CAPITOLO QUINTO

 

Pjatakov a Berlino e il “piano Tanaka”

Dal processo di analisi effettuato in precedenza emerge come proprio la posizione politica reale di Pjatakov e Radek, ridiventati a partire dalla seconda metà del 1931 dei dirigenti trotzkisti clandestini in URSS, rendesse desiderabile l’idea di un loro incontro diretto e personale con il leader indiscusso della Quarta Internazionale e con il loro vero capo e referente politico, e cioè Trotskij.

Affinché i desideri politici del 1935 si potessero trasformare in realtà concreta, risultava tuttavia necessaria anche la compresenza simultanea di alcune fondamentali condizioni logistiche eccezionalmente necessarie e indispensabili, sia al fine di compiere concretamente l’incontro che di tentare allo stesso tempo di attuarla in segreto, seppur dovendo sempre affrontare con seri rischi. Dobbiamo pertanto tornare sulla tematica dei mezzi e delle opportunità per il colloquio segreto tra Trotskij e Pjatakov vista e considerata però da un’altra angolatura, ossia esaminata affrontando sia la sfera della fattibilità che il fattore della segretezza da creare e conservare rispetto al volo/colloquio clandestino in oggetto, verificando in pratica se sussistessero davvero nel dicembre 1935 non solo le condizioni per attuare concretamente l’incontro segreto in via d’esame, ma anche e simultaneamente per pensare di riuscire a mantenerlo nascosto a tutto il mondo, e soprattutto agli occhi dell’NKVD: Pjatakov e Trotskij costituivano infatti non solo delle persone molto intelligenti ma anche degli esperti nell’arte della cospirazione, per i quali risultava subito vitale non solo poter attuare il loro colloquio ma anche tenerlo celato innanzitutto agli occhi di Stalin e del suo apparato statale.

Fattibilità tecnico-logistica del volo e sua possibile segretezza: solo la compresenza simultanea di questi due fattori, entrambi indispensabili, poteva indurre Trotskij e Pjatakov a progettare e soprattutto a compiere un viaggio e un colloquio clandestino in ogni caso sottoposto a un concreto rischio di smascheramento, minimizzabile al massimo possibile ma non certo del tutto.

Il primo presupposto fondamentale per attuare concretamente, e poter tenere nascosto al mondo l’incontro segreto in via d’esame era ovviamente che Trotskij fosse all’estero, e non in Unione Sovietica, nel dicembre del 1935: libero pertanto dal controllo diretto di Stalin e dell’apparato statale sovietico, oltre che non sottoposto a misure di sicurezza (carcere, confine, ecc.) da parte delle autorità staliniste.

Sotto questo aspetto, Trotskij risultava sicuramente in Norvegia e pertanto fuori dei confini sovietici nel dicembre del 1935: e più precisamente a Honefoss, una piccola cittadina nella zona meridionale della Norvegia.

Rispetto sia al fattore della fattibilità che a quello della segretezza, un’ulteriore presupposto essenziale per l’incontro tra Trotskij e Pjatakov era che nel dicembre del 1935 anche quest’ultimo si trovasse all’estero. Risultava infatti impensabile che “Capelli rossi” potesse prendere illegalmente e in segreto un aereo (o un altro mezzo di trasporto, ad esempio una nave) partendo proprio dal territorio sovietico e dalla nazione in cui egli ricopriva l’importante ruolo di viceministro dell’industria pesante, senza essere subito scoperto dall’NKVD mentre cercava di recarsi all’estero a trovare Trotskij: solo ed esclusivamente trovandosi fuori dai confini sovietici Pjatakov poteva tentare di incontrarsi in segreto con Trotskij senza essere individuato dall’apparato statale stalinista, all’andata o al massimo al suo ritorno in Russia.

Inoltre non solo Pjatakov doveva trovarsi all’estero, ma risultavano anche necessarie altre particolari sotto-condizioni logistiche in questo campo, e cioè che:

  • “Capelli rossi” fosse in viaggio all’estero legalmente e attraverso una missione consentita dal governo sovietico, per avere almeno un certo margine di manovra;
  • Pjatakov fosse impegnato non solo in un viaggio legale all’estero, ma anche in un paese relativamente vicino alla Norvegia. E’ intuitivo che se anche Pjatakov fosse stato mandato per esempio in una missione diplomatica in Australia o nel Madagascar, sarebbe stato per lui impossibile andare e tornare dalla Norvegia dopo il colloquio con Trotskij in un solo giorno, tempo massimo superato il quale i rischi di scoperta dell’incontro segreto sarebbero aumentati in modo esponenziale e di ora in ora;
  • “Capelli rossi” fosse stato inviato non solo in missione legale e in un paese vicino (se non confinante) con la Norvegia, ma anche in una trasferta all’estero relativamente lunga e almeno di una settimana: solo così un giorno di assenza da parte sua sarebbe potuto passare inosservato, a patto che fosse giustificata da (finti) impegni di lavoro e sempre con le dovute coperture e protezioni in loco.

Ora, sotto questi aspetti risulta ammesso anche da Trotskij nell’aprile del 1937, seppur dopo un astuto tentativo di depistaggio su cui ci soffermeremo a lungo nel capitolo sulla “gita nel ghiaccio”, che Pjatakov:

  • fosse giunto a Berlino nel dicembre del 1935;
  • fosse arrivato a Berlino per una missione legale e ufficiale da parte sovietica;
  • fosse a Berlino dal 10 o 11 dicembre del 1935 al 22 dicembre del 1935, e quindi per una visita diplomatico-commerciale di circa dieci giorni;
  • fosse allora posizionato a Berlino e quindi nel nord della Germania, cioè a circa quattro ore di volo (con la velocità degli aerei di medio livello di quel tempo) dalla zona meridionale della Norvegia e da Kjeller.

La prolungata missione, ufficiale e con destinazione Berlino, compiuta nel dicembre del 1935 da Pjatakov costituisce un elemento sicuro al di là di qualunque dubbio e che soddisfa pienamente il parametro logistico che stiamo ora esaminando.

La terza precondizione, che riguarda invece solo il criterio della segretezza, era che non solo Trotskij si trovasse in Norvegia nel dicembre del 1935, ma anche che per qualche giorno egli risultasse isolato e con buone ragioni da sempre possibili visitatori esterni, senza pertanto creare sospetti in seguito a tale distacco temporaneo dal mondo esterno.

Affinché il viaggio di Pjatakov e il suo colloquio con Trotskij potesse rimanere segreto almeno con discrete probabilità di successo, era infatti indispensabile da un lato che quest’ultimo potesse risultare indisponibile e inavvicinabile per degli eventuali testimoni, inopportuni e pericolosissimi sul piano potenziale, dell’incontro clandestino con “Capelli rossi”, quali ad esempio giornalisti norvegesi/stranieri o eventuali seguaci trotzkisti in visita al loro leader, oltre che più in generale per chiunque non facesse parte del più ristretto nucleo familiare-politico di fedelissimi a Trotskij; e, simultaneamente, il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale doveva avere a sua disposizione un motivo valido e legittimo, inattaccabile e accettato sul piano sociale, per rendersi inaccessibile a eventuali visitatori senza creare grossi sospetti. Serviva altresì un’indisponibilità prolungata, ossia di almeno un certo numero di giorni, per Trotskij rispetto al mondo esterno, prima dell’arrivo di “Capelli rossi” in Norvegia; dato che eventuali e indesiderati visitatori dovevano venire infatti a conoscenza almeno qualche giorno prima di un loro viaggio a Honefoss dell’isolamento legittimo di Trotskij, inoltre, l’isolamento dal mondo esterno doveva poter essere prolungabile a piacere in caso di necessità, come ad esempio per affrontare un eventuale ritardo della partenza di Pjatakov da Berlino rispetto al giorno fissato in precedenza.

La condizione logistico-organizzativa in via d’esame si divide e si dirama quindi in quattro sotto-condizioni, e cioè:

  • isolamento di Trotskij da eventuali visitatori;
  • isolamento prolungato di Trotskij dal mondo esterno;
  • isolamento legittimo e inattaccabile, accettato quindi sul piano sociale, di Trotskij dal mondo esterno.

