Prefazione

Gesù di Nazareth, il “primo socialista”.

Le comunità politico-religiose degli esseni e di Qumran, basate entrambe su un modo di vita e produzione collettivistico.

Amos e Isaia, profeti “rossi” dell’Antico Testamento.

Fra Dolcino e T. Muntzer, rivoluzionari comunisti e cristiani.

Le organizzazioni “eretiche” cristiane, dagli eroici marcioniti agli anabattisti rivoluzionari della Comune di Munster, con la loro scelta di campo allo stesso tempo comunista e religiosa.

I cristiani per il socialismo, il cristiano-marxista Chavez. Boff e la teologia della liberazione, il socialismo indignato di Evo Morales, ecc.

Pratiche plurimillenarie e proteiformi, concrete ed innegabili, su cui il materialismo storico “classico” si è confrontato e rapportato solo di sfuggita e con un certo imbarazzo, mentre invece richiedono sia un processo accurato di analisi che un criterio generale d’interpretazione e di comprensione, in grado di spiegare perché – a determinate condizioni – la religione si sia potuta e si possa tuttora trasformare in positiva, liberatoria e sovversiva “anfetamina dei popoli”.

Anche Engels, nella sua  notevole opera “La guerra dei contadini in Germania”, riconobbe che l’azione del religioso, credente  cristiano e rivoluzionario Thomas Muntzer era ispirato da principi- guida che come minimo si avvicinavano al comunismo, ma purtroppo da tale fatto innegabile, indiscutibile e testardo non derivò le necessarie conseguenze teoriche.

Risulta ormai necessario modificare una parte consistente dell’ormai consolidata analisi marxista sulla pratica religiosa, presa nella globalità: del resto “il vero è l’intero”, rilevava  Hegel nella sua geniale “Fenomenologia dello Spirito”.[1]

Riteniamo ancora valido il nucleo fondamentale della valutazione espressa dal marxismo “classico” sia rispetto alla genesi della religione, da intendersi come il prodotto dell’azione umana (l’uomo ha creato le divinità, e non viceversa), che soprattutto per quanto riguarda la funzione concreta di “oppio dei popoli” svolta via via dalla religione in una sua particolare versione, quella fornita dagli apparati ecclesiastici collegati strettamente al potere politico e agli organi statali, a partire dalla teocrazia sumera (3700 a.C.) fino ad arrivare all’attuale gerarchia vaticana.

Ma il nucleo non è tutto e già nell’introduzione alla sua “Critica della filosofia del diritto di Hegel”  Marx scrisse giustamente che “l’uomo crea la religione e non la religione l’uomo”, rilevando anche che la religione “è l’oppio dei popoli”, aggiunse anche che essa rappresenta “l’espressione della miseria effettiva e la protesta contro questa miseria effettiva”, e cioè il “sospiro della creatura  oppressa”.

Oppio dei popoli, e allo stesso tempo “protesta contro la miseria”: una polarità di opposti molto interessante, ma poco studiata e compresa.

Della tradizionale concezione materialista rispetto alla religione molto bisogna conservare, a nostro avviso, ma quasi altrettanto bisogna modificare: per tanto si propongono quattordici tesi generali su questo tema, che formano l’ossatura fondamentale di questo libro.

1)      Nella sua accezione più ampia, le concezioni e le pratiche umane religiose esistono ormai da almeno centomila anni ed a partire dal comunismo primitivo del medio paleolitico, molto prima cioè della comparsa delle società di classe; esse inoltre sussistevano dopo il 1917 e si riproducono tuttora nel socialismo industriale/post-industriale, e continueranno a riprodursi con tutta probabilità anche nel futuro comunismo sviluppato (“a ciascuno secondo i suoi bisogni”) almeno per un lungo periodo.

