia Costantino/Licinio, dopo la vittoria su Massenzio al Ponte Milvio ( 28 ottobre 312), attuò con decisione un alleanza strategica tra trono (imperiale) e altare (neocristiano), tra potere politico classista e alta gerarchia ecclesiastica-cattolica: una simbiosi iniziata con l’editto di Milano (febbraio 313) e che, seppur tra numerosi scontri e contraddizioni, si sarebbe conservata di regola in Europa almeno fino al 1788/92, perpetuandosi anche in seguito in alcune zone del mondo occidentale (America latina inclusa) fino ai giorni nostri (Italia del 1929/2011, ad esempio).

Già il 29 ottobre del 312, quando Costantino entrò vittorioso in Roma alla testa delle sue truppe, “invece di sacrificare a Giove Capitolino, si mise subito a favorire il clero cristiano.

A Roma, dove il senato aveva fatto costruire in suo onore il famoso arco di trionfo oggi visibile presso il Colosseo, egli fece dono al vescovo Milziade del domus Faustae con tutte le sue proprietà fondiarie, nonché del palazzo imperiale, un tempo appartenuto alla famiglia dei Laterani e ora proprietà della sua seconda moglie Fausta, che lo aveva ricevuto in eredità dal padre Massimiano. Poiché, tuttavia, Fausta non era cristiana, solo dopo l’assassinio di costei, la Chiesa entrò in possesso del Laterano. Ciò segnò un deciso salto di qualità dal punto di vista del luogo di residenza dei pontefici di Roma, che qui sarebbero rimasti fino al 1310. Inoltre, l’imperatore, fin da subito, inviò i vescovi a restaurare le loro chiese e a edificarne di nuove, accordandogli “ricchi finanziamenti”. In Africa, tra il 312 e il 313, vennero restituite alla Chiesa tutti i beni che le erano stati confiscati, anche se di essi erano entrati in possesso, nel frattempo, dei privati. Ordinò infatti espressamente al proconsole Aniglino di fare in modo che “i beni di cittadini o di persone … orti, abitazioni e tutto il resto”, “venisse restituito quanto prima possibile alla Chiesa”.

Costantino, inoltre sovvenzionò l’alto clero in modo massiccio e continuo, dato che la chiesa cattolica di Cartagine “ricevette una cifra corrispondente a diverse centinaia di migliaia di marchi. L’imperatore stesso, dopo la conquista di Roma, comunicò al vescovo Ceciliano di aver incaricato Ursus, “rispettabile amministratore delle finanze africane”, “di versare a suo favore 3000 folli“. La somma – un “follis” corrispondeva a circa 100 marchi – doveva essere distribuita tra i vescovi inclusi in una lista di beneficiari redatta dal vescovo Osio di Cordova, consigliere e amico personale di Costantino. Se necessario, sarebbero stati erogati altri contributi (che, naturalmente, pesavano non poco sulle casse dello Stato)”.[1]

Era solo l’inizio. Proprio mentre eliminava sia un altro suo rivale, Massimino Daia, che il vecchio alleato Licinio, Costantino approfondì la sua relazione privilegiata con la religione neocristiana, che passò rapidamente dalla condizione di culto disprezzato e (carsicamente) perseguitato dagli apparati statali romani a uno status privilegiato, in cui l’alta gerarchia poté usufruire di sempre maggiori privilegi tra il 313 ed il 334, anno della morte del primo imperatore “neocristiano”.

Sempre il lucido storico K. Deschner notò che “le disposizioni costantiniane in favore dei Cristiani non si esaurirono in quelle emanate dall’imperatore nel 312 dopo la vittoria di Ponte Milvio, e non riguardarono soltanto Roma, a proposito della quale il Liber Pontificalis, offre “un quadro impressionante della rapida crescita della ricchezza delle chiese della città” (Caspar). La basilica laterana, San Pietro, San Paolo disposero presto di beni fondiari dislocati non solo in ambito cittadino o nelle sue immediate vicinanze, ma anche in Italia meridionale e in Sicilia. L’imperatore donò al clero proprietà in Siria, in Egitto, a Tarso, ad Antiochia, ad Alessandria e in altre città. Tali concessioni nei territori d’Oriente fruttavano non solo denaro ma anche merci preziose come le spezie che, importate a Roma, alimentavano un commercio estremamente lucroso. In sostanza, si venne formando in tal modo la base per la costituzione del tristemente noto “Patrimonium Petri”, su cui avremo modo di tornare parecchie volte nel corso della nostra trattazione.

Costantino favorì anche “la diffusione e la circolazione in codici di lusso dei libri ispirati da Dio”, ma, soprattutto, s’impegnò in una fervida attività edilizia che portò all’erezione, naturalmente “ a spese delle casse imperiali”, soltanto a Roma, di ben sette basiliche monumentali. Queste non solo furono arricchite di sontuosi arredi d’oro e d’argento, ma l’imperatore provvide anche a dotarle di possessi fondiari in Italia, in Africa, a Creta, in Gallia, le cui rendite per una singola chiesa ammontavano a più di 14000 solidi l’anno, vale a dire oltre 200 libbre d’oro. Alla sola Chiesa di Roma sembra che Costantino abbia donato, nel complesso più di una tonnellata d’oro e quasi dieci tonnellate d’argento. L’edificio di culto più grande e finanziariamente meglio dotato di Roma, la Basilica Costantiniana, dovette la sua ubicazione a esigenze di natura strategica e, non a caso, fu edificata sulle infrastrutture della caserma che, un tempo, ospitava gli equitis singularis imperatoris. Peraltro, è interessante ricordare come fosse stato Massenzio a dare l’avvio alla costruzione di quella che poi fu definita la “basilica di Costantino”.

In questo periodo, sia in latino sia in greco, si usava lo steso termine Chiesa tanto nel senso di comunità di credenti quanto in quello di edificio di culto anche se quest’ultimo, non di rado, poteva essere chiamato anche templum, aedes ecc… promosse la costruzione di chiese a Ostia, Alba, Napoli, nonché in Asia Minore e in Palestina, come ringraziamento per la vittoria ed espressione, secondo Eusebio, “del nostro amore per lo sfarzo”. Molti di questi edifici furono elevati sulle rovine dei templi pagani, attraverso finanziamenti erogati dalle autorità civili e militari. Racconta Eusebio che “Costantino aveva impartito direttive ai governatori delle province orientali perché donassero con larghezza e in sovrabbondanza”. Il vescovo di Gerusalemme Macario esortava affinché “quando si ergeva una basilica, questa non soltanto fosse la più bella tra quelle costruite fino a quel momento, ma eclissasse in magnificenza tutti gli edifici di pregio presenti in ogni città”. Dopo la sconfitta di Licinio, Costantino dispose che nei territori di recente conquista “gli edifici destinati al culto di Dio risposero a caratteristiche di grande monumentalità …, che si largheggiasse in doni e denaro, attingendo generosamente alle casse imperiali”. Ordinò, inoltre, di adoperarsi in ogni modo per il restauro, l’ampliamento o la costruzione ex-novo delle chiese. “Ciò che è necessario a questo scopo, potrai richiederlo personalmente o per mezzo della gerarchia episcopale, alle autorità civili e militari delle province”.

Tutte queste chiese, dalla basilica di San Pietro a Roma, alla chiesa del Santo Sepolcro in Gerusalemme consacrata nel 325 alla presenza di Costantino e destinata a superare in sfarzo tutti gli altri edifici di culto dl mondo, a quella della Natività a Betlemme. Alle chiese dedicate agli apostoli e alla pace di Costantinopoli, alla “Grande Chiesa” di Antiochia o a quelle di Tiro e Nicomedia, furono innalzate con la magnificenza e il lusso proprio degli edifici imperiali, adornate “con numerosi arredi sacri d’indescrivibile bellezza … realizzati in oro, argento, pietre preziose”, sostenendo spese ingentissime. Tanto più che l’imperatore ordinò che fossero impiegati materiali di fabbricazione sempre più raffinati e pregiati. “non curandosi affatto della conseguente lievitazione dei costi”. Del resto, oltre a Costantino, altri membri della sua famiglia, in particolare sua madre Elena, gareggiarono con l’imperatore nella costruzione di chiese. E, infatti, Eusebio non si stancava di lodare l’inesauribile liberalità della casa imperiale. “Vediamo, dunque … come sorgano chiese d’incomparabile magnificenza, di gran lunga più belle di quelle andate distrutte”, “è come se la follia dell’idolatria fosse ormai un incubo passato”. E’ interessante osservare, comunque, che, per tutto il IV secolo, non fu elaborato uno stile artistico tipicamente cristiano, né ve ne fu alcuno tra quelli già esistenti che si possa considerare il preferito dell’arte cristiana”.[2]

Il triennio 311/313 rappresentò il punto di svolta decisivo nella storia del cristianesimo, tanto che  dopo quella data venne rifondata in sostanza una nuova religione, quella neocristiana nelle sue varianti cattoliche, ortodosse e protestanti.

Certo, nel processo di costruzione del rapporto privilegiato tra potere statale e chiesa cattolica si assiste in ogni caso ad un lungo periodo di transizione tra il 311 ed il 391: decenni nei quali il cristianesimo divenne il culto privilegiato nell’impero ma non l’unica religione in esso legale, e periodo nel quale i pagani, i cristiani eretici e gli ebrei godettero quasi sempre di una relativa tolleranza: fase storica al cui interno si affermò per un breve tempo (359/361) la reazione pagana condotta dall’imperatore Giuliano, che nel triennio in esame spodestò il cristianesimo dal suo ruolo di “religione numero uno”, senza tuttavia perseguitarla e cacciarla nella semiclandestinità pre-constantinea.

Ma a partire dal 391, quando vennero emessi dall’imperatore Teodosio due editti che intendevano rendere impossibile e senza possibilità di “riscatto” la vita di pagani, ebrei, manichei e gnostici, si consolidò in breve tempo uno stato di fatto di lunghissima durata nelle relazioni tra stato e chiesa cattolica (ortodossa nell’impero bizantino, dopo il settimo secolo), che con qualche oscillazione si riprodusse fino alla data (simbolica) del 999 sia in Europa occidentale che in quella orientale.

Dall’inizio del quinto secolo e per i sei secoli presi in esame in questo capitolo, la chiesa neocristiana (sempre nel senso ampio del termine) ed i suoi alti vertici divennero i depositari dell’unica religione legale nel mondo occidentale, ivi compreso al suo interno l’Europa orientale e le zone sotto il controllo dell’impero bizantino dal 400 circa, diventando per tutto il periodo in esame la religione di stato di gran parte dell’Europa e di tutto l’impero bizantino.

In secondo luogo, l’apparato ecclesiastico cristiano diventò nel mondo occidentale tra il 313 e l’anno Mille una parte integrante degli apparati statali classisti, perdendo una parte variabile della sua totale autonomia pre-costantinea e trasformandosi spesso (specie nell’impero  bizantino) in un clero potente, ma al servizio dello stato ed in larga parte sottomesso ad esso in tutte le questioni fondamentali, sia politiche che religiose.

Tale processo si era avviato già sotto Costantino e, tra il quinto ed il decimo secolo, divenne di regola ancora più accentuato.

“Quel che è interessante sottolineare è che Costantino, l’uomo della “svolta”, il “rivoluzionario”, è sempre stato considerato un cristiano, l’esempio più alto di sovrano cristiano. Fondamentali in tal senso furono le  conseguenze di una politica condotta in nome del cristianesimo e con il suo sostegno, conseguenze che – attraverso i Merovingi, i Carolingi, gli ottoni, il “Sacro Romano Impero” – erano destinate a far sentire i loro effetti ancora oggi. Di fatto, con la sua idea di religione e con le sue guerre, Costantino gettò le basi dell’Occidente cristiano. A giudizio di R. Hernegger, non è esistito alcun altro personaggio “che abbia esercitato un influenza così determinante per ben diciassette secoli, senza soluzione di continuità”; “costantiniana” può definirsi, a ragione, “l’impronta che ha contraddistinto 1.700 anni di storia della Chiesa”.