Come vedremo in seguito, proprio la presunta “febbre” e la “malattia” misteriosa che “casualmente” colpì Trotskij proprio all’inizio del dicembre del 1935 permisero realmente a quest’ultimo di creare ad arte e volutamente:

  • il suo isolamento nel dicembre del 1935, nella casa di Honefoss;
  • il suo isolamento prolungato dal 1° al 19 dicembre, utile anche al fine di poter avvisare con un certo anticipo qualsiasi possibile “visitatore esterno” dell’«impedimento» fisico che allora lo colpiva;
  • il suo isolamento legittimo e difficilmente sospettabile, sempre secondo i criteri normali per cui una persona malata non va disturbata, se non in casi eccezionali;
  • il suo isolamento prolungato a piacere in caso di necessità, semplicemente facendo protrarre nel tempo la sua presunta malattia.

Quarta precondizione fondamentale sul piano logistico: la presenza effettiva nel dicembre del 1935 di “talpe” e militanti trotzkisti a Berlino, che potessero favorire, “coprire” e di aiutare materialmente a nascondere alla NKVD stalinista il viaggio di Pjatakov dalla capitale tedesca del tempo fino in Norvegia, con annesso ritorno.

Proprio l’insospettabile storico trotzkista francese Brouè ha ammesso l’esistenza concreta di alcune “talpe” della Quarta Internazionale a Berlino anche nella prima metà degli anni Trenta, a partire proprio dal nome di S.A. Bessonov: un abile diplomatico e un’eccellente spia sovietica, che tra l’altro aiutò con efficacia nel 1935-36 l’azione dell’organizzazione clandestina antinazista generalmente conosciuta sotto la denominazione di gruppo Schulze-Boysen-Harnack, validamente supportato in tale attività segreta da un suo stretto collaboratore a Berlino di nome D.P. Bukhartsev.

Sulle opinioni politiche di Bessonov lasciamo la parola a Brouè, a pag. 590 della sua monumentale biografia su Trotskij. Egli notò che all’inizio degli anni Trenta, “a Berlino, ci sono diversi simpatizzanti” (di Trotskij e delle sue posizioni politiche) “presso la delegazione commerciale, dove Pierre Naville” (un dirigente trotskista francese di quel periodo) “ricorda di aver incontrato in particolare Bessonov”: S.A. Bessonov, su cui torneremo a lungo in un altro capitolo di questo giallo storico. E sempre Brouè, seppur cercando di ridimensionare al massimo il fenomeno per evidenti ragioni (il collegamento tra i trotskisti sovietici clandestini di Berlino e Pjatakov costituiva un argomento da evitare il più possibile, per l’intelligente storico francese), ha indicato con estrema cautela che durante la prima metà degli anni Trenta “è probabile che restino all’estero, dei militanti nelle delegazioni commerciali o nei servizi diplomatici” (sovietici) “che simpatizzano con l’Opposizione” trotskista[1].

Nel dicembre del 1935, quindi, Trotskij e Pjatakov potevano contare a Berlino dell’aiuto di “simpatizzanti” (Brouè) trotzkisti come Bessonov. Talpe utilissime al fine di preparare i contatti logistici con i nazisti, per coprire e nascondere con la loro azione l’inevitabile assenza di Pjatakov da Berlino e dalla Germania, dal mattino fino a notte inoltrata, oltre che per inventarsi un finto appuntamento a Berlino in quel giorno delicatissimo a favore di Pjatakov, da presentare ai dirigenti dell’ambasciata sovietica allora ancora schierati al fianco di Stalin.

Quinto presupposto logistico necessario per la fattibilità/segretezza dell’incontro: non solo Pjatakov doveva trovarsi fuori dall’URSS e in una nazione relativamente vicina alla Norvegia, ma altresì “Capelli rossi” doveva atterrare in un aeroporto norvegese relativamente vicino al luogo di residenza di Trotskij in Norvegia, per ridurre al minimo possibile gli spostamenti dei due cospiratori. E Kjeller, come si è già visto, distava da Honefoss e dall’abitazione utilizzata da Trotskij solo cinquanta chilometri, non certo i mille chilometri che distanziano ad esempio Oslo dalla città norvegese di Narvik.

Altra indispensabile condizione logistica: Trotskij doveva essere libero di muoversi e di ricevere visitatori in terra norvegese, nel 1935 e nel dicembre del 1935, senza subire alcuna forma di controllo da parte delle autorità e della polizia norvegesi. Come vedremo meglio tra poco, anche questo importante presupposto materiale risultava allora a piena disposizione di Trotskij.

Sul piano infine della fattibilità tecnica del volo, si è già notato che fin dal 1927 (Lindbergh e la sua transvolata dell’oceano Atlantico) una distanza di mille chilometri, quale quella che separava Berlino da Kjeller, fosse facilmente percorribile senza tappe per i rifornimenti e in circa quattro ore. Rispetto poi al volo notturno, strumento necessario per far tornare in nottata Pjatakov a Berlino, partendo da Kjeller diciamo attorno alle sei di sera, è facile rilevare che negli Stati Uniti fin dal 1921 – e quindi ben quattordici anni prima del dicembre del 1935 – avevano iniziato a operare i collegamenti postali notturni per via aerea, mentre a loro volta molti piloti di aerei tedeschi, fin dal 1931, risultavano addestrati al volo strumentale e quindi in grado di volare anche di notte, diciamo in una sera/notte del 12 o 13 dicembre del 1935, essendo tra l’altro dotati di radio a bordo e di un’esperienza specifica in merito[2].

A questo punto, e in modo più dettagliato, riprendiamo l’analisi della situazione esistente nel dicembre 1935, al fine di risolvere via via altri problemi di una certa importanza per la nostra indagine.

Nel dicembre del 1935 Trotskij era sicuramente posizionato a Wexhall, frazione della cittadina norvegese di Honefoss, collocata a circa sessanta chilometri a nord-est di Oslo.

Grazie all’insospettabile Brouè veniamo a sapere che, espulso dalla Francia nel giugno del 1935, Trotskij trovò asilo in Norvegia grazie a una decisione presa dal governo laburista norvegese, che aveva appena vinto le elezioni nazionali il 20 marzo del 1935: dopo essere arrivato nel paese scandinavo, egli trovò un asilo stabile dal 23 giugno del 1935 fino all’agosto del 1936 presso l’abitazione del giornalista e deputato laburista Konrad Knudsen, a sua volta in buoni rapporti con un simpatizzante trotzkista norvegese di nome Olaf Scheflo[3].

Sempre da Brouè apprendiamo inoltre tutta una serie di dettagli significativi rispetto alle condizioni  materiali e giuridiche della permanenza di Trotskij a Honefoss.

Trotskij e sua moglie “il 23 giugno, infine, grazie ai buoni uffici di Scheflo, possono sistemarsi nella casa di un vecchio militante del partito laburista norvegese, il giornalista e deputato Konrad Knudsen. La casa si trova in località Wexhall, alla periferia di Honefoss, a una sessantina di chilometri a nord di Oslo. Il padrone di casa è spesso assente; c’è però la moglie, Hilda, con i due figli, il quattordicenne Bognar e la sorella maggiore ventunenne, la bionda Hjordis, che finirà, al seguito dei Trotskij, per prendere parte alla tragedia”. La casa scriverà Natalja, era spaziosa, “preceduta da un ampio cortile il cui ingresso sulla strada rimaneva aperto giorno e notte”.

I Trotskij dispongono di due stanze confortevoli, la camera da letto e lo studio di L.D.” (ossia di Trotskij). “E’ impossibile essere più numerosi senza disturbare i Knudsen, così si decide di ridurre la segreteria e di fare a meno della guardia: la sicurezza sembra totale, e Trotskij va persino a passeggio da solo per i boschi”[4].

La camera da letto e lo studio occupati dai coniugi Trotskij erano posti pertanto a piano terra della casa dei Knudsen, con una finestra che si affacciava direttamente sul cortile descritto da Natalia Sedova: un piccolo particolare che assumerà tuttavia una certa importanza quando passeremo ad esaminare la questione dell’alibi di Trotskij per il 12 e 13 dicembre del 1935.

Un primo segretario di Trotskij, Jan Frankel, lavorò con Trotskij in Norvegia a partire dal giugno del 1935 e per alcuni mesi, ma dal novembre di quell’anno subentrò in quella funzione operativa Erwin Wolf, appartenente alla numerosa popolazione tedesca che viveva in quel periodo nei Sudeti, regione posta nella zona occidentale della Cecoslovacchia degli anni Trenta.

