CAPITOLO PRIMO

Rashomon: tre versioni diverse

La prima versione rispetto al volo di Pjatakov è stata fornita al processo di Mosca del gennaio del 1937 dagli stessi imputati, venendo sostanzialmente accettata (con alcune eccezioni rilevanti, ma non decisive) dalla pubblica accusa stalinista allora rappresentata da A. J. Vysinskij.

Secondo i due principali imputati, G. L. Pjatakov e K. Radek:

  • sussisteva e operava in Unione Sovietica, a partire dal dicembre del 1927, un’organizzazione clandestina trotzkista via via infiltratasi anche nei livelli elevati della nomenklatura economica e militare del paese e attiva, senza soluzione di continuità, fino al 1936;
  • sia Radek che Pjatakov non fecero parte dal 1928 al 1930 di questa struttura illegale, avendo allora rotto i legami politico-organizzativi intessuti in precedenza con Trotskij[1];
  • a partire dalla metà del 1931, i due uomini politici tuttavia si unirono di nuovo all’organizzazione trotzkista, ridiventando quasi subito dei leader di quest’ultima in terra sovietica[2].

Come notò Karl Radek nella sua arringa finale al processo di Mosca del 1937, dopo il dicembre del 1927 (quando Trotskij e molti suoi sostenitori vennero espulsi dal partito bolscevico) “in parte i miei coimputati” (al processo del gennaio 1937) “tornarono sulla via della lotta, da convinti trotzkisti, sostenitori della negazione permanente della possibilità di edificare il socialismo in un solo paese. Dopo aver perduto la fede in questa concezione di Trotcij, io mi ravvidi, ma, di fronte alle difficoltà del socialismo, negli anni dal 1931 al 1933 divenni vittima del timore. Ciò mostra soltanto che è più facile riconoscere teoricamente l’affermazione del socialismo, che avere la forza e la costanza che possono maturare solo in quegli uomini che abbiano proceduto col partito senza lotte, con la più profonda e intima convinzione.

Di fronte alla sfiducia e alla scarsa fiducia nei confronti dei quadri al potere e in condizioni di scarso contatto con i quadri, la teoria sola diventa lettera morta, resta un punto di partenza astratto e non pratico. M’imbattei in questa difficoltà e ritornai all’illegalità”[3];

  • tornati entrambi ad essere in segreto dei dirigenti autorevoli dei trotzkisti sovietici, Pjatakov e Radek nell’aprile del 1934 ricevettero una lettera di Trotskij nella quale il loro capo in esilio spiegò, oltre alla necessità di rovesciare il regime stalinista con la forza e usando ogni mezzo possibile, ivi compreso il sabotaggio e il terrorismo, l’esigenza di una collaborazione con l’imperialismo tedesco e il suo mandatario politico, il nazismo, anche in previsione dello scoppio della seconda guerra mondiale considerata come sicura e ormai imminente dallo stesso Trotskij;
  • di fronte alle novità contenute nella direttiva di quest’ultimo, si manifestarono dubbi e incertezze nel centro clandestino dei trotzkisti allora operanti in Unione Sovietica.

Sempre Radek notò che “dopo la direttiva di Trotskij del 1934, quando gli trasmisi la risposta del centro, vi aggiunsi di mia iniziativa che ero d’accordo di sondare il terreno” (con i nazisti), “ma non entrare in relazione direttamente, dissi, la situazione può mutare. Proposi allora che le trattative fossero condotte da Putna” (un alto ufficiale dell’Armata Rossa) “che ha relazioni nelle cerchie militari dominanti in Giappone e in Germania.

Trotskij rispose: “senza di voi non accetteremo nessuna condizione, non prenderemo alcuna decisione”. Tacque, poi, un anno. Dopo di che ci pose di fronte al fatto compiuto. Dovete comprendere, non è un mio merito se mi ribellai. È semplicemente un dato di fatto necessario perché comprendiate”[4];

  • con una lettera di Trotskij inviata all’inizio di dicembre del 1935 a Radek e al centro dirigente trotzkista operante in Unione Sovietica, arrivò infatti un’ulteriore novità da parte del loro leader in esilio, ormai giunto in Norvegia a partire dal giugno del 1935: l’accordo con i nazisti costituiva un dato di fatto ormai acquisito, nella tattica elaborata dal capo indiscusso della costituenda Quarta Internazionale;
  • di fronte al fatto compiuto del “patto con il diavolo” hitleriano, scoppiò il dissenso politico nelle file dei dirigenti trotzkisti clandestini. Di comune accordo, sia Pjatakov che Radek presero la decisione di incontrarsi direttamente con Trotskij, una volta possibile: e a tale scopo poté essere utilizzato il viaggio ufficiale di Pjatakov nella Germania nazista previsto attorno al 10 dicembre 1935, anche se sia quest’ultimo che Radek si rendevano conto dei gravi rischi che tale colloquio comportava per la loro stessa sopravvivenza fisica;
  • informato dell’arrivo di Pjatakov a Berlino, Trotskij a sua volta attivò un militante clandestino trotzkista di nazionalità sovietica che operava allora come giornalista proprio in Germania, e cioè D. P. Bukhartsev, per preparare e attuare il viaggio di Pjatakov in terra norvegese;
  • se l’intermediario per l’incontro da parte trotzkista fu Bukhartsev, da parte tedesca esso venne rappresentato da Gustav Stirner, presentatosi sotto lo pseudonimo di “Heinrich-Gustav” e che rappresentava l’anello di collegamento tra le due parti;
  • Bukhartsev, lo stesso giorno dell’arrivo di Pjatakov a Berlino, avvisò quest’ultimo che il giorno stesso (l’11) o il giorno dopo (12 dicembre) egli sarebbe stato contattato da Stirner;
  • incontrandosi con quest’ultimo, Pjatakov ricevette l’11 o il 12 dicembre un messaggio da Trotskij che accordava piena fiducia a Stirner, e venne deciso di comune accordo il viaggio verso la Norvegia per il giorno dopo;
  • Pjatakov partì di mattina dall’aeroporto di Tempelhof di Berlino e atterrò vicino a Oslo attorno alle 15,00 del pomeriggio, dopo un volo di circa tre ore e senza scalo, il 12 o 13 dicembre del 1935;
  • verso le 15,30, dopo un breve viaggio in macchina, Pjatakov arrivò con Stirner in una casa a lui sconosciuta, dove incontrò da solo Trotskij (Stirner rimase fuori dall’abitazione);
  • dopo un colloquio di circa due ore, verso le 18,00 del 12 o 13 dicembre 1935 Pjatakov riprese la macchina diretto verso l’aeroporto norvegese e quindi ritornò a Berlino;
  • giunto in seguito a Mosca, dopo la fine della sua missione diplomatica in Germania, Pjatakov espose i contenuti del suo incontro col loro leader in esilio a Radek e a pochi altri dirigenti del movimento clandestino trotzkista in Unione Sovietica: anche se non vi fu un’aperta rottura politica con Trotskij, i dubbi sulla nuova alleanza con i nazisti rimasero fortissimi, consolidando una relazione di sfiducia tra il leader in esilio della Quarta Internazionale e una parte dei dirigenti clandestini invece operanti in Unione Sovietica.