Costantino, che aveva a lungo viaggiato, aveva avuto modo di osservare l’organizzazione rigida, compatta, caratterizzata da una disciplina quasi militare che la Chiesa cattolica si era data nei territori dell’Impero. In essa egli vide il modello cui ispirarsi per la strutturazione del proprio regno. La conversione dell’imperatore non fu dettata, dunque, esclusivamente, da motivi di natura religiosa, ma anche da ragioni di ordine politico, due aspetti connessi all’interno dell’orizzonte concettuale dei contemporanei. Secondo Chadwick, si trattò, addirittura, di una “questione militare”!

I predecessori di Costantino avevano temuto il Cristianesimo e, in parte, si erano adoperati per combatterlo. Egli, invece, attraverso il suo atteggiamento favorevole e la concessione di numerosi privilegi, contribuì alla diffusione di questa religione e al potenziamento delle strutture ecclesiastiche, adottando nei loro riguardi la posizione cosiddetta di “vescovo esterno”, “C’est à dire” – secondo Grègoire – “le gendarme de l’Eglise”. Di fatto l’imperatore mise il clero al proprio servizio, piegandolo ai propri voleri. “Assai presto cominciò a trattare i vescovi alla stregua di funzionari della burocrazia, esigendo da essi obbedienza incondizionata all’ordinamento statale, anche quando ciò si traduceva in pesanti intromissioni da parte del sovrano in questioni di natura puramente ecclesiastica” (Franzen). La Chiesa divenne senz’altro più potente, ma perse anche gran parte della propria libertà. Già a partire dal IV secolo si venne configurando una situazione per cui la Chiesa rappresentava una parte dell’Impero e non viceversa; lo Stato, in sostanza, la sovrastava. I vescovi guardarono con gratitudine l’imperatore: egli era il difensore, il protettore, l’amico, a lui obbedirono volentieri. Era lui il sovrano, era lui a convocare i concili e a deliberare – quanto ingarbugliata è la sua cristologia! – persino in materia di fede, arrivando a imporre determinate formule. La collaborazione tra vescovi e imperatore portò alla formazione “di una Chiesa di Stato, nell’ambito della quale la parola del sovrano, se non proprio un diktat, rappresentava, comunque, un’istanza fondamentale, non solo nelle questioni concernenti l’ordine esterno, ma anche in materia dottrinale” (Aland)”.[3]

In terzo luogo e con rare eccezioni (ad esempio l’esproprio di beni ecclesiastici effettuato da Carlo Martello nell’ottavo secolo), l’apparato ecclesiastico ottenne e conservò per quasi tutti i sei secoli in analisi tutta una serie di ampi privilegi economici e politico-economici, grazie al sostegno dei  nuclei dirigenti politici con cui si trovò a convivere e collaborare durante quella parziale simbiosi tra i due poteri, creatosi fin dai tempi di Costantino.

Tra il 400 ed il 999, infatti,  la chiesa ottenne ad esempio il diritto di accumulazione/distribuzione dei cereali, godette quasi sempre di amplissime esenzioni fiscali (spesso fino alla completa esenzione dalle imposte statali) e soprattutto venne autorizzata come istituzione ad accettare lasciti testamentari dai fedeli: potere che in campo immobiliare aprì il campo al gigantesco, quasi ininterrotto processo di accumulazione di terreni sviluppatosi a vantaggio del clero cristiano, ad occidente come nell’Europa orientale/bizantina: la manomorta si avviò fin dai tempi di Costantino, e venne favorita anche dai decreti statali (come quelli emessi dai re longobardi Liutprando ed Astolfo) sul divieto di permuta dei beni ecclesiastici.

Il quarto elemento strutturale, derivato dal precedente, fu che la chiesa cristiana divenne il principale proprietario fondiario all’interno del mondo occidentale per effetto delle donazioni e dei lasciti via via accumulati nel corso dei secoli in esame, rappresentando parallelamente il principale possessore di forza lavoro (prima schiavi, poi coloni/servi della gleba) in Europa tra il 400 ed il 999, grazie al decisivo supporto degli apparati statali. Solo le invasioni “barbariche” delle popolazioni di stirpe goto-germanica, (e solo fino a quando i nuovi occupanti non si convertirono alla “vera fede” abbandonando i culti pagani o l’eresia ariana, che avevano di regola adottata tra il 370 ed il 430), misero parzialmente in discussione la potenza economica della chiesa, intaccata in seguito solo in via eccezionale da un esigua minoranza tra tutti i re ed imperatori “cristiani”, dei quali rimase quasi sempre un fedele ed indispensabile alleato politico-sociale.

Secondo lo storico G. Bruno Guerra, già nel corso del Seicento le 230 diocesi cattoliche in Italia possedevano ben 5000 chilometri di terre, soprattutto in Sicilia e nell’Italia meridionale, mentre agli inizi del nono secolo l’apparato ecclesiastico romano, il Vaticano, fabbricò addirittura un falso clamoroso come la “Costitutum Costantini” (ritenuto vero fino alla metà del Quattrocento e per circa sei secoli), secondo il quale proprio l’imperatore Costantino avrebbe donato a papa Silvestro ed alla chiesa cattolica, nel 313,  la piena giurisdizione sopra “tutte le regioni dell’occidente”, e specialmente sui suoi possedimenti fondiari.[4]

Infine l’apparato ecclesiastico poté continuamente avvalersi, a partire almeno dalla fine del quarto secolo e quasi senza soluzione di continuità, del braccio armato statale (con i suoi torturatori ed i suoi roghi autorizzati) nella lotta che esso dovette combattere, quasi ininterrottamente, contro le eresie anche durante i sei secoli in via d’analisi. Cristiani eretici e pagani vennero quasi (ma non completamente) annientati dai vertici della chiesa cattolica principalmente attraverso l’ausilio della repressione statale, mentre gli ebrei vennero invece confinati in una situazione particolare, di regola appena tollerati ma solo in funzione di “apolidi”, maledetti “da Cristo” in tutta Europa.

Contro le “eresie” cristiane si applicarono, a partire dalla fine del quarto secolo ogni forma di persecuzione: dalla distruzione dei loro luoghi di culto all’esilio, dalla confisca dei beni al rogo dei libri “eterodossi”, dalle bastonature per arrivare alle più crudeli torture ed alle morti sul rogo.[5]

Certo, durante il periodo in esame vi furono importanti cambiamenti socioproduttivi, politici e politico-religiosi all’interno del mondo occidentale.

Sotto il primo aspetto, si verificò il lento trapasso dal modo di produzione schiavistico a quello feudale, nel quale i contadini servi della gleba erano vincolati a vita dalla terra in cui essi lavoravano (ovviamente a titolo gratuito) i fondi dei signori feudali, laici o ecclesiastici, oltre a corrispondere una rendita in natura a questi ultimi, per l’utilizzo degli appezzamenti avuti in affitto da costoro; nelle comunità rurali di quel periodo, come si è già notato in precedenza, rimaneva in ogni caso comune l’utilizzo di larga parte del suolo (foreste, laghi,ecc), e veniva spesso attuata la redistribuzione periodica delle terre tra i contadini ed il lavoro collettivo durante la fase di raccolta dei cereali, per il dissodamento del suolo e la costruzione/manutenzione di ponti, strade, canali d’irrigazione, ecc.

Passando per la fase di transizione del colonato (contadini ancora liberi, ma che non potevano che coltivare la terra del loro padrone), la schiavitù venne sostituita via via in tutt’Europa dalla nuova formazione economico-sociale feudale, anche se una parte sempre più ridotta della forza-lavoro complessiva rimase ancora nello stato servile anche nel corso dei sei secoli in esame. Già durante la prima metà  del 400 il famoso “codice teodosiano” regolò (sulla scia di Costantino) l’istituto del colonato, il diretto predecessore della servitù della gleba medioevale, mentre nel codice Giustiniano del secolo seguente si affermò ormai apertamente che “i coloni, anche se liberi per condizione personale, devono essere ritenuti schiavi della terra in cui sono nati (codice giustiniano, XI, 52): si era ormai aperta, nell’Europa orientale come in quello occidentale, l’epoca (semi) feudale.[6]

Sul piano politico-sociale, a sua volta, a partire dal 410 si verificò il crollo dell’impero nell’Europa centro-occidentale e la sua sostituzione con tutta una serie di regni barbarici prima, e dall’impero carolingio in seguito; nei Balcani ed a Costantinopoli, invece, si riprodusse ininterrottamente l’impero bizantino, seppur esso perse il contatto delle zone occidentali dopo il 557 e venne minacciato (a partire dal 630) dalla nuova potenza araba, che riuscì ad annettere alla sua sfera d’influenza tutta l’Africa settentrionale e l’area siro-palestinese, oltre a gran parte dell’odierna Spagna ed alla Sicilia (ostacolando notevolmente, ma non del tutto, il flusso economico-commerciale tra l’Europa occidentale e Costantinopoli).

Inoltre, a partire almeno dal Concilio di Calcedonia del 451, si avviò progressivamente (con alti e bassi, e con alcune “ritirate” da parte del papato) lo scisma tra chiesa occidentale –  al cui interno si affermò sempre più la supremazia del Vaticano e della chiesa romana – e quella orientale, sottoposta all’egemonia dell’impero Bizantino con il fenomeno del cesaro-papismo: nel 1055 si giunse allo scisma perso ed alla reciproca scomunica tra i due principali segmenti di quel periodo di sviluppo della chiesa neocristiana.[7]

Si trattò di un insieme di gigantesche trasformazioni, rispetto all’epoca che precedette il triennio 311/313, ma esse non cambiarono radicalmente la nuova posizione di potere assunto dalla chiesa dopo Costantino, sia nell’Europa occidentale che in quella orientale, con l’ovvia eccezione delle zone cadute sotto il nuovo dominio musulmano, a partire dalla seconda metà del settimo secolo: la scelta di campo fondamentale della chiesa neocristiana, nelle sue diverse sezioni principali (cattolico-romana, ortodossa-bizantina, in seguito protestanti) si compì e verificò proprio nel triennio 311/313 e non si trasformò sensibilmente, fino ad arrivare ai nostri giorni ed ai primi due all’inizio del terzo millennio dell’era neocristiana, sia rispetto ai rapporti di produzione classisti che alla sfera politico-statale.

Il nuovo ruolo assunto dall’apparato ecclesiastico cristiano in campo religioso, dopo il 311/313, ebbe infatti subito delle pesanti ricadute sulla sua concezione generale delle relazioni socio produttive: dopo la svolta costantinea, e soprattutto dopo il 410 d.C., la “linea nera” filoclassista si affermò quasi totalmente nel pensiero/pratica  collettiva della nuova chiesa di stato, mentre parallelamente la tendenza collettivista-millenaristica vide ridurre la sua forza quasi fino a zero, almeno nell’alta gerarchia ecclesiastica.

Un neo-cristianesimo sostituì quello vecchio, ancora parzialmente vicino al messaggio ed alla prevalente “linea rossa” contenuta nei Vangeli.

Fin dal concilio di Granges, nel 324 e pertanto solo un decennio dopo essere stata cooptata nel blocco sociopolitico dominante, l’alta gerarchia ecclesiastica condannò solennemente qualunque forma e processo di emancipazione degli schiavi. Nel 324, infatti, venne affermato testualmente che “chi spinge lo schiavo a disprezzare il suo padrone, a sottrarsi alla schiavitù, … sia “scomunicato”: non vennero scomunicati i “ricchi”, come invece aveva fatto in sostanza Gesù attraverso il suo sopracitato “guai a voi…”, ma viceversa proprio coloro che volevano liberare i servi, e cioè i seguaci delle eresie e di movimenti sovversivo-comunisti come i circoncellioni, su cui si tornerà tra poco.

In aggiunta a ciò, non solo gli schiavi continuarono a non poter assolutamente accedere al sacerdozio, ma il concilio di Calcedonia del 451 proibì inoltre ai monasteri di accettare al loro interno gli schiavi senza l’esplicito permesso dei loro padroni, proprio al fine di evitare fughe individuali/di massa, più o meno legittimate da motivazioni religiose; la lettera di Paolo a Filemone sullo schiavo fuggitivo Onesimo, venne ripresa su grande scala, utilizzando l’aiuto del nuovo potere politico-repressivo acquisito dalla chiesa neo-cristiana.

