Capitolo Terzo

 L’effetto di sdoppiamento nell’Antico Testamento

Rimandiamo ad un futuro libro il processo di verifica della presenza dell’effetto  di sdoppiamento nel Corano, nei testi originari del buddhismo (Tipitaka, ecc) e nel confucianesimo/taoismo: si tratta sicuramente di culti di importanza storica universale, ma che nella dinamica religioso-culturale del mondo occidentale hanno svolto una funzione estremamente limitata, almeno fino agli anni sessanta del secolo scorso.

Il peso specifico ed il ruolo assunto dall’ebraismo-cristianesimo all’interno dell’esperienza religiosa occidentale degli ultimi tre millenni è stato invece prevalente e centrale, almeno a partire dal quarto secolo della nostra era, mentre la presenza ebraica fin dal 400 a.C. non si era certo limitata alla sola Palestina, ma si era invece progressivamente estesa a gran parte dell’Europa con l’insediamento in essa di comunità ebraiche relativamente numerose, contraddistinte da una (relativa) stabilità di queste ultime che arriva fino ai nostri giorni, stermini nazisti permettendo.[1]

Basti pensare che, secondo calcoli attendibili, nel primo secolo d.C., gli ebrei che nell’impero romano abitavano fuori dalla Palestina risultavano pari a circa sei milioni, su una popolazione totale di 70 milioni di persone.[2]

Ora, per gli ebrei religiosi il testo principale di riferimento era ed è tuttora l’Antico Testamento, dalla Genesi fino ad arrivare al libro del profeta Zaccaria; per tutti i credenti cristiani, cattolici/ortodossi/protestanti, esso risulta sempre l’Antico Testamento ma collegato organicamente al Nuovo Testamento, dal Vangelo di Matteo fino ad arrivare all’apocalittico Libro delle Rivelazioni.

Si sono scritti fiumi d’inchiostro sul complesso rapporto tra ebraismo e cristianesimo, ma per l’argomento in via di esposizione l’elemento fondamentale è che entrambe le comunità religiose hanno avuto ed hanno tuttora, come comune punto di riferimento (oltre all’ebraicità di Gesù), almeno l’Antico Testamento.[3]

Si dividono profondamente ed aspramente sul valore da attribuire ai vangeli ed alle altre opere contenute nel Nuovo Testamento, ma hanno in ogni caso una radice comune innegabile, nel Vecchio Testamento, che secondo ciascuno di esse esprime direttamente la volontà e la parola di un essere onnipotente, che ha creato sia l’universo che l’uomo (con il famoso “fiat lux” descritto all’inizio della Genesi), senza lasciare tra l’altro spazio ad alcuna manipolazione dell’uomo, come invece ritengono i teologi ed i credenti musulmani

Prova ulteriore di tale “comunanza” delle fonti  è il fatto incontestabile che solo una ristretta minoranza di credenti cristiani, essenzialmente l’eresia marcionita (su cui si ritornerà in seguito) hanno negato completamente valore positivo e sacralità al vecchio testamento .[4]

Non si può pertanto che partire da questa radice comune, dall’Antico Testamento (la Bibbia tout-court, per la religione ebraica)

Il resoconto biblico venne codificato nel suo testo attuale dai sacerdoti ebraici attorno al terzo secolo a.C., nella versione alessandrina, ma durante il primo secolo d.C. venne effettuato un nuovo processo di selezione dei libri ritenuti d’ispirazione divina, che diede infine vita al cosiddetto “testo masoretico”, la versione della Bibbia ufficialmente in uso tra gli ebrei negli ultimi due millenni.[5]

Il cristianesimo ha adottato in larga parte il testo masoretico, non accettando tuttavia alcuni testi in esso contenuti come il terzo e quarto libro dei Maccabei, i Salmi di Salomone, la Preghiera di Manasse ed il salmo 151, a sua volta la religione ebraica ed i protestanti non riconoscono come sacri e d’ispirazione divina i libri di Tobia, Giuditta, 1 e 2 Maccabei, Sapienza, Siracide e Baruc, ritenuti sacri invece da cattolici ed ortodossi.

Nella selezione cattolica ed ortodossa del Vecchio Testamento, rientrano innanzitutto i “Libri storici”, tra cui:

–          Genesi

–          Esodo

–          Levitico

–          Numeri

–          Deuteronomio

–          Giosuè

–          Giudici

–          Primo libro di Samuele

–          Secondo libro di Samuele

–          Primo libro dei Re

–          Secondo libro dei Re

–          Primo libro delle Cronache

–          Secondo libro delle Cronache

–          Esdra

–          Neemia

–          Tobia

–          Giuditta

–          Ester

–          Primo libro dei Maccabei

–          Secondo libro dei Maccabei

–          Giobbe

–          I Salmi

–          Proverbi

–          Qohelet

–          Cantico dei Cantici

–          Sapienza

–          Siracide

Tra i “Libri profetici” sono stati invece selezionati:

–          Isaia

–          Geremia

–          Lamentazioni

–          Baruch

–          Ezechiele

–          Daniele

–          Gioele

–          Amos

–          Giona

–          Michea

–          Naum

–          Abacuc

–          Sofonio

–          Aggeo

–          Zaccaria

Si tratta di un insieme di libri “sdoppiati”, nella quale si assiste ad una sorprendente polarità tra “linea rossa” e “linea nera” in campo socioproduttivo, emerge fin dalle vecchie pagine del Vecchio Testamento, nel capitolo secondo e terzo della Genesi, seppur sotto forme mitiche e con il decisivo intervento divino: si tratta della celeberrima narrazione sul paradiso (terrestre) dell’Eden e sulla quasi simultanea cacciata del genere umano dalla meravigliosa terra da esso abitata, per un breve e dolcissimo tempo.

Il mito dell’Eden può essere sicuramente letto e decifrato in molteplici maniere, utilizzando disparate chiavi interpretative, ma risulta impossibile dimenticare i suoi precisi riferimenti da un lato ad una terra magnifica, dove spuntano “dal terreno ogni sorta d’alberi, attraenti per la vista e buoni da mangiare”, quasi tutti a libera disposizione di Adamo ed Eva, ricco tra l’altro “d’oro e di onice”; e dall’altro, alla dura sorte riservata da Dio alla coppia dei nostri mitici antenati dopo la loro cacciate dall’Eden, quando Adamo sentiva il creatore dell’universo “maledire il suolo” per colpa del suo peccato, vedendosi costretto “all’affanno” per trarne “nutrimento” e ad un duro lavoro al fine di sopravvivere (“con il sudore della tua faccia mangerai pane”).

Paradiso/gratuito del consumo da un lato, duro lavoro/affanno nella nuova vita fuori dal paradiso  dall’altro; traduzione mitica ed idealizzata di un lontano passato egualitario e, allo stesso tempo, descrizione concreta e realistica della sorte di gran parte degli uomini (non di tutti: i padroni di schiavi non si procuravano certo il “pane” con il “sudore” della loro fronte) all’interno delle società classiste.

Narra la Genesi che, dopo aver creato “i cieli e la terra”; dopo aver creato l’uomo combinando con “la polvere del terreno” ed in “soffio” divino, “poi il Signore Dio piantò in giardino in Eden, ad oriente, e vi collocò l’uomo che aveva modellato. Il signore Dio fece spuntare dal terreno ogni sorta d’alberi, attraenti per la vista e buoni da mangiare, e l’Albero della vita nella parte più interna del giardino, insieme all’albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino; poi di li si divideva e diventava quattro capi. Il nome del primo è Pison: esso delimita il confine di tutta la regione di Avila, dove c’è l’oro: l’oro di quella terra è fine; ivi c’è il bdellio e la pietra d’onice. E il nome del secondo fiume è Ghicon: esso delimita il confine di tutta la regione di Etiopia. E il nome del terzo fiume è Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. È il quarto fiume è l’Eufrate.

Poi il Signore Dio rapì l’uomo e lo depose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse.

Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Di tutti gli alberi del giardino tu puoi mangiare; ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiarne, perché nel giorno in cui tu te ne cibassi, dovrai certamente morire”.[6]

Nella narrazione biblica si susseguono la creazione della prima donna, l’intervento famoso del serpente-tentatore, il celebre morso del frutto proibito della conoscenza e soprattutto la punizione di Adamo ed Eva da parte del supremo creatore: egli scaccia i due tapini dal Paradiso Terrestre e, allo stesso tempo, li maledice duramente.