Nel suo discorso finale al processo di Mosca che lo vedeva imputato, Radek sottolineò che “infine, quando Pjatakov tornò dall’estero, riferendo il colloquio con Trotskij accennò al fatto che questi aveva disposto che “i quadri” (ossia i dirigenti dell’opposizione trotzkista in Unione Sovietica) “dovessero venire composti da persone che non fossero ancora corrotte dalla direzione staliniana”, quali ad esempio lo stesso Radek e Pjatakov[5];

  • nel corso del 1936 iniziarono gli arresti dei militanti di base del movimento trotzkista in Unione Sovietica: ad esempio Radek accennò nel suo discorso finale al clima di scoramento e paura che si diffuse tra i leader ancora liberi dell’organizzazione, notando: “sapevo io prima dell’arresto, che la faccenda sarebbe terminata proprio in questo modo? Come non potevo non saperlo, se il capo del reparto organizzativo del mio ufficio, Tivel, fu arrestato, se Friedland, con cui negli ultimi anni mi ero incontrato molto spesso, fu arrestato?[6]”;
  • dopo i primi arresti degli attivisti e dei quadri intermedi trotzkisti, furono proprio Pjatakov e Radek a venire incarcerati nel settembre del 1936: Pjatakov confessò il suo ruolo di dirigente clandestino trotzkista e il suo volo/incontro segreto in Norvegia con Trotskij dopo circa quaranta giorni dal suo fermo, mentre Radek iniziò invece a collaborare con le autorità di sicurezza staliniste solo dopo quasi tre mesi e all’inizio di dicembre del 1936.

Rispetto alla versione fornita dagli imputati al processo di Mosca del gennaio del 1937, e in particolar modo da Pjatakov e Radek, il rappresentante della pubblica accusa A. J. Vysinskij prese nettamente le distanze su tre punti specifici, come si è accennato in precedenza.

In primo luogo Vysinskij negò precisamente che Pjatakov e Radek avessero effettivamente rivelato tutta la verità sulla loro attività clandestina, sottolineando nella sua arringa finale che “sono convinto che gli imputati non abbiano detto neppure la metà di tutta quella verità, che rappresenta la tremenda storia dei loro gravissimi delitti contro il nostro paese…[7];

Inoltre il rappresentante dell’accusa non diede alcun peso politico, morale e giuridico ai dissensi politici sorti tra Pjatakov e Radek da un lato, e Trotskij dall’altro proprio sul tema della collaborazione con i nazisti, conflitto che costituì invece a giudizio dei primi il motivo immediato del rischioso volo di Pjatakov a Oslo, mentre altresì Vysinskij sostenne che Pjatakov e Radek rappresentassero solo degli squallidi servi di Hitler, e quindi non affidabili in alcun modo.

Siamo quindi in presenza di divergenze non irrilevanti e che vennero notate apertamente anche dallo stesso Pjatakov quando, nel suo discorso finale, sottolineò pubblicamente che “non posso essere d’accordo con la tesi del Pubblico Ministero” (Vysinskij) “che io ancora oggi, al banco degli imputati, sia rimasto trotzkista”[8].

Ma tali asimmetrie, su cui si tornerà a lungo verso la fine di questo libro attraverso l’esame della veridicità/falsità delle confessioni esposte pubblicamente nel gennaio del 1937, non possono nascondere il fatto centrale per cui, almeno rispetto all’esistenza del volo di Pjatakov e del suo colloquio clandestino con Trotskij in Norvegia, la pubblica accusa diede fede completamente alle testimonianze di Radek, Pjatakov e Bukhartsev: la “prima versione” stalinista, scaturita dal processo di Mosca del gennaio 1937, risulta pertanto sostanzialmente unitaria riguardo al tema centrale che stiamo trattando, sostenendo senza esitazioni che il volo di Pjatakov si verificò realmente nel dicembre del 1935 così come l’incontro segreto di quest’ultimo con Trotskij nei dintorni di Oslo.

La “seconda versione” presenta un carattere ancora più monolitico della sua diretta antagonista, rispetto al viaggio clandestino di Pjatakov.

In estrema sintesi, essa afferma che si trattò di una delle più clamorose e infami menzogne espresse durante i già vergognosi processi di Mosca: a suo parere il volo di Pjatakov non solo non era mai avvenuto, come del resto il suo presunto incontro segreto con Trotskij, ma tale malvagia favola costituisse una delle bugie staliniste più facili da confutare, in modo inequivocabile e senza possibilità di appello.

La “seconda versione” iniziò a prendere forma già il 24 gennaio del 1937 per opera dello stesso Trotskij che, un solo giorno dopo la deposizione di Pjatakov al processo di Mosca, cominciò a impostare il suo controprocesso rispetto al presunto viaggio di Pjatakov.

In una dichiarazione rivolta alla stampa mondiale, Trotskij il 24 gennaio del 1937 elaborò infatti una serie di domande:

“Se Pjatakov viaggiò” (a Oslo) “sotto il suo nome, l’intera stampa norvegese sarebbe stata informata di ciò. Conseguentemente, egli viaggiò sotto un falso nome, qual era? Tutti i funzionari sovietici, quando sono all’estero, sono in costante contatto per telegrafo o telefono con le loro ambasciate o uffici di commercio, e non per una sola ora essi sfuggono alla sorveglianza del GPU” (acronimo che indicava in precedenza la polizia sovietica, che nel 1934/39 usava invece quello di NKVD):

“Come avrebbe potuto Pjatakov tenere il suo viaggio sconosciuto alle istituzioni sovietiche in Germania e Norvegia? Lasciatelo descrivere l’aspetto interno del mio appartamento. Ha visto mia moglie? Io avevo o non avevo una barba? Come ero vestito? L’entrata della mia stanza di lavoro era attraverso l’appartamento dei Knudsen” (dei simpatizzanti trotzkisti che ospitavano in Norvegia il leader della costituenda Quarta Internazionale) “e tutti i nostri visitatori, senza eccezione, erano introdotti nella casa della famiglia che ci ospitava. Pjatakov li ha incontrati?

Essi videro Pjatakov? Queste sono alcune delle questioni con l’aiuto delle quali sarebbe facile dimostrare davanti a qualunque corte giudiziaria onesta che Pjatakov ripete solamente le invenzioni del GPU”[9].