Sul piano della “dottrina sociale della chiesa” proprio il più importante teorico del neo-cristianesimo, Agostino d’Ippona (335/430), proclamato santo e tenuto per quindici secoli in alta considerazione dai vertici ecclesiastici (sia dell’Europa occidentale che di quella orientale) e quasi fino ai nostri giorni, ritenne che la schiavitù fosse una diretta conseguenza del peccato originale di Adamo ed Eva, e che pertanto i servi dovessero accettare come naturale ed inevitabile la loro condizione di oggetti animati, a piena disposizione dei loro padroni.[8]

A sua avviso l’umanità era solo una “massa di dannati” fin dai tempi della cacciata dal giardino dell’Eden, all’interno della quale solo una minoranza di “eletti” poteva salvarsi attraverso la “Grazia” divina e l’intermediazione… della chiesa ufficiale, ovviamente.

Anche altri autori neocristiani, meno filoclassisti perché ancora operanti nel quarto secolo e durante “l’epoca di transizione” sopra descritto, quali Basilio di Cesarea (330/379) e Giovanni Crisostomo (347/407), condannarono in ogni caso apertamente la fuga degli schiavi, chiedendo il primo alle comunità religiose di rimandare subito dai loro padroni la forza-lavoro servile scappata al suo destino; a sua volta Ambrogio di Milano considerò la schiavitù come un fenomeno indifferente per l’orientamento religioso dell’uomo, visto che “la schiavitù nulla toglie e la libertà nulla aggiunge”[9]

Una minuzia insignificante, quindi, che era inutile condannare come istituto/praxis socioproduttiva disumana: ancora alla fine del 500/inizi del settimo secolo autori importanti come papa Gregorio ed Isidoro di Siviglia continuarono a legittimare la schiavitù, il secondo affermando che la (giusta) divisione tra liberi e schiavi corrispondeva a quella tra uomini meritevoli, ed esseri non meritevoli sul piano morale e dei valori “cristiani”.

Il neo-cristianesimo iniziò parallelamente a legittimare apertamente gli apparati statali, la violenza statale e le guerre, purché esse fossero condotte da “principi cristiani” e per una “patria cristiana”, come notò Lattanzio fin dal 314: in sostanza la chiesa pacifista del periodo paleocristiano si trasformò nel giro di tre soli anni in una sorta di “chiesa militare” (Deschner), con le deliberazioni prese dal sinodo di Arles del 314 sulla scomunica… dei cristiani disertori, “sdoppiandosi” su questo tema in breve tempo.

“Nel 313, Costantino e Licinio emanarono il loro editto di tolleranza, grazie al quale il Cristianesimo divenne religio licita. In tal modo, si compì rapidamente la straordinaria trasformazione della Chiesa in Chiesa militare! Se fino a quel momento essa si era adoperata in tutti i modi per impedire ai suoi membri di impugnare le armi, tanto che alcuni di questi avevano subito il martirio proprio per tale ragione, presto l’assassinio apparve una necessità imprescindibile. Nel 314, a breve distanza di tempo dall’avvenuto riconoscimento del Cristianesimo da parte dello Stato, il sinodo di Arles, “in comunione con lo Spirito Santo e gli angeli del cielo”, sancì la scomunica per i Cristiani disertori: chi gettava le armi veniva automaticamente escluso dalla comunità dei credenti. Se precedentemente quella della “militia Chirsti” era stata semplicemente una metafora, guardata, non di rado con sospetto, presto essa divenne una realtà”.[10]

Probabilmente non in “comunione con lo Spirito Santo e gli angeli del cielo”, l’alta gerarchia neocristiana buttò a mare quasi in un’istante  una tradizione (paleocristiana) che durava da quasi tre secoli effettuando una svolta clamorosa, che venne resa ancora più evidente dal voltafaccia repentino dell’allora autorevolissimo teologo cristiano Lattanzio.

Come ha notato efficacemente Deschner, “tipico rappresentante di questo mutamento di fronte, di tale radicale passaggio da una religiosità sostanzialmente pacifista a una religiosità che accetta e giustifica la guerra, tipico rappresentante, dunque,  di quello che potremmo definire una sorta di aggiornamento alle necessità dei tempi, fu Lattanzio. “Nella sua posizione di protetto dell’imperatore, egli fu tra i beneficiari dei vantaggi derivanti dalla nascente alleanza tra Stato e Chiesa” (v. Campenhausen). E in tutto questo ci perse la faccia.

Nelle “Divinae Institutiones”, il più importante scritto apologetico del periodo precostantiniano, redatto poco prima del 313 (!), Lattanzio si era prodotto in un’appassionata difesa dell’umanità, della tolleranza, dell’amore fraterno. Non esistendo ai suoi occhi sulla terra nulla di più importante della religione, Lattanzio affermava che “bisogna morire per essa, ma non uccidere; occorreva preservarla con la tolleranza, non con la violenza, con la fede, non con i crimini. Se pensate di difendere la religione causando spargimenti di sangue e infliggendo tormenti, di fatto non riuscirete nel vostro intento, piuttosto arrecherete alla religione stessa vergogna e disonore”. Dunque Lattanzio si mostrava, in questo suo trattato, strenuo oppositore del nazionalismo e della guerra. “Può essere mai nel giusto chi fa del male, chi odia, deruba, uccide? In tal modo si comporta chi vuole servire la propria patria”. La condanna di Lattanzio investiva non solo il servizio militare, ma l’omicidio tout court, anche quando “era giustificato dal diritto umano”. In tal senso, persino la denuncia di un crimine per il quale sarebbe stata comminata la pena di morte, era degna di riprovazione. In un’epitome di questo scritto, redatta nel 314 (!), tuttavia, Lattanzio abbandonava ogni atteggiamento pacifista, per esaltare il sacrificio supremo per la patria, riuscendo, secondo von Campenhausen, “molto convincente”.

La parabola di Lattanzio rifletteva quella della Chiesa. Dopo aver in passato subito l’esilio e sofferto duramente la povertà, poco dopo il 313, Costantino lo aveva scelto come precettore di suo figlio Crispo e incluso nella cerchia dei propri consiglieri. La rapida carriera, lo splendore della corte , le ville della valle della Mosella, i palazzi di Treviri (fondata da Augusto e scelta successivamente come residenza imperiale, dove Costantino, la madre Elena amavano trattenersi e dove giunsero presto Attanasio, Ambrogio, Girolamo), in breve, le relazioni con i personaggi più influenti del regno, fecero presto dimenticare al vecchio Lattanzio ciò in cui, per tutta la vita, aveva creduto. Così egli decise di dedicare al sovrano il suo trattato in cui non solo cessava di condannare il servizio militare, ma arrivava addirittura a esaltarlo. Il Cristianesimo si connotava ora ai suoi occhi come “una sanguinosa guerra tra bene e male”, nell’ambito della quale Lattanzio aveva deciso di cavalcare l’onda dei nuovi tempi apertisi con Costantino.

In tal modo il padre della Chiesa tradiva non solo le sue passate convinzioni, ma anche circa trecento anni di tradizione pacifista. E come lui, fece la Chiesa. Con crescente bramosia essa si lasciò irretire dagli allettamenti dell’imperatore che l’aveva riconosciuta ufficialmente, che l’aveva resa ricca, influente e che non aveva certo bisogno di un clero pacifista, ma di un clero che benedicesse l’uso delle armi. E così, infatti, avvenne… Scriveva Heine: “Non solo il clero romano, ma anche quello inglese o prussiano, una volta colmato di privilegi, ha sempre collaborato con Cesare e compari per opprimere i popoli”.[11]

Il solito Agostino da Ippona, a sua volta, ritenne che i soldati cristiani dovessero obbedire anche ad un sovrano malvagio, esaltando il valore dell’obbedienza e citando il Vecchio Testamento nelle sue parti che giustificavano vendette e guerre di aggressione.[12]

Infine le alte gerarchie ecclesiastiche iniziarono a legittimare ed a sacralizzare, a partire dal sesto secolo, i nuovi rapporti di produzione/distribuzione feudali e semifeudali, e cioè la nuova e vincente forma di oppressione classista basata sulla servitù della gleba: del resto proprio in quel periodo l’apparato ecclesiastico si era trasformato nel principale padrone di coloni e servi della gleba dell’Europa neo-cristiana, e pertanto difendeva sul piano ideologico culturale anche i propri interessi corporativi e la sua principale pratica socioproduttiva, oltre che le esigenze fondamentali di tutte le diverse sezioni dei grandi proprietari terrieri del tempo, laici o ecclesiastici che fossero.

Isidoro di Siviglia (560-636) accettò apertamente nei suoi scritti sia la schiavitù che la servitù della gleba, come del resto fece papa Gregorio I (Magno), favorendo peraltro la progressiva trasformazione dei rapporti di schiavitù in quelli incentrati sulla servitù della gleba/colonato. Ma soprattutto già in precedenza, la chiesa aveva accolto con entusiasmo la Pragmatica Sanctio del 554, elaborata dall’imperatore Giustiniano, vero e proprio Manifesto del feudalesimo nel mondo occidentale; con essa l’impero bizantino sanzionò la restaurazione della servitù della gleba in Italia, dopo che il sovrano ostrogoto Totila aveva invece liberato con una sorta di “rivoluzione dall’alto” socioproduttiva dettata principalmente da ragioni militari e geopolitiche (contro le truppe bizantine giunte in Italia dopo il 530, al fine di distruggere la struttura statale “barbara”), la forza-lavoro sfruttata in precedenza dai grandi proprietari terrieri, laici ed ecclesiastici, sul suolo italico.

Ormai è accettato, anche grazie allo storico Procopio di Cesarea, che il re ostrogoto a partire dal 541 avesse ordinato ai coloni/servi della gleba e ai fittavoli italiani del tempo di non pagare più alcun canone e tributo sia ai proprietari terrieri, ivi compresi quelli del clero “cristiano”, che al demanio imperiale bizantino, chiedendo loro invece di versare agli ostrogoti solo ciò che essi dovevano in precedenza a titolo di imposta: liberandoli, di fatto e di diritto, dallo sfruttamento semifeudale dei grandi latifondisti, ivi compresi quelli ecclesiastici.

La “rivoluzione dall’alto” promossa da Totila gli procurò subito un grande consenso tra le masse popolari dell’Italia, che accorsero in numero consistente anche sotto la fila dell’armata gotica, oltre all’odio inestinguibile dei nobili e della Chiesa. Secondo l’eccellente storico Gino Luzzato, “Totila pensò di raggiungere il doppio vantaggio di indebolire il nemico e di assicurarsi il favore ed il concorso dei lavori dei campi, dispensando i coloni dall’obbligo di corrispondere ogni censo, prestazione o tributo ai loro signori, pagando direttamente al fisco ostrogoto soltanto ciò che essi dovevano a titolo di imposta. Se, come sembra, è questa l’interpretazione esatta dei passi di Procopio, che ci han conservato, in forma molto concisa, il ricordo del provvedimento di Totila, non c’è dubbio che da quelle disposizioni, nonostante il loro carattere di semplice strumento di guerra e di propaganda, avrebbe potuto derivare una vera rivoluzione nella situazione sociale ed economica della terra”.[13]

Totila venne sconfitto, dopo una lunga lotta, dalle truppe bizantine nel 552, e la “linea rossa” (politico-sociale e socio produttiva) pertanto venne cacciata provvisoriamente dall’arena storica,  della chiesa neocristiana e del papato.

Tripudio clericale che ovviamente accompagnò anche l’atto politico-giuridico con il quale viene sanzionato, ufficializzato e ribadito il ritorno forzato dei produttori diretti rurali in uno stato di schiavitù o servitù della gleba/colonato, la famigerata Pragmatica Sanctio del 554. Tale decreto imperiale venne richiesto insistentemente proprio dalle alte gerarchie ecclesiastiche di Roma e dal papa Vigilio, visto che per il sant’uomo era vitale riportare la forza-lavoro a lavorare nelle proprietà dei grandi signori  del tempo, tra i quali già allora primeggiava la chiesa neo-cristiana.

Solennemente e di comune accordo, “trono” ed “altare” decisero pertanto di promulgare il “Manifesto” del feudalesimo, con cui nel 554 vennero reintegrati nei loro possedimenti (e proprietà di schiavi/coloni) tutti i proprietari italiani espropriati da Totila a favore dei contadini: una comune volontà, che descrive con chiarezza la scelta di campo inequivocabile compiuta dalla chiesa neo-cristiana, nel 554 e durante tutti i sei secoli presi in esame in campo socioproduttivo e sociopolitico.