La punizione contro la donna prevede anche la sua dominazione da parte dell’uomo: “verso il marito ti spingerà la tua passione, ma egli vorrà dominare su te”.[7]

In forme mitiche, si descrive il passaggio dalle società gilaniche (idealizzate) del neolitico al patriarcato delle società classiste, ma anche al maschio (maschio-lavoratore, maschio-sfruttato) non va molto bene. Infatti Adamo deve sentirsi dire:

“Maledetto sia il suolo per causa tua!

Con affanno ne trarrai il nutrimento,

per tutti i giorni della tua vita.

Spina e cardi farà spuntare per te,

mentre tu dovrai mangiare

le graminacee della campagna.

Con il sudore della tua faccia mangerai pane,

finché tornerai nel suolo,

perché da esso sei stato tratto,

perché polvere sei e polvere devi tornare!”.[8]

Si tratta sicuramente di uno dei miti più celebri nel mondo occidentale, conosciuto almeno a grandi linee da milleseicento anni e da tutti gli abitanti dell’Europa e, in seguito, dell’America e dell’Oceania: e parla (anche) di rapporti di distribuzione e di produzione tra gli uomini, di lavoro e di fatica, di sottomissione della donna al sesso maschile.

Una narrazione mitico religiosa che, tra l’altro, riprende e riproduce in modo creativo la tematica elaborata in precedenza ed in modo autonomo dalle popolazioni sumere, attorno al 1600 a.C.

Il paradiso terrestre che venne inventato e descritto dai Sumeri si chiamava infatti Dilmun ed era stato collocato nel Golfo Persico: in questo luogo fatato dove non esistevano malattie o morte, il dio Enki usava accoppiarsi sessualmente con le dee sue figlie. Dopo aver mangiato i frutti degli alberi creati dalla dea Ninhursag venne da questa maledetto e condannato da atroci sofferenze: per far guarire la costola di Enki, Ninhursag creò quindi una dea dal nome Ninti, che significa colei che fa vivere, e il significato del nome traslato in ebraico avrebbe originato il nome Eva. Una storia  che ha circa quattro millenni di esistenza nelle menti umane, dalla Mesopotamia e passata in Palestina prima ed in Europa in seguito, venendo segnata almeno in parte dalle ricadute dell’effetto di sdoppiamento in campo cultural-religioso.

Anche il mito di Mosè e della liberazione della schiavitù degli ebrei rientra nelle coordinate dell’effetto di sdoppiamento, specialmente se esso viene collegato dialetticamente con il suo “opposto”, e cioè con la narrazione biblica relativa sia alla formazione del ricco clero ebraico che agli stermini compiuti dai seguaci di Mosè/Aronne, una volta arrivati dal deserto del Sinai in terra palestinese (un anticipazione profetica della nakba del 1947/48, tra l’altro).

Sotto questo aspetto, non assume importanza alcuna il fatto che la figura di Mosè sia leggendaria e che non si sia verificato alcun intervento divino (con l’apertura delle acque del Mar Rosso, poi richiusesi sulle armate del faraone egiziano) al fine di permettere la fuga in massa degli schiavi ebrei: tali elementi risultano importanti nella polemica atea contro le religioni, ma non assumono invece rilevanza per la materia in via di esame, dove ciò che conta è che il mitico e leggendario esodo della forza-lavoro servile ebraico dall’Egitto sia stato ritenuto vero e realmente avvenuto da centinaia di milioni di ebrei, a partire almeno dal nono secolo a.C., e da molti miliardi di cristiani via via riprodottisi tra il primo ed il ventesimo secolo.

Proprio partendo da questa prospettiva, la leggenda della fuga degli schiavi dall’Egitto risulta particolarmente emozionante e, allo stesso  tempo istruttiva: Mosè diventa una sorta di Spartaco ante-litteram, aiutato per sua fortuna dall’enorme potenza dell’intervento divino.

Secondo il resoconto biblico dell’Esodo, risalente a quasi tre millenni orsono, il popolo ebraico era stato ridotto in servitù da “un nuovo re” che intraprese anche una sorta di “controrivoluzione preventiva” contro i nuovi schiavi sottoponendoli (oltre che a durissimi lavori forzati) anche ad uno spietato genocidio dei loro discendenti  di sesso maschile.

Ma sorse sull’Egitto un nuovo re che non aveva conosciuto Giuseppe, e disse al suo popolo: “Ecco, il popolo dei figli d’Israele è più grande e più forte di noi: su, comportiamoci saggiamente con lui, perché non si moltiplichi; e se ci sarà guerra non si aggiunga anch’esso a chi ci odia e combatta contro di noi e poi se ne vada dal paese”. Gl’imposero perciò dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerlo coi loro pesi, e costruì città magazzino per il faraone: Pitom e Ramses. Ma più lo opprimevano, più si moltiplicava e straripava: ed ebbero paura dei figli di Israele.

Allora l’Egitto sottopose i figli d’Israele a un lavoro massacrante: amareggiarono la loro vita con un duro lavoro, con l’argilla e i mattoni , con ogni genere di lavoro nei campi: ogni specie di lavoro massacrante con cui li fecero lavorare. Il re d’Egitto disse alle lavoratrici ebree, delle quali una si chiamava Sifra e la seconda Pua: “quando farete partorire le donne ebree, mirate al sedile per il parto: se è un figlio, uccidetelo; se è una figlia, lasciatela in vita”.[9]

Per fortuna degli schiavi ebrei nacque e sopravvisse allo sterminio la figura di Mosè che, secondo la Bibbia, diventò in età adulta il leader politico-religioso della sua gente oppressa ed ottenne un chiaro messaggio dalla divinità suprema e un mandato dal cielo “sdoppiato”, nel quale la promessa della liberazione dalla schiavitù era collegata simultaneamente ad un sinistro e livido riferimento alla futura occupazione militare della “terra dove scorre latte e miele”, nella quale già abitavano popolazioni quali i Cananei, gli Amorrei, i Perizziti, gli Evei e Gebusei: tutte popolazioni che, come si vedrà in seguito, secondo il resoconto biblico verranno sterminate dal popolo ebraico proprio su ordini e precisa indicazione divina, del loro signore celeste.

Secondo l’Antico Testamento, “il Signore disse: “ho visto l’oppressione del mio popolo che è in Egitto, ho udito il suo grido di fronte ai suoi oppressori, poiché conosco le sue angosce. Voglio scendere e liberarlo dalla mano dell’Egitto e farlo salire da quella terra a una terra buona e vasta, a una terra dove scorre latte e miele, nel luogo del Cananeo, dell’Hittita, dell’Amorreo, del Perizzita, dell’Eveo e del Gebuseo. E ora, ecco, il grido dei figli d’Israele è giunto fino a me, e ho visto pure l’oppressione con cui l’Egitto li opprime.

E ora va’: t‘invio dal Faraone per fare uscire il mio popolo, i figli d’Israele, dall’Egitto”. Mosè disse a Dio: “Chi sono io, perché vada dal Faraone e faccia uscire i figli d’Israele dall’Egitto?”. Rispose: “Io sarò con te, e questo è il segno che Io ti ho inviato:  quando avrai fatto uscire il popolo d’Egitto, servirete Dio su questo monte”.[10]

Nello stesso passo e nelle stesse poche righe, tuttavia, uno splendido messaggio di liberazione dalla schiavitù si collegò dialetticamente con un annuncio di oppressione  e morte per altri esseri umani, in una trasposizione mitica delle potenzialità (positivo/negativo) contenute nell’effetto di sdoppiamento post-9000 a.C.

La prima parte, e cioè la “linea rossa” contenuta nell’Esodo, risulta spettacolare ed esaltante, specialmente quando Mosè e suo fratello Aronne si recano dal faraone per avviare una speciale trattativa “politico-sindacale” con gli apparati statali classisti del tempo.

“Dopo questo, Mosè ed Aronne vennero a dire al Faraone: “Così ha detto il Signore, Dio d’Israele: “Lascia andare il mio popolo a celebrare una festa per me nel deserto”. Dissero : “Il Dio degli ebrei ci è venuto incontro: lasciaci andare dunque per il cammino di tre giorni nel deserto per sacrificare al Signore, nostro Dio, perché non ci colpisca con la peste o la spada”.[11]

“Lascia andare il mio popolo”: tramite le loro chiese, gli afroamericani hanno sentito innumerevoli volte le parole contenute in questa leggenda liberatoria e catartica, e le hanno riportate alla loro concreta ossessione e situazione materiale.