Il facoltoso e fidato dirigente trotzkista Erwin Wolf risultava a giudizio di Brouè “un brillante intellettuale” che poteva vivere “della rendita che gli passava il fratello, al quale ha lasciato la sua parte dei beni familiari. Ha meno esperienza di Frankel, ma si rivela non solo un grande lavoratore, ma anche un compagno piacevole, aperto e molto vivace, al quale i Trotskij si legheranno personalmente. Nasce presto un idillio, che diventerà un grande amore, tra Erwin e la figlia degli ospiti, la bionda Hjordis Knudsen. Si crea in questo modo un ulteriore legame tra le due famiglie che dividono la casa di Wexhall. Trotskij ha così descritto in seguito la vita condotta da Natalja Ivanovna e lui stesso, durante i diciotto mesi di esilio tranquillo in Norvegia: “La nostra vita si svolgeva placida e serena, direi quasi su un piano piccolo-borghese. I nostri vicini si erano presto assuefatti alla nostra presenza e avevamo stabilito con loro dei rapporti piuttosto silenziosi, ma molto amichevoli. Una volta alla settimana andavamo con i Knudsen al cinema, dove venivano proiettate delle produzioni hollywoodiane di un paio di anni prima. Di tanto in tanto, soprattutto d’estate, ricevevamo visite di conoscenti appartenenti per lo più alla sinistra del movimento operaio (…). L’arrivo della posta era a Wexhall il momento cruciale della giornata. Aspettavamo con impazienza, verso l’una del pomeriggio, il postino invalido che, d’inverno in slitta e d’estate in bicicletta, ci portava un pesante pacco di giornali e di lettere provenienti da tutte le parti del mondo”.

Il soggiorno norvegese di Trotskij comincia senza problemi. Per la prima volta dall’inizio dell’esilio vive alla luce del sole, libero di spostarsi per tutto il paese, come in Turchia, ma senza guardia del corpo, come a Domène (un villaggio in cui Trotskij soggiornò nel 1934). “Ancor più, la porta della casa resta aperta, giorno e notte. L’accoglienza ufficiale è stata abbastanza favorevole. L’organo del partito al potere, “l’Arbeiderbladet”, scrive che il popolo norvegese è onorato della presenza di Trotskij nel paese, e che qualsiasi popolo democratico dovrebbe considerare un gradito dovere il dargli asilo”[5].

Quando si parla di un “delitto” molto particolare, come un incontro segreto tra due persone in precedenza lontane e distanti, il luogo concreto dell’incontro assume subito un rilievo particolare.

Sotto questo profilo proprio Trotskij, nel giugno del 1935, rilevò testualmente come la Norvegia non “fosse il Madagascar”, lontano tra l’altro da Berlino migliaia di chilometri: il leader indiscusso della costituenda Quarta Internazionale si trovava nel 1935 in “un piccolo paese fuori mano”, sempre secondo le parole di Trotskij, ma avanzato sul piano tecnologico-produttivo, oltre che assai vicino e quasi confinante con la Germania settentrionale[6].

Sempre rispetto alla combinazione spazio-temporale acquisiamo peraltro un ulteriore e sicuro elemento d’analisi, e cioè che Trotskij non si trovava in viaggio in Madagascar, in India oppure in Messico tra i primi di dicembre del 1935 e il 19 dicembre dello stesso anno; proprio lo storico trotzkista I. Deutscher sottolineò infatti che il leader della Quarta Internazionale “trascorse la maggior parte di dicembre” (del 1935) “a letto” a Honefoss a causa di una particolare “malattia”, su cui parimenti ci dilungheremo nel prossimo capitolo[7].

Trotskij a letto con la “febbre” a Honefoss, dall’1 al 19 dicembre del 1935: nessun dubbio emerge su questo punto specifico anche da parte della “seconda versione”, che nega l’esistenza del volo di Pjatakov.

Altro fatto sicuro e riportato dall’insospettabile Brouè: Trotskij in Norvegia risultava “libero di spostarsi per tutto il paese, come in Turchia” e parallelamente poteva “ricevere qualsiasi tipo di visita, più facilmente, beninteso, durante la bella stagione che quando il paese” (la Norvegia) “è sotto la neve”; parole di Brouè, che attestano il fatto indiscutibile per cui in Norvegia Trotskij potesse viaggiare e ricevere visite senza restrizioni giuridiche e controlli di polizia da parte norvegese durante tutto il 1935, ivi compreso ovviamente il dicembre del 1935[8].

Solo a partire dalla fine di agosto del 1936, e quindi dopo otto mesi dal dicembre del 1935 che ci interessa, la situazione legale e materiale di Trotskij conoscerà un drastico peggioramento ed egli perderà la precedente libertà di movimento, completa e senza controlli polizieschi, di cui aveva usufruito in terra norvegese.

Sul piano della presenza/assenza di guardie private nei pressi della casa di Trotskij a Honefoss, Brouè ci ha inoltre già informati che Trotskij nel 1935 in Norvegia “vive alla luce del sole, libero di spostarsi per tutto il paese” (libero di spostarsi per tutto il paese, per tutta la Norvegia…) “ma senza guardia del corpo… La porta della casa” (di Honefoss) “resta aperta, giorno e notte”. Del resto “era impossibile essere più numerosi” nell’abitazione di Werhall “senza disturbare i Knudsen”, sottolineò sempre lo storico francese, cosicché Trotskij “decide di ridurre la segreteria e di fare a meno della guardia: la sicurezza sembra totale, e Trotskij va persino a passeggio da solo per i boschi”[9].

Notizie e informazioni chiare, quelle fornite da Brouè: nessuna “guardia” del corpo a Honefoss, e quindi piena libertà per Trotskij di allontanarsi dalla porta di casa “sempre aperta” dell’abitazione di Honefoss: non solo sul piano giuridico, ma anche su quello dell’assenza di controlli, nel 1935 e nel dicembre del 1935.

I giudici-lettori hanno già capito la nostra tesi, basata del resto su fatti sicuri: Trotskij si trovava nelle migliori condizioni possibili (giuridiche e logistiche, ivi compresa la sua “febbre” e il derivato isolamento legittimo dal mondo esterno) sia per potersi incontrare concretamente in Norvegia con Pjatakov uscendo dalla casa di Honefoss, che per poter compiere tale azione di nascosto nel dicembre del 1935.

Per quanto riguarda invece la posizione concreta di Pjatakov, come si è già notato in precedenza “Capelli rossi” non risultava certo a Mosca dal 10 al 22 dicembre del 1935, ma invece a Berlino e a partire proprio dalla data sopracitata: in una delle traduzioni dei verbali russi del processo di Mosca del gennaio 1937 venne invece riportato l’11 dicembre come data d’arrivo di “Capelli rossi” a Berlino, ma si tratta in ogni caso di una differenza di un solo giorno.

E non solo Pjatakov si trovava sicuramente nella capitale tedesca a partire dal 10 o dall’11 dicembre del 1935, ma egli era in viaggio legalmente e non in modo clandestino, per una missione ufficiale e diplomatica fuori dai confini (e dai rigidi controlli) sovietici e con destinazione Berlino, quindi avendo vicino l’aeroporto berlinese di Tempelhof.

Va comunque rilevato anche un altro elemento assai interessante, emerso dalla pratica concreta della diplomazia sovietica del tempo e collegato proprio alla missione ufficiale di Pjatakov nel dicembre del 1935.

Agli inizi del 1935 David Kandelaki, responsabile commerciale dell’ambasciata sovietica a Berlino, venne incaricato direttamente da Stalin di tentare di migliorare le ormai pessime e deteriorate relazioni sovietico-tedesche, passando innanzitutto per la via economico-commerciale; a tal fine, dopo un lavoro preparatorio e un primo accordo stipulato nell’aprile del 1935, egli si incontrò con l’allora ministro nazista dell’economia, H. Schacht, il 15 luglio del 1935, riuscendo almeno a fissare una riunione politica più allargata tra le due parti da tenersi attorno alla seconda metà di ottobre, incontro che avvenne effettivamente il 30 ottobre di quell’anno[10].

Per ridiscutere meglio un possibile accordo economico tra i due paesi, che almeno nelle intenzioni sovietiche avrebbe dovuto contribuire a migliorare le ormai guastate relazioni con la Germania nazista, verso la fine di novembre del 1935 le due parti si accordarono sull’invio di una delegazione sovietica a Berlino nella prima metà di dicembre del 1935, al cui interno era compreso questa volta oltre a Kandelaki anche l’importante vice-ministro dell’industria pesante Pjatakov, mentre quasi simultaneamente e agli inizi di dicembre il già citato S. Bessonov si incaricò di contattare degli alti funzionari nazisti quali Herbert Göring, cugino del potente gerarca nazista Hermann Göring, e R. Brinkman, il principale consigliere di Schacht[11].