In sostanza la chiesa cattolica nel mondo occidentale si trasformò in una “sacra casta”, in una linea di continuità feudale/semifeudale ed affaristica che si protrasse, senza soluzione di continuità, dal 390/410 fino all’Ottocento, adottando la matrice capitalistica dopo il 1870/1929.

“La chiesa di Roma diventa Stato facendo carte false di una donazione di Costantino, si inventa un sacro impero frammentato in Stati vassalli, fonte di benefici da gestire, con l’unzione di un sovrano a latere, l’imperatore, solo teoricamente difensore dei beni del vescovo definito papa. Che si qualifica sovrano temporale, e si circonda di cardinali, vescovi, presbiteri, diaconi, con un potere finanziario basato su continui lasciti, dilazioni e rendite di provenienza feudale. Ecco l’origine della santa casta.

Una casta che nel buio Medioevo vede affermarsi attorno ai suoi vertici le famiglie romane all’assalto del potere papale, con i propri membri laici amministratori del potere finanziario e i propri cardinali, tra i quali vengono eletti i papi, e tutto un entourage di contesse e principesse dominatrici di papi-fantoccio. Comincia così ad attuarsi un autentico stravolgimento del potere papale: la Chiesa di Roma finisce per adombrare le connotazioni religiose e assumere invece chiare finalità materiali, anche se tra i suoi membri non mancano figure di uomini e donne animate dal più puro spirito evangelico. Sono martiri che illuminano la corte di vere santità, ma non riescono a cancellarne la diavoleria.

L’avventura delle crociate impegna la Chiesa di Roma in una conquista territoriale ed economica, camuffata da missione apostolica, che è fonte di grande arricchimento per la corte pontificia, fino al raggiungimento di un fasto principesco addirittura profano, del tutto estraneo ai principi evangelici.

In epoca rinascimentale la corte pontificia si arricchisce, vede affermarsi il nepotismo, con il passaggio di cariche tra figli e nipoti di papi, si degrada nel contorno di cortigiane e piaceri mondani, si incanaglisce nello sfruttamento dei beni della Chiesa per fini materiali, tradisce la morale evangelica tramando assassinii e congiure nel mondo politico, e sviluppa una vera e propria rete di spionaggio giustificata da falsi motivi religiosi, in collegamento a un tribunale di inquisizione che non esita a sentenziare condanne a morte. Tutto questo si accompagna alla “vendita delle indulgenze”, in vari modi durata fino ad oggi, fino al diffondersi di quelle che sono vere e proprie attività commerciali: il riciclaggio di denaro “sporco”, la costituzione di istituti bancari, la compravendita di immobili, istituti e case di cura dichiaratamente “senza fine di lucro”.[14]

Cosa rimase della “linea rossa” nella teoria/pratica religiosa della chiesa neocristiana, dopo il 400 ?

Quasi niente.

Un impegno, moderato e limitato, della chiesa teso ad esprimere “carità” verso i poveri (distribuzione di elemosine e a volte, in caso di carestie, di generi alimentari), oltre alla ricompensa paradisiaca che spettava dopo la morte anche alle masse popolari, a patto che i loro singoli componenti non si mostrassero ribelli ed accettassero senza fiatare  sfruttamento di classe, guerre ed umiliazioni nella vita quotidiana senza  esprimere alcuna forma di millenarismo convinto e di attesa di una vicina, imminente Apocalisse. L’inferno aspettava invece i peccatori, ivi compresi gli schiavi/servi della gleba fuggitivi e coloro che usavano suggerire loro di “disprezzare i padroni”, colpiti dalla scomunica solenne sancita già nel 324 durante il concilio di Granges.

Questa situazione cultural-religiosa e materiale, che si riprodusse senza troppe variazioni in tutta Europa sia nei sei secoli in esame che fino al 1788, diventa ipergiustificata la critica spietata espressa da Marx sulla “dottrina sociale” della chiesa neocristiana; ancora nel 1847 il grande rivoluzionario ebreo scrisse che “i principi sociali del cristianesimo hanno ormai avuto il tempo di svilupparsi per milleottocento anni, e non hanno bisogno di nessuno sviluppo ulteriore ad opera di consiglieri concistoriali prussiani.

I principi sociali del cristianesimo hanno giustificato la schiavitù antica, magnificato la servitù della gleba medievale, e in caso di necessità sanno anche difendere l’oppressione del proletariato, sia pure con una smorfia di compassione.

I principi sociali del cristianesimo predicano la necessità di una classe dominante e di una classe oppressa, e per quest’ultima non hanno che il pio desiderio che l’altra sia benefica.

I principi sociali del cristianesimo pongono in cielo il concistoriale compenso per tutte le infamie, e giustificano così la prosecuzione di queste infamie sulla terra.

I principi sociali del cristianesimo spiegano tutte le indegnità perpetrate dagli oppressori contro gli oppressi o come la giusta punizione per il peccato originale e per i peccati di ciascuno, o come prove a cui il Signore, secondo la sua sapienza, condanna gli eletti.

I principi sociali del cristianesimo predicano la vigliaccheria, il disprezzo di se stessi, l’avvilimento, la sottomissione, l’umiltà, insomma tutte le caratteristiche della canaglia, e il proletariato, che non vuole lasciarsi trattare da canaglia, ha bisogno del suo coraggio, del suo orgoglio, della sua consapevolezza e della sua indipendenza, ancor più del suo pane.  I principi sociali del cristianesimo sono ipocriti”.[15]

Le concezioni socioproduttive, l’ideologia e la morale via via sviluppate dalla chiesa neocristiana (nelle sue principali varianti, cattolica, ortodossa o protestante) sono state sicuramente sintetizzate in modo splendido da Marx, ma la sua analisi  mantiene un suo pieno valore solo per la parastatale chiesa post-giustinianea, e non certo per le “anfetaminiche” ed eroiche eresie cristiane che continuarono a diffondersi in tutt’Europa anche nell’Alto medioevo (476/999): inoltre essa può essere  utilizzata solo in parte rispetto al periodo di transizione costituito dal quarto secolo.

Tra il 311 e la fine del quarto secolo, infatti, una parte minoritaria dell’alta gerarchia neocristiana continuò ad esprimere, seppur in modo carsico ed accettando alla fine il dominante sistema schiavistico, alcuni degli elementi tipici della “linea rossa” in campo religioso, riprendendo a volte una sezione significativa degli spunti sovversivi, millenaristici e di ostilità all’accumulazione della ricchezza contenuti spesso nei Vangeli e nel Nuovo Testamento, oltre che nella dinamica di sviluppo della chiesa paleocristiana e pre-giustinianea. Detto in altri termini, un segmento minoritario dell’alta gerarchia ecclesiastica ancora nel quarto secolo ed in una fase di transizione, manifestò ed espresse apertamente una sorta di “coscienza sdoppiata”, nella quale coesistette la piena legittimazione dei rapporti di produzione schiavistici ed un atteggiamento di aperta ostilità verso la proprietà privata ed il processo di accumulazione privata delle ricchezze, spesso accompagnato da una forma di cripto-comunismo (non rivoluzionario e di matrice ovviamente religiosa) utopistico. Si trattò di nomi importanti, sia in quel periodo che anche durante i secoli successivi: di ecclesiastici spesso diventati “padri della Chiesa” nella successiva  valutazione collettiva della chiesa neocristiana, ma che in ogni caso espressero una adesione sincera, seppur limitata e contraddittoria, alla “linea rossa”.

Partendo da Giovanni Crisostomo, a suo avviso “la regola fondamentale della più perfetta Cristianità, la sua più esatta definizione, il suo più alto punto è la ricerca del bene comune”. Ma non solo, visto che a suo giudizio il “mio” ed il “tuo” – queste “stupide parole che hanno provocato innumerevoli guerre nel mondo – dovrebbero essere eliminate dalla Santa Chiesa…il povero non dovrebbe invidiare il ricco, perché non ci sarebbero più ricchi. Né il povero dovrebbe essere disprezzato dal ricco, perché non vi sarebbe più il povero. Tutte le cose sarebbero in comune.”[16]

Per Giovanni Crisostomo proprio “la comunanza dei beni è per la nostra vita la forma più adeguata che non la proprietà privata, ed è conforme a natura” mentre anche secondo il giudizio di Gregorio Nazareno (quarto secolo), Dio “ha dispensato l’aria agli uccelli, l’acqua ai pesci, ed i bisogni basilari della vita a tutti, senza restrizioni o limitazioni o preferenze. Questi beni fondamentali sono comuni a tutti, procurati generosamente da Dio e senza alcuna limitazione”.

Per il vescovo di Milano, Ambrogio, “la terra è di ciascuno di noi, non solo per i ricchi” e “la natura aveva prodotto la proprietà comune, il furto ha creato la proprietà privata” (Proudhon “ruberà” tale concetto ad Ambrogio, con il suo famoso detto che la “proprietà privata è un furto”). Il vescovo milanese ribadì inoltre che “la terra è stata fatta per tutti: perché voi, uomini ricchi, la rivendicate come vostra proprietà privata ?”[17]

Il teologo Basilio rilevò a sua volta che “mentre cerchiamo di accumulare ricchezze, di fare pile di monete, …noi stiamo con tutta evidenza gettando via la giustizia, e perdiamo il bene comune”. Ed ancora: “quando qualcuno spoglia un uomo dei suoi vestiti, noi lo chiamiamo un ladro. E allora, a coloro che potrebbero vestire gli ignudi e non lo fanno, non dovrebbe essere dato lo stesso nome?”

Niente male, proprio una buona valutazione, mentre anche per il celebre Girolamo, “la ricchezza è sempre il risultato del furto ai danni dei poveri”. Sotto questo aspetto, sempre Ambrogio anticipò in modo embrionale persino la teoria marxiana del plusvalore/pluslavoro, quando notò che sono “i poveri che estraggono l’oro, sebbene ad essi sia negato l’oro e siano forzati a faticare al lavoro, perché essi hanno bisogno di lavorare, e producono pertanto ciò che non possono conservare per loro”.[18]

Le citazioni in questo senso possono essere facilmente moltiplicate e, sempre nel quarto secolo, hanno avuto come oggetto anche la condanna dell’usura e del desiderio smodato di ricchezze.

Coloro che pronunciavano queste splendide e sentite frasi, allo stesso e simultaneamente appartenevano ad un apparato ecclesiastico che stava accumulando ricchezze senza sosta, non mettendo inoltre in discussione la proprietà privata degli schiavi e coloni, ed a volte esprimendo tendenze antisemite; ma a sottolineare queste innegabili verità non può assolutamente far dimenticare come tali affermazioni criptocomuniste  siano realmente circolate tra i fedeli di quel tempo e siano state realmente ricordate per molti secoli venendo trasmesse (senza alcuna enfasi, certo) fino ai nostri giorni dalla stessa storiografia di matrice clericale. Si trattò dell’ultima “estate di San Martino”, dell’ultimo e debole colpo di coda sferrato dalla “linea rossa” all’interno delle alte sfere della gerarchia neocristiana, almeno fino al 1962/68 ed a una nuova situazione politico-sociale.

La grande tentazione della cooptazione nei gangli vitali del potere, la “mela avvelenata” proposta con estrema lungimiranza dall’Imperatore Costantino alla chiesa cristiana si era subito combinata con la preesistenza al suo interno di una già egemone (seppur contrastata da forti controtendenze) tendenza filoclassista in campo economico-sociale e politico, riuscendo pertanto a spostare in modo quasi completo e con estrema rapidità l’asse centrale della “dottrina sociale” neocristiana verso posizioni e scelte di campo perfettamente compatibili con il processo di riproduzione classista, allora in via di transizione dalla formazione economico-sociale schiavistica a quella feudale.

Il dolce sapore dei nuovi privilegi economico-politici, acquisiti dopo il 311/313, si coniugò con l’accettazione della schiavitù già effettuata dalla chiesa paleocristiana e precostantinea, schiacciando totalmente (dopo il periodo di transizione del quarto secolo) la tendenza collettivistica e liberatoria che aveva operato su scala plurisecolare all’interno della principale struttura organizzativa cristiana, a partire da Gesù, fino al tragico triennio 311/313 segnato dalla svolta di Costantino.

