Capitolo settimo

“La religione e l’effetto di sdoppiamento, dall’anno Mille al 1453”

 Anno Mille-1453: più di quattro secoli di storia, nei quali la riproduzione parallela della “linea rossa” e della “linea nera” all’interno del pensiero/pratica religiosa occidentale prese un nuovo slancio e vigore, come del resto il conflitto (spesso sanguinoso, spietato e violento) tra la tendenza anticlassista/egualitaria e quella classista nel processo di sviluppo del cristianesimo europeo.

Libri sacri in parte comuni, esiti e scelte di campo socioproduttive opposte.

Per inquadrare tale processo di sdoppiamento, va notato come sotto l’aspetto socioproduttivo durante i quattro secoli in esame l’Europa occidentale assistette al progressivo declino della formazione economico-sociale feudale, con il lento processo di liberazione (quasi sempre sotto forma molecolare/individuale) dei servi della gleba e la sostituzione delle loro corvees e della precedente rendita fondiaria con una nuova rendita in prodotti e, con sempre maggiore frequenza, attraverso la mezzadria, “forma di passaggio, dalla primitiva forma di rendita” (feudale, almeno nel mondo occidentale) “alla rendita capitalistica” (Marx, Capitale, libro terzo,cap. 49, pag quinta).

“Mentre nella produzione tipica della servitù della gleba” il lavoro del contadino è diviso tra lavoro per se e tempo di lavoro erogato gratuitamente al signore feudale, lentamente il produttore-contadino del Basso Medioevo europeo godette con la rendita in prodotti “di un più  vasto campo per gudagnare tempo per lavoro eccedente, il cui prodotto appartiene a lui stesso, così come il prodotto del suo lavoro che ricopre le necessità più urgenti”.[1]

Il declino del modo di produzione feudale nell’Europa occidentale venne ulteriormente aggravato dalla fuga di servi della gleba verso le città, “alla ricerca di libertà”, come ammise persino il capitolare dell’imperatore Ottone III alla fine  del decimo secolo, oltre che dal lungo e parallelo processo di alienazione fraudolenta di beni ecclesiastici da parte di abati, prelati e vescovi a favore dei loro familiari, almeno nel secolo decimo ed undicesimo.[2]

Sempre a partire dall’anno Mille, all’interno dell’Europa occidentale presero sempre più forza i germogli di capitalismo manifatturiero e bancario-usuraio, che erano già sbocciati con forza a Venezia ed Amalfi nel corso del nono-decimo secolo: nelle repubbliche marinare italiane, a Milano e nell’Italia del centro-nord (specialmente a Firenze), in alcune zone del Belgio e della Germania, l’attività produttiva manifatturiera via via prese un forte, seppur non duraturo, slancio nel periodo in esame e si creò simultaneamente un proto-proletariato, ipersfruttato e spesso affamato, in molti Comuni (una delle prime istituzioni egemonizzate dalla nascente borghesia) dell’Europa occidentale.[3]

L’impero bizantino, sempre durante i quattro secoli in esame, assistette invece ad un processo inverso di ri-feudalizzazione che portò molti contadini liberi dell’impero (e potenziali soldati…) a cadere in uno stato di parziale servitù della gleba, sorte simile a quello che iniziarono a subire le masse popolari rurali della Germania orientale e di buona parte dell’Europa centro-meridionale, dai paesi baltici e della Polonia fino ad arrivare alla Russia, a partire dal dodicesimo secolo.[4]

In campo politico-sociale, l’Europa occidentale assistette al processo di sviluppo e di consolidamento di un forte pluralismo ed eterogeneità di poteri, sia all’interno delle singole aree geopolitiche che nelle relazioni internazionali tra i diversi stati.

Il nuovo impero tedesco-romano formato dagli Ottonidi nel decimo secolo, mantenne un ruolo notevole sia nell’area tedesca che in larga parte d’Italia fino alla seconda metà del tredicesimo secolo, ma anche nel suo momento di massimo splendore esso dovette sempre confrontarsi con il contropotere politico-sociale esercitato costantemente dalla chiesa cattolica nella sua area d’influenza (si pensi solo alla lotta “per le investiture”, del 1085/1122, conclusasi con un sostanziale equilibrio tra “trono” ed “altare”), dai nascenti comuni urbani (ad esempio la “lega lombarda” e la sua vittoria sull’imperatore Federico I) e con il crescente contropotere di altri stati in via di formazione, come avvenne in quei secoli specialmente per la Francia, la Spagna e l’Inghilterra.[5]

Viceversa l’Europa balcanica venne sottoposta, fino al 1350/1381, all’egemonia centralizzatrice dell’impero bizantino, anche se esso entrò via via sempre più in crisi per l’invasione/colonizzazione subìta ad opera dell’imperialismo veneziano (1204/1261) e soprattutto per la crescente minaccia della potenza turca, che a partire dalla metà del quattordicesimo secolo conquistò progressivamente i Balcani e, nel 1453, riuscì infine ad espugnare la stessa Bisanzia.[6]

Sempre nel periodo in via d’analisi, sul piano religioso l’Europa occidentale venne egemonizzata almeno in larga parte dalla chiesa cattolica e dal papato romano.

Per tutti i quattro secoli in esame il Vaticano, le chiese locali da esso dipendenti e i diversi ordini monastici (benedettini, cluniacensi, domenicani, ecc) rimasero nel loro insieme i più grandi proprietari di terre del mondo occidentale, fondi lavorati per tutta una fase da servi della gleba ed in seguito, con il declino del feudalesimo, da mezzadri e/o lavoratori salariati di condizione giuridica libera.

La “linea nera” filoclassista rimase costantemente parte organica  del dna dell’apparato ecclesiastico romano, che costituiva ormai da molti secoli una frazione importante delle classi sfruttatrici all’interno dell’Europa centro-occidenntale e che, proprio a partire dall’undicesimo secolo, espanse progressivamente l’area geopolitica dell’Italia sottoposta direttamente al suo domino politico. Lo stato pontificio, che ancora nel decimo secolo si limitava a Roma e ad alcune zone del Lazio, con un processo quasi continuo di espansione arrivò verso la metà del quindicesimo secolo a controllare ormai larga parte dell’Italia centrale, da Roma fino ad alcune zone dell’Emilia.

Ma non solo: sempre a partire dall’undicesimo secolo, l’alta gerarchia romana promosse con successo e notevole intelligenza strategica un processo di riorganizzazione interna, che le permise di superare le pesanti debolezze e lo stato di profonda crisi in cui l’intera chiesa cattolica era sprofondata nel corso del nono/decimo secolo. Nel 1059, infatti, vennero stabilite nuove regole per l’elezione del pontefice, tese ad attribuire la scelta del nuovo papa a pochi ed autorevoli esponenti del clero e creando anche a tale scopo la nuova figura dei vescovi-cardinali, con norme che verranno affinate (attraverso l’esperienza via via accumulata) nel corso dei secoli successivi: quorum dei due terzi per l’elezione del pontefice, clausura dei cardinali durante il conclave, periodo di attesa per attendere l’arrivo dei cardinali lontani da Roma, ecc.[7]

Quasi simultaneamente, venne avviata una lunga campagna contro i preti simoniaci, finalizzata anche  ad imporre l’obbligo del celibato al clero al fine evitare l’alienazione dei beni della chiesa da parte di quest’ultimo: un’insieme di misure  che, combinate tra loro, permisero all’alta gerarchia ecclesiastica di assicurarsi la riproduzione secolare (seppur tra carsiche crisi) del suo forte potere politico e dei suoi grandi interessi/privilegi materiali per tutto il Basso Medioevo.

Pertanto, dopo il 1049/75 e superato il periodo di crisi più profondo, la gerarchia vaticana via via accumulò su scala allargata un’enorme potere finanziario, fondiario e politico, anche grazie ad una burocrazia dotata di un discreto grado di centralizzazione ed efficacia, imperniata sulla “Camera Apostolica”.

“Dalla cancelleria, con i relativi uffici delle suppliche e dei sigilli pontifici, all’amministrazione giudiziaria guidata dal concistoro, che si svilupperà nei vari tribunali; dalla penitenzieria con il compito delle censure e dispense di matrimoni, che avrà sviluppo nella Sacra Rota, alla Camera Apostolica, sulla quale fa essenzialmente perno tutta la Curia, ridefinita su quella del 1159 ed equiparata a un ministero delle finanze  della Santa Sede, con il Tesoriere che cura la gestione amministrativa e il camerario con funzioni che lo faranno gradatamente qualificare come segretario di Stato. E’ il centro vitale dei membri della santa casta.

Grazie a questa Camera apostolica la Curia appare in effetti una vera e propria macchina di riscossione di emolumenti in continua evoluzione. Tale risulta registrata peraltro nel Liber taxarum Camerae Apostolicae, che riguardavano prima di tutto le tasse prelevate ai vescovi per la loro nomina e consacrazione, nonché le gratifiche che vescovi e abati devono al personale di corte. E poi le decime, le annate, le procurazioni, i diritti di spoglia, ovvero di saccheggio della casa di un vescovo morto, i sussidi caritativi, i censi. Infatti Giovanni XXII, soprannominato “papa banchiere”, con la costituzione Ex debito stabilisce che siano oggetto di riserva pontificia tutti i benefici perduti dai loro titolari per deposizione, privazione, rinuncia o transazione ad altro beneficio. Ai  frutti di questi balzelli vanno aggiunte le rendite provenienti dai feudatari della Chiesa in Italia, come gli Este, i Della Scala, i Visconti, per un totale di 23.000 fiorini annui, nonché l’Obolo di San Pietro, imposta diretta raccolta in Inghilterra, Danimarca, Svezia, Norvegia, Polonia, Boemia, Croazia, e Dalmazia.

Tutta questa ricchezza è naturalmente difficile da valutare, ma ci si può fare un’idea di quanto riesce ad accumulare nel suo pontificato Giovanni XXII che, stando a quanto riferisce il cronista Giovanni Villani, lascia alla sua morte più di 18 milioni di fiorini d’oro, oltre a 7 milioni in oggetti preziosi; ma in eccesso Galvano Fiamma parla di 22 milioni di fiorini, e in difetto Mattia di Neunburg di 17 milioni. In ogni caso cifre enormi, il cui utilizzo è finalizzato non solo alla costruzione del palazzo, ma anche all’arredo delle stanze, al vestiario e il mantenimento della vita di corte tra feste e banchetti, e non più di tanto al cerimoniale religioso e alle opere di beneficenza.[8]

La tradizionale alleanza tra “trono ed altare”, la tradizionale ed indiscutibile scelta di campo compiuta dalle alte gerarchie cattoliche a favore  dei rapporti di produzione classisti venne ulteriormente accentuata dalla vocazione predatoria ed imperialista espressa chiaramente dal Vaticano, proprio a partire da papa Urbano II e dall’undicesimo secolo.

Le famigerate “crociate”, promosse carsicamente per tre secoli dal mondo occidentale sia contro quello arabo che contro quello slavo, videro infatti impegnate in prima persona il Vaticano, in qualità di loro principale forza propulsiva sul piano ideologico-culturale (“Dio lo vuole”) e di attivo finanziatore/organizzatore di molti dei massacri e dello sfruttamento colonial-feudale che le spedizioni imperialiste occidentali portarono, con la “critica delle armi”, in Medioriente, nei paesi baltici e nell’area slava.[9]

Proprietà su larga scala di terre e servi della gleba/coloni; una zona geopolitica a sua disposizione; un’organizzazione centralizzata e ramificata su scala europea, ma non solo: proprio a partire dai secoli in via d’esame, e più precisamente dal 1184, l’alta gerarchia si costruì anche un altro potente strumento di pressione.

Per aggiungere altra carne al fuoco, purtroppo non solo in senso metaforico, il Vaticano affrontò infatti tutta la serie di eresie che sfidavano la sua egemonia durante i quattro secoli in oggetto con una feroce repressione, quasi sempre in simbiosi con gli apparati statali “laici”, guidata e diretta dal nuovo strumento repressivo dell’inquisizione, dotato di una efficiente rete di prevenzione, indagine e controllo che si estese via via a quasi tutta l’Europa cattolica, dalla regione boema fino ad arrivare alla penisola iberica.[10]

L’inquisizione si lasciò via via alle spalle decine di migliaia di morti fin dalla sua fondazione, avvenuta nel 1184 al concilio di Verona e battezzata dalle auguste presenze dell’imperatore Federico Barbarossa e di papa Lucio III, venendo via via perfezionata da papa Innocenzo III durante l’orrendo sterminio dei catari in Linguadoca: essa venne autorizzata formalmente, fin dal 1252, ad utilizzare la tortura durante i suoi spietati interrogatori degli eretici, reali o presunti, ed in seguito delle “streghe”, delle donne che seguivano riti pagani nelle campagne europee.

Per quanto riguarda invece la chiesa ortodossa, staccatasi anche formalmente da quella romana nel 1054, con i suoi ricchi monasteri e chiese rimase la più grande proprietaria di terre e di rendite fondiarie nei Balcani durante quasi tutto il periodo in esame, almeno fino all’estensione progressiva dell’invasione turca nell’Europa meridionale.

Ma, a differenza della sua “sorella-nemica” cattolica,  l’alta gerarchia ecclesiastica bizantina rimase quasi sempre sotto il diretto controllo politico degli apparati statali di Costantinopoli, tanto che il fenomeno del cesaropapismo continuò a contraddistinguere la sua essenza più profonda, fino al disastro del 1453 ed alla conquista di Bisanzio da parte dell’impero ottomano.[11]

Sul piano della “dottrina sociale” della Chiesa cattolica, basta solo ricordare che il più famoso teologo del Medioevo, Tommaso d’Aquino, non solo giustificava come Agostino il mantenimento della schiavitù, ma collocava altresì i salariati “tra i miseri e la gente sozza” sostenendo che a nessuno era lecito andare oltre la propria condizione.

L’esperienza religiosa vissuta nel mondo occidentale durante i quattro  secoli in esame non mostrò, per fortuna, solo il volto sanguinario e classista/imperialista della chiesa neocristiana, nelle sue due principali sezioni: la “linea rossa” religiosa in Europa occidentale infatti emerse carsicamente fin dall’anno mille sia nel tessuto sociale rurale che in quello urbano, a partire dall’Italia e dalla Francia.