Il 27 gennaio del 1937 Trotskij elaborò e inviò altre tredici questioni sul volo di Pjatakov sia ai mass media che alla corte di Mosca che stava giudicando quest’ultimo e Radek, spiegando subito che “io ho dichiarato più di una volta, e lo dichiaro di nuovo, che Pjatakov, come Radek, per gli ultimi nove anni” (dal 1928 al 1936) “non è stato un mio amico ma uno dei miei più feroci e infidi nemici e che non sarebbe potuto sorgere alcuna questione rispetto a negoziati o incontri tra noi”.

Le prime domande riguardarono proprio la stessa presenza di Pjatakov a Berlino, visto che Trotskij chiese se Pjatakov fosse arrivato nella capitale tedesca legalmente o invece illegalmente, e nell’ultimo caso con quali mezzi di sostegno; tra le altre questioni di minore importanza, il leader in esilio della Quarta Internazionale pose domande sul passaporto di Pjatakov, sul perché Pjatakov non si fosse fermato a mangiare con lui dopo il loro presunto incontro, sull’impossibilità che quest’ultimo passasse una notte in Norvegia senza essere scoperto e in quale posto egli avesse trovato rifugio sul suolo scandinavo.

Torneremo mano a mano a rispondere a queste “domande minori”, ma il vero punto di forza di Trotskij era costituito dalla tematica già sollevata il 25 gennaio 1937 da un quotidiano norvegese, avente per oggetto l’impossibilità oggettiva del viaggio di Pjatakov da Berlino fino alla zona di Oslo.

Come riportò Trotskij anche nell’aprile del 1937 in Messico davanti alla commissione Dewey, un circolo d’intellettuali prevalentemente statunitensi, riunitosi principalmente su impulso del movimento trotzkista al fine di fornire un giudizio “imparziale” sui primi due processi di Mosca, il giornale conservatore Aftenposten dopo una breve indagine pubblicò infatti il 25 gennaio del 1937 la notizia clamorosa per cui “nel dicembre 1935 neanche un singolo aereo straniero atterrò a Oslo”[10].

Si trattava di uno scoop giornalistico da cui derivava inevitabilmente che a Pjatakov mancavano assolutamente sia i mezzi che le opportunità per trasferirsi da Berlino a Oslo, ossia due dei tre tradizionali criteri di prova utilizzati rispetto a qualunque “delitto”.

Ma non solo: il 29 gennaio del 1937 il giornale socialdemocratico norvegese Arbeiderbladet intervistò proprio T. Gulliksen, il direttore dell’aeroporto norvegese di Kjeller posto vicino a Oslo. La sua testimonianza diventò particolarmente importante perché proprio Vysinskij, il rappresentante della pubblica accusa stalinista, aveva sottolineato nella seduta pubblica del 27 gennaio del 1937 (certo per parare gli effetti mediatici derivati dallo “scoop” dell’Aftenposten) che “l’Aeroporto di Kjeller vicino a Oslo riceve” (aerei) “durante tutto l’anno, in accordo con i regolamenti internazionali, aeroplani di altri paesi, e che l’arrivo e la partenza di aerei è possibile anche nei mesi invernali”.

Nell’intervista al quotidiano Arbeiderbladet, Gulliksen confermò per telefono (e poi con una dichiarazione scritta, che attestava il suo apprezzamento per la fedeltà del resoconto giornalistico alle sue dichiarazioni verbali) che “nessun aereo straniero atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante quel mese” (nel dicembre del 1935) “un solo aereo atterrò qui” (a Kjeller), “e esso era un aereo norvegese proveniente da Linköping. Ma questo aereo non portava passeggeri”.

Ricordiamoci il nome di Linköping, e andiamo avanti con la testimonianza di Gulliksen.

Alla domanda del giornale su quando fu “l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aereo straniero atterrò a Kjeller”, Gulliksen rispose che tale evento avvenne “il 19 settembre” del 1935. “Era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Era pilotato da un aviatore inglese, il signor Robertson, con il quale io ho buoni rapporti”.

Alla nuova domanda “e dopo il dicembre del 1935, quando il primo aereo straniero atterrò a Kjeller?”, la risposta testuale di Gulliksen fu “il primo maggio del 1936”[11].

Se nessun aereo proveniente dall’estero era atterrato a Kjeller nel dicembre 1935, ne derivava necessariamente:

  • l’assenza di mezzi materiali a disposizione di Pjatakov, per compiere il suo presunto viaggio aereo;
  • l’assenza assoluta di opportunità, sempre a tal fine;
  • la falsità, altrettanto assoluta, della testimonianza di Pjatakov sul suo presunto volo in Norvegia.

Partita persa per Stalin, quindi, avendo contro l’assenza assoluta di mezzi e opportunità sia per il presunto volo di Pjatakov che per il supposto incontro di quest’ultimo con Trotskij.

Inoltre la “seconda versione”, nella persona dello stesso Trotskij, pose in rilievo come la posizione politica concreta di Pjatakov (e Radek) nel 1929-36 togliesse qualunque tipo di credibilità al loro presunto incontro, escludendo a priori qualunque movente e motivo plausibile da parte di Pjatakov per incontrarsi nel 1935 in Norvegia con il leader indiscusso del movimento trotzkista operante su scala internazionale.

Se infatti Pjatakov e Radek infatti non risultavano dei dirigenti clandestini trotzkisti in Unione Sovietica, ma viceversa degli stalinisti e dei “nemici giurati” del trotzkismo a partire dal 1929, come sottolineò Trotskij con enfasi già il 27 gennaio 1937 (e ripeté con forza davanti all’amichevole commissione Dewey, nell’aprile 1937), per quale ragione Pjatakov avrebbe dovuto far visita a Trotskij nel dicembre del 1935?

Per portargli dei fiori?

Per parlare del tempo?

Perché Pjatakov, se era davvero da alcuni anni uno stalinista e un “feroce nemico” politico di Trotskij, avrebbe corso il rischio enorme di essere scoperto dai servizi segreti stalinisti per incontrare Trotskij, espulso dall’URSS ormai dal 1929 e da molti anni un accanito nemico del nucleo dirigente stalinista?

Pertanto la “seconda versione” ritiene da molti decenni di avere a suo favore non solo l’assenza totale di mezzi e opportunità per il volo di Pjatakov, ma altresì l’assenza totale di moventi credibili da parte di quest’ultimo per avere in segreto un colloquio personale con Trotskij.

E, a sua volta, anche il leader in esilio della Quarta Internazionale non avrebbe avuto alcun motivo ragionevole per accogliere e ospitare un suo “nemico giurato”: perché incontrarsi e parlare con Pjatakov, ossia con un suo “nemico” schierato a partire dal 1928 al fianco di Stalin?

Forse per ricevere dei fiori da parte sua?

Per parlare del tempo in Norvegia?

Game over contro Stalin, anche sul fronte del movente.