Visto l’atteggiamento ferocemente ostile di Hitler rispetto all’URSS stalinista del 1935, la manovra diplomatica del Cremlino non portò ad alcun risultato positivo sul piano delle relazioni politiche tra i due paesi, ma in ogni caso determinò come suo sottoprodotto la presenza fisica di Pjatakov nella capitale tedesca, a partire dal 10 dicembre 1935.

Siamo quindi in presenza di altri fatti sicuri, anche se proprio rispetto al nodo della data d’arrivo di Pjatakov a Berlino si scatenò a un certo punto una dura polemica tra Trotskij e il suo difensore A. Goldman da un lato, e alcuni membri della commissione Dewey dall’altro.

Durante la sesta sessione della commissione Dewey, infatti, Trotskij e Goldman fecero mettere agli atti che, seguendo il quotidiano berlinese Berliner Tageblatt, l’arrivo di Pjatakov nella capitale tedesca a loro avviso sarebbe avvenuto il 20 dicembre del 1935, per una visita di alcuni giorni; su questo punto e contro tale deduzione arbitraria, presero subito posizione anche due membri della commissione Dewey, Beals e Dewey stesso[12].

Riportiamo gli atti ufficiali della sesta sessione della commissione Dewey.

Dopo che Goldman fornì la sua (e di Trotskij) versione della data di arrivo, intervenne Dewey affermando invece: “il giorno dell’arrivo” (di Pjatakov a Berlino, in visita ufficiale), “era l’11 dicembre” del 1935.

Replica Trotskij: “No”: una semplice parola, un “no” e una negazione esplicita

Controreplica di Dewey “l’undici” (dicembre del 1935)[13].

Intervenne allora Beals, un altro membro della commissione Dewey, sostenendo che dagli atti del processo del 1937 Pjatakov “si incontrò con Bukhartsev” (il sopracitato giornalista e agente segreto sovietico a Berlino, secondo l’accusa stalinista un membro clandestino della Quarta Internazionale e uno degli agenti di collegamento tra Trotskij e i nazisti nella capitale tedesca) “lo stesso giorno del suo arrivo ufficiale a Berlino, o il giorno seguente, quindi il dodici dicembre[14].

Giudici-lettori: “quindi sussiste un certo grado di incertezza rispetto alla data d’arrivo di Pjatakov a Berlino, almeno da parte dei sostenitori della “seconda versione”.

Non da parte del leader della Quarta Internazionale, visto che proprio Trotskij durante la tredicesima sessione della commissione Dewey fece retromarcia, tornò indietro sui suoi passi e ammise nella sua deposizione finale, avente per oggetto anche la negazione totale dell’esistenza del volo di Pjatakov, che quest’ultimo fosse arrivato a Berlino nella prima metà di dicembre; anche per il Trotskij numero due, quello della tredicesima sessione, il giorno d’arrivo di Pjatakov a Berlino risultava ormai il “10 dicembre”[15].

Infatti Trotskij affermò testualmente, anche se solo durante la tredicesima e ultima sessione della commissione Dewey, che “non c’è ragione di dubitare” (non c’è ragione di dubitare…) “che Pjatakov fu realmente a Berlino” (fu realmente a Berlino, arrivò realmente a Berlino) “il 10 dicembre del 1935, per affari ufficiali del suo dipartimento”.

Pjatakov a Berlino il 10 o l’11 dicembre 1935 e tra l’altro in missione diplomatica ufficiale, non clandestina: Trotskij ormai non mise più in discussione tali fatti sicuri, come invece aveva fatto in precedenza nelle sue dichiarazioni scritte del 24 e 27 gennaio del 1937, che rientrano nelle “prove minori” contro l’esistenza del volo di Pjatakov fornite dal leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale fin dal gennaio del 1937.

In ogni caso abbiamo ricavato indirettamente altri due fatti sicuri, che assumeranno nel proseguimento della nostra indagine una grande importanza: Trotskij negò in un primo momento, assieme al suo difensore Goldman, l’arrivo di Pjatakov a Berlino l’11 dicembre del 1935, ma sempre Trotskij ammise in seguito che la data di arrivo di “Capelli rossi” a Berlino fosse invece il 10 dicembre del 1935.

Tornando invece rispetto alla distanza esistente tra l’aeroporto norvegese di Kjeller e Honefoss, dove alloggiava Trotskij nel dicembre del 1935, il sito internet www.woitalia.it ci informa che tra Kjeller e la stazione meteo di Honefoss-Hoyby sussiste una lontananza in linea d’aria pari a 48,9 chilometri: solo cinquanta chilometri, pertanto, separano i due luoghi in via d’esame.

Il dettaglio in oggetto risulta significativo perché la Norvegia costituisce sul piano geografico una nazione allungata e stretta, quasi come l’Italia, con una distanza di circa mille chilometri tra le sue estremità settentrionali e meridionali: ma Oslo si trova invece nel sud del paese, (l’aeroporto di Kjeller è collocato vicino a Oslo venti chilometri a nord-est della capitale norvegese) e Honefoss è situata a sua volta vicino a Kjeller, seppur spostata verso il confine orientale con la Svezia di circa cinquanta chilometri.

L’inverno norvegese è molto duro, ma un conto è viaggiare in auto per circa mille chilometri, ad esempio dall’estremo sud all’estremo nord del paese scandinavo, e un altro superare al massimo cinquanta chilometri di distanza. Se un aereo proveniente dall’estero fosse atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 – e realmente un velivolo giunse dall’estero fino all’aeroporto in oggetto durante il mese di dicembre, come si è già visto mediante le dichiarazioni rilasciate da Gulliksen e riportate nel secondo capitolo – il passeggero atterrato in loco e interessato a incontrarsi con Trotskij sarebbe stato distante solo cinquanta chilometri in linea d’aria da Honefoss, la cittadina nella quale allora risiedeva il leader in esilio della Quarta Internazionale.

Forniamo in ogni caso un’altra informazione. Anche nella Norvegia del 1935 esistevano e si muovevano gli autoveicoli, e altresì esistevano delle strade praticabili per le automobili e che collegavano le varie città della Norvegia, specialmente nella sua zona meridionale; quindi tra Kjeller e Honefoss, anche nel dicembre del 1935, esistevano vie di comunicazione e automobili, e cioè mezzi di collegamento terrestri che funzionavano anche nei mesi invernali, salvo nel caso di bufere di neve di eccezionale portata.

Sottolineiamo l’importanza di tale condizione logistica perché la “seconda versione”, come nel caso di Brouè, ha cercato a volte di insinuare l’impossibilità materiale del viaggio di Pjatakov anche nel suo “tratto terrestre”, ossia nella distanza che separa i due luoghi norvegesi in via di esame.

Ma rispetto alla presunta impossibilità materiale dei viaggi invernali in macchina nella Norvegia del 1935, basti pensare che proprio Brouè, nel lungo passo citato all’inizio del capitolo, ci ha informati anche sul fatto che Trotskij e i Knudsen andavano al cinema ogni settimana: anche in inverno, quindi, e non sicuramente con i pattini ma viceversa usando l’automobile, nei mesi freddi che interessavano anche la Norvegia meridionale[16].

Oppure si può altresì ricordare che Knudsen era nel 1935 un deputato del parlamento norvegese, collocato ad Oslo: doveva quindi trasferirsi da Honefoss a Oslo regolarmente e anche nei lunghi mesi invernali e non certo usando i pattini o camminando[17].

Sempre sul punto specifico in via di esame, si può far presente ai giudici-lettori che lo stesso Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey aveva sottolineato che in Norvegia in inverno “si devono mettere le catene alle ruote” degli autoveicoli, ammettendo quindi implicitamente che, seppur utilizzando le catene da neve, le auto si muovevano e si potevano spostare anche nella Norvegia del 1935[18].

E infine, come prova ulteriore e definitiva, si può utilizzare la testimonianza scritta presentata proprio da Erwin Wolf davanti alla commissione Dewey. Egli infatti notò che “Trotskij aveva lasciato Wexhall”, ossia l’abitazione dei Knudsen, “a mezzogiorno del 20 dicembre” del 1935 “in una macchina guidata da Knudsen”, ossia da Konrad Knudsen, per effettuare un’escursione alla baita di proprietà di quest’ultimo su cui ci soffermeremo a lungo tra non molto: per l’aspetto specifico ora in esame, basta solo sottolineare che Konrad Kundsen usò un’automobile il 20 dicembre del 1935 e proprio partendo da Wexhall/Honefoss, non certo dalla Libia o da Marte, e tra l’altro solo pochi giorni dopo il 12/13 dicembre 1935.