L’organo principale del partito comunista cinese, Il Quotidiano del Popolo, a questo proposito ha notato lucidamente nel giugno 2011 che la “religione può anche esistere per un lungo periodo all’interno di una società socialista”, invitando inoltre i marxisti cinesi a rispettare e riconoscere “tale esistenza oggettiva” della pratica religiosa.[2]

2)      Come fenomeno di massa, la ragione della vitalità passata, presente e futura della pratica religiosa è che essa risponde nella sua matrice originaria (parzialmente modificatasi nel corso degli ultimi 100.000 anni) ad un bisogno collettivo e profondo del genere umano, quella di dare un senso e una risposta al problema della morte. A nostro avviso nel futuro la religione scomparirà  come fenomeno di massa solo se gli esseri umani riusciranno a diventare potenzialmente immortali, con la creazione di una super-genetica ed un processo di autotrasformazione oggi quasi inimmaginabile.

3)      Le prime divinità create dall’uomo, a partire almeno da 30.000 anni fa, erano di natura femminile e risultarono perfettamente compatibili con i rapporti di produzione  collettivistici, egemoni nel medio paleolitico: la religione connessa alla divinità nasce pertanto “rossa” (sul piano sociopolitico) e donna, mantenendo tale matrice per più di 20.000 anni.

4)      La pratica religiosa rimase una “bella signora in rosso” anche durante gran parte del periodo neolitico e calcolitico (9000/3900 a.C.), segnato dalla nascita dell’agricoltura, allevamento, artigianato specializzato, dei primi centri urbani e della fusione del rame: le religioni del neolitico rimasero quasi sempre di matrice femminile (Gerico, Catal Hujuk, Ubaid, ecc) e perfettamente inserite/compatibili con rapporti di produzione collettivistici, ancora dominanti nella netta maggioranza delle società umane di quella lunga fase storica.

5)      Tuttavia, proprio nel periodo neolitico-calcolitico, tra le popolazioni nomado-pastorizie si affermò una diversa forma di religione, patriarcale-classista, basata principalmente su divinità maschili e sul culto della violenza, compatibile a sua volta con nuove società protoclassiste fondate sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Dopo il 9000 a.C., la religione si “sdoppiò” come sottoprodotto di notevole peso dell’effetto di sdoppiamento, su cui  si ritornerà in seguito.

6)      Anche dopo la progressiva affermazione della società classista, prima in Eurasia ed in seguito nel resto del pianeta, i testi sacri delle principali religioni mondiali sorte dopo il 1000 a.C. rimasero “sdoppiati” al loro interno. Essi infatti contenevano una parte, più o meno centrale a seconda dei casi, di matrice classista (o interpretabile facilmente in tal senso) e tesa a difendere i rapporti di produzione classisti vigenti ed egemoni nelle loro zone di origine, ma allo stesso tempo anche un’altra ed alternativa sezione, che sosteneva invece la giustizia sociale ed era impregnata di un’ostilità più o meno aperto verso i ricchi, manifestando simultaneamente una preferenza per relazioni di produzione/distribuzione fraterne, cooperative e di tipo collettivistico.

Come aveva notato giustamente Ernst Bloch, “la Bibbia è insieme “il testo dei sacerdoti e di quelli che si sono sempre opposti a loro”, mentre l’insofferenza (“mormorazione”)  contro ogni schiavitù e oppressione è il filo rosso segreto che l’attraversa tutta, nonostante le manipolazioni e le contraffazioni”.