Ma la “linea nera” in campo religioso vide riprodursi e ricomparire quasi costantemente il suo antagonista storico anche nel periodo preso in esame, a volte nuove e principalmente per opera delle eroiche eresie che resistettero, con forza diversa a seconda delle zone, alla feroce repressione statale e clericale sviluppatasi per tutta quella lunga oscura fase storica del mondo occidentale: infatti anche tra il quarto ed il decimo secolo le tendenze cristiane alternative, antagoniste rispetto al potere ed ai rapporti di produzione classisti, continuarono ad esistere in forma clandestina all’interno dell’impero romano prima, e di quello bizantino in seguito.

Il primo tassello della “linea rossa”, nell’epoca in via di analisi, è costituita dal movimento donatista, formatosi a partire proprio dal 311 nell’Africa settentrionale, allora sottoposta al dominio romano e fino alla conquista araba parte integrante del mondo occidentale.

Esso sorse a partire da una controversia apparentemente secondaria, sorta tra i coraggiosi cristiani che avevano resistito a Cartagine all’ultima ondata di persecuzioni statali (avendo alla guida prima il diacono Maiorino, ed in seguito la figura energica e carismatica di Donato) e la frazione invece diretta da personaggi quali Felice e Ceciliano, che avevano ottenuto un comportamento sospetto di fronte alla repressione romana e che in ogni caso erano molto tolleranti con i “lapsi”, i credenti cristiani che avevano abiurato la loro fede durante le repressioni imperiali.

In una prima fase, durata dal 312 fino al 370, il movimento donatista rifiutò la nuova “santa alleanza” che si era creata tra trono imperiale e vertici ecclesiastici rimanendo fedele alle principali coordinate di marcia che avevano contraddistinto la chiesa pre-costantinianea, mantenendo persino nelle prime fasi un atteggiamento di profonda ostilità verso Costantino e le autorità imperiali schiaviste, da essi profondamente ricambiata.

Come ha notato l’intelligente storico K. Deschner, “dopo la morte di Maiorino (315), lo scisma si inasprì ulteriormente al tempo di Donato, figura energica e carismatica, che godeva dell’appoggio della maggioranza dei Cristiani africani, anche se i suoi principali seguaci erano stati dei lapsi. Circa due decenni dopo, i donatisti organizzarono a Cartagine il loro primo concilio cui presero parte 270 vescovi donatisti. Non vi erano differenze dottrinali tra questi e il resto dei Cristiani. “Conducono la stessa vita, leggono gli stessi testi, hanno la stessa fede, gli stessi sacramenti, gli stessi misteri”, scriveva Optato di Milevo che per primo dichiarò guerra ai donatisti “che la falce dell’invidia aveva reciso dall’albero della madre Chiesa”. Eppure esisteva una differenza sostanziale tra i donatisti e il resto dei Cristiani: i primi respingevano qualsiasi legame con lo Stato, rifiutavano l’alleanza costantiniana tra trono e altare, si ritenevano i rappresentanti della vera “Ecclesia sanctorum”, mentre la Chiesa di Roma altro non era che la “civitas diaboli” e, in linea con il pensiero cristiano delle origini, si mostravano molto esigenti nella selezione dei membri del clero. Questi dovevano essere moralmente qualificati, esenti da gravi peccati, in quanto, secondo una tradizione caratteristica della Chiesa africana di cui Cipriano fu uno dei più strenui sostenitori, la validità dei sacramenti dipendeva dalla purezza di chi li impartiva. Inoltre, i donatisti si rifiutavano di considerare cristiani coloro che, durante le persecuzioni, avevano abiurato la propria fede, rinnegando la Bibbia, e gli altri testi “sacri”, commettendo peccati infamanti, come era accaduto nel caso dell’arcidiacono Ceciliano o del vescovo romano Marcellino (296-304) che era arrivato a offrire sacrifici alle divinità pagane. Questi rinnegati erano stigmatizzati come “lapsi” e traditores. Ai cattolici che fossero passati dalla parte dei donatisti, veniva impartito un nuovo battesimo. Si racconta, addirittura, che i donatisti pulissero il posto dove era stato un cattolico.

Tutto ciò divergeva completamente dagli orientamenti della Chiesa di Roma che, per ovvi motivi, ambendo a proporsi quale obiettiva depositaria della grazia e della salvezza, pretendeva di conservare il suo carattere di santità, indipendentemente dal fatto che i suoi rappresentanti fossero corrotti o meno. E questo perché, secondo la dottrina che si venne proprio allora elaborando, in palese contrasto con le convinzioni della Chiesa delle origini, il sacramento dell’ordinazione sacerdotale conferiva alla persona che lo riceveva un “character indelebilis”, un’impronta incancellabile che l’avrebbe accompagnato, al di là delle vicissitudini in cui fosse stato eventualmente coinvolto.

Questo modo di vedere le cose si rivelò utile particolarmente nel contesto della lotta contro i donatisti. Secondo Agostino “se il servo di Dio è buono, allora sarà un valido testimone del Vangelo; ma se è malvagio, non per questo cesserà di rappresentare un depositario della parola di Dio”. I donatisti rivolsero le loro proteste direttamente all’imperatore, ma furono costretti a soccombere “in presenza dello Spirito Santo e dei suoi angeli”, prima a Roma nel 313, e poi ad Arles nel 314. In questa città, elevata da Costantino a capitale della Gallia, si tenne il famoso sinodo in cui i Cristiani rinnegarono l’atteggiamento antimilitarista fino a quel momento predicato. All’indomani del primo successo riportato su Licinio, Costantino, assecondando la richiesta del vescovo Ceciliano, che per diversi anni diede battaglia ai donatisti, dichiarandosi non disposto a tollerare “in qualsiasi parte del suo regno la presenza di discordie e divisioni” e proclamando la sua intenzione “di sconfiggere l’errore e la follia, affinchè tutti gli uomini, ritrovata la concordia, seguissero la vera religione e tributassero i dovuti onori a Dio onnipotente”. L’imperatore, pertanto, privò i donatisti dei loro luoghi di culto, delle loro ricchezze, esiliò i loro capi, e inviò, al comando di Leonzio e Ursacio, contingenti militari che fecero strage di uomini e donne. Prima ancora di massacrare i pagani, i Cristiani, nel nome della Chiesa, fecero martiri tra i loro stessi confratelli”.[19]

I donatisti “paleocristiani”, assai prima dei pagani ed ebrei, costituirono le prime vittime sacrificali all’interno della “linea rossa” religiosa, che si radicalizzò per effetto delle persecuzioni effettuate dalle autorità statali “neocristiane”, abbandonando a volte la linea d’azione non-violenta. A partire dal 394, infatti, almeno una sezione significativa della chiesa donatista si schierò apertamente con Gildo, allora leader del preesistente movimento dei circoncellioni, che comprendeva al suo interno principalmente schiavi, coloni e braccianti africani e che puntava apertamente all’espropriazione sia delle terre possedute dai latifondisti laici, che di quelle ormai venute in possesso dell’apparato ecclesiastico cattolico.

Il vescovo donatista Optato divenne il braccio destro di Gildo, in un’alleanza che fece emergere per qualche tempo come dominante la tendenza rivoluzionario-collettivistica e violenta nel movimento donatista, almeno fino alla sconfitta di Gildo ed al martirio dello stesso Optato, antesignano di altre figure di rivoluzionari-cristiani quali il pauliciano Carbeas, Dolcino, Muntzer, ecc.

“Il capo berbero Gildo, fratello dell’usurpatore Firmo, generale al servizio di Roma, comes Africae a partire dal 386 e successivamente magister utriusque militiae per l’Africa, cercò di rendersi indipendente da Ravenna. Pertanto fu messo al bando come hostis publicus. Sostenuto da una folta schiera di schiavi, coloni, circoncellioni (= braccianti agricoli stagionali) con intenzioni rivoluzionarie, Gildo perseguiva l’obiettivo di una ridistribuzione della proprietà fondiaria e ambiva a prendere il posto dell’imperatore, divenendo in tal modo il più grande possidente dell’Africa settentrionale. D’accordo con Costantinopoli, già durante l’inverno del 394/395, Gildo aveva bloccato ripetutamente i rifornimenti di grano diretti dall’Africa verso Roma, rendendo estremamente difficoltoso il vettovagliamento della città. Nell’estate del 397, il capo berbero concluse un accordo con l’eunuco Eutropio, il personaggio più influente della corte orientale che, in occasione di un’ambasceria inviata a Roma, aveva rivendicato il possesso dell’Africa per l’imperatore Arcadio (383-408), il figlio maggiore di Teodosio I. Gildo, dal canto suo, proclamò l’annessione dell’Africa all’Impero d’Oriente, confiscò i beni imperiali e quelli privati e si alleò con la Chiesa donatista che ambiva a proporsi come comunità dei poveri e dei giusti, era favorevole al separatismo e già al tempo della rivolta di Firmo, nel 372, si era ribellata contro le autorità statali di Roma. Optato di Thamugadi (l’odierna Timgad), il più influente vescovo donatista della Numidia, divenne il braccio destro di Gildo che si racconta lo venerasse come un Dio. Optato, la cui città al principio del V secolo era annoverata, insieme a Bagai, tra le “città sante” dei donatisti, inaugurò una politica di tipo “comunista”. Procedette alla ridistribuzione della terra e dei beni che si presentavano sotto forma di eredità. Con l’appoggio di Gildo, per un decennio, seminò il panico tra i grandi proprietari fondiari e tra i cattolici della Numidia.

L’imperatore decretò la pena di morte per i saccheggiatori dei beni ecclesiastici. Il generale Stilicone, proclamato da Eutropio nemico dell’Impero (il che gli costò la confisca dei beni in Costantinopoli), inviò contro Gildo il fratello di questi, Mascezel, un fanatico cattolico, che odiava Gildo a causa di una faida familiare. Imbarcatosi a Piso, presso l’isola di Capraia accolse alcuni monaci a bordo, per assicurarsi la vittoria con la loro intercessione. Giorno e notte – racconta Orosio – questi insieme a Mascezel pregarono e salmodiarono. Sempre Orosio riferisce che, nella primavera del 398, in prossimità dello scontro con il nemico, una notte a Mascezel apparve in sogno Ambrogio con una verga indicava per terra dicendo: “Hic, hic, hic”. Mascezel comprese, gridò ai soldati nemici “miti parole di pace”, trafisse il braccio di uno dei suoi vessilliferi e, presso Ammaedara (Haidra), piombò sul potente esercito del fratello formato, a quanto sembra, da 70.000 uomini. Di questi alcuni, durante lo scontro, passarono dalla parte dell’avversario, anche in conseguenza del fatto che diversi ufficiali di Gildo avevano simpatizzato con i grandi proprietari fondiari cattolici. Gildo e parte dei suoi sostenitori perirono quella stessa estate, o per mano del boia o perché si suicidarono. I loro beni – e, in particolare quelli di Gildo rappresentavano una ricchezza cospicua – vennero incamerati nelle casse dello Stato, mentre i beni ecclesiastici confiscati vennero restituiti e le disposizioni anticattoliche cassate. Il vescovo Optato di Thamugadi, duramente condannato da Agostino che lo definì “familiarissimus amicus” di Gildo o “Gildoni satellites”, “un personaggio dai modi banditeschi” secondo van der Meer, morì in carcere, venerato come un martire dai donatisti, mentre i suoi colleghi – il solito comportamento dei membri delle alte gerarchie ecclesiastiche – si affrettarono a prendere le distanze da lui. Agostino, dal canto suo, celebrò con entusiasmo la morte di Optato. Il mauro Mascezel, cui si doveva il successo riportato sui donatisti, morì poco dopo per ordine di Stilicone, a quanto sembra geloso di lui. “I cristiani d’Africa sono i migliori” poteva proclamare con orgoglio Agostino”.[20]

Il movimento rivoluzionario dei circoncellioni continuò anche nei tre decenni successivi, sostenuto dall’“ala sinistra” e più combattiva della chiesa donatista a dispetto delle durissime repressioni statali. Specialmente i vescovi donatisti Urbano di Forma e Felice di Idicra divennero famosi per aver applicato contro i ricchi e l’apparato ecclesiastico cattolico la regola dall’“occhio per occhio, dente per dente”: del resto anche i vertici del donatismo venivano essenzialmente dai contadini sfruttati, dai coloni e servi di origine cartaginese e berbera.