Definita una volta per tutte anche la fattibilità del trasporto automobilistico nella Norvegia meridionale durante il dicembre del 1935, vogliamo altresì sottolineare che tra l’altro la distanza da percorrere tra Honefoss e Kjeller, già di per sé limitata, si riduceva ulteriormente se per il luogo dell’incontro tra Pjatakov e Trotskij fosse stata scelta un’abitazione posta approssimativamente a metà strada tra i due punti di partenza: scendendo quindi da cinquanta a venticinque chilometri, ad esempio, rispetto a una casa collocata esattamente a metà tra i due luoghi in via d’esame. E sempre nel periodo che ci interessa, dal 10 dicembre al 13 dicembre del 1935, non risulta in alcun modo che si siano verificate bufere di neve di eccezionale portata, o di altri speciali eventi geoclimatici (terremoti/alluvioni) in grado di rendere impossibile un tragitto in macchina di poche decine di chilometri.

Ulteriore dato di fatto, già analizzato in precedenza è ormai fuori discussione: come riportato dal direttore Gulliksen nella sua sopracitata testimonianza, nel dicembre del 1935 l’aeroporto di Kjeller risultava aperto e funzionante. Affermò quindi il falso lo storico trotzkista Brouè, quando sostenne invece nel 1991 che l’aeroporto di Kjeller “era chiuso a causa della neve”, durante il mese di dicembre del 1935[19].

Altro fatto sicuro: sempre grazie a Gulliksen, sappiamo che proprio all’aeroporto di Kjeller era atterrato in Norvegia un aereo proveniente dall’estero, proprio nel dicembre del 1935. Un fatto indiscutibile e sulle cui anomale particolarità (l’unico aereo arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva dall’estero, e di cui  Gulliksen non fornì il giorno del suo atterraggio, ecc.) ci siamo già soffermati a lungo, affrontando la questione dei mezzi/opportunità rispetto al volo di Pjatakov.

Passando invece al processo di analisi dei rapporti politico-umani che sussistevano tra i principali protagonisti e osservatori degli eventi del dicembre 1935, si deve subito sottolineare che Pjatakov nel dicembre del 1935 non costituiva certo, come del resto Radek, uno dei più accaniti nemici di Trotskij, come più volte affermò invece in modo bugiardo quest’ultimo nel 1937, ma viceversa un dirigente clandestino della Quarta Internazionale in terra sovietica che faceva il doppio gioco rispetto a Stalin: si tratta della grande menzogna di Trotskij relativa alla posizione politica di Pjatakov e Radek che abbiamo già esaminato a lungo nel precedente capitolo.

Riguardo invece ai rapporti esistenti tra la famiglia Trotskij e il nucleo familiare dei Knudsen, essi vennero giudicati e definiti dallo stesso leader della Quarta Internazionale da un lato come “molto amichevoli”, ma dall’altro anche come “piuttosto silenziosi”: una visione comune del cinema una volta alla settimana, e per il resto (amichevolmente) ciascuno per sé, con la massima tutela da ambo le parti della rispettiva privacy domestica[20].

In sostanza Knudsen padre non risultava certo come un “convitato di pietra” e un ospite ingombrante, collocato stabilmente a casa dei suoi nuovi vicini, anche per la sua attività di deputato del partito laburista norvegese e di giornalista: un elemento che assumerà una certa importanza, quando esamineremo via via i presunti alibi di Trotskij rispetto al 12 e 13 dicembre del 1935.

Fin qui i fatti sicuri: poi, da parte degli accusati del processo di Mosca del gennaio 1937 – a partire ovviamente dal superteste Pjatakov – sono poi emersi altri elementi invece contestati con assoluto vigore, perché ritenute pure invenzioni e semplice mitologia stalinista, da parte della “seconda versione”. Tra di essi, i principali sono che:

  • Radek e soprattutto Pjatakov si opposero nel dicembre del 1935 alla decisione di Trotskij di cercare un’alleanza tattica con i nazisti in funzione antistalinista, visto che quando gli fu comunicato da Trotskij che tale disegno era ormai diventato realtà, essi decisero un incontro di emergenza con il loro leader;
  • Trotskij acconsenti a tale incontro, attivando proprio i suoi canali con i nazisti e approfittando proprio della visita di Pjatakov a Berlino, prevista per l’11 dicembre del 1935;
  • l’intermediario per l’incontro da parte trotzkista fu Bukhartsev, in segreto un militante trotzkista, mentre da parte nazista venne rappresentato da Gustav Stirner, presentatosi sotto lo pseudonimo di “Heinrich-Gustav”;
  • Bukhartsev, lo stesso giorno dell’arrivo di Pjatakov a Berlino, avvisò quest’ultimo che il giorno stesso (l’11) o il giorno dopo (12 dicembre) egli sarebbe stato contattato da Stirner;
  • incontrandosi con Stirner, Pjatakov ricevette l’11 o il 12 dicembre un messaggio da Trotskij che accordava piena fiducia a Stirner e venne deciso il viaggio verso la Norvegia per il giorno dopo;
  • Pjatakov partì di mattina dall’aeroporto di Tempelhof di Berlino e atterrò vicino a Oslo dopo circa tre ore e senza fare alcun scalo attorno alle 15,00 del pomeriggio, il 12 o 13 dicembre del 1935;
  • verso le 15,30, dopo un breve viaggio in macchina, Pjatakov arrivò con Stirner in una casa a lui sconosciuta, dove incontrò da solo Trotskij (Stirner rimase fuori dall’abitazione);
  • dopo un colloquio di circa due ore, verso le 18,00 del 12 o 13 dicembre 1935 Pjatakov riprese la macchina diretto verso l’aeroporto di Kjeller e verso Berlino.

Ora, tale descrizione degli eventi (reali o presunti) del dicembre 1935 non può per il momento essere ancora presa in esame perché si basa sulle confessioni-testimonianze degli imputati al processo di Mosca del gennaio del 1937, di cui deve essere ancora verificato il grado concreto di affidabilità: ma attraverso tutta una serie di fatti inoppugnabili siamo venuti in ogni caso a conoscenza di molti fattori favorevoli sia all’attuazione del volo in via d’esame che alla sua segretezza, e a questo punto vogliamo solo risottolineare, per un surplus di prudenza espositiva, su una questione già analizzata in precedenza.

Per attuare senza farsi scoprire il colloquio segreto tra Pjatakov e Trotskij, risultava infatti necessario che quest’ultimo non fosse sottoposto in Norvegia e nel dicembre del 1935 a un controllo poliziesco permanente, con agenti norvegesi alla porta della casa in cui egli era ospitato: in presenza di un’eventuale sorveglianza statale, l’incontro segreto tra Pjatakov e Trotskij sarebbe diventata subito molto pericoloso per entrambi anche in caso di una eventuale complicità delle guardie statali e del governo norvegese, dato che persino dei poliziotti compiacenti si trasformano inevitabilmente in un fattore di rischio e in potenziali testimoni subito dopo se non già durante un incontro clandestino.

Nel dicembre del 1935 Trotskij era sottoposto a tale controllo statale? Si è già notato che la risposta risulta sicuramente negativa, come emerge anche dalla sopracitata descrizione dello storico trotskista Brouè sul “soggiorno norvegese”. Egli infatti notò che in tale paese, fino all’agosto del 1936 e quindi anche e soprattutto nel dicembre del 1935 che ci interessa, Trotskij “vive alla luce del sole, libero di spostarsi per tutto il paese, come in Turchia” (la sua prima sede di esiliato dall’URSS) “ma senza guardia del corpo… Ancor più, la porta di casa resta aperta, giorno e notte. L’accoglienza ufficiale” (del governo norvegese, dal marzo del 1935 composto solo dai laburisti/socialdemocratici) “è stata abbastanza favorevole. L’organo del partito al potere, l’Arbeiderbladet”, scrive che il popolo norvegese è onorato della presenza di Trotskij nel paese, e che qualsiasi popolo democratico dovrebbe considerare un gradito dovere il dargli asilo”[21].

Non solo Trotskij nel 1935 risultava un ospite “onorato” dal governo laburista norvegese, ma egli si era altresì accordato con le autorità statali del paese in modo tale che a lui e a sua moglie non sarebbe stata “garantita la loro sicurezza personale più che quella di qualsiasi altro straniero”: quindi nessun poliziotto norvegese stazionava davanti alla porta di casa di Trotskij a Honefoss, in estrema sintesi, come del resto nessuna guardia del corpo personale di quest’ultimo.