Quasi all’inizio del secondo millennio della nostra era, tra il 1018 ed il 1024 si sviluppò infatti l’eresia comunista di Monforte, partendo dalla figura carismatica di un nobile (Gerardo da Monforte) che, con eccezionale altruismo, scelse di “tradire” la propria classe di appartenenza e di fondare nel proprio territorio una comunità fraterna di liberi ed eguali, riprendendo l’originario messaggio di comunione dei beni lanciata dal grande falegname di Nazareth e del paleocristianesimo.

Come ha notato C. Violante, velatamente ostile a tutte le eresie medioevali, “a fianco di persone nobili e colte, una folla di rustici”, (i contadini sfruttati) “partecipava all’eresia di Monforte. In questa dottrina c’erano altri elementi che non potevano non sembrare suggestivi alle masse rurali: comunione di beni, negazione della gerarchia ecclesiastica, numerosa e stabile sostituita da Majores” (sacerdoti) “dediti alla preghiera perpetua e da un pontefice (vescovo?) errante. Ma soprattutto la predicazione degli eretici di Monforte si ispirava ai principi d’un moralismo radicale e d’un pessimismo estremo destinati a raccogliere consensi tra le plebi esaltate: il disprezzo della croce, l’interdizione dei rapporti sessuali anche nel matrimonio, il rifiuto di cibarsi di carne, l’idea di una morte violenta per martirio”.[12]

La “Comune” di Monforte riuscì ad allargare il suo consenso anche tra i contadini lombardi ed i lavoratori urbani di Milano, tanto che solo la repressione statale ed ecclesiastica riuscì a fermare la crescita impetuosa nell’Italia settentrionale della contro-chiesa di Monforte, probabilmente già influenzata dal catarismo e che non a caso già adottava il rito del consolamentum, tipico della controchiesa eretica.

Gli splendidi comunisti di Monforte vennero sconfitti dalla sanguinosa “mini-crociata” promossa dall’alleanza tra apparati statali laici e chiesa cattolica, ma prima della loro fine – con i soliti roghi dei “sovversivi” – essi riuscirono ad attrarre la simpatia di alcuni settori dei “rustici” delle campagne e dei lavoratori salariati della stessa città milanese, che in seguito parteciparono attivamente al  movimento  patarino.[13]

La stessa matrice anticlassista si ritrova anche nell’esperienza di Arras, nella Francia settentrionale, dove nel 1024 vennero scoperti e distrutti con i soliti metodi – tortura e roghi – alcuni gruppi di eretici prevalentemente di origine popolare, che predicavano il ritorno dell’originaria purezza e povertà sia della chiesa che della società neocristiana e feudale, entrando subito in rotta di collisione con le sue strutture dominanti della società feudale del tempo, sia in campo politico che socioproduttivo. [14]

Anche il movimento patarino, sviluppatosi a Milano ed in Lombardia già durante la prima metà dell’undicesimo secolo, contenne al suo interno alcuni elementi della “linea rossa” religiosa, mischiati tuttavia e connessi indiscutibilmente con la fede sincera e la lealtà che sia il leader che i seguaci del movimento mostrarono nei confronti della chiesa cattolica, presa nel suo insieme.

La Pataria (etimologia derivata dalla parola “straici”, visto che gli adepti patarini vennero spesso definiti dai loro ricchi avversari come straccivendoli/straccioni) prese origini dalla reazione espressa da una sezione consistente del basso clero e della nascente borghesia, ma soprattutto dalle masse popolari di Milano, contro la simonia dominante nell’alta gerarchia ecclesiastica.

Le tensioni sociopolitiche nell’area, già latenti da alcuni decenni, esplosero nel 1045 “con l’elezione ad arcivescovo di Milano di Guido da Velate (1045-1071), successore di un personaggio già molto discusso, come Ariberto da Intimiano.

Quest’ultimo, un “uomo molto potente e influente, che aveva interpretato alla lettera il suo ruolo di feudatario, era stato il signore assoluto della città e di un vasto territorio che si estendeva sulla Lombardia, Piemonte, Liguria e parte dell’Emilia. Ariberto lottò tutta la vita per mantenere l’autonomia dall’impero, da una parte, ma anche per tenere soggiogati i valvassori, i nobili minori, dall’altra.

Fu la crescita di importanza di questi ultimi, ma soprattutto della nascente borghesia, a creare una nuova esigenza di maggiore uguaglianza tra i ceti e di più onestà e moralità nel clero. Queste esigenze fecero si che, alla morte di Ariberto nel 1045, il clero milanese proponesse all’imperatore Enrico III, detto il Nero (1017-1056), controllore delle elezioni vescovili dell’impero e perfino di quelle papali dell’epoca, quattro candidati, onesti e virtuosi: Anselmo da Baggio Landolfo Cotta, Attone e Arialdo da Carimate, per la successione al seggio di arcivescovo di Milano.

Tuttavia, l’imperatore, disattendendo le aspettative dei milanesi e in contrasto con la tradizione di una nomina, di fatto, autonoma, decise appunto di nominare Guido da Velate, uomo corrotto e simoniaco, che portò il livello di reputazione dell’arcivescovado di Milano ai minimi storici. Grande scandalo, per esempio, suscitava la pratica, nota come nicolaismo e alquanto diffusa all’epoca di Guido, dei religiosi, che vivevano palesemente in concubinato con donne.

Come reazione a questa corruzione dilagante, si formò quindi il movimento riformatore dei patarini, che coinvolse, a vario titolo, tutti i candidati citati, ma che vide soprattutto emergere la figura di Arialdo da Carimate e, in tono minore, quella di Landolfo Cotta.

Per quanto concerne un altro dei capi storici del movimento, Anselmo da Baggio, l’imperatore cercò di spezzare l’unità dei patarini, nominandolo vescovo di Lucca e quindi allontanandolo da Milano: tuttavia Anselmo sarebbe poi diventato Papa Alessandro II (1061-1073) ed avrebbe ancora più autorevolmente appoggiato il suo ex movimento.

Nel frattempo, a Milano Arialdo e Landolfo avevano incitato con successo la popolazione a rifiutare i sacramenti dai sacerdoti corrotti e nicolaiti, riportando di attualità un atteggiamento, che ricordava quello degli intransigenti del III e IV secolo: Novaziano, Melezio di Licopoli e Donato di Numidia. La reazione dell’arcivescovo Guido non si fece attendere e, prendendo a pretesto dagli scontri armati fra opposte fazioni, esplosi il 10 maggio 1057 durante una processione, egli scomunicò sia Arialdo che Landolfo”.[15]

Tuttavia il papato stesso, uscito dalla fase egemonizzata da papa Benedetto IX (l’unico che aveva regnato per tre pontificati, nel 1032-1044, nel 1045 e nel 1047-1048)  era percorso da correnti riformatrici, ad incominciare già da Papa San Leone IX (1049-1054), il quale aveva condannato il concubinato e la simonia dei preti nel 1050. Pertanto Landolfo Cotta cercò di recarsi a Roma per perorare la causa dei patarini presso Papa Stefano IX (1057-1058), ma fu intercettato presso Piacenza dai sicari dell’arcivescovo e quasi ucciso; morì invece nel 1061, in seguito alle ferite inferte da un religioso, sicario prezzolato in un ulteriore imboscata.

Allora, Arialdo stesso decise “di invocare l’aiuto di Stefano IX, ma fu solo il papa successivo, Niccolò II (1059-1061), ad inviare nel 1060 una delegazione, capitanata da Pier Damiani e da Anselmo da Baggio, allora vescovo di Lucca. Pier Damiani riuscì con un abile discorso a riportare temporaneamente la calma in città, ma le tensioni non erano certo sopite. Nel 1061, in seguito alla morte di Landolfo Cotta, Arialdo associò al movimento Erlembaldo fratello di Landolfo e nuovo capo militare dei patarini. Nello stesso anno era salito al trono di Pietro, Anselmo di Lucca, con il titolo di Papa Alessandro II, il quale consegnò nella primavera del 1066 ad Erlembaldo il vexillum Petri (il vessillo di S. Pietro) e due bolle pontificie di richiamo al clero milanese e di scomunica di Guido da Velate. Tuttavia, in seguito ai durissimi scontri del 4 Giugno 1066, quando furono feriti sia Erlembaldo e Arialdo, che Guido stesso, quest’ultimo reagì lanciando l’interdizione su Milano, finchè Arialdo fosse rimasto in città.

Era una trappola mortale, nella quale Arialdo purtroppo cadde: uscito dalla città venne tradito da un prete di S. Vittore all’Olmo, vicino a Milano, e catturato dalle guardie di Donna Oliva, nipote di Guido, che lo portarono per interrogarlo nel castello di Arona, sul Lago Maggiore.

Da qui Arialdo fu successivamente portato su un isola del lago, dove, secondo il suo biografo Andrea di Strumi, egli fu torturato orrendamente da due chierici, i quali lo mutilarono delle orecchie, naso, occhi, mano destra, piedi, genitali e lingua, e, una volta morto, lo gettarono nel lago, appesantito da alcuni massi, nel giugno 1066”. [16]

Tra il 1067 ed il 1076 la lotta su larga scala tra patarini ed i loro avversari feudali continuò senza sosta, terminando solo con l’uccisione di Erlembardo nel 1076 e con la successiva decisione di papa Urbano II (il promotore della prima crociata contro il mondo arabo) di ammettere anche la validità dei sacramenti impartiti da preti simoniaci o corrotti. In forme semiclandestine ed assumendo progressivamente caratteristiche sempre più simili all’eresia catara, il movimento patarino tuttavia riuscì a riprodursi ancora per più di un secolo, venendo perseguitato apertamente come setta eretica da papa Lucio III già nel 1185.

Tra i lati positivi e liberatori della pataria vi è in primo luogo la feroce denuncia delle condizioni di profondo degrado della chiesa feudale del tempo, a partire dalla simonia dell’apparato ecclesiastico e dalla corruzione dei suoi più alti vertici, unita indiscutibilmente dalla richiesta (semieretica nei fatti, se non nelle intenzioni dei leader patarini) di una chiesa che finalmente tornasse alla povertà ed al rifiuto dei beni materiali, tipico di gran parte del periodo paleocristiano.

In uno dei primi discorsi tenuto da Arialdo al popolo milanese, quest’ultimo condannò duramente il clero locale perché in una gran parte dedito alla “caccia al vino” ed all’usura e propose l’alternativa ascetica, la via sovversiva (nei fatti, se non nelle intenzioni di Arialdo) dell’imitazione dei primi apostoli e della loro condotta di vita da parte dell’apparato ecclesiastico.[17]

Sempre nel famoso sermone “programmatico” di Arialdo, egli citò esplicitamente anche il discorso della montagna di Gesù ed il famoso detto in esso contenuto sui “beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli”. Anche lo storico G. Miccoli è stato costretto a notare, a proposito di questa precisa scelta di campo di Arialdo, che l’“abile scelta di questi motivi evangelici schiettamente pauperistici offre ad Arialdo facile gioco polemico nel confronto con gli ideali di vita del clero, che di Cristo dovrebbe essere il più stretto seguace: ricchezza di cose terrene, di casse e torri opulente, di onori, e vesti delicate, e chi più ne possiede più si ritiene felice. Come laici conducono spose, come “celeste laici” perseguono ogni sorta di impurità, tanto più facilitati in questo dall’essere liberi da ogni fatica terrena, “vide licet viventes de dono dei”. Contraddizioni di vita tanto più gravi se si considera che la purezza che il Cristo richiede ai suoi ministri è tale da fargli condannare come “scelus stupri” anche il solo peccaminoso pensiero di esso (Mt V 28)”.[18]

Anche la progettualità espressa dal movimento patarino nei confronti della riforma della chiesa erano contraddistinti da una matrice allo stesso tempo ascetica e criptocomunista.

Per Arialdo ed i suoi seguaci, la “vita canonica” ideale da promuovere all’interno dell’apparato ecclesiastico doveva fondarsi su una “vita strettamente in comune, recita frequentemente dell’ufficio, osservanza del silenzio e a mensa una “sancta lectio” (ossia: la lettura di testi apologetici o edificanti); ma soprattutto pratica della povertà e della rinuncia a beni propri: “omnes de una arca vivere coguntur” affermò Andrea da Bonizone, caratterizzando la vita canonica sorta a Milano come condotta da “clerici… nihil possidentes”. Lo “stacco dalle consuetudini di vita del clero milanese non poteva essere più violento; e la richiesta di una più affinata moralità nei pastori trovava la sua formula solutiva nella scelta di uno stato di povertà, primo e più vero indice di una personale rinuncia al mondo. Solo su questo piano si rendeva nuovamente possibile un contatto apostolico con il mondo dei fedeli, lo svolgimento di un’opera di predicazione che venisse accolta”.[19]

Rinuncia ai beni terreni da parte del clero, esaltazione della pratica della povertà come ideale evangelico valido per tutti, “vita strettamente in comune”: si tratta di temi centrali nella narrazione evangelica e di larga parte del paleocristianesimo pre-311, ma che usati dai patarini assunsero subito una diretta ed immediata carica eversiva, proprio perché posti a confronto con la pratica concreta di quella chiesa neocristiana e feudale che, in quel tempo, possedeva buona parte delle proprietà o delle vendite fondiarie dell’Europa e dell’Italia.

Certo, i patarini non erano dei rivoluzionari nelle loro intenzioni soggettive  e si posero sempre in qualità di difensori della “vera chiesa” e come fedeli cattolici, ma la loro pratica concreta  risultava sia antifeudale che pauperistica, antagonista in ogni caso  nei suoi risultati concreti rispetto alla “linea nera” ed ai rapporti sociali di produzione classisti.

Non fu certo per caso che Arialdo finì torturato a morte da “due chierici”, che Erlembaldo venne ucciso dal “partito clericale” e che il movimento patarino venne infine scomunicato dal Vaticano, anche se a grande distanza di tempo dalla durissima e lunga lotta del 1054/1075. In altri termini, essi furono “eretici contro la loro volontà” e cattolici sinceri costretti all’eresia ed alla lotta antifeudale (e pauperistica) dalle stesse condizioni storiche generali nelle quali si trovarono ad operare: nel corso del dodicesimo secolo, la loro tenace resistenza e la loro riproduzione storica in Lombardia assunse inoltre anche sul piano soggettivo un’evidente coloritura eretica.

La “linea rossa” in campo religioso venne almeno in parte ripresa, seppur coesistendo con l’accettazione (informale) di una parte delle relazioni sociali di produzione/distribuzione di quel periodo, dalla grande eresia catara.