Deschner ha notato giustamente che la divisione secolare tra il clero neocristiano e quello donatista rispecchiava, sotto forme religiose ed “attraverso il dibattito teologico, quello che era più un problema di natura sociale che non confessionale e che affondava le sue radici nelle grandi sperequazioni sociali che caratterizzavano il cristianesimo nordafricano, nell’abisso che separava il ceto dei ricchi possidenti da quello dei nullatenenti, formato non solo dai circoncellioni, ma anche dalle masse dei liberi e degli schiavi infiammate dall’odio contro i padroni. Se i vertici della Chiesa cattolica erano reclutati essenzialmente tra l’elemento greco e quello romano, i capi del movimento donatista, diffusosi in quasi tutta l’Africa settentrionale, provenivano soprattutto dai ceti contadini di origine cartaginese e berbero-punica.  Ora, le terre della Numidia e della Mauretania Sitifensis, tra le più importanti produttrici di olio del bacino del mediterraneo, appartenevano principalmente allo Stato o ai grandi latifondisti privati. I contadini, duramente oppressi dai funzionari imperiali, e, pertanto, cronicamente indebitati, furono ridotti presto alla condizione di braccianti, divenendo facile terreno per la propaganda donatista: il gap sociale difficilmente colmabile esistente tra i due gruppi di cristiani, i proprietari e i contadini, nonché l’ostilità dei berberi e dei punici verso i romani, furono la causa prima del conflitto esploso tra donatisti e cattolici, molto più delle insignificanti divergenze di natura politica”.[21]

Forte della sua estesa base sociale di riferimento, l’eresia donatista riuscì a riprodursi e a resistere per duecento anni alle persecuzioni statali per altri due secoli e almeno fino agli ultimi decenni del VI secolo, tanto che ancora il papa romano Gregorio I si lamentò presso l’imperatore bizantino Maurizio della sopravvivenza della “pericolosa setta di eretici”, tanto avversata e combattuta in precedenza da Agostino di Ippona, fedele rappresentante degli interessi dei grandi proprietari terrieri romani e teorico spietato della “linea nera” in campo religioso: solo dopo il 650 e la conquista araba non si sentì più parlare della chiesa donatista…

Un secondo nucleo di condensazione della “linea rossa” religiosa venne rappresentata dai priscilliani, una corrente eretica che si riprodusse in terra spagnola dal 382 fino alla seconda metà del Cinquecento, per quasi due secoli e a dispetto di feroci repressioni.

Priscilliano era un vescovo di Avila, che venne accusato di eresia manichea dai vertici della chiesa spagnola nell’ottobre del 380; dopo alcuni anni, egli ed alcuni dei suoi più stretti collaboratori vennero imprigionati, atrocemente torturati e decapitati nel corso del 385 ad opera della solita “santa alleanza” tra trono ed altare, mentre in seguito numerosi dei suoi seguaci vennero bruciati sul rogo.

Sul piano teologico il priscillianesimo ha rappresentato una sorta di manicheismo tradotto secondo lo spirito occidentale, con un rigido dualismo tra bene e male, incarnato dal demonio e dalla carne, dai desideri e dalle brame di cose materiali; esso inoltre negò, come i docetisti, l’incarnazione di Cristo ed il conseguente dogma della resurrezione.

Sul piano sociale, invece, il movimento fondato da Priscilliano criticò fortemente l’arricchimento ed il processo di accumulazione di beni e terre da parte della chiesa, proponendo in alternativa un rigido ascetismo e l’obbligo (tipico dei primi decenni del cristianesimo) per i fedeli di origine facoltosa di vendere tutti i loro beni per aiutare i poveri. Il comunismo (di matrice ascetico-religiosa) propugnato dal priscillianesimo ottenne un largo consenso tra le masse popolari spagnole, tanto che né le persecuzioni né la sua condanna da parte di numerosi concilii (a partire dal sinodo di Toledo del 400) poterono sradicare per circa due secoli questa ennesima incarnazione delle tendenze anticlassiste all’interno del cristianesimo.

La Sardegna rappresentò invece la roccaforte dei seguaci di Lucifero, vescovo di Cagliari che si era opposto con ogni forza all’eresia ariana, appoggiata dalle potenti chiese orientali e (per una fase storica) dagli stessi imperatori romani. Nella sua lotta senza compromessi, giunse nel 362 a scontrarsi frontalmente anche con la propria frazione politico-religioso, di matrice cattolica, accusata prima di opportunismo conciliatore con gli ariani, ed in seguito sia di brama di ricchezze che di avere instaurato un’alleanza strategica con il potere politico e gli apparati schiavistici romani: si costituì pertanto una chiesa alternativa, che si estese dalla Germania fino all’Africa, passando per Roma.

Nel 362 Lucifero decise infatti “di voltare le spalle ai cattolici accusati di avidità, lassismo, indulgenza al compromesso, e organizzò a proprie spese delle comunità con base in Sardegna, impegnate in attività missionarie fino alla fine del V secolo, con un raggio d’azione che andava da Treviri fino in Africa, Egitto e Palestina. Persino tra i membri del clero romano Lucifero riuscì a fare adepti. Dopo la sua morte, Gregorio, vescovo di Elvira, anch’egli in origine strenuo difensore dell’ortodossia, prese le redini del movimento fondato da Lucifero. I seguaci del vescovo di Cagliari accusavano i cattolici di essere degli scismatici, deploravano la loro soggezione all’autorità statale, la loro brama di onori ricchezze e potere, lo sfarzo dei loro edifici di culto, “ricolmi d’oro, adorni di marmo preziosi, di slanciate colonne”, “i vasti possedimenti fondiari di cui godevano i vertici del clero”. Nonostante fosse un cattolico intransigente Teodosio I, non considerò le comunità di Lucifero al di fuori dell’ortodossia. A Roma esse ebbero persino un loro vescovo, Efesio, che inutilmente papa Damaso cercò di affidare alla locale giustizia criminale. Il prefetto della città Basso, infatti, si rifiutò di “perseguire dei cattolici dalla condotta irreprensibile”.

Presto, tuttavia, cominciarono a manifestarsi atteggiamenti d’intolleranza verso i seguaci di Lucifero.

Ad Ossirinco, in Egitto, sacerdoti cattolici fecero a pezzi con le scuri l’altare del vescovo luciferano Eraclide. A Treviri, il presbitero Bonosus venne perseguitato. A Roma, emissari del pontefice maltrattarono il luciferano Macario a tal punto che questi, ad Ostia dove era stato esiliato, soccombette per le ferite ricevute. (Il vescovo locale Fiorentino non volendo avere nulla a che fare con “il crimine di Damaso”, fece dare degna sepoltura al cadavere). In Spagna i cattolici fecero irruzione nella chiesa del presbitero Vincenzo, presero a bastonate i suoi ministranti, misero Vincenzo in catene e lo lasciarono morire di fame”.[22]

Fermenti più o meno coperti di eresia di matrice “luciferina” continuarono a serpeggiare per alcuni secoli in Sardegna, dove il coraggioso vescovo ribelle di Cagliari continuò ad essere venerato da molti fedeli come un santo, costringendo la stessa chiesa ufficiale a dichiararlo come tale nel …1803, più di quattordici secoli dallo scisma originario.

Sempre nel mondo occidentale, ivi compreso l’impero bizantino, la “fiaccola” della resistenza alla chiesa ufficiale ed ai poteri costituiti continuò ad essere tenuta alta, con grande eroismo, anche dalle chiese eretiche montaniste e marcionite: specialmente la seconda mantenne una sua linea di continuità organizzativa fino al nono secolo (prima della “grande sintesi” neomanichea, su cui si tornerà tra poco) all’interno dell’impero bizantino, a Costantinopoli e nell’area armena.

Addirittura l’imperatore bizantino Maurizio venne accusato nel 601/602, molto probabilmente a ragione, di aver aderito alla più “pericolosa ed atroce eresia”, secondo il teologo Teofilatto Simocarra della chiesa “ortodossa”, (in via di progressiva separazione da quella occidentale, che faceva sempre più riferimento al vaticano ed al papato  romano).

Quando una rivolta militare appoggiata dalla chiesa bizantina costrinse Maurizio ad abdicare, nel 602, quest’ultimo venne infatti accusato “col nome di Marcionito o di Marcionista” (E. Gibbon). E quando i cinque figli dello sciagurato Maurizio furono uccisi sotto i suoi occhi dagli sgherri del neo-  imperatore Foca, il deposto sovrano trovò la forza di alludere al “Signore Giusto”, alias al demiurgo-creatore del mondo esaltato dall’Antico Testamento e tanto aborrito da Marcione anche a causa della sua propensione per i massacri di innocenti, in primo luogo donne e bambini/ragazzi: come i figli che Maurizio vide via via trucidare sotto i suoi occhi, prima di essere a sua volta ucciso e  che la sua testa venisse lasciata sulle mura come ammonimento per il popolo, fino a quando manifestò i primi segni di putrefazione.[23]

Per molti secoli il marcionismo riuscì a tessere il “filo rosso” della tendenza collettivistico-religiosa nell’Europa orientale, resistendo a feroci e continue persecuzioni. Ma la funzione e la “lunga marcia” del marcionismo non si esaurirono né nel settimo né nel nono secolo, influenzando infatti l’esperienza politico-sociale del paulicianesimo e dei bogomili, oltre che in seguito del movimento cataro, con i quali il movimento ereticale rientrò su larga scala nell’Europa centro-occidentale, dopo la lunga fase di quasi completo riflusso compresa tra il 650 (fine dell’esperienza donatista, scomparsa dei Priscilliani) ed il 754 della nostra era.

Partendo dal paulicianesimo, esso venne fondato da Costantino di Manamali attorno al 655, con la creazione di una serie di comunità religiose attorno alla città di Kibassa, nell’odierna Turchia: esse vennero subito sottoposte alla persecuzione degli apparati statali bizantini, tanto che Silvano (il nuovo nome adottato da Costanitino) venne arrestato ed ucciso attraverso lapidazione nel 682, da una soldataglia comandata da un ufficiale imperiale di nome Simeone: quest’ultimo tuttavia si convertì e divenne il nuovo capo del movimento antagonista, prima di essere a sua volta catturato e bruciato sul rogo nel 690.

La nuova chiesa pauliciana riuscì a resistere per circa un secolo alle periodiche persecuzioni imperiali e ad alcuni scismi interni, fino a quando apparve una nuova ed efficiente direzione politico-religiosa, guidata da un religioso di nome Sergio (790 circa): sotto di essa i pauliciani ripresero vigore e le comunità ereticali si espansero in Cilicia ed in tutta l’Asia Minore, anche grazie alla tolleranza interessata dell’imperatore bizantino Niceforo I, che aveva bisogno degli eretici come soldati nella sua lunga guerra contro gli Arabi, arrivati a minacciare gli avamposti bizantini in Anatolia ed a volte la stessa Costantinopoli.

Quando invece ricomparvero di nuovo le persecuzioni imperiali, sotto gli imperatori Teofilo II (819-840) Michele III e soprattutto con l’imperatrice Teodora, i pauliciani insorsero in massa con eccezionale eroismo, riuscendo a sconfiggere più volte le truppe imperiali e creando una nuova ed originale alleanza con il mondo arabo contro il loro comune nemico.

Nel nono secolo l’“Armata Rossa” pauliciani (che pure erano stati per quasi due secoli seguaci della non-violenza) quasi riuscì a rovesciare, tra l’845 e l’872, l’impero bizantino ed i rapporti di produzione classisti esistenti allora in Anatolia, devastando senza pietà le grandi proprietà dei feudatari ecclesiastici e laici, i ricchi monasteri bizantini e le proprietà dei funzionari imperiali.[24]

Sotto la guida di Carbeas e di Crisocario, i più abili comandanti dell’armata degli eretici pauliciani, questi ultimi riuscirono a conquistare assieme agli alleati arabi città importante come Efeso, arrivando fino alle porte di Bisanzio; quasi sconfitti  alla fine del nono secolo, riuscirono con azioni di guerriglia (o nascondendosi ai confini dell’impero) a difendere “per oltre un secolo la loro religione e la libertà” (Gibbon) ed arrivando a riprodursi in Anatolia fin quasi all’anno Mille, quando vennero deportati in massa in Bulgaria e Bosnia attorno al 970.[25]

In quell’esilio in Europa li avevano preceduti da oltre un secolo i loro correligionari dell’Armenia, denominati Tondrakiani, perseguitati verso il 754 dall’imperatore Costantino e deportati allora quasi completamente in Tracia, dove misero a poco a poco salde radici e mantennero strette relazioni con i loro fratelli di fede pauliciani dell’Anatolia.