Ma non solo. Riprendendo una dichiarazione resa realmente da Radek al processo di Mosca del gennaio del 1937, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey sempre Trotskij sottolineò la totale assenza di materiale probatorio concreto, fisico e tangibile al processo di Mosca del gennaio del 1937, per tutti gli episodi denunciati/inventati da Vysinskij e in particolar modo rispetto al presunto volo di Pjatakov[12].

Foto del presunto incontro tra Trotskij e Pjatakov? Nessuna.

Registrazioni audio? Nessuna.

Lettere e corrispondenze tra Radek e Trotskij, tra Pjatakov e Trotskij presentate in aula? Nessuna.

Partita persa per Stalin anche sotto questo aspetto, pertanto.

Ma non solo: quale movente credibile avrebbe avuto Trotskij per vendersi ai nazisti e per diventare una “spia di Hitler”, come sostenevano i primi due processi di Mosca e tutta la propaganda stalinista?

Contro tale tesi strampalata parlava a gran voce la militanza marxista compiuta da Trotskij a partire dal 1898 e durata quindi per quasi quattro decenni, e contava altresì anche l’origine ebraica da tutti conosciuta (ovviamente anche da Hitler e dai nazisti) dello stesso Trotskij, da collegarsi dialetticamente con il noto e virulento antisemitismo sempre espresso dai fascisti tedeschi.

In altri termini, come poteva un marxista come Trotskij essere diventato un “servo” dei nazisti, ferocemente e sicuramente anticomunisti?

Come poteva un ebreo come Trotskij essere diventato un “servo” e una “spia” dei nazisti, ferocemente antisemiti?

Anche la teoria accusatoria di matrice stalinista rispetto ai moventi (presunti) di natura politica che avrebbero spinto il leader della Quarta Internazionale a svendersi a Hitler faceva quindi acqua da tutte le parti.

Rispetto invece alle confessioni degli imputati del processo di Mosca del 1937, la tesi espressa della “seconda versione” risultava chiara e semplice: essendo false, esse erano state estorte con l’utilizzo combinato della tortura e delle minacce nei confronti degli imputati e/o delle loro famiglie.

Non solo: essendo scontato per il movimento trotzkista che l’Unione Sovietica di Stalin risultava sicuramente una dittatura burocratica contro gli operai, che non assicurava alcuna forma di democrazia reale e di garanzie giuridiche anche ai comuni cittadini sovietici, a maggior ragione proprio degli imputati divenuti invisi al crudele leader georgiano a capo del paese sarebbero stati alla mercé della polizia segreta stalinista e dei suoi arbitri.

Estorte pertanto con l’utilizzo della coercizione/minaccia, le confessioni rese dagli imputati – a partire da Pjatakov e Radek, nel “giallo” storico che stiamo iniziando a esaminare – non facevano altro che ripetere “le invenzioni del GPU” e degli apparati repressivi sovietici, come rilevò Trotskij in diverse occasioni, risultando quindi prive di qualsiasi valore fattuale, politico e giuridico: false e menzognere in ogni caso, esse portavano altresì con loro il segno della violenza, delle minacce e delle torture irrogate dal regime stalinista contro imputati innocenti, ma ormai ridotti forzatamente al ruolo di meri strumenti e semplici burattini della volontà del dittatore georgiano.

In ultima analisi il volo di Pjatakov a Kjeller risultava solo ed esclusivamente una pietosa e squallida invenzione stalinista, sempre secondo la “seconda versione”, per tutta una serie di motivi diversi ma che si collegavano e rafforzavano reciprocamente tra loro.

Coloro che scrivono propongono invece una diversa e “terza versione”.

Concordiamo infatti con la tesi stalinista-ortodossa rispetto alla questione principale, ossia sull’esistenza concreta del volo di Pjatakov e del colloquio segreto tenuto da quest’ultimo con Trotskij in Norvegia, nel dicembre del 1935. Ma d’altro canto ci distacchiamo dalla “prima versione” rispetto a un nodo e a un punto importante, e cioè sulla (presunta e inesistente) svendita di Trotskij ai nazisti, proponendo viceversa un movente completamente diverso per la collaborazione tattica e momentanea creatasi tra le due parti nel 1934/36: e cioè la volontà politica, comune a due nemici giurati, tesa a eliminare l’antagonista principale comune ad entrambi, e cioè Stalin e il suo regime.

Prima di iniziare, serve tuttavia l’esposizione almeno di un elementare e sintetico inquadramento del contesto storico nel quale si svolse il (presunto/reale) volo di Pjatakov e il processo di Mosca del gennaio del 1937, dando assoluta priorità ai fatti, persone e istituzioni legate alla materia del nostro studio.

Sul piano interno dell’Unione Sovietica, nel periodo compreso tra il 1926 e il 1937:

  • dall’inizio del 1929 si era affermata l’egemonia piena (seppur non ancora totale) di Stalin all’interno del partito comunista, anche se fino all’inizio del 1937 il nucleo dirigente stalinista contava al suo interno anche delle personalità dotate di un certo grado di autonomia rispetto al leader georgiano, quali ad esempio G. K. Ordzonikidze;
  • il primo dicembre 1934 S. M. Kirov, leader del partito comunista nella città di Leningrado, venne ucciso da un ex-seguace dell’opposizione di sinistra formatasi nel 1926/27, e cioè L. Nikolaev;
  • esisteva sicuramente, come confermato dallo stesso Trotskij pubblicamente nel gennaio del 1936, un’organizzazione clandestina trotzkista che, dopo l’estate del 1933, si proponeva apertamente il rovesciamento violento e con la forza del gruppo dirigente stalinista;
  • tracce innegabili di opposizione a Stalin si manifestarono anche in quella che era stata la destra del partito bolscevico guidata nel 1924/29 da Bucharin, con quella “piattaforma Riutin” del 1932 nella quale era indicato chiaramente l’obiettivo di rimuovere l’odiato Stalin dal potere;
  • dal 1928 al 1937 il settore industriale sovietico aveva avuto uno sviluppo formidabile e tumultuoso, capace come minimo di triplicare in un decennio il processo produttivo sovietico. Lo studioso nipponico Hiroaky Kuromiya, nel suo stesso testo “Stalin’s Industrial Revolution”, edito nel 1988 dalla Cambridge University Press, a pag. 287 scrisse: “Il successo realizzato dalla rivoluzione nel periodo 1928-31 ha gettato le basi della straordinaria espansione industriale degli anni Trenta, che ha salvato il paese durante la Seconda Guerra Mondiale. Alla fine del 1932 il prodotto industriale, man mano che i progetti del primo piano quinquennale, uno dopo l’altro, diventavano operativi, conobbe un’espansione eccezionale. Nel corso degli anni 1934-36, l’indice ufficiale registrò un aumento dell’88% per la produzione industriale lorda. Nel corso del decennio del 1927-28 al 1937, la produzione industriale lorda aumentò da 18.300 milioni di rubli al 95.000 milioni; la produzione dell’acciaio era salita da 3,3 milioni di tonnellate a 14,5; quella del carbone da 35,4 milioni di metri cubi a 128; la potenza elettrica da 5,1 miliardi di chilowattora a 36,2; la produzione delle macchine utensili da 2098 unità a 36120. Anche eliminando le esagerazioni, si può dire con certezza che le realizzazioni davano le vertigini”;
  • tuttavia il potere d’acquisto reale degli operai sovietici era sceso notevolmente tra il 1929 e il 1932, risalendo ai livelli del 1928 solo poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale e lasciando pertanto delle consistenti sacche di scontento tra i lavoratori sovietici, anche se l’eliminazione della disoccupazione, il basso costo delle abitazioni e dei trasporti costituirono delle conquiste sociali importanti del regime stalinista;
  • se il progetto di collettivizzazione delle campagne venne sostanzialmente portato a termine attorno al 1933, esso venne d’altro canto accompagnato da una durissima carestia nel biennio 1932-33 e dalla stagnazione del tenore di vita dei colcosiani, i membri delle cooperative rurali, anche dopo il 1933: oltre agli ex kulak, ossia i contadini ricchi espropriati nel dicembre del 1929-marzo del 1930, una parte significativa dei produttori rurali sovietici manifestava pertanto come minimo apatia e disinteresse collettivo verso il sistema politico-sociale stalinista;
  • nell’agosto del 1936 si aprì a Mosca il primo processo contro l’opposizione antistalinista e che, oltre agli imputati quali Zinoviev e Kamenev (già oppositori di Stalin all’interno del partito bolscevico, nel 1925/27), chiamò in causa proprio Trotskij, accusato in contumacia di essere il capo di un fronte di opposizione che comprendeva al suo interno trotzkisti, seguaci di Zinoviev/Kamenev e la destra di Bucharin. Tutti gli imputati, ivi compreso l’assente Trotskij, furono accusati di aver preparato e compiuto atti terroristici contro i leader stalinisti, a partire dall’omicidio sopracitato di Kirov, oltre che di essere in combutta con i nazisti, venendo tutti fucilati dopo la fine del procedimento giudiziario in esame.

Sul piano internazionale, sempre negli anni 1926-37:

  • dopo il gennaio/marzo del 1933, l’ascesa al potere di Hitler in Germania e il rapidissimo riarmo tedesco, le mire egemoniche del nazismo verso l’area slava e il suo accanito anticomunismo crearono quasi subito una grave e mortale minaccia per l’Unione sovietica e il nucleo dirigente stalinista;
  • l’imperialismo britannico, partendo dal marzo del 1933 fino quasi allo scoppio della seconda guerra mondiale nel settembre del 1939, tenne una linea strategica avente per obiettivo la ricerca di un compromesso amichevole con Hitler in funzione antisovietica;
  • anche se l’Unione Sovietica dall’inizio del 1935 riuscì a stipulare dei fragili accordi di collaborazione politico-militare con la Francia e la Cecoslovacchia, l’influenza nefasta esercitata dai circoli conservatori al potere in Gran Bretagna impedì la costruzione di un solido fronte unico antinazista in Europa;
  • l’aggressione dell’imperialismo nipponico contro la Cina, iniziato nel 1931 e proseguita quasi ininterrottamente fino al 1937; l’invasione dell’Etiopia da parte dell’imperialismo italiano (1935-36) e l’alleanza via via creatasi tra il regime fascista italiano e quello hitleriano; il sanguinario golpe scatenato dai militari e dalla grande borghesia spagnola nel luglio del 1936 contro il moderato governo del Fronte Popolare (luglio 1936), che aprì la strada alla guerra civile del 1936-39 in terra iberica, costituirono i tasselli di un processo sviluppatosi su scala planetaria e che contribuì a portare allo scoppio del secondo conflitto mondiale alla fine di agosto del 1939, con l’invasione nazista della Polonia e l’entrata in guerra contro quest’ultima da parte della Francia e della Gran Bretagna;
  • l’Unione Sovietica conobbe negli anni Trenta una notevole crescita nel suo livello di sviluppo degli armamenti, anche grazie al salto di qualità ormai avvenuto nell’industria pesante, ma tale dinamica non riuscì purtroppo a tenere il passo, nel periodo preso in esame, con il formidabile ritmo di aumento del potenziale bellico nazista.

Per quanto riguarda il processo pubblico tenutosi a Mosca dal 23 al 30 gennaio del 1937, nel quale venne esaminata a fondo anche la questione del volo e colloquio segreto con Trotskij di Pjatakov, la presidenza del tribunale era tenuta dal giudice militare d’armata V. V Ulrich e i membri del tribunale furono invece O. I. Marulevic e N. M. Ryshkov; la pubblica accusa era sostenuta da A. J. Vysinskij; la difesa dell’imputato Knjazev era sostenuta dal membro del collegio di difesa Braude, quella dell’imputato Puscin venne assunta da Kommodov e la tutela legale dell’imputato Arnold invece da Kasnasceev.

Gli altri imputati, e cioè Pjatakov, Radek, Sokol’nikov, Serebrjakov, Livscits, Muralov, Drobnis, Bogulavskij, Rataishak, Norkin, Scestov, Stroilov, Turok e Hrasce avevano rinunciato invece a valersi di un avvocato, dichiarando che si sarebbero difesi da soli[13].

Tra gli imputati del processo di Mosca del gennaio 1937 spiccavano le figure di Pjatakov e Radek.

Georgij Leonidovic Pjatakov (1890-1937), indicato anche come Juri o Grigorij, era il figlio di un ricco imprenditore ucraino. Originariamente anarchico, egli aderì al partito bolscevico nel 1912: dopo aver avuto alcuni disaccordi politici con Lenin, gli si riavvicinò nel 1917 contribuendo con grande coraggio alla rivoluzione sovietica e mostrandosi molto attivo in Ucraina, durante la guerra civile. Dopo avere partecipato all’opposizione trotzkista dal 1923 al 1927, venne espulso dal partito comunista nel 1927 ma ottenne quasi subito di essere riammesso al suo interno all’inizio del 1928.

Una volta passato nelle file staliniste, Pjatakov acquisì rapidamente delle cariche molto importanti nell’apparato economico sovietico diventando nel 1930 il direttore della Gosbank, ossia della banca centrale dell’Unione Sovietica: in quel ruolo egli ebbe comunque in breve tempo un serio scontro di matrice politico-economica con il nucleo dirigente stalinista rispetto alle misure concrete da prendere per contrastare la crisi fiscale e il processo inflazionistico che si erano sviluppati allora in terra sovietica, conflitto che portò Stalin a definire Pjatakov come “un genuino trotzkista di destra” in una sua lettera inviata il 13 settembre del 1930 a Vjaceslav Molotov, allora il suo principale collaboratore politico[14].