I catari costituirono per circa tre secoli gli stretti “cugini“ occidentali del fenomeno bogomilita descritta in precedenza, con una forte e comune derivazione marcionita. Come i loro confratelli eretici dell’impero bizantino, i catari:

–          ammettevano come unica preghiera il Padre Nostro

–          consideravano le chiese ufficiali come dei “templi di idolatria”

–          rifiutavano la venerazione della croce

–          avevano i loro stessi giorni di digiuno: lunedì, mercoledì e venerdì[20]

–          rifiutavano sia il matrimonio che la procreazione, visti come una vittoria della materia sullo spirito

–          avevano una gerarchia interna basata sui “perfetti”, denominati da entrambi i movimenti anche come “buoni cristiani” ed “i giusti”, che si distingueva dai credenti “normali”

–          disprezzavano l’Antico Testamento, ritenuto generalmente “come l’opera di Satana”[21]

–          ritenevano che Satana avesse creato il mondo, e ne fosse il signore indiscusso

–          erano docetisti, negando che Cristo avesse un corpo

–          reputavano che Satana avesse (invano) per trent’anni cercato di animare il corpo materiale di Adamo

–          ritenevano che Satana fosse più potente di Cristo almeno nel nostro (triste) mondo terreno

–          applicavano il rito fondamentale del consolamentum, tra benedizione speciale offerta dai “perfetti” ai credenti catari (e bogomili) in punto di morte.

Sul piano teologico, invece, i catari si differenziavano dai loro cugini orientali per l’esistenza di una forte struttura gerarchica al loro interno, con un contro-episcopato nel quale agivano dei veri e propri vescovi catari eletti dai “perfetti”, mentre non avevano adottato le due cerimonie bogomile d’iniziazione dei fedeli, sostituendola con un solo rito d’iniziazione.[22]

Rispetto alla loro genesi, condividiamo l’ipotesi di Lambert per cui il catarismo occidentale sia nato proprio in oriente ed a Costantinopoli, per mano di mercanti occidentali che vi risiedevano per motivi di lavoro, attratti e convinti dalla predicazione clandestina del bogomilismo che si era diffusa a Bisanzio a partire almeno dal 960/970.

Tali (ignoti ed anonimi) mercanti rielaborarono parzialmente, su alcuni punti secondari, il messaggio religioso dei bogomili e tradussero la Bibbia dei loro “cugini” orientali in lingua latina, grazie alle competenze linguistiche (conoscenza del greco) acquisite in loco nell’impero bizantino: è sicuro infatti che i catari occidentali possedessero una propria “Vulgata” in latino del Nuovo Testamento  fin dalla prima metà del dodicesimo secolo, quando nell’Europa occidentale quasi nessuno parlava o scriveva in lingua greca né, tantomeno, era capace di effettuare delle traduzioni complesse.

Sempre da Costantinopoli, secondo la suggestiva tesi di Lambert, sarebbero partiti i missionari di nazionalità occidentale che “successivamente trasmisero l’eresia all’Occidente”: un altro dato di fatto della storia del catarismo è che prima del 1167 non si ha alcuna notizia di cittadini bizantini, di eretici, di stranieri e bogomili sorpresi a predicare in Europa occidentale, né alcuno di loro viene ricordato del resto dalle accurate cronache catare.[23]

Per quanto riguarda i tempi d’inizio del processo d’“esportazione” del catarismo in Occidente, a partire dal nucleo di immigrati di Costantinopoli, esso può essere datato all’incirca ai primi anni dell’undicesimo secolo, visto che già gli eretici di Monforte applicavano ai moribondi una sorta di “consolamentum”, toccando loro “la fronte ed il cuore secondo un rito molto simile a quello del consolamentum cataro”, come ha notato C. Violante, risultando inoltre convinti docetisti.[24]

Probabilmente fu l’ispirazione catara anche la setta dei “petrobrusiani” che, nel sudest della Francia, tra il 1100 ed il 1133 predicò una dottrina che contestava sia l’autorità della Chiesa cattolica che l’Antico Testamento. In ogni caso la predicazione catara prese nell’Europa occidentale un ritmo travolgente proprio a partire dal 1120/1130, iniziando a diffondersi capillarmente nella Francia  settentrionale, in Italia (a partire da Concorezzo, in provincia di Milano), in Germania (Colonia) e soprattutto in quella  che diventerà la roccaforte del catarismo, la Francia meridionale (Provenza e Linguadoca): non a caso i catari verranno chiamati anche albigesi, dal nome di una città celebre per l’alta percentuale di eretici.

All’inizio l’adesione al catarismo non venne da alcuna frazioni di nobili e borghesi della Francia meridionale, principalmente per un (sincero, ma conveniente) anticlericalismo.

“L’assenza di un sistema feudale sviluppato e di patrimoni molto estesi determinò la formulazione di una piccola nobiltà depauperata che concupiva le rendite ecclesiastiche; la mancanza di un’autorità  e le ruberie dei mercenari lavoravano contro gli interessi della Chiesa. I papi erano ormai abituati ad ascoltare le richieste di aiuto contro le usurpazioni dei poteri secolari provenienti dagli ecclesiastici di Linguadoca; nel XII secolo si abituarono ad ascoltare le denunce dei comportamenti crudeli dei mercenari e della minaccia dell’eresia. I movimenti ereticali delle origini in questa regione sembrano aver assunto la forma di anticlericalismo basato sui testi evangelici. Sia Pietro di Bruys sia il monaco Enrico trovarono largo ascolto nelle loro lunghe campagne di predicazione. Il biografo di Bernardo parla di un altro gruppo a Tolosa, che chiama “ariani”, che talvolta è stato identificato con i catari; purtroppo la documentazione in nostro possesso non ci dice con sicurezza null’altro.

E’ molto probabile che i primi catari siano penetrati in Linguadoca presentandosi come una Chiesa povera che non aveva grandi esigenze materiali, sfruttando in questo modo delle tensioni preesistenti tra ecclesiastici e nobili riguardo alla proprietà fondiaria, alle decime e alle rendite. Non vi fu alcun Anselmo d’Alessandria a raccogliere le più antiche memorie del catarismo in questa regione e la tradizione dei primi apostoli è scomparsa. Ma un indizio quanto alle modalità della loro penetrazione venne fornito qualche secolo dopo da Federico Visconti, arcivescovo di Pisa, quando predicò per commemorare san Domenico, rifacendosi a una fonte molto preziosa e altrimenti perduta, i racconti orali dei mercanti pisani che trasportavano lana e tessuti dalla Francia settentrionale ai porti del Mediterraneo dove venivano imbarcati per l’Italia. I primi catari, egli ricorda, influenzarono con notevole successo i nobili delle fortezze nelle regioni montuose attraversate dalle vie commerciali, che usavano depredare le carovane, esigendo salati pedaggi dai mercanti.

L’influenza dei perfetti segnò a tal punto questi rozzi guerrieri da indurgli a ridurre sensibilmente i loro ladrocini. Non riuscirono a influenzarli al punto da modificare i loro costumi sessuali, ma li persuasero almeno a non commettere adulterio con le donne sposate del luogo, riducendo così le faide tra le famiglie delle montagne. Gli abitanti delle regioni pianeggianti, più pacifici, rimasero impressionati da questo rapido successo delle élite catare e si disposero ad accogliere il loro messaggio …

Naturalmente i catari si avvantaggiarono di questi atteggiamenti anti-autoritari caratteristici del Mezzogiorno, che impedivano la repressione e davano ai prigionieri uno dei vantaggi più preziosi per un movimento religioso, il tempo, tempo per operare liberi da qualsiasi interferenza, per sviluppare contatti, per costruire legami familiari e convincere gli entusiasti da inserire tra i ranghi dei perfetti”.[25]

Il catarismo conobbe comunque in Francia un rapidissimo sviluppo di consensi anche tra le masse popolari della zona: uno dei nomi con cui la nuova eresia venne in seguito denominata era infatti “texevant” (tessitori), nome allora dispregiativo perché la pratica produttiva della tessitura rientrava tra le attività immorali (“inhonesta mercimonia”) che, nel dodicesimo secolo, erano vietate al clero cattolico.

Nel 1167 un personaggio carismatico di una delle diverse fazioni nelle quali si erano divisi i bogomili, Niceta, partecipò ad una sorta di concilio europeo dei catari tenutosi a St. Felix de Caraman, a sud di Tolosa, nel quale la chiesa catara francese e quella italiana aderirono sul piano dottrinale alla versione bosniaca della comunità eretica e crearono una precisa delimitazione territoriale delle diocesi catare, che sul suolo francese avrebbero mantenuto poi per più di un secolo.[26]

Fino al 1209 il catarismo riuscì ad acquistare un notevole consenso in ampi segmenti della Linguadoca, specialmente nelle zone montuose della Provenza, mentre chiese catare abbastanza solide continuarono ad esistere in quella fase anche in Italia, in Germania e nella Francia settentrionale.

Il declino del movimento iniziò con la feroce e spietata crociata che venne promossa contro di loro da papa Innocenzo III, con l’appoggio di nobili cattolici accorsi da tutta la Francia e quello (meno convinto) del conte di Tolosa Raimondo IV, finalizzato anche a sconfiggere il suo rivale Raimondo Ruggero, visconte di Beziers: iniziarono ben presto feroci massacri su vasta scala in Linguadoca, i quali spesso coinvolsero anche la popolazione cattolica (ma attaccata alle sue tradizionali autonomie locali) della zona.

“Nel luglio del 1209 l’esercito crociato attaccò una delle principali città del visconte Beziers; Raimondo Ruggero si rese conto di non poterla difendere con le sue sole forze e chiese ai cittadini di resistere mentre egli andava a Carcassonne.

La popolazione di Beziers era compatta; nel 1205 il vescovo si era rifiutato di imporre l’abiura dell’eresia ai consoli e ora si spinse fino a trattare promettendo che gli abitanti avrebbero avuto salve la vita e i beni se fossero stati consegnati gli eretici manifesti.

I cittadini di Beziers rifiutarono e tentarono una sortita; inaspettatamente il contrattacco da parte di un reparto della fanteria assediante riuscì a spezzare le difese della città.

Ad Arnaud Amaury, in quanto legato papale e capo spirituale al seguito dell’esercito crociato, venne chiesto che cosa fare con gli abitanti; rispose, secondo una tradizione testimoniata dal cronista cistercense Cesario di Heisterbach, “Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”; non è escluso che Amaury abbia davvero pronunciato queste parole, che riecheggiano peraltro la seconda epistola di Paolo a Timoteo, dove si affronta la questione dell’eresia, e dove la Glossa ordinaria vedeva un riferimento alla predestinazione. Beziers era tollerante, una città orgogliosa con un forte sentimento di indipendenza.

In effetti, è probabile che gli eretici o i simpatizzanti fossero meno del dieci per cento della popolazione. Il massacro sortì effetti notevoli. Narbona si arrese poco dopo e così alcune piccole roccaforti  che avrebbero potuto disturbare l’avanzata dell’esercito crociato verso Carcassonne. Lì gli effetti del caldo  e delle malattie uniti alla consapevolezza della sorte patita da Beziers minarono il morale.

Quando era stata negoziata la resa, a Raimondo Ruggero era stato concesso un salvacondotto; i crociati però non tennero fede agli impegni; il visconte venne imprigionato per morire poco dopo, forse di dissenteria. Di fronte alla crudeltà dei capi crociati si arresero altre città”.[27]

All’orrenda strage di Beziers seguirono altri lunghi anni di spedizioni militari dei “crociati” contro le roccaforti catare della zona, accompagnate dall’uccisione periodica sul rogo dei “perfetti” e dei credenti catari che scelsero con eroismo di non abiurare la loro fede.

Alla repressione militare ed ai roghi si aggiunse anche l’opera dell’Inquisizione: fin dal 1231 papa Gregorio IX, assegnò ai frati domenicani le funzioni di spie anti-eretiche con il potere anche di comminare le pene, ma a volte soprattutto al ruolo di individuare gli individui sospetti e di trovare con ogni mezzo (ivi compreso la tortura) le prove della loro colpevolezza.

L’effetto combinato delle diverse forme di repressione e di nuovo attivismo della chiesa cristiana in Provenza, specialmente nel settore delle opere caritative  a favore dei poveri, provocarono il lento declino del movimento, aggravato dalla caduta della loro storica roccaforte di Montsegur (1243/1244) e dall’uccisione simultanea sul rogo di circa duecento “perfetti” e fedeli credenti catari.

Anche dopo il tragico 1244, in ogni caso, il movimento cataro riuscì a riprodursi in Francia fino al 1310 quando vennero bruciati sul rogo gli ultimi eroici “perfetti”, i fratelli Pierre, Jacques e Guillome Autierre ed Prades Tavernier, fuochi che accompagnarono la campagna antiereticale che nel giro di un decennio avrebbe distrutto l’intera chiesa ereticale, all’inizio del quattordicesimo secolo forte ancora del sostegno di almeno un migliaio di credenti.[28]

Nell’Italia settentrionale, dopo la strage orrenda e la morte sul rogo di circa duecento catari appartenenti alla forte comunità di Sirmione (1278), il movimento ereticale riuscì a sopravvivere faticosamente per un altro secolo nelle Alpi Cozie (odierna provincia di Cuneo) almeno fino al 1387/89, quando vennero arrestati i capi delle ultime comunità alpine catare, Antonio di Galosna e Giacomo Bech.[29]

Sul piano della scelta di campo rispetto alle relazioni socioproduttive, la controchiesa catara rimase sempre molto rigida nel rifiutare qualunque legittimità al pagamento delle decime e delle imposte a favore della chiesa cattolica, dato che esse sostennero ininterrottamente che essa “era la Chiesa maligna di Satana, immersa nel mondo materiale,  ed era un dovere non sostenerla”.[30]

Il rigetto di un’architrave importante del sistema feudale, oltre ad avere forti e consolidati motivi ideologici, come si è già notato guadagnò al catarismo una simpatia diffusa anche in sezioni relativamente estese della nobiltà impoverita della Provenza e della borghesia francese ed italiana, spinte via già allora ad un anticlericalismo latente anche da precise ragioni economiche. In secondo luogo i catari accolsero sempre nella loro gerarchia interna le donne, che arrivarono addirittura a formare quasi la metà dei “perfetti” e dell’élite della religione alternativa: secondo un documento dell’Inquisizione, nel corso del tredicesimo secolo su 719 perfetti nazionali “318 erano donne, poco meno del 45%”, mentre al livello dei semplici credenti la percentuale scendeva a poco più di un quarto.[31]

Lambert ha forse ragione quando sottolinea che anche allora “la donna media si lasciava spaventare dalle concezioni catare profondamente ostili alla procreazione”, ma in ogni caso ha  ammesso che “è chiaro che la concezione negativa della sessualità” (tipica anche di marcioniti, pauliciani, bogomili e … catari) “non era di ostacolo alle donne nel raggiungere il rango di perfette. Inoltre, il catarismo esercitava su alcune donne un fascino che il cattolicesimo non aveva; in parte, forse, a causa del rispetto di cui le perfette erano circondate, o della vita relativamente più libera che si poteva condurre nelle case delle perfette …”.[32]

Ma l’elemento principale si ritrova nel fatto che l’organizzazione interna dei perfetti era impostata su un rigoroso ascetismo sull’assenza di proprietà privata e sull’obbligo rigoroso del lavoro per tutti i componenti dell’apparato ecclesiastico cataro, ivi compresi diaconi e vescovi.