“Il cristianesimo nero ha raccolto le lacrime di disperazione, consolato chi soffriva sotto i colpi della frusta, modellato una comunità in esilio: esso è nato nelle reinterpretazioni della Bibbia a partire dall’esperienza di schiavitù. Certamente alcuni passi delle Scritture evocarono assonanze particolari, come per esempio la condizione di schiavitù vissuta dai figli d’Israele in Egitto, sotto i faraoni. Richiamato per la prima volta in un sermone nel 1808, divenne un elemento costante nella retorica del cristianesimo afroamericano. Il racconto dell’Esodo dimostrava in maniera incontrovertibile che Dio non aveva voluto un destino di schiavitù permanente per gli afroamericani: in generale, era l’impianto teologico della Bibbia, così come proposto dai bianchi, a essere rigettato”.[12]

Sempre nel racconto biblico emerge che “Il signore disse a Mosè: “Stendi la tua mano sopra il mare e l’acqua, torni sugli Egiziani, sui loro carri e sui loro cavalieri”. Mosè stese la sua mano sul mare: verso il mattino, il mare tornò verso il suo posto consueto, gli Egiziani fuggirono di fronte ad esso e il Signore travolse gli Egiziani nel mezzo del mare.

L’acqua ritornò e coprì i carri, i cavalieri e tutto l’esercito del Faraone che veniva dietro a loro nel mare: di loro non ne restò neppure uno. Invece i figli d’Israele avevano camminato all’asciutto in mezzo al mare e l’acqua fu per loro un muro a destra e a sinistra.

Quel giorno il signore salvò Israele dalla mano dell’Egitto e Israele vide gli Egiziani morti ai bordi del mare. Israele vide la grande potenza che il Signore aveva usato contro l’Egitto e il popolo temette il Signore e credette a lui e a Mosè, suo servo.[13]

Tutto bene? No, purtroppo. Quasi subito dopo il vittorioso processo di liberazione/fuga degli schiavi, nel racconto biblico appare con plateale evidenza proprio il riflesso mitico e mediato della “linea nera” classista, innanzitutto attraverso la descrizione/approvazione del processo di accumulazione di ricchezze materiali e potere politico da parte del nuovo clero ebraico.

Nella società di classe l’apparato ecclesiastico è costituito da una gerarchia di uomini che si dedicano e traggono il loro sostentamento essenzialmente dal culto religioso, ponendosi nella posizione di intermediario privilegiato tra la volontà divina ed i comuni fedeli: e anche in Israele, come in tutti i popoli che sono vissuti in formazione economico-sociali egemonizzati dalla “linea nera” classista, il sacerdozio e l’apparato ecclesiastico costituivano un’ istituzione permanente composta da uomini dedicati al servizio di Yahweh, alle cui origini vengono collegate alla tribù di Levi, cui appartenevano Mosè ed Aronne. Nei tempi più antichi i leviti formavano una specie di corporazione religiosa particolarmente fedele a Yahweh, al suo culto ed alle sue leggi (cfr. Esodo 32:26-28, Deuteronomio 33:8-11), mentre sempre nell’epoca patriarcale i sacerdoti non avevano l’esclusiva del sacerdozio, soprattutto per quel che riguarda i sacrifici (cfr. Genesi 12:7; 13:18 ecc.).

Ma con il sorgere della monarchia ebraica e fin dai tempi di re Davide (950 a.C.), il sacerdozio di Gerusalemme viene riorganizzato e sviluppato fino a diventare uno dei cardini della religione di Israele; al nucleo dei sacerdoti levitici (Samuele 22:20, 2; Samuele 20:25, della casa di Eli, probabilmente di famiglia levitica) si aggiunse la dinastia sacerdotale di Tsadok. Il sacerdozio era ereditario ed in stretto legame con la monarchia, mentre le sue attribuzioni non erano limitate al culto, come generalmente si crede, visto che ai sacerdoti apparteneva l’insegnamento della Legge intesa come volontà di Dio.

Per la riproduzione materiale di questa casta sacerdotale la Bibbia sancisce il pagamento della decima da parte del popolo ebraico, prestazione stabilita proprio dalla volontà divina secondo il resoconto contenuto nel Levitico: in questo testo dell’Antico Testamento si consacrò l’offerta regolare e costante al “tempio”, e cioè all’apparato ecclesiastico destinato a curare i culti divini mediante la decima parte dei prodotti del suolo e del bestiame.

“Ogni decima della terra, sia delle raccolte del suolo, sia dei frutti degli alberi, appartiene al SIGNORE; è cosa consacrata al SIGNORE. Se non vuole riscattare una parte della sua decima, vi aggiungerà il quinto. Ogni decima consacrata al SIGNORE”.[14]

Ma come la decima sarebbe stata consacrata “al Signore”? Semplice.

Sempre secondo la narrazione biblica, entrata a far parte dal decimo secolo avanti Cristo nelle consuetudini socioproduttive della società classista ebraica, quando Yahweh parlò di persona al grande sacerdote Aronne, fratello di Mosè, lo avverte che sia singolarmente che come gruppo i “figli di Levi” (l’apparato ecclesiastico) non avrebbero posseduto nulla, se non… la proprietà di “tutte le decime in Israele” in cambio “dei servizi” resi alla divinità. Come emerge chiaramente dal libro dei Numeri, il SIGNORE disse ancora ad Aronne: “tu non avrai nessuna proprietà nel paese dei figli di Israele e non ci sarà parte per te in mezzo a loro; io sono la tua parte e la tua eredità in mezzo a loro. Ai figli di Levi io do come proprietà tutte le decime in Israele in cambio del servizio che fanno nella tenda di convegno. I figli d’Israele non si avvicineranno più alla tenda di convegno, per non caricarsi di peccato che li farebbe morire. Ma il servizio della tenda di convegno lo faranno soltanto i Leviti; ed essi porteranno il peso della proprie iniquità; sarà una legge perenne, di generazione in generazione; e non possederanno nulla tra i figli d’Israele; Poiché  io do come proprietà ai Leviti le decime che i figli d’Israele presenteranno al SIGNORE come offerta elevata; per questo dico loro: “Non possederanno nulla tra i figli d’Israele”.[15]

Il vecchio bolscevico ebreo E. Jaroslavskij, nella sua durissima (a volte unilaterale, spesso offensiva) “bibbia per i credenti e i non credenti”, notò giustamente che “la Bibbia afferma: Ecco perciò comparire i leviti che fungevano da mediatori, da fornitori di prodotti per il dio biblico, da sorveglianti per gli abitatori del cielo, da dispensieri per dei e angeli inesistenti, da cuochi e panettieri e da macellai nello stesso tempo. Oltre alla decima, obbligatoria per tutti (“legge di dio”) i preti ebrei (come fanno i preti di tutte le religioni tuttora) inventarono contributi per ogni occasione, giustificando questo latrocinio col nome  di dio.

Nel Levitico troviamo una elencazione precisa dei tempi e dei casi in cui dovevano essere consumati i sacrifici di vitelli, di montoni, di colombe; è indicato il modo in cui devono essere preparati e la composizione delle diverse offerte (quanta farina, quanto olio, ecc.): una specie di menù”.[16]

Oltre a sancire come volontà divina l’appropriazione delle decime e la costante riproduzione dell’apparato ecclesiastico, la “linea nera” presente nell’Antico Testamento si manifestò anche con la sacralizzazione della schiavitù, anche se fortunatamente al suo interno era presente anche una controtendenza (secondaria e subordinata) rispetto alla riproduzione duratura della schiavitù, che va presa in seria considerazione.

Il famoso Decalogo, descritto nel libro dell’Esodo, sancì infatti indirettamente la schiavitù dello “schiavo e della schiava” (termini a volte addolciti in “servo” e “serva”) sia nel decimo comandamento trasmesso da Yahweh a Mosè, sul monte Sinai, destinato a santificare invece direttamente l’intoccabilità  della proprietà privata, che nel quarto comandamento in cui si fa esplicito riferimento al “servo” ed alla “serva”.

Dio pronunciò tutte queste parole: “Io sono il signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, da una casa di schiavitù.

Non avrai altri dei davanti a me. Non ti farai scultura e alcuna immagine né di quello che è su in cielo, né di quello che è quaggiù sulla terra, né di quello che è in acqua, sotto terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai, perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso che punisce la colpa dei padri sui figli, fino alla terza e quarta generazione, per quelli che mi odiano, ma che fa grazia a migliaia per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.

Non pronuncerai inutilmente il nome del Signore, tuo Dio, perché egli non lascia impunito chi pronuncia il suo nome inutilmente.

Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro, ma il settimo giorno è sabato in onore del Signore , tuo Dio. Non farai alcun lavoro, tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo servo e la tua serva, il tuo bestiame, il forestiero che sta dentro le tue porte, perché in sei giorni il Signore fece il cielo, la terra, ma il settimo giorno si riposò: perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e l’ha santificato.

Onora tuo padre e tua madre, perché i tuoi giorni siano lunghi sulla terra che il Signore, tuo Dio, ti da.

Non ucciderai.

Non farai adulterio.

Non ruberai.

Non deporrai falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

Non desidererai la casa del tuo prossimo; non desidererai la moglie del tuo prossimo, il suo servo, la sua serva, il suo bue, il suo asino, e tutto quello che è del tuo prossimo”.[17]

Dal decimo comandamento derivò tutta una complessa legislazione schiavistica, sancita dalla volontà divina espressa all’interno del Vecchio Testamento.

Le schiave, sia ebree che straniere, potevano tranquillamente diventare “concubine” e schiave sessuali del padrone e dei suoi figli, se fossero “piaciute ai loro occhi”.

“Se uno vende la propria figlia come serva, essa non se ne andrà come se ne vanno gli schiavi: se non piace agli occhi del suo padrone, che non la destina per se come concubina, la lasci riscattare; non è padrone di venderla a un popolo straniero e tradirla. Se la destina a suo figlio, agirà con lei secondo l’usanza delle figlie. Se per sé ne prenderà un’altra, non diminuirà il suo cibo, il suo vestiario e la sua coabitazione: se non farà con lei queste tre cose, ella se ne potrà andare senza versare il denaro del riscatto”.[18]

Per quanto riguarda gli schiavi, maschi e di nazionalità ebrea, veniva prevista la loro liberazione al settimo anno di schiavitù, ma allo stesso tempo eventuali suoi figli nati in schiavitù sarebbero rimasti “del padrone”, come anche sua moglie, se sposata durante la servitù.

Inoltre era previsto che lo stesso schiavo ebreo  rimanesse proprietà del padrone, una volta che pronunciasse (più o meno volontariamente, ed anche tenendo conto dello stato di schiavitù in cui sarebbero in ogni caso rimasti i suoi figli e sua moglie) la parola magica: “amo il mio padrone, mia moglie e i miei figli: non uscirò libero”, durante il fatidico settimo anno. Allora egli sarebbe diventato “schiavo per sempre” del suo “amato” padrone.”Queste sono le leggi che esporrai loro. Quando acquisterai uno schiavo ebreo, ti servirà per sei anni e al settimo sarà messo in libertà, senza riscatto. Se è venuto solo, solo uscirà; se era sposato, uscirà con la propria moglie. Se il suo padrone gli ha dato una moglie che gli abbia generato figli e figlie, la moglie e figli saranno del padrone e lui uscirà solo. Ma se lo schiavo dice: “Amo il mio padrone, mia moglie  e i miei figli: non uscirò libero” allora il suo padrone lo farà avvicinare a Dio, lo farà avvicinare al battente o allo stipite della porta, e gli forerà l’orecchio con un punteruolo e sarà suo schiavo per sempre.[19]

Norme (di origine divina, secondo la Bibbia ed il libro dell’Esodo) chiaramente filo-schiavistiche, seppur temperate e meno dure di quelle in vigore presso altri popoli nel primo millennio a.C.

Ma quasi contemporaneamente, nel sopracitato Levitico, emergeva chiaramente una (subordinata) controtendenza rispetto alla scelta di campo essenzialmente filo-schiavistica espressa dal Vecchio Testamento per le relazioni sociali di produzione, attraverso l’instaurazione dell’anno del giubileo e la legittimazione della liberazione degli schiavi e delle schiave di nazionalità ebraica ogni cinquant’anni.

Seppur con un ruolo secondario e limitato nel suo raggio d’azione, la “linea rossa” ostile all’oppressore classista venne legittimato parzialmente ed in modo implicito persino nel duro libro del Levitico, seppur con una sua presenza carsica, ammessa solamente una volta ogni cinquant’anni e senza purtroppo aver effetto alcuno per gli schiavi non ebrei. Tra la popolazione ebrea era denominato anno del giubileo il settimo anno, quello in cui la terra non veniva seminata e la popolazione raccoglieva soltanto ciò che cresceva spontaneamente: quando ricorreva il settimo giubileo, e cioè ogni cinquant’anni, venivano rimessi i debiti e liberati gli schiavi di nazionalità ebraica.

“Conta poi sette settimane  di anni, cioè sette volte sette anni in modo che queste sette settimane di anni formino lo spazio di 49 anni. Il dieci del settimo mese farai echeggiare un suon di tromba. È il giorno dell’espiazione e in quello farete udir la tromba per tutto il vostro paese. Voi santificherete il 50° anno e proclamerete la libertà nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo e ognuno di voi ritornerà in possesso delle sue terre e ciascun israelita rientrerà nella sua famiglia.[20]

Il processo di liberazione umana e socio produttiva prevista con il giubileo non si applicava agli schiavi provenienti dai “popoli che abitano intorno a voi” dalle popolazioni non ebree.

“Lo schiavo e la schiava di tua proprietà vi verranno dai popoli che abitano intorno a voi; da loro prenderete schiavi e schiave. Anche fra i figli degli ospiti che abitano presso di voi potrete prenderli e dalle loro famiglie che si trovano presso di voi e che hanno generato nella vostra terra; essi saranno vostro possesso. Li lascerete in eredità ai vostri figli dopo di voi, perché li assumano in possesso eterno; presso di loro prenderete gli schiavi”.[21]

Anche se handicappati da questo pesantissimo limite, il processo di liberazione statuito nel giubileo rappresentò un ulteriore manifestazione della “linea rossa” nel Vecchio Testamento, la terza espressione della sua presenza ( subordinata e nettamente secondaria, rispetto alla “linea nera” filo classista) nella Bibbia più antica, dopo la polarità dialettica dell’Eden/cacciata dall’Eden e quella relativa all’Esodo/utilizzo classista della struttura ecclesiastica (e delle decime… ).

Probabilmente la combattività esemplare dimostrata carsicamente dagli ebrei, ivi compresi quegli schiavi (fino al 134 d.C. le masse popolari ebree promossero numerose ribellioni, sette eretiche e profeti contrari ai ricchi, come vedremo in seguito), favorì sensibilmente l’inserimento del giubileo nelle norme e traduzioni del Vecchio Testamento; in ogni caso l’anno sabbatico della liberazione dei debiti rientra a pieno titolo, seppur con i suoi limiti, in quella “eredità sovversiva e non statica di cui è permeata l’intera Bibbia”, e come aveva notato giustamente il grande E. Bloch, che forma allo stesso tempo una “grande protesta e archetipo del regno della libertà”.[22]

Anche sul tema della schiavitù, l’Antico Testamento rappresenta un testo contraddittorio e “sdoppiato”: non è pertanto un caso che negli Stati Uniti del 1776/1865 coesistettero e si riprodussero due diverse ed opposte letture del testo biblico, nelle regioni settentrionali del paese ed in quelle schiaviste del sud.

“L’uso delle scritture per difendere la schiavitù era invalso già nella seconda metà del XVIII secolo, ma fu soltanto nel 1831, dopo la ribellione guidata da Nat Turner, che la Bibbia divenne uno strumento di conservazione del sistema economico e sociale gravitante intorno alla pratica della schiavitù.

Intorno ad essa si sviluppò una contesa religiosa: da una parte, chi sosteneva che fosse un’istituzione sanzionata dalla Bibbia, dall’altra, chi sosteneva il contrario. In un certo senso, ci furono due Bibbie, quella letta dai pastori del nord e quella letta dai pastori del sud: o meglio, la stessa Bibbia, ma due differenti interpretazioni.

Nel 1847 fu pubblicata la raccolta delle sedici lettere che due preminenti figure battiste dell’American Baptist Home Mission Society Temple, Richard Fuller e Francis Wayland, si erano scambiati a proposito della schiavitù. Il primo era proprietario di schiavi del South Carolina, il secondo era presidente della Brown University di Providence (Rhode Island). Il primo era un illustre battista del sud, l’altro del nord: entrambi fondavano le proprie posizioni, a favore della schiavitù il primo, dell’abolizione il secondo, sulle scritture. La guerra civile fu una guerra di religione, nel doppio senso che la religione diede significato alla guerra e che la guerra fu combattuta su temi religiosi. La religione non fu la causa della guerra, ma il contesto in cui questa si mosse. Sia il nord sia il sud si appoggiarono alla Bibbia per sostenere le proprie tesi”.[23]

In ogni caso la “linea nera” continuò ad avere una schiacciante prevalenza e primato nella globalità del testo sacro per ebrei e cristiani, soprattutto a causa della piena legittimazione (sempre da parte… divina) sia delle guerre di conquista compiute da parte del popolo ebraico, che delle riduzioni in schiavitù della popolazione straniera da esso sconfitte.