Nel 1968 il grande Ernst Bloch, nel suo splendido libro intitolato “Ateismo nel cristianesimo”, sottolineò il “mormorare” sovversivo anticlassista e antiteocratico contenuto in molti passi della Bibbia, contrapposti a tanti altri in cui in essa invece si “scodinzola” e si esaltano le strutture classiste, le guerre e la violenza, notando che “nella Bibbia si trovano già adombrate due tipologie: c’è la plasticità di chi non fa altro che scodinzolare verso l’alto e c’è, invece la fierezza di chi recalcitra sotto il pungolo quasi sapesse che esso non ha ragion d’essere e tanto meno di continuare ad essere, senza dubbio il mormorare può anche risultare arrogante e stupido, ma in ogni caso è sempre più umano dello scodinzolare. E tanto più spesso tale mormorazione ha avuto ragione dell’impulso, tanto meno stupida è risultata di quanto non possa essere gradita ai signori”.[3]

7)      Proprio la parte “rossa” e filocollettivistica dei testi sacri ha costituito la fonte di legittimazione principale, dal 1000 a.C. fino ai nostri giorni, per tutta una serie variegata di eresie e di movimenti politico-sociali scontratisi via via in Occidente (e non solo) con i rapporti di produzione/distribuzione (e politici) classisti, dominanti ed egemoni in gran parte del globo durante gli ultimi millenni di storia del genere umano.

Abbastanza frequentemente, negli ultimi tremila anni e fino al nostro terzo millennio (Hugo Chavez, Evo Morales, ecc), la religione ed il messaggio religioso dei testi sacri –utilizzato in modo selettivo – ha costituito “l’anfetamina dei popoli” ed una fonte carsica di ribellione collettiva contro le ingiustizie sociali e politiche, tipiche delle società classiste.

8)      Tutta una serie di organizzazioni di matrice religiosa, anche dopo il 3700 a.C., ha via via creato delle comunità socioproduttive alternative, al cui interno vigevano principalmente dei rapporti di produzione/distribuzione collettivistici (nazirei/esseni, prime comunità benedettine, comune di Tabor nella zona ceca del 1420/1430, comunità anabattiste in Europa e Stati Uniti, ecc.): una “linea rossa” collocata agli antipodi del processo di accumulazione di ricchezze (ivi compresi schiavi e servi della gleba) portato avanti negli ultimi millenni dalle religioni dominanti nelle società classiste.

9)      Gli apparati burocratico-religiosi ed i vertici politico-religiosi delle principali organizzazioni ecclesiastiche occidentali, a partire dal Vaticano e dalla gerarchia cattolica dopo il 311/313 d.C., hanno a loro volta utilizzato in modo mirato i loro testi sacri selezionandone e utilizzandone essenzialmente la parte “nera” e filoclassista, mettendo invece sotto silenzio la parte “sovversiva”, per sostenere più o meno direttamente i rapporti di produzione classisti (asiatici o schiavistici, feudali o capitalistici) e le ricchezze/proprietà via via accumulate anche dalla casta religiosa nelle società di classe. Trasformando pertanto la religione nell’“oppio dei popoli” descritto da Marx, in modo assolutamente corretto rispetto ad una particolare forma storica di pratica religiosa, risultata egemone in Occidente durante gli ultimi millenni.

10)  L’interconnessione e la lotta tra la “linea nera”  e quella “rossa” ha costituito un segmento significativo dell’esperienza religiosa in terra occidentale, sia sul piano culturale che sotto l’aspetto pratico (roghi di eretici, Inquisizione, libri proibiti, scomuniche papali, ecc).

11)  Il fenomeno religioso risulta pertanto elastico e plasmabile nei suoi mutevoli rapporti con le due principali forme di relazioni socioproduttive, e cioè potenzialmente/concretamente compatibile sia con rapporti di produzione collettivistici che classisti, sia con movimenti comunisti che con forze politico-sociali filo classiste: rappresenta una sorta di “strumento multiuso”, sia nella sfera politica che in quella economico-sociale, di pratica intermodale che convive ed attraversa modi di produzione diversi (comunismo primitivo, schiavismo ecc).

12)  La religione rappresenta allo stesso tempo un elemento strutturale dell’Homo Sapiens, e più precisamente della sua “sottostruttura” descritta da S. Timpanaro, in quanto risponde ai suoi bisogni profondi (relazione con la morte, innanzitutto), ma anche ed allo stesso tempo una sovrastruttura, in quanto si modifica profondamente con la trasformazione delle forze produttive e dei rapporti di produzione, con l’atteggiamento espresso in materia religiosa dalle diverse classi sociali (dopo il 3700 a.C.), ecc.