I perfetti dovevano lavorare per vivere, seguendo alla lettera il testo paolino sul “chi non lavora, non mangia”: ad esempio il sacerdote Pierre de Gramarie, che predicò nel tredicesimo secolo, “conobbe l’eresia lavorando in un laboratorio di perfetti a Fanjeaux, dove ascoltò la loro predicazione… Bernard de Villenueve apprese sia la fede degli eretici che la tessitura da due perfetti con i quali visse per un anno a Laurac”.[33]

Spesso era la stessa organizzazione catara ad aprire piccole officine al fine di consentire ai perfetti di lavorare in una sorta di relativa autonomia ed autogestione, potendo allo stesso tempo continuare la loro predicazione: in ogni caso la vita quotidiana della gerarchia catara era particolarmente dura ed ascetica.

Infatti i perfetti non potevano consumare carne ed alcolici, oltre ad essere obbligati a lunghi digiuni periodici ed al rito mensile dell’apparellamentum, una sorta di confessione collettiva dei perfetti guidati di regola da un diacono, più raramente da un vescovo: i credenti normali, la grande maggioranza, “erano edificati osservando i perfetti che lottavano contro le tentazioni della carne e facevano penitenza”[34], ed a volte i loro sacerdoti portarono fino alle estreme conseguenze il rifiuto radicale del corpo e della materia con il rito dell’endura, dell’astinenza totale dal cibo e dall’acqua fino alla morte.

Ad aggravare maggiormente la condizione materiale degli ecclesiastici catari, specialmente dopo il 1208, vi erano le continue persecuzioni a cui essi andavano incontro e che spesso li costringevano ad una vita clandestina nei boschi della Linguadoca: anche quando non dovettero affrontare torture e morte sul rogo, di frequente i perfetti vivevano braccati come fuorilegge e dipendevano dall’aiuto materiale e finanziario procurato loro volontariamente, e di regola con grande generosità, dalla massa dei credenti e dei simpatizzanti catari.

“I catari erano più popolari dei cattolici perché non esigevano le decime. Erano una Chiesa a buon mercato: le offerte erano volontarie, e venivano elargite volentieri dato il rispetto di cui godevano i perfetti. Qui va vista un’analogia con gli ordini mendicanti, sebbene, in contrasto con la pratica dei francescani, i perfetti non chiedessero l’elemosina; era semplicemente risaputo che avevano bisogno d’aiuto”.[35]

Ascetismo, povertà e lavoro, oltre ovviamente ad un’eroica opera di predicazione dei loro ideali religiosi costituirono il dna dell’apparato ecclesiastico cataro, distante anni-luce dai vertici ecclesiastici con le loro terre, rendite fondiarie, vita agiata e consumi di lusso.

Ma la “linea rossa” nel catarismo era mischiata, connessa ed unita indissolubilmente alla riproduzione al suo interno della “linea nera”, che si espresse con l’accettazione generalizzata del fenomeno per cui i semplici credenti, i “non-perfetti” potevano continuare a mantenere le loro posizioni sociali privilegiate, quando essi facevano parte delle classi dominanti nelle aree geopolitiche (Francia ed Italia principalmente) in cui il catarismo si era via via diffuso, imitando anche in questo i loro cugini “bogomili”.

Tra le loro fila si contò quasi sempre, fino al periodo della tarda decadenza, una frazione abbastanza consistente della piccola nobiltà e della borghesia europea in via di sviluppo, proprietari fondiari ed usurai, notai e possidenti. Ad esempio tra i componenti delle comunità eretiche di Orvieto, nel corso del tredicesimo secolo “vi erano alcuni, forse otto, prestatori di denaro, tre dei quali ??sparavano?? su larga scala, le case di alcuni eretici facoltosi vennero demolite: tra esse quelle di Bivenio Blasii, che possedeva anche una torre fortificata e armata per resistere all’inquisitore”.[36]

Sempre ad Orvieto anche Simeone Lanarolo, il proprietario di una grande manifattura di lana, era diventato un fedele cataro: ed ai Simeone Lanarolo di turno, ai numerosi credenti catari appartenenti alle classi privilegiate (nobili o borghesi) non venne mai richiesto di abbandonare i loro beni per aderire al movimento eretico, di rinunciare ai loro privilegi e di condividere le loro ricchezze con i loro correligionari di ogni condizione sociale.

Nel movimento cataro esisteva di regola una diffusa complicità e fratellanza, ma i ricchi rimanevano e conservavano il loro status sociale privilegiato, come del resto avvenne anche nelle chiese paleocristiano all’inizio del secondo secolo della nostra era: l’appoggio fornito all’eresia occidentale da una sezione delle classi dominanti, e specialmente dell’aristocrazia della Linguadoca, era stata sicuramente molto utile alla contro chiesa catara anche dal punto di vista del flusso di aiuti materiali e finanziari, ma l’aveva anche costretta a una serie di compromessi parziali con il “mondo terreno creato da Satana”, per usare la loro terminologia, in modo tale che gli eroici ed ascetici “perfetti” coesistevano all’interno del movimento con gli aristocratici provenzali, che avevano abbandonato il cattolicesimo ma non certo le loro proprietà ed i loro privilegi sociali.

La “linea nera” si manifestò del resto in forze anche all’interno del bogomilismo, degli stretti “cugini” dei catari all’interno dell’impero bizantino.

Mentre gran parte del movimento venne distrutto sia dalla repressione dell’apparato statale che dall’ondata di nazionalismo anti-occidentale che pervase anche le masse popolari dell’impero, dopo il 1204 e la conquista di Costantinopoli da parte dei crociati occidentali e del neo-imperialismo veneziano, in Bosnia alcuni feudatari dell’area bosniaca aderirono al nuovo culto, ma ovviamente non cambiarono praticamente nulla nei rapporti di produzione classisti dominanti nella zona. Va in ogni caso notato come sia stata demolita la tesi, in precedenza egemone, secondo la quale il bogomilismo era diventata “religione di stato” in Bosnia a partire dal 1202/1204, sotto il suo sovrano Kulin.[37]

Se una porta si chiudeva nell’Europa orientale, tuttavia altre si aprivano nel processo di sviluppo europeo  della tendenza anticlassista in campo religioso: infatti una sezione importante dell’esperienza complessiva della chiesa valdese acquisì e mantenne per secoli, fin dal suo primo atto costitutivo, una matrice comunista ascetico-religiosa.

Pietro Valdo (o Valdesio) era un ricco mercante di Lione che, attorno al 1175/1176, decise di autotrasformare radicalmente la sua esistenza di prospero possidente donando tutti i suoi beni ai poveri ed al monastero di Fontevyault ed iniziando a diffondere il Vangelo nella sua tendenza principale, già analizzata in precedenza, contraddistinta dalla scelta preferenziale a favore dei poveri (“beati i poveri …”) e dalla parallela ostilità del processo di accumulazione delle ricchezze (il sopracitato “guai a voi, ricchi …) contenuto esplicitamente nel discorso  della Montagna.

Infatti il nucleo della predicazione di Valdo era costituito dall’assunzione, come elemento centrale e positivo, della povertà evangelica intesa in qualità di modello di vita, da praticare sia individualmente che collettivamente per poter seguire realmente e concretamente le orme di Gesù e l’insegnamento del grande falegname di Nazareth. Non a caso Valdo, all’inizio della sua radicale trasformazione personale, venne particolarmente colpito da un passo famoso dei Vangeli (Matteo, 19, 21) nel quale Gesù disse al giovane ricco “se vuoi essere perfetto, va, vendi tutto quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”: il mercante lionese passò dalle parole alla pratica e, con tale atto materiale, costruì l’imprinting originario del movimento valdese.

A differenza dei catari, inoltre, l’ascetismo fraterno doveva essere diffuso e condiviso da tutti i cristiani, senza distinzione tra la massa dei credenti ed i sacerdoti, riprendendo l’esperienza di comunione dei beni tipica delle prime comunità cristiane e rimasta centrale negli ebioniti, come si è già visto in precedenza: Valdo ricoprì a modo suo sia la forza liberatoria del lato principale del primitivo messaggio cristiano, che il suo carattere intrinsecamente antagonista rispetto ai rapporti di produzione/distribuzione classisti, anche se per una lunga fase cercò di non scontrarsi apertamente con la chiesa cattolica e le sue opposte, spietatamente classiste, dinamiche di sviluppo.

Valdo come Marcione e Gerardo di Monforte (e Francesco d’Assisi, in seguito). “Traditori” della loro classe di provenienza che adottarono invece il modello della condivisione fraterna dei beni e delle condizioni di vita, rifiutando radicalmente e con l’esempio personale (il dono spontaneo delle loro ricchezze personali) il processo di accumulazione dei mezzi di produzione/fondi di consumo rivolto a vantaggio di una ristretta minoranza degli esseri umani. Comunisti, in estrema sintesi: di matrice religiosa ed ascetico-populista, estremamente diversa quella marxiana (ateismo e socialismo dell’abbondanza), ma comunisti proprio a partire dalla loro radicale scelta di abbandonare tutte le loro ricchezze.[38]

Come avvenne per i montanisti, i marcioniti ed i catari, il messaggio neo-evangelico non conosceva distinzioni di sesso visto che anche le donne, secondo l’illuminata concezione di Valdo, potevano predicare e, dopo la rottura con la chiesa cattolica, diventarono di frequente sacerdotesse della nuova contro-chiesa eretica: ma soprattutto il valdesismo coinvolse  col tempo la “piccola gente” e le masse popolari sfruttate, a partire dai contadini, come fu costretto ad ammettere anche lo storico anticomunista H. Grundmann.[39]

La predicazione di Valdo trovò un terreno fertile soprattutto negli strati meno agiati del mondo occidentale del basso Medioevo: il suo atto generoso gli procurò quasi subito un folto gruppo di seguaci che, fatto voto di povertà, diventarono predicatori erranti vestiti solo con un saio, anticipando di alcuni decenni Francesco ed i suoi discepoli.

In una prima fase, durata all’incirca fino al 1180, Valdo ed i suoi confratelli cercarono di farsi riconoscere dai vertici della chiesa cattolica, arrivando anche ad interpellare direttamente i pontefici Alessandro III e Lucio III; ma di fronte al loro sostanziale rifiuto di accettare la nuova forma di espressione/organizzazione religiosa, essi continuarono dopo il 1180 la loro predicazione in modo autonomo, prendendo il nome di Poveri di Lione e vennero quasi subito scomunicati dal Vaticano con la bolla papale “Ad abolendum” del 1184, condanna reiterata poi nel 1215.

Il nuovo movimento ereticale si diffuse rapidamente nella Francia meridionale, in Spagna e nell’Italia settentrionale, in particolar modo in Lombardia, dove altri gruppi eretici (gli Umiliati ed i seguaci di Arnaldo da Brescia) si unirono per qualche decennio alla chiesa valdese. Ancora prima della morte del suo (splendido) fondatore, avvenuta nel 1217, il movimento radicalizzò le sue posizioni sul piano teologico con il rifiuto del purgatorio, dei pellegrinaggi, del ricorso all’intercessione dei santi e della venerazione delle reliquie: idee e concetti che, a loro avviso, erano già stati espressi nel nono secolo dal vescovo Claudio di Torino, considerato pertanto come un loro lontano precursore. Ma  soprattutto continuò per altri otto secoli, fino ai nostri giorni la storia del valdesimo che, oltre alle tradizionali roccaforti, si espanse anche nell’Italia meridionale (Puglia e soprattutto Calabria, dove tuttavia i valdesi vennero ferocemente sterminati nel 1561), a Strasburgo ed in Baviera, in Austria e Boemia: una dinamica spesso contraddistinta da un forte sviluppo, ma anche da stragi e di un’eroica resistenza alla repressione statale ed ecclesiastica, che durò in Italia fino al 1848.

In Francia la reazione cattolica contro il movimento avvenne soprattutto dopo il 1208, tanto che già nel 1214 alcuni valdesi vennero bruciati sul rogo a Maurillac: la repressione toccò  la sua punta più alta attorno al quattordicesimo secolo, ma ancora nel 1488 papa Innocenzo VIII ordinò una crociata per cacciarli definitivamente dalle valli alpine francesi.

Dall’altra parte delle montagne, nelle valli piemontesi di “Chisone, San Martino, Progelato, Perosa, Pellice, Luserna e Angronia, il movimento fu perseguitato a lungo, sulla base delle solite accuse infamanti di adorare Lucifero e di praticare il sacrificio rituale dei bambini durante orge notturne (il tutto alimentato anche da un libro dell’epoca dal titolo Errores haereticorum Waldensium).

La persecuzione durò per tutto il XIV secolo, con una punta intorno al 1370 quando 170 adepti furono condannati al rogo, ma il valdismo riuscì a svilupparsi fino al XVI secolo.

Nel 1530 due “barba” (predicatori itineranti) valdesi, Giorgio Morel e Pietro Masson, vennero inviati presso i riformisti svizzeri Bucero e Farel per incontrarsi sulle rispettive dottrine, e dopo il rientro di Morel (Masson venne arrestato e ucciso a Digione), nel 1532 a Chanforan, in valle d’Angronia, i valdesi decisero di aderire alla riforma di ispirazione calvinista. Questa decisione venne aiutata da una fortunata circostanza: nel 1536 l’invasione (durata venti anni) delle valli piemontesi da parte dell’esercito francese rinforzato da diversi reparti mercenari luterani.