Anche se a causa del suo dissenso con Stalin fu rimosso nell’autunno del 1930 dalla direzione della Gosbank, in ogni caso Pjatakov venne nominato responsabile dell’importante settore dell’industria chimica il 15 ottobre del 1930 e in seguito diventò il vicepresidente del decisivo commissariato (ministero) dell’industria pesante sovietica, svolgendo il ruolo di attivissimo braccio destro – e amico personale – di G. K. Ordzhonikidze, che sul piano formale ne era il responsabile[15].

Di nuovo espulso dal partito e arrestato nel settembre del 1936, Pjatakov venne processato nel gennaio del 1937 e fu condannato a morte.

Per quanto riguarda invece Karl B. Radek (1885-1939), nato in Galizia, in gioventù aveva militato nel partito socialdemocratico polacco e poi in quello tedesco, dal quale venne espulso nel 1912 per un presunto furto. Radek conobbe Lenin in Svizzera nel ’15 e con lui tornò in Russia nel ’17: esperto delle dinamiche politiche tedesche, egli diresse nel ’18 la propaganda bolscevica in Germania, dove fu arrestato all’inizio del ’19. Nel 1920 divenne segretario dell’Internazionale comunista, ma la sua aperta solidarietà con Trotskij lo condusse a un rapido declino politico, e a partire dall’inizio del 1925 venne nominato rettore di una università sovietica destinata ad addestrare i comunisti cinesi. Divenuto uno dei principali responsabili dell’Opposizione unificata antistalinista del 1926/27, Radek venne espulso dal partito nel 1927 ma meno di due anni dopo chiese e ottenne di esservi riammesso, e si trasformò a poco a poco in uno dei principali commentatori sovietici di politica estera: arrestato nel settembre del 1936 e condannato a dieci anni di reclusione nel gennaio del 1937, fu ucciso in prigionia da un altro detenuto all’inizio del 1939.

Va sottolineato come i due protagonisti presi in esame si conobbero personalmente nel 1918 e appartennero senza soluzione di continuità, dal 1923 al 1927, alla componente del partito bolscevico legato a Trotskij, tanto da essere impegnati direttamente e sotto la direzione di quest’ultimo in Germania durante il 1923, nel fallito tentativo promosso dall’Internazionale comunista per cercare di innescare un processo rivoluzionario in terra tedesca.

Tra il 1923 e la fine del 1927 Pjatakov e Radek risultavano quindi tra i principali dirigenti della frazione trotzkista in Unione Sovietica e combatterono apertamente, nei cinque anni presi in esame con il loro leader indiscusso – L. D. Bronstein/ Trotskij – contro il nucleo dirigente sovietico, guidato allora principalmente da Stalin, tutta una serie di dure e significative battaglie politiche, tanto che nel capitolo ventesimo della sua biografia su Trotskij Brouè inserì i due dirigenti in esame nell’empireo trotzkista di quel tempo ed entrambi parteciparono attivamente, dall’aprile del 1926 fino al novembre del 1927, a quella che si autodefinì l’opposizione unificata di sinistra del partito comunista[16].

Se Stalin (Iosif Vissarionovič Džugašvili), nato a Gori in Georgia nel dicembre del 1879, dall’inizio del 1925 era ormai diventato il principale leader del paese dei Soviet e del partito comunista, rimanendo in seguito in tale posizione egemone fino alla sua morte avvenuta nel marzo del 1953, il suo grande antagonista L. D. Bronstein, meglio conosciuto sotto lo pseudonimo di Trotskij (1879-1940), aveva organizzato una prima aperta opposizione a Stalin e ai suoi alleati già nell’autunno del 1923. Sconfitto in quell’occasione e di nuovo battuto in occasione di un duro dibattito storico-politico sulla Rivoluzione d’Ottobre scatenatosi alla fine del 1924, egli scese in campo di nuovo contro Stalin al fianco di Zinoviev e Kamenev, due dirigenti bolscevichi di lunga data, dando vita a quell’”Opposizione di sinistra” che operò dal 1926 fino alla fine del 1927, quando essa si divise dopo essere stata sconfitta in modo clamoroso dal nucleo dirigente stalinista, allora ancora alleata con l’ala moderata del partito diretta da N. I. Bucharin.

Subito dopo la disfatta dell’opposizione di sinistra alla fine del 1927, Trotskij era stato allontanato dal partito comunista e venne in seguito espulso dall’URSS nel febbraio del 1929, in un esilio che lo vide via via in Turchia (1929-33) e in Francia (luglio 1933 – giugno 1935) prima della sua nuova tappa di transito, la Norvegia dove risiedette dal giugno 1935 fino al dicembre 1936[17].

Nel dicembre del 1935, quindi, Trotskij era in esilio in Norvegia e venne ospitato dal deputato laburista K. Knudsen nel villaggio di Honefoss, posto poche decine di chilometri a nord-est di Oslo: ma il leader in esilio della Quarta Internazionale venne espulso anche dalle autorità norvegesi nel dicembre del 1936, poco dopo le prime confessioni di Pjatakov, trovando asilo in Messico all’inizio del 1937. Nell’agosto del 1940 Trotskij venne ucciso nella sua residenza di Coyocán da Ramon Mercader, un abile stalinista spagnolo che era riuscito a infiltrarsi nelle file degli aiutanti di Trotskij in terra messicana.

Tra i principali dirigenti stalinisti del periodo storico in via di esame ritroviamo invece V. M. Molotov (1890-1986), bolscevico dal 1906 e membro del Politburo dal 1926, oltre che principale aiutante di Stalin dal 1921 al 1946, S. M. Kirov, come si è già notato venne ucciso da un ex oppositore di Stalin nel dicembre del 1934, e “Sergo” Ordhonikidze.

  1. K. Ordzhonikidze nacque nel 1886 e morì a Mosca nel febbraio del 1937: divenuto nel 1903 un militante bolscevico, egli si mostrò subito assai attivo nel movimento rivoluzionario georgiano, ebbe funzioni di rilievo nella rivoluzione e nella guerra civile e quindi spalleggiò Stalin sia nell’azione di incorporazione della Georgia all’URSS nel 1921-23, che nella lotta tra le diverse frazioni del partito bolscevico che scoppiarono via via dopo la grave malattia che colpì Lenin all’inizio del 1923, divenendo tra i principali organizzatori dei primi piani quinquennali. Nel 1930 Ordzhonikidze entrò a far parte del Politburo: benché molto legato a Stalin, egli rappresentò un elemento moderato e conciliatore che, come ministro dell’industria pesante sovietica, aveva tra i suoi principali collaboratori proprio J. Pjatakov, tra l’altro divenuto suo amico personale.