13)   Anche la storia dello scetticismo in campo religioso (ateismo/deismo/agnosticismo) dimostra come esso a sua volta si sia ugualmente “sdoppiato” e diviso al suo interno rispetto alle scelte di campo di tipo socioproduttivo e politico.

A fianco di un egemone ateismo comunista e filo collettivistico, si è infatti riprodotto anche un ateismo classista (filo-feudale e filo-borghese) ed una forte “linea nera” all’interno del pensiero laico-scettico. Da Teodoro di Cirene (quarto secolo a.C.) fino ad arrivare a Nietzsche ed ai suoi emuli, si è sviluppata anche una particolare forma di ateismo che, più o meno apertamente, ha sostenuto i rapporti di produzione e distribuzione basati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, affiancandosi a modo suo sotto questo aspetto decisivo all’azione filo classista  svolta parallelamente dagli apparati e vertici ecclesiastici.[4]

14)  Seppur per motivi perfettamente comprensibili (l’ateismo dei “padri fondatori” Marx ed Engels, il giustificato disprezzo per il costoso e parassitario apparato ecclesiastico “cristiano”, l’iperlegittima ostilità per la scelta di campo filo classista compiuta dai vertici “cristiani”, da Costantino fino ai nostri giorni, ecc.), il movimento comunista con la sua settaria e non selettiva scelta ateista ha fatto un grande, inutile regalo alla borghesia mondiale.

Prima di passare al tentativo di mostrare la validità delle “quattordici tesi”, alcune premesse indispensabili. Chi scrive sono atei non praticanti, che riconoscono l’importanza della pratica religiosa per gran parte del genere umano passato (dal 100.000 a.C., come minimo) e presente, oltre al peso e rilevanza che assume anche per gran parte degli atei la dura “contraddizione-morte”; ovviamente simpatizziamo con la “linea rossa” all’interno del fenomeno religioso a partire da Mosè della fuga degli schiavi ebrei, da Amos e Isaia fino ad arrivare alla contemporanea Teologia della Liberazione, al bolivarismo cristiano di Chavez in Venezuela e di Morales in Bolivia, ecc.

In seconda battuta va sottolineato come il “pianeta religione” sia troppo esteso per essere analizzato nel suo insieme: pertanto ci si limiterà al solo esame del solo occidente, America post-colombiana inclusa, comprendendo al suo interno l’esperienza religiosa di matrice ebraica sia per il suo indiscutibile collegamento con il mondo/pensiero cristiano che per la presenza di comunità ebraiche nel mondo occidentale, durante gli ultimi 2500 anni.

Per un processo di selezione inevitabile, l’esperienza religiosa via via sviluppatasi in Russia e nel Caucaso nell’ultimo millennio non verrà inserita nel presente libro, come del resto quelle (estremamente interessanti ed illuminanti) formatesi nel mondo arabo-islamico, in India e nel sub-continente cinese, in Africa e nell’America pre-colombiana.

Aree geopolitiche nelle quali in ogni caso la “linea rossa” dimostrò carsicamente una notevole validità.

Basti pensare che uno dei grandi “veleni” della vita, secondo quasi tutte le scuole buddiste, consiste proprio nell’avidità e nella ricerca di beni materiali; oppure che Lao-Tzu, grande pensatore di quel Taoismo cinese che dopo alcuni secoli aggiunse una matrice religiosa a quella originaria, di tipo filosofica, esaltò sia la condizione della pace perenne che un utopica condizione umana originaria, e contraddistinta dall’assenza di stato/autorità e dall’eguaglianza totale tra tutti gli uomini.