Avvocato del diavolo: “in ogni caso, sempre restando sul piano logistico, non era assolutamente possibile per Pjatakov tornare in giornata dalla Norvegia all’ambasciata sovietica a Berlino, e quasi due giorni di assenza dalla capitale tedesca risultavano sicuramente un periodo troppo lungo di lontananza dagli altri funzionari sovietici: si è quindi in presenza di un gravissimo problema logistico/cospirativo, che rendeva impossibile per Pjatakov compiere il suo viaggio di andata e ritorno dalla Norvegia senza essere subito scoperto dal personale sovietico operante a Berlino e fedele a Stalin. Addio per sempre, fattore segretezza”.

Al contrario: sempre analizzando il solo fattore logistico, Cenerentola-Pjatakov poteva tornare all’ambasciata sovietica persino entro la mezzanotte del giorno stesso del suo viaggio, tra l’altro con un modesto margine di tempo di tolleranza.

Si è già ricordato in precedenza che i piloti tedeschi erano allenati fin dal 1931 rispetto al volo strumentale e quindi notturno, risultando quindi perfettamente in grado di viaggiare con il buio alla fine del 1935, mentre Pjatakov a sua volta aveva dichiarato che il tragitto dall’aeroporto di Kjeller fino al punto di incontro con Trotskij era durato circa trenta minuti (Honefoss dista meno di cinquanta chilometri da Kjeller, e dimostreremo in seguito che Pjatakov non arrivò mai fino alla casa abitata dai Knudsen/Trotskij) e che il suo volo di andata da Berlino verso la Norvegia era durato circa tre ore, senza compiere alcuno scalo intermedio.

La ricostruzione logistica della cronologia degli eventi nel pomeriggio del 12 o 13 dicembre del 1935 risulta quindi la seguente:

  • Pjatakov si incontrò vicino a Honefoss con Trotskij, attorno alle ore 15,30.
  • Il loro colloquio durò circa due ore, e quindi fino alle 18,00.
  • Pjatakov ritornò in auto a Kjeller, dovendo impiegare a tal fine circa mezz’ora[22].
  • L’aereo che lo aspettava partì quindi da Kjeller verso le 18,30, con un pilota addestrato al volo notturno.
  • Dopo circa quattro ore di volo, Pjatakov giunse a Berlino e all’aeroporto di Tempelhof al massimo attorno alle 23,00 di notte.
  • In auto e a quell’ora, Pjatakov impiegò al massimo mezz’ora per raggiungere l’ambasciata sovietica sull’Unter den Linden, per sua fortuna lontana solo circa sette chilometri da Tempelhof: siamo arrivati quindi alle 23,30.

Persino scontando mezz’ora di tempo per piccoli inconvenienti, Cenerentola-Pjatakov poteva quindi ritornare entro mezzanotte a Berlino e all’ambasciata sovietica: pertanto egli doveva inevitabilmente pagare il prezzo e correre il rischio concreto di allontanarsi da Berlino – e dal personale sovietico operante a Berlino – approssimativamente dalle 10,00 di mattina fino allo scadere della giornata, ma non invece quello – assai più grave – di rientrare nell’ambasciata sovietica solo la mattina seguente alla sua partenza per Kjeller, utilizzando a tal fine il comodo aeroporto di Tempelhof. Va da sé, in ogni caso, che Pjatakov nel 1935 non risultava certo una povera e anonima “Cenerentola”, ma viceversa il potente viceministro dell’industria pesante sovietica e quindi una personalità politica in grado di tornare, almeno per una volta, nell’ambasciata sull’Unter den Linden anche a notte inoltrata e dopo le 24,00, adducendo ad esempio la facile scusa di una cena di lavoro con i tedeschi prolungatasi eccessivamente.

Avvocato del diavolo: “siete sicuri che Pjatakov alloggiasse davvero nell’ambasciata sovietica, durante la sua missione diplomatica a Berlino?”

La regola e il protocollo sovietico prevedevano che tutto il personale diplomatico, ivi compreso quello in missione temporanea all’estero alloggiasse dentro le mura dell’ambasciata e del consolato sovietico del paese straniero, per evidenti ragioni sia di sicurezza che di controllo interno: ma anche se Pjatakov fosse stato esentato misteriosamente da tale obbligo nel dicembre del 1935, tale eccezione gli avrebbe solo reso più facile e meno rischioso per lui compiere il suo viaggio clandestino, rendendolo al suo ritorno meno vulnerabile rispetto ai pericolosi e indiscreti “occhi” del personale sovietico  realmente fedele a Stalin e che operava allora a Berlino.

Fino a questo punto siamo venuti via via a conoscenza di un insieme di condizioni materiali propizie per l’attuazione concreta e per la segretezza del volo/colloquio clandestino di Pjatakov, e più precisamente di un contesto generale di natura logistica quasi irripetibile a loro favore, a partire dall’anello centrale costituito dalla presenza prolungata e legale di Pjatakov all’estero nel dicembre del 1935: ma non abbiamo ancora affrontato un altro elemento importante, e cioè il “fattore umano”.

Non ci riferiamo in questo caso all’indispensabile ritorno di Pjatakov nelle file trotzkiste, elemento politico fondamentale su cui ci siamo già soffermati a lungo in precedenza, quanto piuttosto al grado effettivo di competenza cospirativa di Trotskij.

Infatti un’altra questione da affrontare rispetto alle precondizioni per l’esistenza del viaggio segreto di Pjatakov è accertare se Trotskij, l’organizzatore principale del volo/colloquio segreto del dicembre del 1935, non fosse solo una persona intelligente e astuta, ma allo stesso tempo anche un “professionista” ed un esperto dell’attività clandestina: ivi compresa non solo l’arte sottile del depistaggio, dell’inganno e della capacità di creare menzogne e coperture efficaci per le attività segrete, ma anche la capacità di prevedere e di ridurre al minimo i possibili rischi, pericoli e imprevisti, anticipando le reazioni altrui e qualunque possibile variante all’interno di un piano d’azione teso ad ottenere un determinato fine, nel nostro caso un rischioso volo da Berlino a Kjeller con annesso ritorno.

Ora, che Trotskij fosse una persona come minimo molto intelligente e astuta, ivi compreso nel 1935, cioè nell’anno che ci interessa, non può essere certo messo in dubbio: ma egli rientrava anche nella categoria dei “professionisti” delle attività clandestine, oppure era un semplice dilettante e un politico sprovveduto e incapace in questo particolare settore della pratica sociale umana?

La risposta risulta chiara, visto che Trotskij nel 1935 – ma anche nel 1925 e ancor prima, come vedremo tra poco – costituiva un collaudato cospiratore e un esperto di spionaggio e di controspionaggio, oltre che un dirigente politico già di per sé molto intelligente e sagace.

Avvocato del diavolo: “servono le prove, per questa vostra impegnativa affermazione”.

Come al solito ce le fornisce Trotskij stesso, in un suo scritto del gennaio del 1940 intitolato “Il memoriale Tanaka”, facendo riferimento diretto ad attività di carattere diciamo “particolari” da lui svolte già nel 1918/1924 e nel 1925. Con tale scritto del 1940, e quindi per aperta ammissione dello stesso leader in esilio della Quarta Internazionale, lo stesso Trotskij si presentò infatti in prima persona e a ragion veduta come un esperto di spionaggio, almeno a partire dal 1918; come un professionista nelle attività politiche clandestine, a partire dal 1898/1902, oltre che in qualità di un abile esperto anche in materia di trucchi diversivi, e nel campo dell’inganno e della disinformazione politica.

Il piano Tanaka non era altro che un documento preparato dal dirigente nipponico Tanaka Giichi verso il 1925, nel quale uno dei leader politici dell’imperialismo giapponese di quella fase storica indicò un processo a tappe per la conquista della zona della Manciuria nel nord-est della Cina, che avrebbe dovuto essere seguita dall’espansione egemonica giapponese nel resto della Cina; egli inoltre individuò degli ulteriori target del colonialismo del Sol Levante nell’Indonesia, nelle isole del sud Pacifico (Filippine in testa) e nella zona orientale dell’Urss, ponendo poi come obiettivo massimo la creazione di un’egemonia nipponica sull’intero Pacifico e sulla stessa India, allora controllata dall’imperialismo inglese[23].