Interessanti anche le figure di Jagoda e Ezhov. Se infatti il primo risultava ancora formalmente capo dell’NKVD (la polizia politica sovietica, in precedenza indicata con gli acronimi GPU e OGPU) tra il febbraio del 1935 e il settembre del 1936, mese della sua sostituzione con Ezhov, proprio nel febbraio del 1935 e poco dopo l’uccisione di Kirov (su cui indagheremo in un altro libro) Ezhov prese via via il controllo rispetto alle indagini promosse da Stalin proprio su tale omicidio e, in generale, sulle opposizioni al leader georgiano provenienti dall’interno del partito bolscevico.

Pertanto si creò un particolare “dualismo di poteri” all’interno della NKVD proprio nel periodo che comprende anche il dicembre del 1935, e in ogni caso fu Ezhov, e non Jagoda (caduto in disgrazia dopo la prima metà di settembre del 1936) a curare gli interrogatori e le indagini preliminari utilizzate in seguito durante il processo di Mosca del gennaio del 1937, anche ovviamente in riferimento al volo di Pjatakov.

Per quanto riguarda le loro biografie, Genrich Grigorevic Jagoda (1891-1938) diventò bolscevico dal 1907 e durante la guerra civile tra “rossi” e “bianchi” del 1918/20 operò sul fronte meridionale, trasformandosi in un alto funzionario della Ceka dal 1920: fu uno dei vicecapi dell’NKVD nel settembre del 1923 e ne divenne il dirigente all’inizio del 1934.  Destituito nel settembre 1936, venne destinato al commissariato del popolo per le comunicazioni: arrestato nell’aprile 1937 e accusato di aver partecipato all’organizzazione degli omicidi di Kirov, Menzhinskij e Gor’kij, fu tra gli imputati al “processo dei ventuno” e venne giustiziato nel 1938, subito dopo la fine del terzo dei processi pubblici di Mosca.

A sua volta Nikolaj I. Ezhov (1895-1940) diventò bolscevico nel 1917, mentre durante la guerra civile fu commissario politico presso un’unità dell’Armata Rossa. Dal 1935 segretario del Comitato Centrale bolscevico, nel settembre 1936 sostituì Jagoda alla direzione dell’NKVD e avviò la “grande purga” del 1937-38, che da lui prese il nome di “ezhovshcina”; alla fine del 1937 egli divenne membro candidato del Politburo, ma nel novembre del 1938 fu a sua volta destituito dalla direzione dell’NKVD finché, nel 1939, venne arrestato e fucilato l’anno successivo.

Passando invece al campo degli oppositori a Stalin all’interno del partito comunista nel periodo in esame, spiccano oltre a Trotskij le figure politiche di Bucharin, Zinoviev e Kamenev.

  1. I. Bucharin divenne invece un attivo militante bolscevico dal 1905 e un leader del partito fin dall’inizio del 1917. Collocato per alcuni anni su posizioni particolarmente aggressive ed estremiste, dal 1917 fino al 1923, dopo la morte di Lenin avvenuta nel gennaio del 1924 Bucharin divenne invece il capo indiscusso della “destra”, ossia dell’ala più moderata del partito comunista sovietico: alleato di Stalin dal 1924 fino alla prima metà del 1928, Bucharin si scontrò apertamente con il leader georgiano nel 1929 e dopo la sua sconfitta perse gran parte del suo precedente potere politico. Ritornato almeno in apparenza in buoni rapporti con Stalin a partire dal 1934, venne accusato già nell’agosto del 1936 di attività clandestine contro la direzione stalinista; arrestato nel marzo del 1937, venne processato durante il terzo e ultimo processo di Mosca del marzo del 1938 e fucilato subito dopo la sua conclusione.

G.E. Zinoviev (1883-1940) e L.B. Kamenev (1887-1936) costituirono a loro volta due tra i più stretti collaboratori di Lenin nel periodo compreso tra il 1909 e il 1917, anche se essi si opposero con ogni mezzo alla vittoriosa insurrezione bolscevica dell’ottobre del 1917 (7 novembre del 1917, secondo il calendario giuliano). Tornati a essere nel 1918-23 tra i principali leader bolscevichi, i due si schierarono con Stalin e contro Trotskij dal 1923 fino all’inizio del 1925; entrati a loro volta in conflitto con Stalin e sconfitti, come si è già visto nel 1926-27 essi crearono un’alleanza politica con Trotskij contro il nucleo dirigente stalinista. Tra il 1928 e l’inizio del 1936 Zinoviev e Kamenev vennero più volte espulsi dal partito comunista, sotto l’accusa di attività clandestine antistaliniste; arrestati nel dicembre del 1934 dopo l’uccisione di Kirov e condannati a dieci anni di carcere, nell’agosto del 1936 essi costituirono gli imputati principali al primo processo di Mosca e vennero condannati a morte e fucilati perché ritenuti colpevoli sia di attività terroristiche, a partire dall’organizzazione dell’omicidio di Kirov, che di collaborazione segreta con Trotskij, nella lotta ininterrotta contro il nucleo dirigente stalinista condotta da quest’ultimo.

Per quanto riguarda invece l’Internazionale Comunista, conosciuta anche come Comintern e Terza Internazionale, venne invece fondata a Mosca nel marzo del 1919 principalmente grazie alla lucida progettualità e all’azione creativa di Lenin, divenendo in pochi anni un’organizzazione ramificata in gran parte del mondo, dalla Norvegia fino al Cile e all’Australia; a partire dall’inizio del 1929, il Comintern venne egemonizzato sul piano politico e organizzativo da Stalin e dai suoi collaboratori, tra i quali spiccò l’azione intelligente e generosa svolta dal comunista bulgaro G. Dimitrov dal 1934 fino all’agosto del 1939.

Sul fronte antagonista, la Quarta Internazionale iniziò invece ad agire embrionalmente e in modo informale fin dall’inizio del 1929, dopo l’esilio in Turchia di Trotskij; a partire dal marzo del 1933 e dopo la tremenda vittoria del nazismo in Germania, Trotskij diede in ogni caso un impulso decisivo al processo di costruzione e cristallizzazione della nuova Quarta Internazionale che, nel settembre del 1938, venne fondata anche sul piano formale nel corso di una conferenza di dirigenti trotzkisti  tenutasi a Perigny, un sobborgo collocato appena fuori Parigi.

Sul piano teorico e politico, il fulcro fondamentale e l’asse centrale del dissenso tra Trotskij e Stalin era costituito, a partire dalla fine del 1924, dalla diversa valutazione sulla possibilità di costruire il socialismo in Unione Sovietica, in assenza di una rivoluzione nelle principali nazioni capitalistiche.