Per quanto riguarda i criteri fondamentali utilizzabili al fine di individuare la “linea rossa” in campo religioso, essa si è rivelata nel corso degli ultimi tre millenni principalmente attraverso il bisogno di fraternità, uguaglianza e cooperazione multilaterale fra gli esseri umani, in una parola attraverso il desiderio di comunismo, quasi sempre di matrice ascetica e livellatrice, espresso sia dai principali esponenti della “linea rossa” che dall’insieme dei loro seguaci/fedeli.

Le forme di pratica socioproduttiva che ha assunto in Occidente questo sogno collettivo di “amore ed uguaglianza” sono state molteplici e differenziate, a secondo delle diverse situazioni storiche e fasi temporali. Tra di esse le principali risultano:

–          l’attesa collettiva di un apocalisse divina, di un intervento liberatorio della divinità capace di distruggere l’ingiustizia sociale ed i rapporti di produzione classisti, creando parallelamente un nuovo modo di vivere e nuove, splendide e fraterne relazioni tra gli esseri umani

–          il ripudio individuale/collettivo del processo di accumulazione di ricchezze, attraverso la messa in comune dei beni all’interno delle comunità religiose di appartenenza ed una scelta ascetica-egualitaria

–          l’azione rivoluzionaria di massa di matrice allo stesso tempo collettivistica e religiosa (comunità di Qumran, Dolcino, ecc)

–          la creazione di comunità socioproduttive allo stesso tempo collettivistiche e religiose (esseni, Moravi, ecc)

–          la combinazione, mutevole e variegata a secondo delle condizioni storiche, delle quattro tipologie di praxis religiosa-alternativa sopra indicate.

Una “linea rossa” socioreligiosa mutevole e proteiforme, con grandi lati positivi ma non priva di seri limiti, soggettivi ed oggettivi.

Oltre all’ascetismo egualitario ed al rigetto della sessualità che la contraddistinse quasi sempre, almeno dal 1000 a.C. fino al 1880/1890, la tendenza collettivistica di matrice religiosa ha costituito quasi sempre nei tre millenni in via di esame una forma minoritaria (molto spesso iperminoritaria, a causa delle persecuzioni a cui è andata via via incontro) sul piano quantitativo e rispetto alla globalità dei credenti nel mondo occidentale, anche comprendendo al suo interno pensatori e teologi che (come il vescovo Ambrogio di Milano, Giovanni Crisostomo, ecc) coniugarono simultaneamente nella loro elaborazione teorica elementi e spunti tipici sia della “linea rossa” che di quella “nera”.

In secondo luogo va sottolineato come non vi fu una seria forma di contaminazione tra marxismo e “linea rossa” religiosa. Come ha notato E. Hobsbawm, il comunismo di matrice religiosa non risulta certo una delle fonti, neanche secondarie, di ispirazione del pensiero marxiano: ma questa verità indiscutibile ed elementare va in ogni caso collegata ad un secondo e non irrilevante spunto analitico, e cioè che “i numerosi esempi storici di comunità cristiane comuniste” confermavano almeno “un’aspirazione al comunismo già esistente” (Hobsbawm) molto prima di Marx e del moderno socialismo scientifico.

“Nemmeno i numerosi esempi storici di comunità cristiane comuniste – indipendentemente dai diversi gradi di conoscenza che di esse si aveva – possono essere indicati tra gli ispiratori delle moderne idee socialiste e comuniste. Non è chiaro in quale misura le più antiche fra esse (come i discendenti degli anabattisti del secolo XVI) fossero note ai più. E’ certo comunque che il giovane Engels, menzionando diverse comunità di questo tipo per dimostrare la praticabilità del comunismo, si limitò a esempi relativamente recenti: gli shakers (che egli considerava “le prime persone che in America e nel mondo in generale hanno fatto nascere una società sulla base della comunità dei beni”), i “rappiti” e i “separatisti”. Nella misura in cui essi erano conosciuti, confermavano soprattutto un’aspirazione al comunismo già esistente, piuttosto che essere alle origini di simili ideali”.[5]