Una conferma agghiacciante di questa sacralizzazione della violenza/sfruttamento su scala internazionale venne esposto come prospettiva generale già nel libro Deuteronomio.

Secondo il consiglio Yahweh al suo popolo ed a Mosè, infatti, “quando ti avvicinerai ad una città per assalirla proponile prima la pace. Se l’accetta  e ti apre le porte tutto il suo popolo ti sia tributario e soggetto. Ma essa rifiuta la pace e comincia a farti la guerra, assediala. Il signore, Iddio tuo, te la darà nella mani e allora metti a fil di spada tutti i maschi; ma le donne e i bambini, il bestiame e tutto ciò che sarà nella città, tutto quanto il suo bottino, portalo via con te e goditi del bottino dei tuoi nemici, che il signore, Iddio tuo, ti avrà dato. Tratta così tutte le città che sono molto lontane da te e non appartengono a queste genti. Però nella città di questi popoli che il signore Iddio tuo ti dà in possesso, non ci lascerai anima viva” ( Deuteronomio, 10-16).

Dalle parole si passò ai fatti, ad una sequenza di eventi sanguinosi ed orrendi (legittimati dal verso “divino” di Yahweh) chi attraversa carsicamente una sezione importante dell’intera narrazione biblica.

In una prima battaglia nel deserto del Sinai, il popolo ebraico guidato da Mosè e dal suo braccio destro militare, Giosuè, sconfisse infatti la tribù guidata da Amalec, subito “passandoli a fil di spada” nella loro globalità.[24]

Nel capitolo 31 del Libro dei Numeri, si trova a sua volta la legittimazione di ispirazione “divina” di un nuovo massacro, questa volta contro la popolazione palestinese dei Madian.

“Attaccarono battaglia contro Madian, come il signore aveva ordinato a Mosè e uccisero tutti i maschi…  Ma i figli di Israele fecero prigioniere le donne di Madian coi loro bambini e depredarono tutto il loro bestiame, tutti i loro greggi e tutte le loro sostanze. Incendiarono tutte le città da loro abitate e tutti i loro attendamenti recinti. Poi presero tutto il bottino, tutto ciò che avevano catturato, persone e animali…”[25]

Purtroppo il film dell’orrore non era ancora  finito, visto che Mosè si “adirò” contro i capi militari per il loro eccesso… di bontà e tolleranza.

“Ma Mosè si adirò contro i comandanti dell’esercito, capi di migliaia e capi di centinaia, che tornavano da quella guerra e disse loro: “perché avete lasciato in vita le donne? Ecco, furono proprio quelle che per suggerimento di Balaam sedussero i figli d’Israele trascinandoli all’infedeltà verso il signore, nel fatto di Fegor per cui scoppiò il flagello in mezzo al popolo del signore. Or dunque uccidete tutti i bambini maschi e tutte le donne che hanno avuti rapporti intimi con un uomo; invece le fanciulle vergini, che non hanno ancora conosciuto l’uomo, serbatele in vita per voi”.[26]

La presunta volontà divina rientrò in campo anche rispetto al processo di spartizione del bottino tra militari e sacerdotali, assegnando ai secondi la metà del “sacro bottino”estorto ai madianiti.

“Il signore parlò a Mosè dicendo: “Tu e il sacerdote Eleazaro e i capi famiglia della comunità fate il computo di tutto ciò che è stato catturato, in persone e bestiame; e dividi la preda assegnandone metà ai combattenti, che sono andati alla guerra, e metà a tutta la comunità. Sulla metà toccata agli uomini che sono andati alla guerra, preleva l’uno per cinquecento, come tributo riservato al signore, sulle persone, sui bovini, sugli asini e sulle pecore. Prendilo sulla loro metà e dallo al sacerdote Eleazaro, come offerta al signore. Invece sulla metà toccata ai figli di Israele, prendi l’uno per cinquanta, delle persone, dei bovini, degli asini, delle pecore e di tutto l’altro bestiame e dallo ai leviti che hanno l’incarico del servizio del Tabernacolo del signore”. Mosè e il sacerdote Eleazaro fecero come il signore aveva comandato a Mosè”.[27]

Il Mosè-liberatore degli ebrei dalla schiavitù egiziana si era ormai ”sdoppiato” in un Mosè-predatore, senza alcuno scrupolo morale e teso a atti di semigenocidio.

Rispetto alla città di Gerico, l’Antico Testamento offre una nuova descrizione di una guerra schiavistica e di un ennesimo massacro, che coinvolse persino “buoi, pecore e asini”: dopo aver conquistato la città, con l’essenziale aiuto divino, i guerrieri ebrei guidati da Giosuè (alias Gesù, figlio di Nun) “votarono allo sterminio tutto ciò che vi era nella città: uomini e donne, fanciulli e vecchi e persino buoi, pecore e asini, tutto passarono a fil di spada”.[28]

Poco dopo, sempre nel libro di Giosuè, nuova narrazione di un altro sterminio e saccheggio, questa volta contro il regno di Ai. Dopo la vittoria sul campo, i guerrieri di Giosuè “cominciarono a percuotere quelli di Ai. Anche gli altri intanto uscirono dalla città incontro ad essi, in modo che si trovarono in mezzo ad Israele, avendo gli uni da un lato, gli altri dall’altro lato. Li percossero finché non restò neanche uno che sopravvisse, né uno che potesse fuggire. Il re di Ai fu preso vivo e fu portato a Giosuè.

Quando Israele ebbe finito di uccidere tutti gli abitanti di Ai nella campagna, nel deserto dove quelli prima lo inseguivano, e tutti furono caduti sotto la spada, in modo che non sopravvisse alcuno, allora tutto Israele ritornò ad Ai e la passò a fil di spada. Il totale degli uccisi in quel giorno, fra uomini e donne, fu di dodicimila, tutta la gente di Ai.

Giosuè non ritrasse la mano che aveva steso con il giavellotto finché non furono votati all’interdetto tutti gli abitanti di Ai. Soltanto il bestiame e il bottino della città stessa prese per sé Israele, secondo quanto il Signore aveva ordinato a Giosuè”.[29]

Ai Gabaniti, un’altra popolazione della zona palestinese divenuta target delle aggressioni ebraiche, almeno secondo il resoconto biblico, toccò una sorte migliore, quella degli schiavi destinati per sempre a “tagliar legna e ad attingere acqua”.

Dopo aver scoperto un  inganno dei Gabaniti, che durante le trattative avevano detto di essere collocati molto lontano dall’esercito ebraico, “Giosuè li chiamò dunque a sé e disse a quegli uomini: “Perché ci avete ingannato dicendoci: veniamo da molto lontano, mentre abitate qui in mezzo a noi? Per questo sarete maledetti e vi saran sempre tra voi degli schiavi che tagliano legna e portatori d’acqua per la casa del mio dio”.

E quelli risposero a Giosuè: “A noi tuoi servi è stato annunziato ciò che il signore, dio tuo, ha stabilito per mezzo di Mosè, suo servo, di dare a voi tutta questa regione e che dinanzi a voi fossero sterminati tutti i suoi abitanti. Perciò al vostro avvicinarsi abbiamo avuto grande timore per la nostra vita e ci siamo decisi ad agire in tal modo. Or eccoci nella tue mani; trattaci come ti parrà giusto ed equo secondo il tuo giudizio”. Così fece Giosuè salvandoli dalle mani degli Israeliti, perché non li uccidessero. Da quel giorno Giosuè li destinò a tagliar legna e ad attingere acqua per la comunità e per l’altare del signore”.[30]

Nella campagna di conquista di Giosuè, vennero conquistate (con lo sterminio di tutti i loro abitanti…) anche le città di Libna, Lachis, Eglon ed Ebron. In seguito l’esercito ebraico applicò la solita tattica di distruzione anche per la città di Azor e per gli Anakiti (che si salvarono solo a Gaza: tristi, orrendi corsi e ricorsi storici…), conquistando buona parte dell’area libano-palestinese, sempre secondo il resoconto biblico.

La narrazione biblica relativa alle operazioni di sterminio e saccheggio continuarono anche nel libro dei Giudici, questa volta attuale contro le tribù di Beniamino in una sorta di guerra civile tra ebrei.