Dopo il 970 e la nuova deportazione, i due segmenti principali della grande eresia pauliciana si fusero sia sotto l’aspetto politico che sul piano teologico, formando una nuova grande tendenza sovversiva: bogomilismo nell’Europa orientale, catarismo in quella centro-occidentale.[26]

Sul piano dottrinario, come emerge anche dall’analisi di loro antichissimi testi quali la “Chiave della Verità”, il paulicianesimo derivò da una fusione sincretica tra marcionismo ed alcuni elementi del manicheismo.

Come nel marcionismo, essi negavano infatti ogni valore positivo al Vecchio Testamento e propugnavano allo stesso  tempo il concetto “sdoppiato” dualista delle due divinità, il dio malvagio del Vecchio Testamento, creatore del mondo e della materia, e il Dio buono del Nuovo Testamento, creatore dello spirito ed  unico degno di essere adorato; essi utilizzavano inoltre solo i testi sacri del Nuovo Testamento, con particolare attenzione alle lettere di San Paolo e al Vangelo di San Luca, mentre rifiutavano le lettere attribuite a Pietro. Erano inoltre docetisti come i seguaci di Marcione, rifiutando alla radice l’idea dell’incarnazione di Cristo, il cui corpo a loro avviso era immateriale come quello degli angeli.

Nelle due eresie risultava altresì comune l’importanza attribuita all’apostolo Paolo, da cui prese nome proprio il movimento fondato da Costantino: paulicianesimo deriva infatti da Paul-ik, figli di Paolo; come i marcioniti ed i manichei, i pauliciani avevano altresì un organizzazione strutturata su due livelli,  una minoranza di “perfetti” – celibi, astemi, vegetariani e privi di ogni proprietà personale –  ed una maggioranza di “uditori” o catecumeni, non vincolati  dalla rigida disciplina richiesta invece costantemente alla prima categoria: una forma di autoriproduzione che consente  loro di sopravvivere fino almeno al 1717, quando una testimone inglese ne incontrò alcuni fedeli nella zona di Plodvid in Bulgaria.

Sul piano socioproduttivo e politico-sociale, i pauliciani/tondrakiani manifestarono sempre un’accanita ostilità verso la chiesa neocristiana ed il suo costante processo di accumulazione di beni, materiali e potere politico, accomunando ovviamente anche il “trono” e l’apparato statale nella loro condanna senza appello. Non a caso la loro pratica concreta durante il nono secolo, quando passarono dalla non-violenza all’azione armata di massa, venne contraddistinta proprio dall’espropriazione totale dei signori feudali, laici o ecclesiastici senza alcuna distinzione, nelle zone venute via via sotto il loro controllo politico-sociale: nel DNA pauliciano risultano sicuramente forti sia la matrice comunista che l’odio di classe contro le classi sfruttatrici ed il loro apparato statale, seppur manifestato sotto vesti religiose (di tipo “anfetaminico” e non “oppiaceo”) ed assumendo spesso (come nei loro “perfetti”, che ritroveremo tra i bogomili/catari) forme di intenso ascetismo. La lotta al clero neocristiano si unì sempre nei pauliciani, come del resto nei loro confratelli armeni conosciuti sotto il nome di Tondrakiani, con l’ostilità alla ricchezza e l’anelito a tornare alla povertà del tempo dei primi apostoli, rappresentato simbolicamente dal pranzo condiviso con tutti i fedeli ed i poveri della zona.

Va in ogni caso notato come il paulicianesimo non nacque dal nulla, ma venne da molto lontano, anche dalla lontana Roma schiavistica del 140/144 e trovando nel tenace movimento marcionita, almeno a partire dal Settecento, una fonte di ispirazione idealreligiosa.

Di tale derivazione costituisce già prova la profonda affinità nel campo della dottrina religiosa che via via si creò tra il marcionismo e paulicianesimo, mentre il secondo non si richiamò mai esplicitamente al (peraltro splendido) insegnamento del profeta-martire Mani, ma la testimonianza attendibile dello storico Pietro Siculo ci consente di raggiungere un alto grado di certezza in questa interessante (e misconosciuta) materia. Secondo Pietro Siculo, che visse tra i pauliciani di Tephrike nel biennio 868/869 e nella loro fase di massima espansione, questi ultimi  gli riferirono che proprio Costantino/Silvano, il fondatore del movimento, ricevette il Vangelo nella versione adottata dai marcioniti grazie ad un loro missionario e la  la distribuì subito tra i seguaci, che a loro volta la adottarono come unica e vera Bibbia, ripudiando tutte le scritture di Mani: vera o falsa che fosse questa narrazione delle origini, tale era la concezione diffusa comunemente pauliciani durante il loro momento di massimo fulgore, facendo ritenere estremamente probabile un lento e progressivo processo di fusione tra i due sopracitati tasselli della “linea rossa”, tra marcionismo e paulicianesimo.

In ogni caso, l’eresia cristiana  si radicò in primo luogo nell’Europa  orientale, per poi spostarsi via via ad occidente: e la prima fase di questa progressiva “ri-occidentalizzazione” del cristianesimo alternativo e sovversivo partì dal bogomilismo, all’interno del quale si trovavano già in larga parte sviluppate le tendenze e le caratteristiche fondamentali che saranno proprie delle eresie del Medioevo in Europa, dopo l’anno Mille.

Come aveva notato giustamente Gioacchino Volpe, rispetto alla matrice comune a tutti i “gruppi eretici” ed alle cosiddette “sette” medioevali, queste ultime hanno “tutte certi elementi più propriamente religiosi e morali:

–          Chiesa che sia nella comunità dei fedeli;

–          capacità di ogni cristiano a somministrare i sacramenti ed a predicare la parola di Cristo;

–          restaurazione della vita apostolica nella sua piena integrità.

Ma poi, qual più qual meno, vogliono:

–          Chiesa e clero poveri, come avanti Costantino e Silvestro;

–          fanno obbligo del lavoro manuale ai pastori della comunità;

–          condannano la disuguaglianza tra gli uomini;

–          hanno vaghi accenti teorici e anche qualche pratica di comunismo;

–          non intendono né vogliono intendere preghiere e libri in latino;

–          si richiamano ai vangeli per negare ogni podestà terrena ed ogni legittimità di pene corporali, ogni tributo allo Stato e decima alla Chiesa.

Chi sono poi eretici?

Sono fabbri, sarti, tessitori, scardassieri, contadini; gente “illetterata, e idiota”, come gli avversari la proclamano, e come se stessa, a volte, ama chiamarsi; ignorante cioè e sprezzante di quella cultura della Chiesa e degli alti ceti a cui il popolo minuto si sentiva estraneo …”[27]

Sono elementi già ben presenti nel bogomilismo trace, fin dalle sue origini.

Il protobogomilismo con molta probabilità nacque e si sviluppò dopo il 754 e nel nono secolo nella regione della Tracia, tra il regno Bulgaro e quello bizantino, quando l’imperatore Costantino V (Copronimo) vi fece deportare molti credenti armeni del paulicianesimo, conosciuti in seguito nella regione sotto la denominazione di tondrachiani (la zona di Tondrak fu una delle culle del movimento antagonista-religioso in Armenia, il quale riuscì a riprodursi a dispetto delle feroci repressioni fino all’inizio del dodicesimo secolo, con l’occupazione da parte dei turchi dell’Anatolia).

Tale base socioreligiosa, probabilmente rinforzata dal carsico arrivo clandestino dei credenti marcioniti e manichei, costituì l’ambiente favorevole grazie al quale in Tracia  potè via via affermarsi il bogomilismo vero e proprio nei Balcani, specialmente quando arrivò la  grande deportazione in massa dei pauliciani nel 970 nell’Europa meridionale.

Si fa tradizionalmente risalire la fondazione del movimento eretico ad un prete di nome Bogomil, che iniziò a predicare attorno al 930: di lui si fece già menzione in un’opera del famoso vescovo bizantino Cosma, mentre ancora intorno al 950 il patriarca di Costantinopoli, Teofilatto, definì (correttamente) e condannò duramente il bogomilismo come un’eresia “neomanichea”, frutto di un processo di osmosi e sintesi tra le tendenze dualistiche diverse.

Tra il 930 ed il 1200, il bogomilismo si diffuse rapidamente dalla Tracia fino a Costantinopoli, ottenendo anche una notevole influenza in Bulgaria e Romania, Macedonia e Serbia, oltre che nella roccaforte  bosniaca; la nuova eresia, inoltre, allargò almeno in parte la sua sfera d’influenza anche nell’Europa occidentale, attraverso l’azione missionaria di personaggi famosi come i vescovi bogomili Niceta e Nazario, su cui si tornerà nel prossimo capitolo.

Nel corso del dodicesimo secolo il bogomilismo diventò una religione alternativa relativamente diffuso, anche se segnata da divisioni interne tra le diverse chiese “nazionali” del movimento, a partire dalla potente sezione bosniaca.

Sul piano teologico la dottrina espressa da Bogomil, frutto di una rielaborazione creativa delle più antiche credenze pauliciane e marcionite, si basava anch’esso su una concezione del cosmo e della storia umana parzialmente simile a quella dei suoi predecessori: infatti il bogomilismo riteneva che il dio supremo avesse avuto due figli, il primogenito Satanael e Cristo (a volte denominato Michele): come emerge dal “vangelo dei bogomili”,  Satanael presto si ribellò al padre, venendo da esso identificato con il “demiurgo”, alias il dio dell’Antico Testamento, responsabile della creazione del mondo materiale e dei corpi degli uomini, all’interno dei quali erano stati imprigionati gli angeli e la scintilla spirituale creata dal dio-buono, Cristo/Michele.[28]

Sempre Satanael aveva creato Adamo ed Eva, avendo subito relazioni sessuali con quest’ultima (un tipo svelto…) e generando Caino: successivamente, sotto forma di serpente, aveva fatto si che Eva tentasse Adamo per generare Abele, successivamente ucciso da Caino, venendo pertanto punito dal dio-padre, ma peraltro non sconfitto nel suo regno sulla Terra e sul mondo materiale da lui stesso formato.

“La missione, quindi, di Cristo sulla terra era di sconfiggere definitivamente Satanael e di liberare gli angeli intrappolati nei corpi umani. Per fare ciò, egli aveva preso, ma solo in apparenza, una natura umana (pur rimanendo sempre puro spirito: un concetto docetista) entrando, come spirito, in Maria Vergine attraverso l’orecchio e nascendo sempre attraverso lo stesso organo. Cristo, per i bogomili, era morto sulla croce, ma solo in apparenza, sceso agli inferi per sconfiggere definitivamente Satanael e togliere la desinenza divina “el” dal suo nome, diventato Satana, ed infine era salito al cielo dal Padre”.[29]

In modo parzialmente simile al marcionismo, le “chiese bogomite rinnegarono quasi tutto l’Antico Testamento, con l’eccezione dei Salmi e dei profeti, limitandosi al culto della narrazione evangelica e dell’Apocalisse, la loro opera preferita all’interno del pensiero paleocristiano”, mentre svilupparono una ricca produzione apocrifa, di cui si possono citare l’Interrogatio johannis, (le domande di Giovanni evangelista), il Vangelo di Nicodemo ed il suo derivato, il Legno della croce e la Visione di Isaia.

Soprattutto il primo testo è stato considerato la base dottrinale della setta, ma anche del catarismo: fu portato dalla Bulgaria in Italia da Nazario, vescovo cataro di Concorezzo, divenendo il secretum (libro segreto ) degli albigesi. [30]

Sul piano socio produttivo e politico-sociale, il bogomilismo entrò subito in urto frontale con la chiesa neocristiana di matrice ortodossa-bizantina, respingendo alla radice il suo processo di accumulazione su larga scala di fondi/servi della gleba ed accentuando parallelamente il lato millenaristico spesso tipico del cristianesimo appartenente alla “linea rossa”, seppur con contraddizioni interne più o meno acute.