Va infine rilevato come “l’effetto di sdoppiamento” via via sviluppatosi in campo religioso, all’interno del campo occidentale e più in generale su scala planetaria, costituisca “solo” uno dei numerosi sottoprodotti e ricadute concrete della plurimillenaria dinamica socioproduttiva (e sociopolitica) sviluppatasi dopo il 9000 a.C., con la genesi concreta dell’”era del surplus” (costante ed accumulabile) apertasi dopo il 9000 a.C. in Eurasia (area siro-palestinese ed anatolica, Gerico dell’8500 a.C., ecc) e l’inizio di un mega-trend socioproduttivo che si è cercato di sintetizzare e comprendere attraverso la teoria dell’effetto di sdoppiamento.

Fermo restando che il tema è già stato sviluppato nel libro “ I rapporti di forza”, a cui si rimanda (cap. 6/7/8), qualche osservazione preliminare sullo schema teorico che sorregge questo libro.[6]

Secondo la concezione tradizionale ed “ortodossa” del materialismo storico rispetto alla storia universale, quest’ultima può essere paragonata ad una grande e lunga strada a senso unico, anche se composta da alcune diramazioni secondarie che in seguito si ricollegano al sentiero principale, oltre che da una serie di vicoli ciechi che vengono abbandonati, più o meno rapidamente.

In questa prospettiva storica, la “grande strada” è formata nella sua essenza da vari segmenti interconnessi, seppur ben distinti tra loro (comunismo primitivo/comunitarismo del paleolitico, nella preistoria della nostra specie; fase del modo di produzione asiatico; periodo schiavistico; fase feudale; epoca capitalistica e, infine, socialismo/comunismo), ma essa era ed è considerata tuttora un tracciato  predeterminato, almeno in ultima istanza: qualunque “viaggiatore” e società potevano/possono anche prendere delle “scorciatoie” ma alla fine, volenti o nolenti, erano /sono costretti a rientrare nel sentiero di marcia principale e nelle sue variegate, ma obbligate tappe di percorso.

In base ai dati storici allora a conoscenza di Marx ed Engels, fino al 1883/95, questa era probabilmente l’unica visione complessiva del processo di sviluppo della storia universale che poteva essere (genialmente) elaborata a quel tempo ma, proprio dopo il 1883/95, tutta una serie di nuove scoperte ed avvenimenti storici portano a preferire una diversa concezione generale della dinamica del genere umano.

Immaginiamoci una “grande strada” che, dopo un lunghissimo segmento (fase paleolitica e mesolitica) di scorrimento, si trovi di fronte improvvisamente ad un “grande bivio” ed a una gigantesca biforcazione: da tale bivio partono e si diramano due diverse ed alternative strade, che conducono a mete assai dissimili, senza alcun obbligo a priori per i “viaggiatori” (a causa del Fato/forze produttive) di scegliere l’una o l’altra.

Ma non basta. Non solo non vi è più una sola strada obbligata di percorso, ma – a determinate condizioni e pagando determinati “pedaggi”- qualunque  “viaggiatore” e qualunque società umana possono trasferirsi nell’altro tracciato, alternativo a quello selezionato in precedenza, cambiando pertanto radicalmente le proprie condizioni materiali di “viaggio” nell’autobus che stanno utilizzando con altri passeggeri: la scelta iniziale di partenza “al bivio”, giusta o sbagliata, risulta sempre reversibile in tutte e due le direzioni di marcia, in meglio o anche in peggio.