Tuttavia nel 1559, i duchi di Savoia, cattolici, ripresero il controllo della regione e iniziò una lunga storia di persecuzione dei valdesi che portò fino alle stragi del 1655 (Pasque Piemontesi), delle quali si indignò perfino il famoso poeta inglese John Milton e all’editto di Vittorio Amedeo II di Savoia del 1686, il quale decretò l’espulsione o la conversione forzata dei protestanti piemontesi. Nonostante una iniziale resistenza armata, i valdesi decisero successivamente di emigrare in Svizzera, dalla quale però il pastore Henry Arnaud ed il comandante (ex contadino) Giosuè Gianavello (Javanel) organizzò il rientro nelle valli piemontesi nel 1689 (“Glorioso Rimpatrio”). Nei secoli successivi i Savoia cercarono inutilmente di scacciare i valdesi, sia mediante azioni militari che con campagne di proselitismo organizzate dai gesuiti, ma alla fine nel 1848 ai valdesi vennero concessi i diritti civili e politici previsti nello statuto di Carlo Alberto e per loro finì il lungo periodo di “ghettizzazione””.[40]

Dal 1180 fino al 1848, la storia valdese risultò intrisa di eroismo e, per alcuni secoli, il messaggio pauperistico e solidale del loro fondatore continuò ad essere attivamente e caldamente recepito all’interno del loro movimento, in una riproduzione creativa della chiesa paleocristiana sviluppatasi fino al 311/313.

Dopo Valdo, Francesco d’Assisi.

Come Valdo, Francesco abbandonò volontariamente una posizione sociale privilegiata attorno al 1206, dato che suo padre era un ricco mercante di Assisi, scegliendo invece una vita ascetica ricca solo di sacrifici materiali.

Come quello di Valdo, il messaggio di Francesco era incentrato sull’esaltazione della povertà evangelica, vissuta sia da Gesù che dagli apostoli, come modello di vita fraterno da praticare sia individualmente che collettivamente.

Come Valdo, con il suo esempio personale Francesco rifiutò alla radice il processo di accumulazione elitaria dei beni, di cui il padre era un diretto partecipante di notevole livello.

Come Valdo, Francesco manifestò una grande apertura alla partecipazione delle sue donne alla pratica religiosa, e non a caso una sua carissima amica, Chiara, fondò una sorta di ordine francescano “parallelo” per il sesso femminile.

Come Valdo, Francesco propugnò il comunismo ascetico e della fratellanza universale tra gli uomini,  e sempre come Valdo egli ebbe quasi fin dall’inizio delle pesanti contraddizioni con l’apparato ecclesiastico romano, ben descritte in una bella pagina di Marcello Craveri.

“Figlio di un ricco mercante, come Valdo rinunciò egli pure alla ricchezza,  nel 1206, per sposare “madonna Povertà” e farsi “giullare” di Cristo. Nei primi tempi, esaltato dalla lettura dei romanzi cavallereschi, egli girava per i villaggi e le campagne, proclamando: “Sono l’araldo del gran Re”, e presentava gli amici che lo seguivano: “Questi sono i miei cavalieri della Tavola rotonda”, annunciando il prossimo avvento del Regno di Dio. Poi, nel 1209, sentì la vocazione di far conoscere il vero messaggio di Gesù anche con l’esempio di una comunità che vivesse secondo il modello dei primi apostoli. Anch’egli, come Valdo, essendo laico, si vide negare, nel 1210, il permesso di  predicare da papa Innocenzo III, e anch’egli non ubbidì, e cominciò a diffondere parole di speranza tra le poveri genti della sua Umbria.

Le prime biografie del santo, poi proibite dalla Chiesa e sostituite da agiografie edulcorate a scopo di edificazione, lo mostrano assai più polemico e vigoroso che non la leggenda. Per esempio, la famosa predica agli uccelli, passata nei Fioretti come una generica manifestazione d’amore per le creature umili ed indifese, fu invece un gesto simbolico di condanna della corruzione della società e un’irritata risposta ad Innocenzo III che l’aveva cacciato via con questa frase di disprezzo: “Vattene, frate, dai tuoi maiali, ai quali assomigli, e rivoltati con essi nel fango”; egli, in quell’occasione, raccontano Ruggero di Wendover e Matteo Paris, uscito fuori Roma, chiamò a raccolta i corvi e gli altri uccelli da preda che razzolavano tra i cadaveri nei cimiteri e predicò loro le parole dell’Apocalisse: “Venite, radunatevi al gran banchetto di Dio, mangiate la carne dei re, dei tribuni e dei superbi…”.

Un secondo tentativo per ottenere il riconoscimento papale, fatto nel 1217 con il nuovo pontefice Onorio III, fu ancora respinto. Per lo sconforto, Francesco si propose di andare a predicare in Francia e in Germania, ma fu sconsigliato dal cardinale Ugolino dei Conti: “Ci sono nella Curia di Roma troppi prelati che vorrebbero molto nuocere a te e al tuo ordine”.

Allora, nel 1221, per evitare persecuzioni ai suoi compagni, Francesco si piegò a costituire un ordine monastico regolare, ma, rattristato, lasciò la carica di ministro generale e si ritirò a vita eremitica. Fu il capitolo francescano a redigere la Regola prima, che contemplava l’obbligo di ubbidienza alle autorità ecclesiastiche e della predicazione “al servizio della Chiesa”. Questa regola, ancora “mitigata” per cura del cardinale Ugolino dei Conti, venne finalmente approvata da Onorio III con una bolla del 1223. Alla prescrizione di povertà assoluta, voluta da san Francesco e ancora contenuta nella Regola prima, fu fatta un’eccezione: l’ordine poteva possedere beni “per le necessità degli infermi e per vestire altri frati“. L’ordine francescano cessava di essere una comunità pauperistica.

Nel 1226, sceso dal suo eremo alla Verna, dove aveva anche ricevuto le stigmate, Francesco d’Assisi, in gravissime condizioni di salute e affetto da quasi totale cecità, dettò il Testamento: “Ordino fermamente per obbedienza a tutti i frati che, dovunque siano, non osino mai chiedere qualche privilegio alla curia romana, né direttamente né per interposta persona, né in favore di una chiesa o di qualche altro luogo, né con la scusa di dover predicare, né per difendersi da una persecuzione; ma dovunque non vengano ricevuti, fuggano ad un’altra terra”. Francesco morì poco dopo, nella notte fra il 3 e il 4 ottobre.

L’amarezza di Francesco – che le agiografie chiamano “tentazione del Maligno” – nel vedere il proprio ordine sottomesso alla curia di Roma, non fu dimenticata dai seguaci più fedeli, i quali continueranno a rispettare la regola “non bullata” dal pontefice e il Testamento del loro maestro, ponendosi pertanto, automaticamente, tra gli eretici”.[41]

Una scomunica ufficiale del francescanesimo da parte del Vaticano e della gerarchia ecclesiastica venne in ogni caso evitata, per un soffio, a differenza di quello che successe invece con Valdo: ma l’ala più rigorosa del francescanesimo, gli spirituali (o anche fraticelli, zeloti/zelanti) costituì a sua volta una particolare eresia, che continuò a riprodursi per più di due secoli e venne perseguitata con ferocia dalla chiesa cattolica, differenziandosi quasi subito dall’ala morbida (i conventisti) dell’ordine.

Repressioni di carattere carsico ma  feroci. L’ultimo processo su larga scale a carico dei “fraticelli” avvenne infatti nel 1466, con la condanna all’ergastolo di quindici spirituali, mentre un loro esponente (ex-conventista) come Michele da Cesena, venne scomunicato nel 1328 da papa Giovanni XXII e formò una sua corrente apertamente eretica, denominata dei michelisti, affiancandosi agli altri spirituali (i Fratelli della Vita Povera) che si erano costituiti in ordine autonoma a partire dal 1317 ed erano stati scomunicati quasi subito, nel 1318.

Il nucleo fondamentale del messaggio degli spirituali consisteva nell’osservanza alla lettera della Regola e del Testamento di Francesco, con il desiderio di vivere in povertà e di rinunciare a qualunque privilegio materiale, sia individualmente che come ordine; inoltre,  per essi era da lungo tempo un assioma,  anche molto prima del famoso Capitolo Generale del 1322, la condizione di assoluta povertà di Gesù e degli apostoli, con le chiare conseguenze che ne derivavano anche per l’intera chiesa e la necessità (implicita) di una sua profonda trasformazione in senso anti-costantineo.

Una spaventosa eresia, per il Vaticano ed i ricchi prelati.

Inoltre gli spirituali aderirono entusiasticamente alle teorie del mistico calabrese Gioacchino da Fiore, che esamineremo tra poco, secondo il quale si stava ormai avvicinando una “terza era” nella storia del cristianesimo nella quale avrebbe regnato finalmente il vero messaggio di Gesù, con l’avvento di un epoca splendida di fraternità ed armonia e la fine parallela della gerarchia della Chiesa e dei suoi privilegi politico-materiali.

Siamo chiaramente in piena “linea rossa” ed in presenza di una matrice comunista assai evidente, seppur sempre di ordine ascetico-fraterno, ma l’effetto di sdoppiamento si manifestò questa volta anche all’interno dello stesso movimento francescano preso nel suo insieme, dato che per due secoli gli spirituali coesistettero confllittualmente con la tendenza alternativa dei conventuali (o “relaxati”), nella quale invece prevaleva (con rare eccezioni) uno spirito ed una scelta di campo in ultima analisi filo classista, accettabile per il Vaticano e l’alta gerarchia ecclesiastica.

Infatti non solamente i conventuali intendevano mitigare il rigore della Regola francescana, riconoscendo ai conventi dell’ordine la facoltà di acquisire proprietà, ma accettavano pienamente la subordinazione di vertici ecclesiastici e non volevano innescare in alcun modo una riforma radicale della chiesa cattolica in senso ascetico e pauperistico: quando si affermò pienamente la loro egemonia, a partire dal quattordicesimo secolo, anche all’interno del movimento francescano iniziò il tradizionale processo di accumulazione di terre, proprietà e privilegi nei sempre più sfarzosi monasteri dell’ordine.

Ma per più di due secoli, la “linea rossa” espressa dagli spirituali si riprodusse con notevole coraggio e capacità intellettuali all’interno del pensiero/pratica religiosa del mondo occidentale, a partire dalla morte di Francesco.

Elia da Cortona, “generale” e leader nel periodo 1221/27 e 1232/39, oltre che esponente principale della componente “conventualista”, dovette infatti subire una durissima contestazione da parte dei “fraticelli” spirituali, che riuscirono anche a farlo sfiduciare nel maggio del 1127; ed anche nei due secoli successivi questi ultimi costituirono una costante e fastidiosa spina nel fianco, una forte opposizione sia rispetto all’egemonia dei “conventuali” che allo stesso apparato ecclesiastico neocristiano.

Il movimento degli spirituali conobbe un particolare radicamento ed una continuità organizzativa “in tre zone geografiche:

–          nelle Marche ed in Umbria, dove si sviluppò dal 1274 sotto il comando di Liberato da Macerata e successivamente, dal 1307, di Angelo Clareno da Cingoli. Nel 1294 il Papa (San) Celestino V (1294) permise loro di sottrarsi al controllo dei conventuali, denominandoli Poveri Eremiti, ma il periodo di fortuna durò pochissimo: già Papa Bonifacio VIII (1294-1303) tolse ogni loro privilegio e nel 1317 furono scomunicati da Papa Giovanni XXII (1316- 1334), il grande nemico del movimento e per gli spirituali la perfetta impersonificazione dell’Anticristo. Più tardi essi costituirono la base del movimento dei Fraticelli

–          nella Francia meridionale, comandati da Pietro di Giovanni (Pierre Jean) Olivi fino al 1298, essi furono perseguitati dai conventuali.

Successivamente, per intercessione del medico spagnolo Arnaldo di Villanova (o di Villanueva), presso il re di Napoli Carlo II d’Angiò (o forse suo figlio Roberto) e presso il Papa Clemente V (1305-1314), si cercò un’intermediazione tra il generale dell’ordine, Gundisalvo di Valleboa e i capi S. Raymond Gaufredi, Guy de Mirepoix, Bartolomeo Sicardi e Ubertino da Casale. Si ottennero alcune concessioni, ma alla morte di Clemente nel 1314 ed alla successiva elezione nel 1316 proprio del mortale nemico Giovanni XXII, la situazione precipitò: il papa fece imprigionare i capi del movimento e torturare 25 spirituali da parte dell’Inquisizione. Quattro di loro, che non riconobbero l’autorità papale sul movimento, furono bruciati sul rogo nel 1318

–          in Toscana gli spirituali apparvero nel 1309, ma solo verso il 1312 la tensione nella regione tra conventuali e spirituali arrivò ai massimi livelli e una cinquantina di essi decise di emigrare in Sicilia, dove furono raggiunti da altri in fuga da altre regioni d’Italia e dalla Francia meridionale. Il movimento si riorganizzò sotto le direttive di Enrico di Ceva ed il re aragonese Federico III di Sicilia (1296-1337) approvò il loro statuto, nonostante il solito Giovanni  XXII li scomunicasse nel 1318 con la bolla Gloriosam ecclesiam. Furono successivamente espulsi dalla Sicilia trovando rifugio a Napoli sotto la protezione del re Roberto d’Angiò: i decreti e ammonimenti di Giovanni XXII si susseguirono ossessionanti nel 1322, 1325, 1327, 1329, 1330 e 1331, ma entro quest’ultima data essi erano già confluiti nel movimento dei Michelisti di Michele da Cesena

Come si è detto precedentemente, i Fratelli della Vita Povera (o fraticelli, secondo la sprezzante definizione di Papa Giovanni XXII) derivarono dal movimento degli spirituali delle Marche e dell’Umbria, con a capo Angelo Clareno da Cingoli.

Dal 1318, dopo la scomunica papale del 1317, essi si organizzarono come un ordine francescano indipendente e contestarono la legittimità dell’autorità papale di Giovanni XXII. Il Papa reagì facendo bruciare sul rogo quattro fraticelli a Marsiglia nel 1318, ma non riuscì mai a mettere le mani su Clareno: il capo dei fraticelli morì, in odore di santità, il 15 Giugno 1337, tre anni dopo la morte del Papa stesso, avvenuta nel 1334.