Nel suo scritto del 1940, Trotskij notò che dopo la seconda metà del 1925 “il memoriale Tanaka fu per la prima volta fotografato a Tokio” (da spie sovietiche) “al Ministero degli Affari Navali e portato a Mosca, Io” (Trotskij) “forse fui la prima persona a venire a conoscenza del documento nella trascrizione inglese e russa del testo giapponese.”, anche se allora la strategia a lungo termine elaborata da Tanaka era ancora in via di discussione nei circoli più aggressivi di Tokyo.

L’autenticità del documento è stata messa in dubbio da alcuni storici dopo il 1949, ma non è questo il punto centrale per il nostro “giallo” storico in via d’esposizione, mentre invece ci interessano moltissimo le rilevazioni effettuate da Trotskij nel gennaio del 1940, in uno scritto destinato alla pubblicazione, rispetto alle sue stesse capacità cospirative e alla sua esperienza diretta di dirigente e supervisore del servizio segreto militare sovietico, dal 1918 al 1924: un efficiente struttura spionistica fondata da Lenin nel 1918 e che coesisteva allora con la GPU, acronimo che a sua volta indicava la polizia non-militare e civile del neonato potere sovietico.

Ad un certo punto dello scritto del 1940, Trotskij notò infatti che “il servizio militare di intelligence” (conosciuto in URSS sotto l’acronimo di GRU, e fondato nel 1918) ricadeva “sotto una duplice giurisdizione: era soggetto da un lato al Dipartimento della Guerra” (ministero sovietico a cui faceva capo l’Armata Rossa e guidato proprio da Trotskij, da poco dopo la sua fondazione fino al termine del 1924) “e dall’altro alla GPU… L’intelligence militare” proseguì Trotskij, “era guidata da Berzin, un vecchio bolscevico lettone. Io non ero strettamente legato con l’organizzazione della nostra agenzia” (dei servizi militari sovietici) “in Giappone, essendo poco interessato agli aspetti tecnici della questione, dato che ero interessato solo alle questioni di grande importanza militare e politica”[24].

In estrema sintesi, Trotskij ci informò nel 1940 che per circa sette anni e fin dal 1918 egli risultava uno dei due responsabili diretti, uno dei due supervisori dei servizi militari sovietici, avendo pertanto accumulato almeno un minimo di esperienza in fatto di spionaggio ed essendo stato, dal 1918 al 1924, uno dei due leader di una delle più efficienti agenzie di intelligence dell’intero pianeta.

In secondo luogo, Trotskij nel 1940 ci ragguagliò che “i successi di cui l’Intelligence straniera sovietica a quel tempo” (1918/1925) “non erano in ogni caso accidentali. Il partito” (il partito bolscevico del 1917/1925) “aveva a sua disposizione non poche persone che erano passate attraverso una seria scuola di cospirazione” (contro lo zarismo) “e che erano ben a conoscenza di tutti i metodi e i sotterfugi della polizia e del controspionaggio”; tra queste “non poche persone” vi era anche Trotskij, ovviamente.

Ma non solo: sempre nel suo scritto del 1940 sul piano Tanaka, Trotskij stesso sottolineò con legittimo orgoglio di aver dimostrato in quel caso specifico una notevole capacità nell’arte sottile della disinformazione, durante le discussioni verificatesi all’interno del nucleo dirigente sovietico rispetto a come utilizzare al meglio le informazioni ricevute rispetto in merito al disegno a lungo termine dell’imperialismo nipponico.

Trotskij infatti espose, durante una riunione del Politburo sovietico del 1925, un progetto per la divulgazione del piano Tanaka di carattere sicuramente astuto e molto sottile: egli infatti sottolineò allora (e ricordò nel 1940) che “era necessario pubblicare il documento all’estero, ed evitare qualunque collegamento tra il documento” (di Tanaka) “e Mosca, senza attenuare in tal modo i suoi effetti, senza far sorgere sfiducia, senza compromettere gli agenti della GPU in Giappone. Ma dove? Il posto della pubblicazione letteralmente si offriva da sé, e cioè agli Stati Uniti”[25].

Siamo quindi in presenza di un disegno e di una tattica diversiva molto astuta ed efficace elaborata da Trotskij, che fu in seguito applicato concretamente dalla dirigenza sovietica di quel periodo.

Seguendo le orme di Sun Tzu, un grande teorico cinese della scienza politica e militare dell’era precristiana, nel 1925 Trotskij fece pertanto una proposta intelligente di disinformazione e di “deception”, al fine di ottenere il massimo risultato possibile per il potere sovietico. Nel 1925 come nel 1935 e nel 1940, egli era pertanto un “professionista” di alto livello e un abile esperto nell’arte dell’inganno e dello spionaggio/controspionaggio: in altri termini, Trotskij costituiva sicuramente un uomo in grado di organizzare al meglio e di cercare di nascondere nel miglior modo possibile il volo e il colloquio clandestino di Pjatakov nel dicembre 1935.

L’uomo giusto al posto giusto e nel momento giusto, per massimizzare le opportunità e minimizzare i rischi; per utilizzare al meglio i vantaggi allora offerti dalla situazione concreta (Pjatakov a Berlino, in una missione diplomatica ufficiale e prolungata vicino alla zona meridionale della Norvegia, ecc.), oltre che per massimizzare nel miglior modo possibile il livello di segretezza dell’incontro, attraverso l’azione delle abili “talpe” trotzkiste già operanti tra il personale sovietico a Berlino (Bessonov, ecc.), una minuziosa attenzione ai dettagli operativi, logistici e materiali e una parallela, abile azione di disinformazione/copertura, a partire dalla sua presunta “malattia” del dicembre del 1935.

Sempre sul piano dell’innegabile “professionalità” clandestina del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale, va inoltre risottolineato che, sempre nello scritto del 1940, Trotskij notò che “essi” (i bolscevichi) “portarono nel loro lavoro” (di spionaggio) “un’esperienza internazionale, essendo stati molti di loro emigrati in vari paesi e possedendo un’ampia visione politica[26]”.

E’ sottinteso nel testo che uno tra tali “esperti-emigranti” con “un’ampia visione politica” era lo stesso Trotskij; e quest’ultimo, già nel 1897, era stato realmente uno dei fondatori di un organizzazione rivoluzionaria antizarista di matrice populista, venendo arrestato nel gennaio del 1898 e risultando pertanto a lungo impegnato nell’«università» della prigione e dell’esilio, tanto da venire quasi per forza di cose a conoscenza “di tutti i rimedi e i sotterfugi della polizia e del controspionaggio” dal 1897 fino al 1917, per usare le sue stesse parole[27].

Un’ulteriore conferma del livello come minimo discreto di “professionalità” cospirativa ormai raggiunta, tra l’altro, già nel 1926/27, dall’opposizione trotzkista, ci viene fornita anche da Brouè quando egli descrisse l’attività segreta svolta dalla sopracitata opposizione di sinistra del 1926/27, che comprendeva al suo interno trotzkisti e zinovievisti uniti in un’instabile blocco e in un precario fronte unico diretto contro il nucleo dirigente stalinista. Dopo aver ricordato molti degli esponenti principali dell’opposizione di sinistra, ivi compresi Zinoviev e Muralov/Preobrazenskij da parte trotzkista, Brouè notò con legittima ammirazione che “questi vecchi rivoluzionari” (i membri dell’opposizione antistalinista del 1926/27) “non hanno dimenticato le esperienze d’illegalità e di lavoro clandestino acquisite negli anni di lotta contro il regime zarista. Ne applicano ora le regole nelle comunicazioni tra loro, nei contatti, nei viaggi, nella distribuzione del materiale di propaganda, tutte cose che, a quanto pare, si svolgono in un primo tempo con la copertura dell’apparato Internazionale, con precauzioni di tipo “cospirativo”. Le riunioni, che non possono ovviamente tenersi nei locali del partito, hanno luogo in case operaie, mentre le vere e proprie assemblee si convocano, come ai tempi dello zarismo, nei boschi, come si trattasse di scampagnate”[28].