Dopo aver subito alcune dure sconfitte, con il presunto aiuto divino l’esercito israeliano riuscì a sconfiggere l’avversario e si avviò la solita frequenza, già vista e subita in precedenza dai malechiti, madiani, abitanti di gerico, ecc. “I caduti di Beniamino in quel giorno furono 18 mila, tutti valorosi guerrieri. Gli scampati, voltate le spalle al nemico, si dettero a precipitosa fuga per il deserto, verso la rupe di Rimmon, ma gli Israeliti riuscirono a ucciderne cinquemila per le strade; poi continuarono a inseguire gli altri fino a Migron, uccidendone ancora duemila. Così il totale dei caduti di Beniamino in quel giorno fu di 25 mila combattenti, tutti uomini di valore. Soltanto seicento fuggiaschi, presa la via del deserto, poterono rifugiarsi sulla rupe di Rimmon, dove rimasero quattro mesi. Ritornati poi indietro, gli israeliti si volsero contro gli altri figli di Beniamino e passarono a fil di spada tutti gli uomini, le bestie e quanto trovarono, infine diedero fuoco a tutte le città che erano in Beniamino”.[31]

Il solito massacro dei maschi, e la solita schiavitù per le donne: una “linea nera” spietata, quella che dominò alcuni pezzi importanti del Vecchio Testamento, un’onda maligna che trovò un parziale e limitato argine nelle parole “sovversive” e nei discorsi tenuti da alcuni dei profeti biblici, Amos ed Isaia innanzitutto.

Questi ultimi espressero a chiara voce, sempre nell’Antico Testamento, l’ostilità propria  di vasti settori popolari ebraici contro il duro sistema classista nel quale si trovavano a vivere contro le ingiustizie sociali inflitte a iosa dai vecchi e potenti israeliti, riprendendo tra l’altro – nel caso del secondo profeta Isaia – e sviluppando in modo creativo la visione del paradiso dell’Eden.

Proprio nell’Antico testamento, nello stesso libro intriso di legittimazione della schiavitù, delle decime ecclesiastiche e delle guerre di sterminio, la “linea rossa” religiosa trovò carsicamente nuova linfa e legittimazione nell’ardente predicazione di alcuni dei profeti biblici.

Il contesto storico in cui hanno operato i “profeti rossi” della Bibbia risultò assai cambiato rispetto a quello da cui vennero espresse (o inserite, come lontana traduzione mitica di un epoca passata della storia del popolo ebraico) i primi libri del Vecchio Testamento, della Genesi fino al Deuteronomio.

All’alba dell’ottavo secolo avanti Cristo, gli stati classisti (regno d’Israele e Giuda) si erano consolidati e si erano cristallizzati al loro interno dei feroci ed egemoni rapporti sociali di produzione; non si era più nell’epoca leggendaria del Giardino dell’Eden, in quella mitica della fuga degli schiavi dall’Egitto durante l’era della conquista della Palestina da parte di tribù nomadi-militari, di guerrieri in cerca di schiavi, bestiame e bottino.

Verso il 780/750 a.C., i dati empirici in nostro possesso mostrano come si fosse ormai formata nell’area occupata dallo stato d’Israele – staccatosi dal tempo del regno di Giuda – una formazione economica prevalentemente agricola, seppur con ancora una prevalenza consistente della pastorizia: lo stesso profeta Amos, il più antico di quelli riportati nella Bibbia, era a sua volta un pastore.

In quel contesto storico la schiavitù per debiti era assai diffusa, e non a  caso Amos vi si soffermò quando notò che i ricchi creditori “hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali”: si poteva perdere la libertà anche per l’inadempimento di un piccolo debito nei confronti della casta dei commercianti-usurai, pari al prezzo irrisorio di “due sandali”.

I grandi proprietari terrieri utilizzavano in quel tempo sia gli schiavi che la forza lavoro salariata, quest’ultima pagandola con salari da fame e cercando di impedire loro anche il tradizionale diritto di spigolatura dopo il raccolto (Amos, 8, 5/6); le alte gerarchie ecclesiastiche, con a capo il grande sacerdote Amatsia, accumulavano a loro volta decime e ricchezze, in “santa” alleanza con i ricchi e l’allora re Gerobogmo secondo.

Truffe del commercio, nel peso e nella moneta, sfruttamento delle masse popolari; usura spietata e schiavitù per i debitori; decime ecclesiastiche formavano gli assi centrali dei rapporti di produzione/distribuzione classisti del regno d’Israele della prima metà dell’ottavo secolo avanti Cristo, situazione su cui (per una volta) concordano gli storici e che viene confermata dalla stessa narrazione biblica.

Ma qualcuno si ribellò, protestò, urlò la sua dura indignazione rispetto alle clamorose ingiustizie sociali: l’umile pastore Amos, uno dei tanti “profeti sovversivi” (che già in precedenza operavano, senza tuttavia lasciare alcuno scritto) del Vecchio Testamento, il “ribelle rosso” per antonomasia della Bibbia ed una sorta di archetipo per tutti gli altri “profeti di giustizia” di matrice ebraico-cristiana, che illumineranno la storia occidentale degli ultimi tre millenni fino ad arrivare a Chavez e Morales.

Secondo la narrazione biblica, il primo “araldo rosso” accusò fin dalla prima metà dell’ottavo secolo la classe dominante, notando che essi saranno castigati da Yahweh

“per aver essi venduto per argento chi è giusto

e chi è povero a conto di due sandali,

essi, che calpestano tra la polvere della terra

la testa dei miseri e la via degli umili precludono;

e un uomo e il padre suo entrano ad una stessa fanciulla

allo scopo di profanare il Nome mio santo;

su vesti pignorate si stendono accanto ad ogni altare

e vino di multati sbevazzano nella casa del loro dio”.[32]

Nessuna pietà per i ricchi Sibariti che “calpestano la testa degli umili”, o per i ricchi sacerdoti “che sbevazzano”, almeno da parte dell’ipercomunista (ante-litteram, certo) Amos.

Più avanti Amos il “profeta rosso” sottolineò che i ricchi e la casta religiosa

“odiano colui che alla porta decide,

e aborrono colui che parla integro.

Ebbene: Poiché avete estorto l’affitto contro il misero

e tributo di frumento ghermivate da lui,

case di pietra riquadre costruiste,

ma non abiterete in  esse;

vigne ubertosissime piantaste,

ma non berrete il loro vino.

Davvero, conosco che molteplici sono

le vostre prevaricazioni e sfrontati i vostri peccati.

Essi, che osteggiano chi è giusto,

essi, che ghermiscono denaro per corruzione,

e i poveri alla porta respingono.

Perciò tace colui che riflette su questo tempo,

perché tempo cattivo è questo.

Cercate il bene e non il male, affinché viviate,

e avvenga così che il Signore Dio delle schiere

sia con voi come avete detto.

Odiate il male e amate il bene

e stabilite alla porta il giudizio:

chissà che non faccia grazia

il Signore Dio delle schiere

al residuo di Giuseppe.

Perciò così ha detto il Signore,

Dio delle schiere, il Signore:

in tutte le piazze vi sarà lamento,

e in tutte le strade diranno: Ahi, ahi!

Chiameranno il villano al lutto

e al lamento i conoscitori del gemito.

In tutte le vigne vi sarà lamento,

perché io passerò in mezzo di te,

ha detto il Signore”.[33]

Secondo la durissima maledizione di Amos, per punire “i prevaricatori villani” si scatenava il “Dio delle schiere”, a tutela dei poveri e sfruttatori, il “Dio degli oppressi” in qualità di una sorta di “Armata Rossa celeste”, capace di spazzare via alla radice sia le ingiustizie sociali che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, eliminando fisicamente coloro che “hanno estorto l’affitto contro il misero”, mentre il tributo di frumento germogliavano da lui…

Il filo rosso della “Bibbia dei poveri”, secondo l’azzeccata definizione del grande Ernst Bloch, continuò con un altro grande profeta, Isaia: anzi due, con tutta probabilità, visto che la critica storica di regola ritiene che l’autore dei capitoli del libro di Isaia successivi al trentanovesimo vada attribuita a una diversa figura rispetto al “primo Isaia”, all’autore della prima parte del libro dell’Antico Testamento in via d’esame.

Il “primo Isaia” visse probabilmente nella seconda metà dell’ottavo secolo a.C., poco dopo Amos e la sua predicazione, in un contesto internazionale in cui stava maturando il processo di annessione del regno d’Israele ad opera del più potente impero assiro, allora quasi al massimo del suo rigoglìo.