Dopo la morte del loro fondatore, i fraticelli diventarono alquanto influenti in varie città, tra cui Firenze, dove tuttavia nel 1381 e dopo la rivolta dei Ciompi essi subirono un ordine d’espulsione: quest’ultimo creò un clima di persecuzione nella città e portò alla condanna al rogo di Fra Michele Berti da Calci nel 1389.

Come già detto precedentemente, molti spirituali confluirono nel movimento dei Fraticelli dell’opinione o micheliti di Michele da Cesena: ex generale dell’ordine francescano, egli nel 1322 aveva convocato il Capitolo Generale dell’ordine per emettere un pronunciamento a favore dell’assoluta povertà di Gesù Cristo e degli apostoli.

Questo pronunciamento fu avvallato dai ministri provinciali dell’ordine di Inghilterra, Aquitania, Francia del nord e Germania meridionale, ma fece infuriare il solito Giovanni XXII, che nel 1323 con la bolla Cum inter nonnullos dichiarò eretica l’affermazione della povertà di Gesù e degli apostoli (sic!).

Nel 1327, Michele venne convocato dal papa ad Avignone, dove fu “violentemente ripreso per questo pronunciamento del Capitolo, ma da dove, nel 1328, temendo il peggio, fuggi via mare per mezzo di una galea inviata da Ludovico il Bavaro”.[42]

Anche dopo il 1328, i “fraticelli” continuarono per più di un secolo la loro durissima lotta contro il papato, costituendo in Umbria e nelle Marche una realtà ancora forte durante i primi tre decenni del quindicesimo secolo, finchè una “microcrociata” in stile anticataro promossa da papa Martino V (1427/28) portò alla distruzione di ben trentasei villaggi degli “spirituali” ed alla condanna al rogo di alcuni di loro, avvenuta a Fabriano proprio all’augusta presenza del pontefice neocristiano.

In ogni caso gli spirituali non si limitarono solo ad una (splendida) predicazione e ad una sincera pratica pauperistico-ascetica, ma nel corso del loro primo secolo di esistenza essi riuscirono a volte a sviluppare una produzione intellettuale di alto livello, come avvenne con Gerardo di Borgo San Donnino, Clareno da Cingoli (lo storico del movimento, autore della “Chronica septem tribolationum Ordinis Minoris”) e Jacopone da Todi, giustamente famoso per le sue Laudi: poesie di argomento sacro scritte in volgare, nelle quali lo slancio mistico volto a cercare la comunione con Dio coesistette con delle potenti invettive, sia contro  la gerarchia cattolica che verso l’odiato papa Bonifacio VIII.

La “linea rossa” religiosa trovò una sua ulteriore manifestazione concreta in Italia con la predicazione apocalittico-liberatoria di Gioacchino da Fiore, ripresa e riportata sul terreno politico-sociale soprattutto dal movimento degli apostolici e da Fra Dolcino.

Gioacchino da Fiore fu un teologo e mistico calabrese che, tra il 1152 e la sua morte (avvenuta nel 1202), riprese in modo creativo la corrente millenaristica del cristianesimo attraverso uno studio particolareggiato dell’Apocalisse, attribuita all’apostolo Giovanni.

Secondo Gioacchino la storia dell’uomo doveva essere divisa in tre grandi epoche, ognuna riconducibile ad una figura della trinità neocristiana:

–          l’era dominata dal Padre, simbolo di potere o terrore, al quale si era ispirato l’Antico Testamento (una visione in cui sono presenti tracce evidenti di marcionismo)

–          l’epoca nella quale il riferimento essenziale era il Figlio ispirato dal Nuovo Testamento

–          il terzo e futuro periodo, quello segnato dallo Spirito Santo, che invece avrebbe rivelato al genere umano il significato reale – prima nascosto in larga parte – dai sacri testi biblici, al di là della sua  interpretazione letterale.

Come aveva notato E. Bloch, a giudizio di Gioacchino la nuova era dello Spirito Santo risultava sia molto vicina – per il monaco calabrese sarebbe dovuta cominciare nell’anno 1260 – che tangibile, dato che avrebbe modificato radicalmente la situazione proprio nel nostro mondo terreno determinando finalmente l’avvento di una nuova società basata su concordia, pace e felicità, oltre che sulla fine dell’apparato ecclesiastico neocristiano. Come ai tempi di Gesù e Paolo da Tarso, e delle prime chiese cristiane e dei montanisti di Pepuza, l’apocalisse divina era ritornata vicina e la parousia era ritenuta di nuovo imminente.[43]

Gioacchino da Fiore godette di grande popolarità sia in vita che dopo, suscitando prima la condanna delle sue idee da parte della Chiesa nel Concilio Lateranense del 1215, ed in seguito la scomunica ufficiale del 1263.

In ogni caso le previsioni apocalittiche del teologo calabrese ebbero una notevole influenza sul movimento dei francescani spirituali, come si è notato in precedenza , e su quello degli Apostolici.

L’eresia apostolica venne fondata da Gherardo Segarelli (o Segalelli) attorno al 1260: egli era un popolano emiliano che chiese nel 1260 di essere ammesso al convento dei Frati Minori di Parma ma, quando ne fu respinto, decise di seguire in modo autonomo la via di povertà francescana, donando i suoi averi ai poveri come Valdo e vestendosi solo di una tunica, di un mantello bianco e di un paio di sandali.

Segarelli non annunciò una nuova interpretazione dei Vangeli come i Valdesi, né un eresia dualistica catara, ma invece fece subito riferimento e diede assoluta centralità al brano degli Atti degli Apostoli (2,44/45) che descriveva sinteticamente la riproduzione della “linea rossa” all’interno delle prime comunità cristiane rilevando che tutti i cristiani “che avevano creduto stavano assieme e avevano tutto in comune: vendevano poi le proprietà e i beni e ne distribuivano il ricavato a tutti, secondo ciò che ognuno aveva bisogno”. Come per Marcione e Montano, come per Valdo e Francesco, anche secondo il coraggioso predicatore emiliano la stella polare era il comunismo ascetico e della fratellanza, secondo un cammino  a loro (corretto) avviso tracciato da Gesù e dai primi apostoli, con estrema evidenza ed intensità inequivocabili.

Si trattò di un messaggio sociale sotto vesti religiosi, che ottenne subito un notevole e duraturo successo tra le masse popolari rurali ed urbane dell’Emilia, tanto che i seguaci di Gherardo – autodenominatisi apostolici o “minimi” – diventarono nella regione molto più popolari degli stessi predicatori francescani, per non parlare poi della gerarchia ecclesiastica.

Che ovviamente iniziò prima a preoccuparsi, stabilendo già nel 1274 il divieto di fondare nuovi ordini religiosi mendicanti, ed in seguito cominciò a reprimere. Gli apostolici vennero condannati da una bolla papale del 1286 e Segarelli fu imprigionato subito dopo a Parma, liberato e rimesso in carcere nel 1294 ed infine, dopo una sua  latitanza durata per circa sei anni, incarcerato nuovamente e bruciato sul rogo a Parma, il 18 luglio 1300; intanto già nel 1294 e 1299 erano stati eliminati con i soliti roghi i primi martiri apostolici, sempre in territorio parmense.

Subito dopo l’uccisione di Segarelli da parte della solita “linea nera” religiosa e del suo braccio armato secolare, gli apparati statali classisti, il movimento degli apostolici venne quasi subito diretto e riorganizzato da Fra Dolcino, nato attorno al 1260 a Prato Sesia (Novara) e fin dal 1290 seguace anonimo dell’apostolato di Gherardo.

In seguito al martirio di quest’ultimo, Fra Dolcino si scatenò invece come un uragano sia sul piano teorico che su quello pratico.

Sotto il primo aspetto, a partire dal 1301 egli scrisse tutta una serie di lettere agli apostolici che costituirono la nuova base ideologica-religiosa del movimento, creando una particolare filosofia della storia. Riprendendo in modo creativo le dottrine millenaristiche già riprese e sviluppate da Gioacchino da Fiore, Dolcino affermò infatti che la dinamica di sviluppo del genere umano doveva essere divisa in quattro grandi periodi:

–          l’era del Vecchio Testamento, contraddistinta dalla riproduzione allargata dell’umanità

–          l’epoca di Gesù Cristo e degli apostoli, caratterizzata dal messaggio della povertà fraterna e della castità

–          l’era iniziata al tempo di Costantino e di papa Silvestro I, segnata dalla rapida decadenza e degenerazione della chiesa a causa del suo processo di accumulazione di ricchezza, potere e stretti legami con il potere politico

–          infine la nascente (e liberatoria) era, segnata dalla predicazione/azione di Segarelli e dello stesso Dolcino, che sarebbe stata contraddistinta proprio dal rapido processo di affermazione del modo di vita apostolico, inteso come assenza di proprietà privata e di forme di governo/potere, come povertà fraterna generalizzata e santa castità: una nuova epoca di pace ed armonia sociopolitica che secondo il grande eretico novarese, sarebbe durata fino alla fine dei tempi.[44]

Dolcino nelle sue lette fece ampio riferimento all’Apocalisse di Giovanni ed alla vicinissima venuta di un nuovo papa, eletto finalmente da Dio e non dai cardinali, il quale in alleanza con una sorta di “imperatore-liberatore” (identificato nell’imperatore Federico III) avrebbe spazzato via l’odioso apparato ecclesiastico cattolico.

Dolcino non si limitò all’opera teorica, ma agì in piena persona sul piano politico-sociale per “trasformare il mondo”, anticipando di circa cinque secoli le “Tesi su Feuerbach” di Marx.

Dopo essere stato nominato capo del movimento apostolico, egli creò una “base rossa” ed un centro di aggregazione della nuova eresia sulle montagne del Trentino, dove conobbe la contessa Margherita di Trento, che sarebbe diventata la compagna di Dolcino fino alla loro morte sul rogo.

Bloccati dall’Inquisizione e dagli apparati statali, gli apostolici organizzarono una sorta di “Armata Rossa” dolciniana e, nel 1304 i circa tremila eretici si spostarono dal Trentino fino alla Val Sesia con un’epica “lunga marcia” attraverso le Alpi, dove vennero raggiunti dal futuro luogotenente politico-militare di Dolcino, Longino Cattaneo.

Nella terra natale del leader “i dolciniani si insediarono da prima nella parte bassa della valle tra Gattinara e Serravalle in località Piano di Cordova, nel feudo dei conti di Biandrate, e grazie all’apporto di servi fuggiaschi dei vescovi di Novara e di Vercelli, arrivarono ad essere una schiera di circa quattromila persone. Si unirono anche diversi letterati provenienti da varie parti d’Italia (Bologna, Toscana e Umbria), come Bentivegna da Gubbio.

Successivamente sotto l’incalzare delle truppe del vescovo di Vercelli, Raniero da Pezzana Avogadro (1235-1310), essi si spinsero più in su nella valle, invitati dall’aba (capo di una corporazione valligiana) Milano Sola, di Campertogno, un paese pochi chilometri prima di Alagna. Da li, per difendersi meglio dapprima si trasferirono sulle pendici della Cima Balme ed infine in Val Rassa, vicino a Quare, su una montagna denominata Parete Calva, dove i superstiti (circa 1500 persone), si asserragliarono, protetti dai valligiani valsesiani, per tutto l’inverno del 1304. Da qui scendevano per attaccare e saccheggiare gli accampamenti militari sottostanti. Ma nel rigido inverno del 1305 la morsa dell’assedio delle truppe cattoliche fu talmente incisiva che Margherita di Trento, con inaspettato coraggio, decise lei stessa di guidare il gruppo in una disperata azione di sgancio dall’assedio attraverso montagne e passi innevati fino alla loro nuova roccaforte, il monte Rubello, vicino a Trivero, in provincia di Vercelli, dove giunsero nel Marzo 1306.

Nel frattempo, nello stesso 1306, volendo definitivamente farla finita con questa setta, il Papa Clemente V (1305-1314) aveva bandito una crociata.

I dolciniani, ben presto circondati e posti d’assedio dalle truppe cattoliche e dalle popolazioni biellesi (che non furono solidali come quelle valsesiane), resistettero per circa un anno, ma poi, oramai ridotti in condizioni disumane (mangiavano carne di topi e di cani e ci furono perfino episodi di cannibalismo), dopo un ultimo assalto, avvenuto il 23 marzo del 1307 è costato la morte a 200 dolciniani, al fine i 140 superstiti si arresero.

Dolcino, Margherita e Longino Cattaneo furono catturati vivi e portati a Biella, dove Longino e Margherita furono arsi sul rogo il primo giugno 1307, nonostante i tentativi di alcuni nobili locali di salvare la vita della donna, facendola abiurare.

Dolcino fu costretto ad assistere al rogo della sua compagna e successivamente portato a Vercelli per essere, a sua volta, arso: durante il percorso gli vennero strappate le carni con delle tenaglie roventi”.[45]

Comunismo. Lotta senza tregua ai feudatari ecclesiastici e laici, oltre che al potere statale. Lotta armata di massa, con il consenso e l’appoggio di almeno una parte dei contadini e dei servi della gleba piemontesi.

Abbandono del dogma della castità, nelle lunghe notti passate nelle montagne della Val Sesia e Biella.

Per Dolcino ed i suoi eroici compagni/e, la religione non era stata certo vissuta come “oppio dei popoli”…

Inoltre la loro storia collettiva non finì nel 1307, ma riuscì a prolungarsi – in una rigida clandestinità ed a dispetto della durissima repressione – ancora per circa un secolo: nel corso del Trecento finirono bruciati sul rogo altri 22 apostolici, ed ancora nel 1402 fu arso  a Lubecca, in una Germania assai lontana da Parma e dalla Val Sesia, il dolciniano Guglielmo, che si autoproclamava fratello apostolico vestendosi con un saio bianco.

Invece la memoria storica dei comunisti apostolici non morì mai. Ne parlò Dante Alighieri nel Ventottesimo canto dell’Inferno (a nostro avviso il grande poeta fiorentino in esilio divenne un cripto-dolciniano, ma su questo rimandiamo ad un prossimo libro su letteratura ed effetto di sdoppiamento),  e soprattutto per lunghi secoli la loro leggenda riecheggiò nelle masse popolari piemontesi. Ancora nel 1907, sul monte Rubello teatro dell’ultima resistenza degli apostolici, gli operai socialisti biellesi e valsesiani edificarono un obelisco commemorativo dei loro lontani predecessori, demolito a cannonate (non certo a caso: la “linea nera” ha anch’essa una sua continuità e memoria storica) dalle bande nere fasciste nel 1927, e ricostruito infine nel 1974. Anche la “linea rossa” ha una sua memoria e continuità, seppur parziale e con periodi carsici di (forzata) interruzione: e fu capace, sempre nel corso del quattordicesimo secolo, di trovare una sua nuova epifania in Inghilterra, con l’ardente predicazione del prete comunista John Ball e la grande rivolta dei contadini del 1381, diretta da Wat Tyler.