I  “perfetti”, la fascia dei credenti bogomili più impegnati e convinti, rifiutavano in ogni caso qualunque forma di proprietà personale e si vincolavano ad un rigido ascetismo, come i loro predecessori marcioniti/pauliciani, astenendosi dai rapporti sessuali e dal consumo di vino, carne, formaggio e uova: furono dei vegani ante-litteram, in ultima istanza. Nella loro visione del cosmo, l’Apocalisse e la parousia significavano soprattutto, come del resto per la chiesa paleocristiana, la fine violenta e repentina dei rapporti di produzione classisti e la loro parallela sostituzione con un mondo di pace, fraternità ed uguaglianza tra tutti gli uomini (credenti).

Comunismo di matrice religiosa, ancora una volta.

Per quanto riguarda invece la struttura interna del movimento bogomilo, il suo carattere clandestino ed il pericolo costante rappresentato dalle feroci repressioni dello stato bizantino portò all’introduzione di un rigido processo di selezione dei fedeli-militanti che avveniva per gradi, visto che “non tutti i segreti della dottrina eretica venivano subito rivelati ai nuovi adepti nello stesso momento.

Il neofita, impegnandosi solennemente a sottrarsi al mondo materiale di Satana, veniva in tal modo a far parte della comunità dei theotokoi (perfetti) ed ogni comunità aveva i suoi eletti, tra i quali potevano trovarsi anche donne, dediti all’ascetismo più severo. Alcuni di questi diventano missionari e vagano per il mondo compiendo esorcismi e testimoniando la propria fede anche in questo modo il bogomilismo influenzò i catari, la cui dottrina ricalca fedelmente in molti tratti le tesi dell’eresia orientale, e non certo per caso”.[31]

Non vi era invece una vera struttura gerarchica. A differenza della Chiesa ufficiale, questo movimento eretico non aveva strutture di comando centralizzate: ogni comunità si autodeterminava e, nonostante tutte facessero capo a una guida spirituale, essa manteneva un notevole grado di autonomia organizzativa, seppur sempre incentrata sulle figure dei “perfetti” (come avvenne per i marcioniti e i pauliciani, nei secoli precedenti).

Sotto il profilo della scelta di campo socio produttiva e politica, il principale lato debole del bogomilismo (e dei loro stretti “cugini” catari) consisteva nel notevole grado di libertà d’azione individuale/collettiva lasciato ai fedeli che non facevano parte della ristretta cerchia dei “perfetti”, a partire dalla loro pratica e posizione sociale. Quando infatti si verificò un afflusso relativamente consistente di neofiti provenienti dai ceti privilegiati, impegnati in un ruolo sociale molto diverso da quelle delle masse popolari che formavano la netta maggioranza dei fedeli bogomili, questa ampia sfera di tolleranza creò le condizioni e le premesse materiali per la divisione tra bogomili-sfruttati e bogomili-sfruttatori specie nella Bosnia della fine del dodicesimo secolo.

Per quanto riguarda l’Europa occidentale nell’Alto Medioevo, carsicamente tra il ‘700 e l’anno Mille emersero di nuovo fermenti parziali e scintille di “linea rossa” religiosa: proprio Marx ed Engels, nella loro “Ideologia tedesca”, notarono che “i piccoli preti” (il basso clero) “soprattutto all’inizio del Medioevo, incitarono i servi al “malcontento” e alla rivolta contro i signori feudali laici (cfr anche il noto capitolare di Carlo Magno)”.

Prima di entrare nella fase post-anno Mille, si deve esaminare brevemente anche la prima esperienza importante di collettivismo socioproduttivo di matrice religiosa all’interno del mondo occidentale, quel benedettismo monacale che, dal sesto secolo, riprese in larga parte e per circa due secoli in Europa la pratica espressa in questo campo dalle comunità essene e di Qumran, in terra palestinese e molti secoli prima.

Le prime esperienze monacali, dette cenobitiche, vennero costituite a partire dall’Egitto e dall’Asia Minore da piccoli gruppi di asceti cristiani (famosi allora i nomi di Serapione, Macario, Pacopio e Pafnuzio), dediti ad una vita frugale e di preghiera in totale assenza di proprietà personali/collettive, formando strutture formalmente monocratiche nella quale era “totale la soggezione richiesta ai fratelli” (del cenobio/monastero) “nei confronti del superiore, non vengono riconosciuti ruoli di reale responsabilità né margini decisionali ai coadiutori del superiore, a tutti si prescrivono come virtù massime l’obbedienza, l’umiltà, la rinunzia a ogni bene personale”.[32]

Questa tipologia orientale di monastero venne quasi subito trasformata all’interno del mondo occidentale, partendo dall’Italia del sesto secolo e dalla celebre abbazia di Montecassino, fondata da Benedetto da Norcia: il cenobio diventò in Europa una comunità produttiva tendenzialmente autosufficiente, al cui interno rimasero centrali per circa due secoli rapporti sociali di produzione/distribuzione collettivistici e nella quale dominò l’obbligo generalizzato del lavoro per tutti i monaci, riprendendo creativamente l’antico detto di Paolo da Tarso sul “chi non lavora non mangia”. Non solo preghiera, ma anche attività produttiva diretta; non solo lo studio e la meditazione, ma anche il lavoro sociale diventò uno degli assi centrali  per circa due secoli nel processo di riproduzione delle comunità monastiche occidentali, dall’Italia alla Francia e fino all’Irlanda. Il celebre motto dell’ordine benedettino, “ora et labora”, pregare/lavorare, divenne un cardine dell’esperienza di numerosi monasteri europei: fino almeno alla prima metà dell’ottavo secolo ed alla loro progressiva trasformazione/degenerazione in feudi ecclesiastici, grandi o piccoli, nei quali i monaci non si dedicavano più di regola ad attività produttive e fondavano la loro (privilegiata) esistenza sul pluslavoro/plusprodotto dei contadini, che lavoravano nei terreni di loro proprietà e venivano trattati non meglio della forza/lavoro a disposizione dei signori della terra laici.

Ma per tutta una lunga fase storica, le comunità monastiche costituirono degli elementi reali di comunismo (di matrice religiosa) all’interno delle formazioni economico-sociali semifeudali dell’Alto Medioevo europeo.

Riprendendo probabilmente una precedente “Regola del Maestro”, Benedetto da Norcia attorno al 530 elaborò un preciso codice di comportamento per la comunità fondata a Montecassino, attraverso la sua creativa progettualità e una costante azione concreta.

“Le caratteristiche fondamentali della Regola, oltre a una disciplina accentratrice, che tende a fare del monastero una grande famiglia, sotto un unico padre, l’abate, sono l’assenza di un eccessivo rigorismo ascetico (“nulla di troppo aspro, nulla di troppo gravoso”) e l’obbligo del lavoro (“prega e lavora”), al quale avrebbe dovuto essere dedicato, in origine, un tempo doppio di quello riservato alla preghiera. La comunità deve essere autosufficiente e non deve basarsi troppo sulle contribuzioni dei ricchi, che mirano a condizionarla”.[33]

Autosufficienza produttiva e lavoro diretto dei monaci, impegnato tra l’altro ad un’ascesi abbastanza severa, almeno nella prima fase di riproduzione storica dell’esperienza conventuale: una pratica socioproduttiva di matrice prevalentemente collettivistica, che diede alcuni “buoni frutti”. Infatti i “nuovi metodi di dissodamento e di coltivazione dei campi, introdotti dai benedettini e ripresi anche in altri monasteri – come quelli fondati un secolo dopo dal monaco irlandese Colombano, ad esempio a Bobbio e Luxeuil – contribuirono infatti ad incrementare il basso livello di sviluppo qualitativo raggiunto dalle forze produttive in quel periodo, oltre a permettere agli elementi delle classi popolari che si aggregarono via via ai benedettini nella prima fase della loro storia di elevarsi sul piano culturale.

All’interno delle comunità benedettine, assieme all’autorità centrale dell’abate e leader del monastero era inoltre prevista una parziale forma di democrazia consultiva, in caso di “affari di particolare importanza”. Nel capitolo terzo della “Regola”, Benedetto chiarì che “ogni volta che nel Monastero si deve trattare qualche affare di particolare importanza, l’Abate convochi tutta la comunità e sia lui stesso a esporre la questione in esame. Ascoltato il consiglio dei Monaci, ci ripensi su e decida nel senso da lui ritenuto migliore. La ragione per cui s’è detto di convocare tutti a consiglio è che spesso il Signore rivela a uno più giovane la decisione migliore”.[34]

Per circa due secoli il collettivismo monastico, ascetico e fondato essenzialmente (meno che nel periodo del raccolto) sul lavoro dei cenobiti occidentali, mantenne la sua forza propulsiva ed una continuità socioprodutiva: rispetto alla “matrice originaria” benedettina.

Quando, a partire approssimativamente dalla prima metà del Settecento, le dimensioni dei monasteri occidentali per via dei dissodamenti/donazioni iniziarono a crescere ad una velocità notevole, tale da superare nettamente la capacità produttiva della forza-lavoro interna, progressivamente il convento “si trasformò in un castello feudale, con i suoi servi della gleba” (Donini) ed in cui l’unico obbligo dei monaci era diventato quello di accumulare (preziose) conoscenze e libri da un lontano passato, attraverso l’azione plurisecolare dei monaci amanuensi, ben descritta da Umberto Eco nel suo splendido “Il Nome della rosa”. Si avviò pertanto un processo di sfruttamento costante dei contadini che rapidamente portò alla degenerazione morale e religiosa degli stessi monasteri, il cui crescente livello di corruzione interno costituì nel decimo secolo la premessa della “ riforma” detta di Cluny, dal nome di una delle abbazie benedettine della Francia, sempre tuttavia basandosi sul caposaldo ormai acquisito della servitù della gleba dei contadini, asserviti dai nuovi monaci-feudatari.[35]

Una (parziale) orma della “linea rossa” nell’esperienza religiosa del mondo occidentale ormai si era esaurita e trasformata dialetticamente nel suo contrario, ma il nuovo millennio avrebbe aperto nuove potenzialità – e pericoli, massacri e minacce di genocidio – ai sostenitori delle multiformi eresie cristiane,  molto spesso parte integrale della “linea rossa” in via di analisi.

 

 



[1] K. Deschner, op. cit., pag. 200

[2] Deschner, op. cit., pag. 208/209

[3] K. Deschner, op. cit., pag. 213

[4] M. Craveri, “L’eresia”, pag. 87, ed. Mondadori

[5] K. Deschner, op. cit., pag. 385

[6] A. Donini, “Storia del cristianesimo”, op. cit., pag. 315/316

[7] M. Craveri, “L’eresia”, pag. 55, 70, 72,  96

[8] Gred, “Dio approva la schiavitù?”, 31/1/2009, in gebiblia.blogspot.com

[9] A. Donini, “Breve storia delle religioni”, op. cit., pag. 287

[10] Deschner, op. cit., pag. 220

[11] Op. cit., pag. 222/223

[12] Op. cit., pag. 441/442

[13] G. Luzzato, “Storia economica d’Italia. Il Medioevo”, pag. 46, ed. Sansoni

[14] C. Rendina, “La Santa Casta della Chiesa”, pag. 8/9, ed. Newton Compton

[15] K. Marx, “Il comunismo del Rheinischer Beobachter”, 1847

[16] “Traditional Values”, in www.anglocatholicsocialism.org, 27/08/2000

[17] “Traditional…”, op. cit.

[18] “Traditional…”, op. cit.

[19] K. Deschner, op. cit., pag. 236/237

[20] Op. cit., pag. 408/409

[21] Op. cit., pag. 413

[22] Deschner, op. cit., pag. 334

[23] E. Gibbon, “Storia della decadenza e caduta dell’impero romano”, vol. secondo, pag. 1776 e 1777, ed. Einaudi

[24] E. Gibbon, op. cit., libro terzo, pag, 2241/2242

[25] Op. cit., pag. 2243

[26] E. Gibbon, op. cit., pag. 2244

[27] G. Volpe, “Movimenti religiosi e sette ereticali nella società medioevale italiana: secoli XI – XIV”, pag. 247, ed. Sansoni

[28] M. Craveri, “L’eresia”, pag , 140/142

[29] Bogomilismo, in www.eresie.it

[30] Op. cit., in www.eresie.it

[31] N. Malcolm, “Storia della Bosnia”, pag. 55, ed. Bompiani

[32] S. Pricoco, “Il Monachesimo”, pag. 89, ed. Laterza

[33] A. Donini, “Storia …”, op. cit., pag. 328

[34] A. Donini, op. cit., pag. 329

[35] Op. cit., pag. 329


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