Il profeta denunciò quasi subito le ingiustizie sociali dell’epoca, che a suo avviso avevano portato alla perdita del sostegno divino al popolo ebraico (“ecco il Signore, Dio degli eserciti, rimuove da Gerusalemme e da Giuda sostegno e appoggio”, Isaia 3,1) e avrebbero condotto alla rovina gli stati ebraici del tempo. Isaia infatti descrisse con parole forti la condanna dell’autorità divina verso gli “anziani” (i ricchi) ed “i principi”, seguendo la strada già tracciata da Amos:

“Il Signore entra in giudizio

con gli anziani e con i principi:

“Siete voi che avete guastato la vigna,

le spoglie del povero si trovano nelle vostre case.

Perché calpestate il mio popolo

e pestate la faccia dei poveri?”.

Oracolo del Signore, Dio degli eserciti”.[34]

Dopo aver condannato duramente il lusso e gli “anelli” ostentati dalle donne facoltose “di Sion” Israele  (Isaia, 3,16), il proto-Isaia passò ad una durissima maledizione contro il processo di accumulazione di beni, ricchezze e forza-lavoro (“guai a coloro che aggiungono casa a casa”) a danno delle masse popolari.

Guai a coloro che aggiungono casa a casa,

che congiungono campo a campo

finché non vi sia spazio

e voi rimaniate soli ad abitare in mezzo al paese.

Alle mie orecchie il Signore degli eserciti ha giurato:

“Molte case diventeranno una rovina,

le grandi e belle saranno senza abitanti;

poiché dieci iugeri di vigna frutteranno un solo bat,

ed un comer di seme produrrà un solo efa”.

“Guai a quelli che si alzano di buon mattino

E corrono dietro a bevande inebrianti,

si attardano fino a sera,infiammati dal vino.

Vi sono cetre ed arpe, tamburini e flauti,

e vino nei loro conviti,

ma non prestano attenzione all’azione del Signore

e non vedono l’opera delle sue mani.

Perciò il mio popolo sarà deportato

a causa della sua ignoranza,

i suoi nobili moriranno di fame,

la sua moltitudine sarà arsa dalla sete.

Perciò, lo sceol allarga la sua gola,

e spalanca la sua bocca a dismisura,

e vi scendono la nobiltà e la folla,

il chiasso ed il tripudio della città.

L’uomo sarà abbassato ed il morale umiliato,

e saranno prostrati gli sguardi dei superbi.

Il Signore degli eserciti sarà esaltato nel giudizio,

ed il Dio santo apparirà santo nella giustizia.

Gli agnelli pasceranno come sui prati

E nelle rovine dov’erano le bestie grasse,

si nutriranno i nomadi.

Guai a quelli che si attirano la colpa con funi di iniquità

ed il peccato come con corde da carro!”[35]

“I suoi nobili moriranno di fame”: per la classe dominante ebraica non si preannunciano certo tempi felici, nella visione profetica di Isaia come in quella di Amos.

Poche pagine dopo, nuova condanna per coloro che privano “i miseri della giustizia” e che derubano “il diritto dei poveri del mio popolo”.

“Guai a quelli che promulgano decreti iniqui

e nel redigere, mettono per iscritto l’oppressione,

per privare i miseri della giustizia

e derubare il diritto dei poveri del mio popolo,

si che le vedove diventino loro preda e spoglino gli orfani.

Che farete nel giorno del castigo,

quando la rovina arriverà da lontano?

Presso chi fuggireste per avere aiuto

e dove lascerete la vostra ricchezza?

Non rimarrà che curvarsi fra i prigionieri e cadere sotto gli uccisi.

Malgrado ciò l’ira del Signore non scema,

e la sua mano è ancora tesa”.[36]

“Dove lascerete la vostra ricchezza”, quando non rimarrà che “cadere sotto gli uccisi”? Persino  Pol-Pot, in confronto, risulta quasi un “tenero di cuore” verso le classi dominanti ed il loro lusso/ostentazione…

Il secondo autore del libro biblico in via d’esame, il Deutero-Isaia sembra abbia invece composto il suo scritto poco dopo il ritorno del popolo ebraico dal lungo esilio, cui esso era stato costretto dall’imperialismo assiro che lo aveva deportato in massa lontano dall’area palestinese (704/538 a.C.): solo con l’imperatore persiano Ciro, era stato concesso ai “figli di Sion” di rientrare nell’area geopolitico da loro occupato in precedenza, e non a caso il sovrano venne valutato molto favorevolmente dal secondo Isaia, in qualità di novello Mosè  liberatore del popolo ebraico, docile (seppur involontario) strumento della volontà divina capace di abbattere “Babilonia”, alias l’impero assiro.

Anche il “Signore Dio” del secondo Isaia prese apertamente la parte degli “umili”, oltre a portare proprio “la libertà dei deportati”: al popolo ebraico deportato ma non solo ad esso, emanando in un afflato universale e proiettato nel futuro, nel quale saranno “consolati gli afflitti” e si pianteranno “Querce di Giustizia”.

“Lo spirito del signore Dio è su di me,

perché il Signore mi unse,

mi inviò ad evangelizzare gli umili,

a fasciare quelli dal cuore spezzato

e proclamare la libertà ai deportati,

la liberazione ai prigionieri,

a proclamare un anno di grazia da parte del Signore,

un giorno di vendetta da parte del nostro dio,

per consolare tutti gli afflitti,

per dare loro un diadema invece di cenere,

olio di letizia invece di un abito di lutto,

lode invece di animo mesto.

Si chiameranno Querce di giustizia,

Piantagione del Signore per la sua gloria”.[37]

Il nuovo messaggio divino risulta liberatorio e fraterno, preannunciando una società giusta nella quale non avverrà più che alcuni “costruiranno ed un altro abiterà”, o che i soliti noti, le masse popolari, pianteranno “e un altro mangerà” i frutti del lavoro.

Nel capitolo 65 del libro di Isaia si annuncia una sorta di “nuova creazione” contraddistinta da  “gioia” ed “allegrezza” diffusa ovunque, nella quale “il lupo e l’agnello pascoleranno assieme”; come si vedrà in seguito, il grande Gesù di Nazareth, Papia, Gioacchino da Fiore, T. Munzer trarranno fonte di ispirazione utopico-liberatoria anche da questo splendido passo del Vecchio Testamento, che annuncia:

“Poiché ecco, io creo cieli nuovi e nuova terra.

Il passato non sarà più ricordato

e non verrà più alla mente.

Poiché vi sarà perpetua gioia ed esultazione per quello che creo,

giacché ecco, io faccio di Gerusalemme una gioia

e del suo popolo un’allegrezza.

Mi rallegrerò di Gerusalemme e godrò del mio popolo;

non si udrà più in essa voce di pianto, ne voce di grido.

Non vi sarà più in essa un bimbo che viva pochi giorni,

ne un vecchio che compia i suoi giorni;

giacché il più giovane morirà a cento anni e chi non raggiungerà cento anni, sarà maledetto.

Costruiranno case e vi abiteranno;

pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto.

Non costruiranno ed un altro abiterà;

non pianteranno ed un altro mangerà;

poiché i giorni del mio popolo sono come i giorni dell’albero;

i miei eletti usufruiranno dell’opera delle loro mani.

Non faticheranno invano ne genereranno per la perdizione,

poiché essi saranno una prole di benedetti dal Signore

insieme alla loro discendenza.

Prima che mi invochino io li esaudirò;

staranno ancora parlando che io li ascolterò.

Il lupo e l’agnello pascoleranno insieme,

il leone mangerà la paglia come un bue

e il serpente si nutrirà di terra.

Non si faranno male, né si danneggeranno

Su tutto il mio santo monte, dice il Signore”.[38]

In questo “Nuovo Eden” anche la morte sembra arretrare sullo sfondo (“giacché il più giovane morirà a cento anni”), la violenza tra gli uomini è scomparsa (“non si faranno male ne si danneggeranno”) e allo stesso tempo tutta la popolazione beneficerà ed usufruirà “dell’opera  delle loro mani”, della loro pratica produttiva collettiva.

Comunismo. Pace. Fraternità. Armonia. La “linea rossa” contenuta nella prima parte della Bibbia prese il volo, diventando un ondata liberatoria di “perpetua gioia ed esaltazione” per il “popolo” ed un costante giubileo per i poveri, gli oppressi e gli schiavi.

Ben scavato, vecchia talpa, anche se solamente in uno splendido sogno ad occhi aperti!