Fuor di metafora, la concezione che proponiamo ritiene che subito dopo il 9000 a.C., ben undici millenni fa nell’Eurasia del periodo neolitico, con la scoperta dell’agricoltura, allevamento e artigianato specializzato, si sia creato e riprodotto costantemente fino ai nostri giorni un “grande bivio”, da cui si sono diramate due “strade”, due linee e due tendenze socioproduttive di matrice alternativa, l’una di tipo comunitario-collettivistico e l’altra di natura classista, fondata invece sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Pertanto dopo il 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, nell’era del surplus, non sussiste alcun determinismo storico, ma altresì un campo di potenzialità oggettive (sviluppo delle forze produttive e creazione/riproduzione ininterrotta di un plusprodotto accumulabile… l’era del surplus) su cui si possono innestare, e si innestano poi concretamente e realmente delle prassi sociali contrapposte, volte a condividere in modo fraterno mezzi di produzione/ricchezza/surplus o, viceversa, a fare in modo che essi vadano sotto il controllo e possesso di una minoranza del genere umano, in entrambi i casi con immediate ricadute anche sulla sfera politico-sociale delle diverse società.

Detto in altri termini, a parità di sviluppo qualitativo delle forze produttive e già formatisi elementi cardine quali agricoltura/allevamento/surplus costante, fin dal 9000 a.C. per arrivare ai nostri giorni era possibile che si sviluppasse sia l’egemonia di rapporti di produzione collettivistici, che quella alternativa di matrice classista: un effetto di sdoppiamento nel quale nulla era/è tuttora scritto a priori, nei libri mastri della Storia.

Situazione di “sdoppiamento”, potenziale/reale, valida nel 9000 avanti Cristo ma anche nel 2010 della nostra era, valida nell’8999 a.C., ma anche nel prossimo anno e nei prossimi decenni: uno stato di sdoppiamento ed un’alternativa radicale nei rapporti di produzione possibili e praticabili sul piano storico, che da undici millenni esclude a priori qualunque forma di determinismo storico e di metafisica basata sul “progresso inevitabile” del genere umano.

Certo, qualunque regressione ad uno stadio paleolitico basato sulla caccia/raccolta di cibo era ed è tuttora impedita proprio da quel processo di sviluppo qualitativo delle forze produttive, da quell’“era del surplus” costante/accumulabile che determina il sorgere e la riproduzione ininterrotta dell’effetto di sdoppiamento. Ma a parte questo “dettaglio” non trascurabile, negli ultimi undici millenni il corso della storia universale è diventato decisamente multilineare, composto com’è dal “bivio”e dalle due “strade” alternative in campo socioproduttivo e politico, la cui logica ed essenza più profonda risultano essere l’antideterminismo e l’emersione costante di un campo di potenzialità alternative, nel quale la pratica collettiva degli uomini del passato, presente (noi stessi…) e del futuro assume un ruolo decisivo, sotto tutti gli aspetti.[7]

Prima di esaminare la storia contraddittoria delle religioni formatesi nel mondo occidentale dal 1000 a.C. fino ai nostri giorni, tema centrale del saggio in via d’esposizione, serve e diventa indispensabile aprire un processo preliminare di focalizzazione sia  sulla genesi ed evoluzione del rapporto creatosi tra genere umano e “sfera sacra” che sull’effetto di sdoppiamento.

 



[1] G. W. F. Hegel, “Fenomenologia dello Spirito”, pag. 35, ed. Einaudi

[2] “Why CPC can unite religious believers”, in englishpeopledaily.com.cn, 8 giugno 2011

[3] E. Bloch, “Ateismo nel cristianesimo”, pag. 66, ed. Feltrinelli

[4] G. Minois, “Storia dell’ateismo”, pag.45/46, Editori Riuniti

[5] E. Hobsbawm, in “Storia del marxismo”, vol. primo, pag 6, ed. Einaudi

[6] R. Sidoli, “I rapporti di forza”, capag.6/7/8, in www.robertosidoli.net

[7] C. Preve e R. Sidoli, “Logica della storia e comunismo novecentesco”, pag. 9/10, ed. Petite Plaisance


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