L’Inghilterra della seconda metà del Quattordicesimo secolo era segnata nel campo politico-sociale da una contraddizione secondaria, quella tra l’aristocrazia fondiaria laica e la potente chiesa cattolica, padrona di una sezione importante delle terre e delle rendite fondiarie del paese che si connette a livello di scontro principale: la lotta che si stava sviluppando tra l’insieme della classe dei feudatari ed i contadini inglesi, in maggioranza ancora servi della gleba, che potevano essere venduti dai loro signori assieme alla proprietà fondiaria di cui erano parte integrante.

Da un lato la devastante epidemia di peste che aveva colpito l’isola e tutta l’Europa, a partire dal 1349, aveva ridotto drasticamente la massa di forza-lavoro disponibile ed aumentato parallelamente il potere contrattuale dei contadini, che esigevano almeno una forte diminuzione delle rendite dovute ai feudatari; dall’altro questi ultimi non solo si opponevano a tali rivendicazioni, ma sotto la pressione della crisi economica creatasi dopo la grande epidemia chiedevano a loro volta un maggiore flusso di prodotti in natura e tempi di lavoro più lunghi dai loro servi della gleba, cercando allo stesso di diminuire i salari dei braccianti liberi per condizione personale.

In questo sfondo sociopolitico in via di ebollizione, un noto teologo inglese del tempo, John Wycliffe, a partire dal 1376 contribuì in prima persona ad aiutare l’azione di un gruppo di preti-predicatori poveri, simili ai francescani, che si recarono nelle campagne per diffondere capillarmente un messaggio fortemente anticlericale, che deprecava la ricchezza accumulata dalla chiesa inglese e condannava allo stesso tempo i tributi che annualmente l’isola versava al Vaticano, richiedendo inoltre – ed effettuando direttamente – la traduzione della Bibbia in inglese e la sua disponibilità concreta per i fedeli.

Questo aspetto della predicazione dei “lollardi”, il nome dei preti poveri seguaci della tesi di Wycliff, era nel suo complesso ben accetto alla corte reale inglese, al parlamento ed all’aristocrazia laica (i lords) che lo egemonizzava, mentre scatenò subito la feroce opposizione della gerarchia romana e del clero/monaci autoctoni. Ma, entrando in contatto con la miseria e la ribellione latente nelle campagne inglesi, buona parte dei lollardi iniziò a sviluppare parallelamente anche una propaganda di massa anticlassista ed una precisa scelta di campo a favore delle masse popolari rurali, che trovò la sua punta più alta nella predicazione di John Ball, con il suo comunismo di matrice religiosa e pauperistica.

John Ball fu un predicatore che visse nella regione dell’Hertfordshire e del Kent, entrato fin dal 1366 in conflitto con la gerarchia cattolica e messo in prigione più volte dall’autorità: il suo messaggio di rivolta era chiaro ed inequivocabile, tanto che egli acquisì subito una larga popolarità tra i contadini sfruttati dell’Inghilterra di quel tempo.

Uno storico del tempo, apertamente filofeudale ed ostile alla montante ribellione dei servi della gleba, descrisse in modo vivido – seppur ovviamente con estrema parzialità – il programma politico-sociale esposto da John Ball, da lui definito “il pazzo prete del Kent”.

Secondo Jean Froissart, a quel tempo era “ abitudine in Inghilterra, come in parecchie altre nazioni, che i nobili abbiano il loro sostentamento a spese del lavoro di altri uomini tenuti in servitù” (Marx non avrebbe obiettato alcun che …) “; ciò è considerato giusto, e in base a questa consuetudine, essi” (i servi della gleba) “devono lavorare le terre dei nobili, raccogliere i cereali e portarli nei castelli, e porli nei granai, trebbiare e spulare; falciare il fieno e trasportarlo ai castelli, e tutte tali mansioni sono forzate” (viva la sincerità); “tutto questo essi devono, in base al rapporto di servitù con i loro padroni”.

Ma arrivò, secondo Froissart, il disgustoso guastafeste John Ball, che rilevò invece che in questi rapporti di produzione/distribuzione non c’era niente di “giusto”, affermando anzi che “quando Adamo lavorava la terra ed Eva impastava il pane, chi erano allora i lord? All’inizio tutti gli uomini sono stati creati uguali; la nostra schiavitù ed il nostro asservimento sono iniziati per l’ingiusta oppressione da parte di uomini malvagi”.[46]

Comunismo di matrice religiosa ed odio per lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, alimentati da una riproduzione creativa e sovversiva del mito (leggenda per noi, ma non per Ball ed i contadini inglesi) biblico di Adamo ed Eva. Ancora una volta la religione servì da “anfetamina dei popoli” e da fonte di legittimazione di processi e lotte rivoluzionarie, contrastando frontalmente l’uso classista che della stessa Bibbia facevano invece i nobili e l’alta gerarchia cattolica.

John Ball non si limitò a predicare in modo comunista ma alimentò con la sua propaganda e partecipò direttamente a quella spettacolare rivolta di massa dei contadini inglesi che giunse a conquistare quasi completamente la stessa capitale inglese, nel giugno del 1381. Assieme a War Tyler, leader dell’insurrezione, Ball contribuì al successo momentaneo del movimento di contadini che richiedeva la fine della servitù della gleba, ma allo stesso tempo dovette subire le conseguenze della controrivoluzione promossa dai nobili, dal clero e dall’autorità reale: catturato a Coventry, egli fu impiccato e poi squartato alla presenza dello stesso re Riccardo II il 15 luglio del 1381.

Una dura sconfitta, certo, ma il “filo rosso” religioso venne continuato dopo pochi decenni  nella regione boemo-morava. Zona, alla fine del quattordicesimo/quindicesimo secolo annessa all’impero tedesco, ma con un certo grado di autonomia; soggetta a forti tensioni e lotte interne tra nobiltà laica e clero, oltre che tra le classi dominanti nel loro insieme e gli operai/contadini poveri; area ancora prevalentemente agricola (seppur con un crescente peso della manifattura urbana e del commercio), dominata dalla grande nobiltà feudale e dai vertici ecclesiastici della chiesa, che imponevano gravose courvee ai loro servi della gleba.

Fin dal 1388 l’università inglese di Oxford era frequentata da studenti cechi, i quali tradussero ed introdussero nella loro terra natale proprio gli scritti anticlericali di Wycliffe, che attorno al 1392 vennero subito letti da un altro grande futuro eretico, Jan Huss .[47]

Quest’ultimo era un uomo di origini popolari, giunto all’insegnamento universitario solo grazie alla sua eccezionale intelligenza. A partire dal 1410 Huss iniziò a predicare in lingua boema riprendendo in modo creativo gli insegnamenti di Wycliffe, rivolgendo subito “la sua denuncia non genericamente contro la Chiesa, ma contro gli abusi del clero di Boemia che con le decime, i privilegi ecclesiastici, l’imposizione di penitenze pecuniarie impoveriva il paese e contemporaneamente lo umiliava con la sua soggezione all’imperatore tedesco. Huss ammaestrò i modesti artigiani di Praga e le loro donne alla lettura e alla interpretazione dei Vangeli, tradotti in lingua nazionale, sostenendo che la Chiesa non deve essere una struttura gerarchica al di sopra dei laici, ma la comunità di tutti i giusti che osservano le leggi di Dio”.[48]

Proprio in quegli anni la gerarchia ecclesiastica romana stava affrontando una delle sue crisi interne più gravi, originatasi a partire dal 1394, che la portò ad avere tra il 1409 ed il 1415 ben tre papi in carica, i quali secondo le “regole canoniche” si scomunicavano a vicenda: per risolvere tale situazione scabrosa, l’imperatore Sigismondo convocò un nuovo concilio della chiesa a Costanza (1414/19) al fine di nominare un nuovo papa riconosciuto universalmente e, tra le altre cose, condannare le idee di Wycliffe, di Jan Huss e del suo compagno di lotta Girolamo da Praga.

“La persecuzione dei due predicatori boemi era già cominciata nel 1410, quando il vescovo di Praga aveva fatto requisire e dare alle fiamme pubblicamente duecento volumi delle opere di Wycliffe e ammonito Huss e Girolamo, diffidandoli dal continuare a diffondere le idee del filosofo inglese nel loro insegnamento. Ciò aveva provocato vivaci proteste da parte degli studenti, i quali erano sfilati in corteo per le strade di Praga, inneggiando ai due maestri. L’anno seguente, Dietrich von Niem, teologo della curia di Praga, aveva scritto un libello “Contra damnatos Wiclifistas”, e Jan Huss, costretto a lasciare l’insegnamento, si era dato a predicare in pubblico, organizzando conferenze tra artigiani e gente del popolo. Denunciato dal clero e invitato a presentarsi a Roma per l’inquisizione delle sue tesi, egli allora aveva mandato come propri avvocati due discepoli, che erano stati processati e incarcerati, mentre contro di lui il papa Giovanni XXIII aveva emesso una bolla di scomunica. A Praga la scomunica di Huss era stata accolta con una sollevazione popolare, e la bolla papale era stata bruciata in piazza. Il vescovo aveva lanciato l’interdetto contro la città, e molti dimostranti erano stati immediatamente giustiziati con la decapitazione. I compagni ne avevano rapito i cadaveri per seppellirli nella cappella di Bethleem, e Huss ne aveva recitato l’elogio funebre, chiamandoli “i martiri che hanno dato la vita per la legge di Dio”.

Ora, nel 1414, citato a presentarsi al Concilio di Costanza, Huss, sebbene fornito di salvacondotto dell’imperatore Sigismondo, fu arrestato a tradimento e alla conclusione di un lungo processo, nel quale egli rifiutò di abiurare dalle proprie tesi, venne arso sul rogo e le sue ceneri gettate nel Reno.

La stessa sorte toccò, dopo un anno intero di orribile carcere, costretto a giacere in mezzo ai propri escrementi, a Girolamo da Praga, che si era presentato spontaneamente a Costanza per sostenere l’amico e per porre in chiaro la propria innocenza”.[49]

Le fiamme dei roghi di Huss e Girolamo innescarono un gigantesco fuoco rivoluzionario nella regione ceca, sollevando una protesta di massa in quasi tutta la popolazione con l’ovvia eccezione delle gerarchie ecclesiastiche e dell’alta nobiltà. Già nel 1418 un discepolo di Huss, Jakoubek di Stribo, trovò nel sacro calice contenente il vino il simbolo unitario della nuova eresia, calice che voleva indicare una delle principali rivendicazioni degli hussiti, l’uguaglianza dei laici e del clero nella partecipazione al sacramento della comunione. Due anni dopo vennero stilati i “Quattro Articoli” di Praga, vero e proprio manifesto programmatico del movimento, che prevedevano:

–          la libertà per i sacerdoti di predicare e celebrare la messa in lingua locale, al posto del latino

–          la comunione eucaristica sotto entrambe le forme, il calice contenente il vino ed il pane, fornito sia agli adulti che ai bambini

–          l’espropriazione dei beni ecclesiastici e la povertà come modello di vita de clero

–          l’introduzione di pene temporali per i peccati  mortali commessi dai componenti del clero.

Nel frattempo il movimento ceco visse una breve fase unitaria, durata approssimativamente dal  1415 al 1419, con un primo periodo di lotta comune di massa contro il potere imperiale ed in difesa della libertà religiosa, simbolizzata nel luglio 1419 dalla defenestrazione ed uccisione da parte degli hussiti di alcuni consiglieri del re Venceslao IV. Ma proprio nel 1419 la piccola nobiltà e la borghesia iniziarono ad avere paura del crescente movimento di lotta degli operai e dei contadini cechi, firmando pertanto nel novembre del 1419 un accordo con l’imperatore ed i grandi feudatari: pertanto gli hussiti iniziarono a dividersi in due correnti principali, divise profondamente soprattutto da ragioni politico-sociali.

La prima tendenza era quella moderata, denominata utraquista e composta principalmente da aristocratici, borghesi e studenti universitari. Per essa l’essenziale era raggiungere un compromesso accettabile con l’impero e la chiesa cattolica e, allo stesso tempo, fermare la spinta rivoluzionaria di matrice prevalentemente collettivistica che stava ormai dilagando: la chiesa cattolica doveva tornare alla povertà evangelica grazie alla redistribuzione delle sue terre ai (ricchi) laici, ma senza mettere in discussione la società semifeudale, con le sue abissali disuguaglianze economiche e socioproduttive.

La componente radicale, i taboriti, era invece composta da contadini, operai ed artigiani che, fin dalla Pasqua 1419, aveva iniziato a radunarsi e ad organizzarsi presso la città di Cenkov u Bechyne, da essi ribattezzata con il nome biblico di Tabor, costituendo subito la forza d’urto principale dell’insurrezione di Praga nel luglio del 1419: e siamo proprio in piena “linea rossa” religiosa.

A giudizio dei taboriti, i Quattro Articoli, significavano l’avvio di un processo che avrebbe dovuto portare subito alla distruzione della società feudale ed alla comunione dei beni e delle terre, con il rifiuto radicale di qualunque forma d’imposta per la chiesa o lo stato: il loro programma comunista-religioso venne esposto con chiarezza già nel 1420, con gli “articoli chiliastici di Tabor”.

Per i taboriti “nulla deve essere tenuto per fermo dai cristiani, che non sia esplicitamente detto e scritto nella Bibbia”, ed al loro interno era generalizzata la credenza millenaristica per cui “già ora” (nel 1420) si era “in questo tempo della fine dei secoli”, e Gesù Cristo si sta approssimando a “discendere dal cielo nella sua persona corporale” pronto a sprofondare “nelle tenebre profonde” “tutti i malvagi”.

Siamo in presenza di una concezione cristiano-escatologica profondamente sentita ma che non costituì in alcun modo una sorta “d’oppio dei popoli” ed invece si trasformò subito in una potente “anfetamina dei ribelli”.