Fin dal dicembre del 1924, con il suo saggio intitolato “La Rivoluzione d’Ottobre e la tattica dei comunisti russi”, Stalin sottolineò infatti che “la vittoria del socialismo in un solo paese, anche se questo paese è capitalisticamente meno sviluppato e il capitalismo continua a sussistere in altri paesi, sia pure capitalisticamente più sviluppati, è perfettamente possibile e probabile”; dal canto suo anche nel 1922 Trotskij sostenne invece la tesi secondo la quale “un’effettiva ascesa dell’economia socialista in Russia sarà possibile soltanto dopo la vittoria del proletariato nei principali paesi d’Europa” affermando altresì, nel suo libro “1917” ripubblicato nel 1924, che era “assurdo pensare” che la “Russia rivoluzionaria” potesse “far fronte a un’Europa conservatrice”.

Ma Stalin e Trotskij si divisero aspramente anche su un’altra questione politica correlata strettamente alla precedente e non certo irrilevante, almeno nel 1924-29: ossia se Lenin avesse a sua volta ritenuto possibile il processo integrale di costruzione del socialismo nella Russia sovietica in mancanza di una rivoluzione internazionale, e quale fosse il reale significato da attribuire a celebri articoli di Lenin in materia quali ad esempio il suo scritto “Sulla cooperazione” del gennaio 1923[18].

E a questo punto serve almeno una brevissima descrizione della figura di V. I. Ulianov (1870-1924), di regola conosciuto sotto lo pseudonimo di Lenin, che a nostro avviso ha rappresentato il più grande uomo politico e il più lucido rivoluzionario del Ventesimo secolo.

Se già è stato notevole il processo di sviluppo del marxismo compiuto da Lenin in campo filosofico (si pensi solo a testi quali “Materialismo ed empiriocriticismo” e i “Quaderni filosofici”) e socioeconomico (“Chi sono gli amici del popolo e come lottano contro i socialdemocratici”, e soprattutto il libro del 1916 intitolato “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”), Lenin è stato simultaneamente l’ideatore e la forza motrice principale del progetto politico teso a costruire una nuova forma di partito rivoluzionario, a partire dal suo “Che fare” del 1902: il principale teorico del bolscevismo e il leader, a partire dal 1903, di quel partito di rivoluzionari di professione che riuscì via via a compiere tutta una serie di “miracoli” laici quali l’abbattimento del potere politico-economico della borghesia russa nell’ottobre del 1917 e la creazione del nuovo potere sovietico, la vittoria nella durissima guerra civile del 1918-20 contro le forze anticomuniste interne sostenute dalle principali potenze capitalistiche del mondo e l’introduzione, nel marzo del 1921, della NEP e di quella “Nuova Politica Economica” che permise alla Russia sovietica di superare rapidamente la gravissima crisi economica e politica che la scosse profondamente in quell’anno, con la combinazione tra l’insurrezione dei marinai di Kronstadt, le sommosse contadine e la tremenda carestia del 1921. La prematura scomparsa di Lenin, avvenuta nel gennaio del 1924 dopo una malattia durata quasi due anni, costituì pertanto una gravissima perdita per il giovane potere sovietico e aprì la strada a un periodo di lotta aperta e quasi incessante tra le diverse componenti e tendenze politiche esistenti all’interno del partito bolscevico, che durò dalla fine del 1923 fino al 1929.

Sul piano invece del glossario politico che via via utilizzeremo, la sigla URSS costituiva l’acronimo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, sorta alla fine del 1922; il Politburo (o Politbjuro) a sua volta rappresentava a partire dal 1917 l’ufficio politico del partito bolscevico e, dal 1922, il suo principale organo di decisione politica, mentre il Comitato Centrale – eletto via via ad ogni congresso di partito – formava dal 1903 l’organismo politico principale per la nomina dei dirigenti e la selezione della linea politica del partito.

Il partito comunista sovietico costituì a sua volta lo sviluppo organico del bolscevismo e della tendenza politica rivoluzionaria guidata da V. I. Lenin fin dal 1903 all’interno del partito socialdemocratico russo: una corrente politica che si trasformò in un partito a sé stante e diviso anche sul piano formale dai menscevichi, ossia dall’ala moderata del socialismo russo, a partire dal 1912. L’organo ufficiale dell’organizzazione bolscevica, denominatasi comunista all’inizio del 1918, era costituito dalla Pravda; se l’Izvestia rappresentava l’organo ufficiale del potere sovietico, sorto in seguito alla rivoluzione dell’ottobre del 1917, la Tass costituiva invece l’agenzia di stampa di quest’ultimo.

Un accenno infine al problema della translitterazione dei cognomi russi in lingua italiana, operazione che crea a volte un certo margine di incertezza. Ad esempio il celebre pseudonimo usato per individuare L. D. Bronstein è stato tradotto in vari modi, da Trotskij passando a Trotsky fino a Trotckij, mentre il cognome Preobrazhenskj, uno dei leader della corrente trotzkista sovietica sia nel 1923/27 che nel 1931/36, in diversi testi viene riportato senza la lettera acca, come è avvenuto del resto nel caso di Ezov/Ezhov, e di altre personalità sovietiche.

Finito questo breve e sommario excursus storico può iniziare l’indagine relativa al volo di Pjatakov, affrontando subito il punto forte della tesi che sostiene l’inesistenza del viaggio che quest’ultimo affermò di aver compiuto in direzione della Norvegia nel dicembre del 1935, partendo da Berlino e dalla Germania fascista di quel periodo.

[1] P. L. Contessi, “I processi di Mosca”, p. 190 e 241, ed. Il Mulino

[2] “The Moscow Trial of 1937”, in www.red-channell.de

[3] P. L. Contessi, op. cit., pag. 247-248

[4] Op. cit., p. 248-249

[5] P. L. Contessi, “I processi di Mosca”, pag. 252, ed. Il mulino

[6] Op. cit., p. 252

[7] Op. cit., p. 237

[8] Op. cit., p. 243

[9] “The case of Leon Trotskij”, tredicesima sessione, parte terza, op. cit.

[10] “The case of…”, op. cit., sesta sessione

[11] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione

[12] “The case…”, op. cit., tredicesima sessione, sezione diciottesima

[13] P. L. Contessi, op. cit., pag. 167/168

[14] L. T- Lih, O. V. Naumov e O. V. Khlevniuk, “Stalin’s letters to Molotov”, pag. 214, 56 e 188, ed. Yale University Press

[15] Op. cit., pag. 211

[16] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, p. 344, ed. Bollati Boringhieri

[17] P. Broué, op. cit., p. 397

[18] I. V. Stalin, “Letter to Slepkov”, 8 ottobre 1926, in www.marxists.org; V. I. Lenin, “Sulla cooperazione”, 4 e 6 gennaio 1923, in www.marxists.org


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