Oltre che in altri profeti (Osea, Michea, Ezechiele, Abacuc), la tendenza ostile allo sfruttamento e alle ingiustizie sociali emerge anche in alcuni passi del libro di Giobbe e dei Salmi.

Seguendo la scia di Amos e Isaia, Giobbe si chiese apertamente, le ragioni per cui “l’Onnipotente” non “presta attenzione alla preghiera” dei poveri, dei lavoratori “che passan la notte nudi, non avendo di che vestirsi” e che “affamati portano i covoni” di grano.

“Perché l’Onnipotente non si riserva i suoi tempi

e i suoi fedeli non vedono quei giorni?

I malvagi spostano i confini,

rubano le greggi e le guidano al pascolo.

Portano via l’asino degli orfani

e prendono in pegno il bue della vedova.

Spingono i poveri fuori strada;

tutti i miseri del paese sono costretti a nascondersi.

Eccoli, simili agli onagri del deserto, escono al lavoro;

di buon mattino vanno in cerca di nutrimento;

la steppa offre loro cibo per i figli.

Mietono nel campo che non è loro

e racimolano la vigna del malvagio.

Passan la notte nudi, non avendo di che vestirsi,

non hanno da coprirsi contro il freddo.

Inzuppati dall’acqua dei monti,

per mancanza di riparo si stringono contro le rocce.

Spogliano fin dal seno materno gli orfani,

prendono in pegno ciò che copre il povero.

Se ne vanno nudi, senza vestiti,

ed affamati portano i covoni.

Tra le due mole spremono l’olio, pigiano l’uva ed hanno sete.

Dalla città sale il gemito dei moribondi,

ed i feriti chiedono aiuto,

ma Dio non presta attenzione alla preghiera.

Altri si ribellano alla luce;

non ne conoscono le vie e non ne frequentano i sentieri.

Avanti il giorno si leva l’assassino

per uccidere il povero e l’indigente;

nella notte si aggira come un ladro,

mettendosi un velo sulla faccia”.[39]

Si trattò di una descrizione senza fronzoli e materialistica delle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari attorno al quarto/terzo secolo a.C. (epoca della lunga composizione del Libro di Giobbe), collegato ad una ancora più severa condanna delle profonde ingiustizie di una società nella quale “l’assassino” (il ricco/potente) “uccide il povero e l’indigente”.

Anche nei Salmi (che si ritengono composti nell’arco di tempo estremamente dilatato, dal nono secolo a.C. fino al terzo) emerge carsicamente la “linea rossa” collettivistica di matrice religiosa, dato che all’inizio del decimo Salmo si può infatti leggere:

“Perché, o Signore te ne stai lontano,

ti tieni nascosto nei tempi di angustia?

Con arroganza l’empio opprime il misero:

siano presi nei piani che hanno tramato.

Poiché si gloria il malvagio

per i desideri della sua anima

e l’avaro si proclamò beato”.[40]

Al salmo trentasette, si afferma che “i miseri erediteranno la terra” (anticipando il Vangelo…) e si condannano “gli empi”, i ricchi ed i potenti che colpiscono “il misero e il povero”.

“Ma i miseri erediteranno la terra

e potranno godere della pace in abbondanza.

Zain. – L’Empio complotta contro il giusto,

digrigna i denti contro di lui.

Il Signore se ne ride, perché sa

che verrà il suo giorno.

Gli empi sguainano la loro spada

e tendono il loro arco,

per colpire il misero e il povero,

per uccidere quelli che camminano rettamente.

La loro spada penetrerà nel loro cuore

e i loro archi saranno spezzati.

-E’ preferibile il poco del giusto

alle copiose ricchezze degli empi.

Poiché sono spezzate le braccia degli empi,

mentre dei giusti il protettore è il Signore”.[41]

Al Salmo 82, inoltre, si narrò di una particolare ed eccezionale “assemblea della divinità” (il popolo ebraico era monoteista, ma non respingeva l’idea dell’esistenza di altre divinità per altri popoli) nella quale Yahweh, il solo Dio ebraico, fece la parte del duro “sovversivo” e si collocò sicuramente all’estrema sinistra dell’augusto conclave.

“Dio si erge nell’assemblea divina,

in mezzo agli dèi emana la sua sentenza:

“Fino a quando emanerete sentenze inique,

e prenderete le parti degli empi?

Difendete piuttosto il debole e l’orfano,

rendete giustizia al misero e al povero.

Liberate il debole e l’indigente,

strappatelo dalla stretta dell’empio”.

Essi non colpiscono, non possono intendere;

il loro cammino sta nelle tenebre,

possano pur vacillare tutte le fondamenta della terra”.[42]

Anche Yahweh si “sdoppio” e diventò irriconoscibile, almeno rispetto alla divinità che aveva ordinato il massacro del clan di Amalec, della popolazione di Gerico, ecc: ritornò finalmente alla luce il Dio-liberatore che aveva ordinato a Mosè di andare dal faraone per chiedergli “di lasciare libera la mia gente”, gli schiavi ebrei in terra egiziana.

“Liberate il debole e l’indigente, strappatelo dalla stretta dell’empio”: come non solidarizzare, con queste parole divine pronunciate proprio in una divina assemblea di divinità?

In estrema sintesi, il Vecchio Testamento risulta sdoppiato e profondamente contraddittorio al suo interno se preso nella sua globalità.

La tendenza filoclassista e la “linea nera” risultano sicuramente egemoni in esso, a volte assumendo forme particolarmente ripugnanti e tese persino al genocidio di altri popoli, donne e bambini a volte inclusi: ma la controtendenza solidaristico-collettivistica, apertamente ostile alla sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non è priva di un serio peso specifico nella dinamica complessiva  di sviluppo dell’antica narrazione biblica, raggiungendo il suo apice in alcuni passi eccezionali, intrisi ed impregnati sia di “utopia rossa” che di indignazione contro le ingiustizie sociali contenuti nello splendido libro di Isaia.

In pratica il (subordinato) Antico Testamento dei poveri/oppressi coesiste, e allo stesso tempo si contrappone al  (centrale) Antico Testamento dei ricchi, alla sua (egemone) sezione  contraddistinta invece da una precisa scelta di campo a favore degli schiavisti e della ricca, corrotta casta sacerdotale ebraica con le sue preziose decime e regalie.

 

 

 



[1] P. Johnson, “Storia degli ebrei”, pag. 126, ed. Longanesi

[2] A. Donini, “Breve storia delle religioni”, pag. 155 ed. Newton & Compton

[3] R. Calimani, “Gesù ebreo”, pag. 3, ed. Mondadori

[4] G. Filoramo e D. Menozzi, “Storia del cristianesimo. L’antichità” pag. 148, ed. Laterza

[5] P. Johnson, op. cit., pag. 103

[6] Genesi, 2/8 – 2/17

[7] Genesi, 3/16

[8] Genesi 3,10/19

[9] Esodo, 1,8/17

[10] Esodo, 3,7/13

[11] Esodo, 5,1/4

[12] E. Beltramini, “L’America post-razziale”, pag. 91, ed. Einaudi

[13] Esodo, 14, 26/31 ;E. Bloch, “Ateismo nel cristianesimo” pag. 124, ed. Feltrinelli

[14] Levitico, 27, 30/32

[15] Numeri, 18,20/24

[16] E. Jaroslavskij, “La Bibbia dei credenti e i non credenti”, pag. 207, ed. Teti

[17] Esodo, 20, 1/17

[18] Esodo, 21,7/11

[19] Esodo, 21,1/6

[20] Levitico, 25,8/12

[21] Levitico, 25, 44/40

[22] E. Bloch, “Ateismo…”, pag. 102

[23] E. Beltramini, op. cit., pag. 65

[24] Esodo, 17, 8-14

[25] Numeri, 31,7,9-11

[26] Numeri, 31, 14-18

[27] Numeri, 31, 25-31

[28] Giosuè, 6, 21

[29] Giosuè, 8, 21/26

[30] Giosuè, 9, 22/27

[31] Giudici, 20, 44-48

[32] Amos, 2, 6/8

[33] Amos, 5, 10/17

[34] Isaia, 3, 14/15

[35] Isaia, 5, 8/18

[36] Amos, 10, 1/5

[37] Isaia, 61, 1/3

[38] Isaia, 65, 17/25

[39] Giobbe,24, 1/14

[40] Salmi, 10,1/3

[41] Salmi, 37, 11/17

[42] Salmi, 82, 1/5


Warning: Division by zero in /home/webdes90/public_html/Domini/robertosidoli.net/wp-includes/comment-template.php on line 1381