Infatti i taboriti ribadirono con chiarezza che “parimenti sulla terra non deve essere eletto re alcuno, perché Cristo stesso ormai deve regnare”: eleggeranno un proprio (e temporaneo) leader e saranno ben strutturati sul piano organizzativo, ma senza capi per “diritto divino” e dominanti vita natural durante.

Il loro obbiettivo in campo socioproduttivo era il comunismo religioso della fratellanza ascetica, mentre la proprietà privata veniva condannata come “peccato mortale”. Infatti “parimenti, a Tabor niente è mio niente è tuo, ma hanno tutto in comune, così sempre tutto deve essere in comune per tutti e nessuno deve possedere qualcosa di proprio; altrimenti chi possiede qualcosa di proprio commette peccato mortale”.[50]

Non-violenza e porgere l’altra guancia? Non proprio, visto che per gli eretici comunisti della zona ceca essi non dovevano attendere passivamente la futura venuta di Cristo, ma anzi dovevano aprire la strada alla sua “vendetta finale” con le armi in pugno, ribella ndosi in prima persona. Negli “Articoli di Tabor” si rilevò che “Parimenti è maledetto colui che impedisce alla propria spada di spargere il sangue carnale dei nemici di Dio.

Parimenti, in questo tempo della vendetta i fratelli di Tabor sono gli  angeli di Dio, mandati a condurre i buoni dalle città, dai villaggi e dai luoghi fortificati, sulle montagne, come Lot da Sodoma.

Parimenti ogni cappella, chiesa o altare eretto in onore del Signore Dio o nel nome di un santo deve essere distrutto o bruciato come segno di idolatria.

Parimenti ogni casa di parroci, canonici e cappellani, o ogni altra casa sacerdotale data loro in abitazione, deve essere bruciata o distrutta.

Parimenti, in questo tempo di vendetta resteranno soltanto cinque città e soltanto in esse saranno salvati coloro che saranno fuggiti colà; tutte le altre città, villaggi e luoghi fortificati, insieme con tutti che vi dimorano, devono essere distrutti o bruciati come Sodoma”.[51]

Tra il 1419 ed 1434, molti preti, borghesi e nobili provavano concretamente e sulla loro pelle che le parole degli “Articoli chiliastici” non erano solo delle dichiarazioni platoniche…

Anche su tasse ed imposte, i taboriti avevano le idee chiare, anzi chiarissime. “Parimenti in questo tempo non vi sarà sulla terra alcun regno o dominazione o sudditanza e tutte le imposte e tasse cesseranno, né alcuno costringerà a qualcosa un altro, perché tutti saranno uguali, fratelli e sorelle”.[52]

Gli “Articoli chiliastici” si trasformarono in realtà concreta innanzitutto in campo socioproduttivo, perché per quindici anni (1420/1434) sorsero numerose comunità collettivistiche di matrice taborita, diffuse capillarmente in tutta l’area geopolitica ceca: in essa il “socialismo in un solo paese” si sviluppò almeno cinque secoli prima dell’Unione Sovietica di Lenin e Stalin, seppur coesistendo forzatamente con le zone sottoposte al controllo degli utraquisti (a partire da Praga) o dell’impero, in una sorta di  “accerchiamento” feudale-capitalistico ante-litteram.

Formate prevalentemente da contadini in precedenza servi della gleba e da operai/artigiani, le comunità urbane taborite formarono tra il 1420 ed il 1424 una confederazione che comprendeva al suo interno la città di Pilsen, Domazlice, Kamenice, Klatory, Lomnice, Pisek, Mlada Bolesav, Pehlrinov, Prachatice, Rokycany, Susice e Vodnany nella Boemia centro-occidentale, la città di Tabor e Hyadec Kralove nella Boemia orientale ed i contadini del circondario di Moravske Budeyiovice in Moravia.[53]

Le comunità collettivistiche della confederazione taborita seppero riprodursi con notevole efficienza sul piano socioproduttivo per quindici anni venendo alla fine sconfitte solo per ragioni politico-militari, e non certo per un (inesistente) degenerazione e/o collasso economico endogeno: si verificò invece un processo di riproduzione ininterrotto di rapporti di produzione collettivistici, solo lievemente attenuati dopo il 1421 e con Zizka, e tanto più interessante in quanto avvenne in avverse condizioni di guerra quasi permanente con il mondo feudale che lo circondava.

Infatti i taboriti cechi non seppero solo in modo ottimale produrre e autorganizzarsi sul piano economico con una matrice chiaramente collettivistica, ma divennero anche splendidi guerrieri, che seppero costruire via via una formidabile “Armata Rossa” e produrre geni politico-militari come Jan Zizka e Procopio (detto il Raso).

Mentre gli utaquisti cercavano quasi sempre un compromesso accettabile con la chiesa, impero e grandi feudatari, furono proprio i taboriti ad organizzare una vittoriosa resistenza contro la lunga “crociata” promossa dall’imperatore Sigismondo (divenuto anche re di Boemia nel 1419) contro l’eresia hussita, avendo a partire dal 1420 l’avvallo diretto del papa Martino V: essi non riconobbero alcuna legittimità politico-sociale alle strutture statali del tempo, partendo ovviamente da impero e papato, scatenando a loro volta una prolungata guerra rivoluzionaria contro di esse sotto la guida di J. Zizka prima (1420/24), e di Procopio in seguito (1425/34).

Nacque proprio in quella fase non solo il celebre “canto di guerra” taborita, elaborato dal teologo rivoluzionario Giovanni Capek, ma anche un formidabile esercito rivoluzionario che combinava una potente fanteria contadina con l’artiglieria, una linea di difesa posta dietro un bastione di corti ed una forza invece destinata al contrattacco.

Sotto il comando di Zizka, con solo l’appoggio carsico delle milizie utraquiste, le armate hussite inflissero numerose e memorabili batoste alle armate imperiali, arrivando nel 1423 a controllare gran parte della Boemia. Dopo la morte di Zizka, dovuta ad un’epidemia di peste, i taboriti ressero praticamente da soli il durissimo scontro con la controrivoluzione feudale fino al 1431, ottenendo nel frattempo altre grandi vittorie ed arrivando a conquistare per breve tempo anche la Slovacchia, nel 1428: nell’agosto del 1431 l’eroica Armata Rossa taborita riportò infine una grande vittoria sui “crociati” dell’impero a Taus/Domazlice nel sud della Boemia, costringendo pertanto papato ed impero ad arrivare ad una tregua forzata e ad aprire una fase triennale di trattative con l’invincibile nemico taborita (spietato nei confronti dei borghesi e del clero, nelle sue frequenti e vittoriose spedizioni estere al di fuori dell’area ceca).

Le trattative portarono infine ad un compromesso tra utraquisti e chiesa/impero nel 1434, ma esso escluse ovviamente qualunque istanza espressa dalla tendenza rivoluzionaria dei taboriti: che sempre in quell’anno, vennero traditi e sconfitti proprio dai loro “cugini” di fede hussita nella battaglia di Lipony del 1434, che vide la vittoria degli utraquisti ed il seguente sterminio ad opera della “linea nera” politico-religiosa di gran parte degli eroici comunisti cechi, di matrice ascetico-religiosa.[54]

In ogni caso il tragico 1434 significò la fine delle splendide comunità collettivistiche taborite e del loro esercito rivoluzionario, ma non certo della loro eresia collettivistico-religiosa.

Seppur rifiutando la spinta insurrezionalista e l’uso della violenza, i superstiti del massacro post-Lipany seppero riorganizzarsi clandestinamente, formando nel 1457 con alcuni spezzoni utraquisti la setta eretica dei Fratelli Boemi, che a sua volta si fuse nel 1467 con i valdesi boemi costituendo l’Unione dei fratelli boemi-moravi. Li troveremo ancora in azione (e che azione, con la creazione delle nuove ed eccezionali comunità collettivistiche che si formarono nell’area geopolitica ceca tra il 1540 ed il 1620…) anche nel sedicesimo secolo, per arrivare poi fino ai nostri giorni ed all’inizio del terzo millennio.

Finora si sono analizzate le (determinanti ed iperegemoni) forze ascetiche e puritane assunte dalla “linea rossa” in campo religioso, ma accanto a loro si sviluppò per circa tre secoli durante il Basso Medioevo un’esile controtendenza edonistico-libertaria, incarnata tre secoli prima dai Fratelli del Libero Spirito (1150/1350) ed in seguito dal movimento della “Libera Intelligenza”.

I primi erano gruppi ereticali in dissenso frontale con l’autorità ecclesiastica e dediti a vivere una vita apostolica di comunione fraterna/comunismo, convinti di essere pervasi dallo Spirito Santo: ma da tale autocoscenza e da una particolare interpretazione di una frase di Paolo di Tarso recitante “tutto è puro per i puri” (lettera a Tito, 1, 15), derivò la liceità per gli “eletti” di tenere qualunque comportamento contrario alla morale corrente nel feudalesimo, a partire dalla sfera sessuale: il libero amore, in altre parole, diventò una pratica generalizzata al loro interno.

I Fratelli del Libero Spirito furono inizialmente identificati con i pifres, predicatori eterodossi apparsi già attorno al 1150 dal monaco Eckbert di Schonav, ma tracce della loro presenza si notavano (con la relativa repressione) fino al 1365/70 in Germania, ed al 1395 a Vienna con la condanna di Nicola da Basilea: le concezioni di questa particolare eresia, inoltre, vennero in parte adottate anche dai dolciniani nella loro ultima fase d’esistenza, proprio rispetto all’erotismo condiviso ed al libero amore di gruppo.

Il movimento della “Libera Intelligenza” prese invece  vita intorno al 1350, attraverso il pensiero di una donna di Bruxelles chiamata Bloemardinne; la sua matrice socioreligiosa, a partire dall’interpretazione “liberatoria” del passo di Paolo di Tarso, si dimostrò assai simile a quella dei cugini del Libero Spirito, visto che anche i seguaci della “Libera Intelligenza” erano convinti di essere svincolati da qualunque regola morale e praticavano “l’amore serafico”, l’interscambio erotico condiviso tra gli aderenti al gruppo ereticale.

Invece le loro relazioni con la corrente ascetica della “linea rossa” furono pessime: quando infatti un gruppo consistente della “Libera Intelligenza” giunse nella Boemia taborita, attorno al 1420 (venendo denominati subito adamiti, per le loro abitudini di girare nudi), a dispetto del loro indiscutibile uso comunitario di tutti i beni (e delle donne, in aggiunta), dopo un paio d’anni entrarono in conflitto con il nucleo politico-religioso diretto da Zizka e vennero in gran parte sterminati: anche allora le “contraddizioni all’interno del popolo” (Mao Zedong) potevano a volte diventare di carattere antagonistico.

 



[1] K. Marx, “Il Capitale”, libro terzo, cap. 49, parte terza

[2] C. Violante, in “Medioevo eretico”, op. cit., pag. 186/187

[3] M. Dobb, “Problemi di storia del capitalismo”, pag. 69/70, Editori Riuniti

[4] G. Ostrogotsky, “Storia dell’impero bizantino”, ???????????????????????

[5] J. Herring, “Bisanzio”, pag. 330/331, e 394, ed. Corbaccio

[6] J. Herrin, “Bisanzio”, pag. 330/331 e 394, ed. Corbaccio

[7] A. Melloni, “Il conclave”, pag. 35,41,45 e 46, ed. Il Mulino

[8] C. Rendina, op. cit., pag. 36/37

[9] O. Capitani, op. cit., pag. 341

[10] B. Benassar, “Storia dell’inquisizione spagnola”, pag. 15 e 41, ed. Rizzoli

[11] Herrin, op. cit., pag. 64, 71 e 72/73

[12] C. Violante, in “Medioevo ereticale”, pag. 191, ed. Il Mulino

[13] G. Micoli, op. cit., pag. 90

[14] N. Lambert, “I catari”, pag. 18/19, ed. Piemme

[15] “Patarini”, in www.eresie.it

[16] Op. cit.

[17] G. Miccoli, “Per la storia della Pataria milanese”, pag. 94/95, in “medioevo ereticale”, op. cit.

[18] G. Miccoli, op. cit., pag. 100

[19] G. Miccoli, op. cit., pag. 127

[20] M. Lambert, op. cit., pag. 49

[21] Op. cit., pag.50

[22] Op. cit., pag. 55

[23] Op. cit., pag.56 e 61

[24] C. Violante, “Medioevo…”, op. cit., pag. 191

[25] M. Lambert,  op. cit., pag. 66/67

[26] Op. cit., pag.. 73/75

[27] Op. cit., pag. 155 e 156

[28] Op. cit., pag. 338/339

[29] Op. cit., pag. 384/386

[30] M. Lambert, op. cit., pag. 106

[31] Op. cit., pag. 209

[32] Op. cit., pag. 209

[33] Opag. cit., pag. 115

[34] Op. cit., pag. 199

[35] Op. cit., pag. 213

[36] Op. cit., pag. 360

[37] N. Malcolm, “Storia della Bosnia”,  pag. 39 e 59/66, ed. Bompiani

[38] H. Grundmann, “Movimenti religiosi nel Medioevo”, pag. 160, ed. Il Mulino

[39] H. Grundmann, op. cit., pag. 161

[40] www.eresia.it, “Valdo e valdismo”

[41] M. Craveri, “L’eresia”, op. cit., pag. 130/131

[42] “Francescani spirituali e fraticelli”, in www.eresia.it

[43] E. Bloch, “Il principio-speranza”, pag. 584/585 vol. secondo, ed. Garzanti

[44] R. Orioli, “Fra Dolcino”, pag. 93, ed. Europa

[45] “Fra Dolcino da Novara (ca 1260-1307) e dolciniani”, in www.eresie.it

[46] J. Froissart, “Chroniques”, ed. S. Luce; A. Morton , “Storia del popolo inglese”, pag. 207/208, ed. Officina

[47] M. Fumagalli e Beonio Brocchieri, “Wycliff: il comunismo dei predestinati”, in www.storiaunive.it

[48] M. Craveri, op. cit., pag. 181

[49] Op. cit., pag.182/183

[50] Op. cit., pag. 201

[51] Op. cit., pag. 201

[52] Op. cit., pag. 202

[53] C. Stroppa, “Jan Amos Comenius e il sogno urbano”,  pag. 54/56,  in www.books.google.it

[54] Craveri, op. cit., pag. 184/185


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