Siamo quindi in presenza di un’innegabile abilità “professionale” via via espressa dagli antistalinisti-comunisti nel lavoro clandestino, nella conoscenza e utilizzo delle particolari “regole” delle comunicazioni e contatti segreti, nelle “precauzioni di tipo cospirativo” (Brouè) e anche nel loro continuo tentativo di depistare e ingannare l’apparato stalinista, valendosi a tale scopo anche “della copertura dell’apparato dell’Internazionale” comunista di quel tempo (sempre Brouè) e utilizzando pertanto in modo astuto i mezzi offerti dalla macchina statale sovietica proprio contro il nucleo dirigente stalinista. Già nel 1926/27, per non parlare poi del periodo di completa illegalità compreso tra il 1928 ed il 1936, tali risultavano le caratteristiche, le capacità concrete e le astute matrici d’azione del movimento trotzkista, in un biennio nel quale tra l’altro la sua attività politico-organizzativa risultava ancora almeno in parte semilegale e (a stento) tollerata dalla direzione sovietica, in quel periodo ancora comprendente al suo interno Bucharin e la sua corrente politica.

Le ormai acquisite competenze e la particolare forma di professionalità nelle “precauzioni di tipo cospirativo” (Brouè) non scomparvero sicuramente negli anni compresi tra il 1928 e il 1935, ma come minimo esse si riprodussero invariate in quella fase storica a causa dell’illegalità totale in cui si trovava ormai immerso l’underground trotzkista, nell’URSS della prima metà degli anni Trenta. La ricevuta della lettera spedita in segreto da Trotskij a Radek all’inizio del 1932 costituisce solo uno dei molti esempi disponibili in tal senso, visto che in un pezzo sopracitato sempre Brouè aveva ammesso che alla fine del 1932 E. A. Holzman – proprio uno dei protagonisti della vicenda dell’Hotel Bristol di Copenaghen, a cui si è accennato nella prefazione riportando le tesi inoppugnabili di S.E. Holmström – si “fa prendere” (dalla polizia sovietica) “mentre porta nel doppio fondo della valigia, la “lettera aperta” ai dirigenti dell’URSS che Trotskij ha scritto dopo essere stato privato della nazionalità sovietica”[29].

Abbiamo dunque le prove dell’utilizzo di “valigie a doppio fondo”, corrieri (Holzman, nel caso specifico) clandestini, lettere e materiali elaborati da Trotskij e fatti passare in segreto dall’estero in Unione Sovietica (con alterno successo, certo). I “professionisti” trotzkisti dell’azione clandestina, “coperta” e doppiogiochista (nel caso specifico, anche Holzman nel 1932 risultava almeno ufficialmente un funzionario statale sovietico, apparentemente fedele a Stalin come Radek e Pjatakov) svolgevano quindi con una certa abilità  la loro attività segreta anche nell’URSS stalinista dell’inizio degli anni Trenta, essendo in possesso di un buon livello di competenze specifiche rispetto al lavoro illegale: come del resto il loro leader in esilio, e cioè l’abile, intelligente ed esperto cospiratore di nome Trotskij.

L’ultima, ma non certo per importanza, condizione per la fattibilità/segretezza dell’incontro clandestino tra Pjatakov e Trotskij risulta di natura strettamente politica: serviva infatti la presenza in Germania di un governo antistalinista che, nel 1935, esprimesse una strategia e una pratica politica ostile nei confronti dell’Unione Sovietica di quel periodo.

Nel 1935 il regime hitleriano corrispondeva a tale profilo politico?

La risposta a tale interrogativo risulta sicuramente positiva, considerando sia l’atteggiamento generale dei dirigenti nazisti verso la Russia, da loro valutata come la principale “preda” a disposizione per l’imperialismo tedesco, che le dichiarazioni apertamente antistaliniste espresse sia da Hitler che da Goebbels nel settembre del 1935, solo tre mesi prima del mese che più ci interessa per la nostra indagine storica.

Partiamo innanzitutto dall’analisi dell’atteggiamento bellicoso e intransigente espresso dai nazisti contro la Russia, i popoli slavi in generale e l’Unione Sovietica in particolare.

Fin dal 1925 e con il suo famigerato Mein Kampf, Adolf Hitler aveva infatti sottolineato la necessità vitale per la Germania e l’imperialismo tedesco di procurarsi con la forza un suo spazio vitale, un “lebensbraum” e una sfera coloniale posizionata principalmente nell’Europa dell’est e nella zona russa.

Secondo Hitler, infatti, “se si volevano territori in Europa” (da conquistare, a favore della Germania) “ciò non poteva avvenire che a spese della Russia, perciò il nuovo Reich avrebbe dovuto riprendere la marcia degli antichi cavalieri dell’Ordine” (dei Templari) “per aprire con la spada la strada dell’aratro, e dare così alla Nazione” (alla Germania del futuro Terzo Reich) “il suo pane quotidiano[30]”.

Aprire “con la spada”, con la violenza e con l’uso della forza i “territori” della Russia, per creare a oriente l’ambito “lebensbraum” e la sfera coloniale tanto desiderata dai nazisti e dalla frazione più reazionaria e aggressiva dell’imperialismo tedesco, costituiva pertanto lo strumento apertamente scelto e selezionato dai nazisti nei confronti del “bolscevismo giudaico” e della “razza inferiore” slava-russa, nel 1925 come nel 1935.

Per quanto riguarda l’Unione Sovietica e il comunismo mondiale, che nel 1925 avevano ormai come loro leader Stalin, il genocida Adolf Hitler notò esplicitamente nel Mein Kampf del 1925 che “già negli anni del 1913-14, io cominciai a esprimere in diversi circoli, oggi fedeli alla causa nazionalsocialista,  il pensiero che la questione del futuro tedesco ruotava attorno alla distruzione del marxismo”; per il caporione nazista proprio quest’ultimo, “tipica creazione ebraica”, aveva come fine ultimo una “soluzione destinata ad annientare l’esistenza di libere nazioni sulla terra”.

Secondo Hitler il marxismo non risultava altro che “l’aborto di un cervello criminale”, verso cui a suo avviso non potevano aderire “i galantuomini e le persone veramente intelligenti” ma viceversa solo “tutti i mediocri o ignoranti o spostati”: evidentemente proprio l’emarginato e “spostato” Adolf Hitler, un mediocre pittore prima del 1914, costituì l’eccezione a tale particolare analisi e regola nazista…

Non erano certo affermazioni isolate e prive di significato, visto che nel settembre del 1935 proprio il famigerato Joseph Goebbels, alto gerarca e ministro della propaganda nazista, in suo discorso pubblico al raduno di Norimberga del partito nazista affermò esplicitamente che il comunismo costituiva un’ideologia antiumana e l’URSS stalinista un vero e proprio “inferno” sulla terra[31].

Siamo nel settembre del 1935, e solo tre mesi prima di quel mese di dicembre del 1935 che ci interessa da vicino: risulta quindi assai interessante esaminare anche il discorso di Goebbels, che raggiunse delle punte sfrenate sia di anticomunismo che di antistalinismo.

Riferendosi infatti all’Unione Sovietica stalinista del 1928-35, l’astuto e intelligente Goebbels utilizzò tutta la sua demagogia di più basso livello notando innanzitutto che “il bolscevismo non è solamente antiborghese: è contro la stessa civilizzazione umana” (quella di Auschwitz e del colonialismo, per intenderci).

Goebbels inoltre derise “il Paradiso dei lavoratori e dei contadini” (l’URSS), notando che in esso e nel 1935 vi si trovavano “milioni di lavoratori con salari da fame in modo non pensabile nell’Europa occidentale” (dove invece, nel 1935, decine di milioni di disoccupati non avevano né lavoro né salari, ma solo fame), “milioni di afflitti e addolorati contadini a cui è stata rubata la loro terra, che è stata completamente rovinata dallo stupido esperimento di un collettivismo paralizzante, carestia che chiama milioni di vittime anno per anno […]”. Sotto questo aspetto Goebbels inoltre notò che “la reale verità” (verità e Goebbels risultano termini quasi sempre inconciliabili) è che nell’URSS del 1935 “una condizione di disordine commerciale esiste attraverso il paese e un collasso industriale che supera ogni descrizione” (proprio mentre l’URSS quasi raddoppiava in soli cinque anni, dal 1933 al 1937, la sua produzione industriale).

In qualità di uno dei principali leader di un regime politico che sosteneva il predominio e lo sfruttamento feroce dei monopoli e delle banche tedesche anche contro i lavoratori del loro paese, Goebbels ebbe altresì la faccia tosta di affermare che “la terra senza disoccupazione” sovietica del 1935 “conteneva centinaia di migliaia e anche milioni“ (perché non miliardi, a questo punto?) “di mendicanti e di bambini senza casa”, con “milioni di ragazzi abbandonati, esistenza del lavoro minorile e anche la pena di morte per i ragazzi”, notando altresì che nella “Russia stessa” stalinista “c’è una violenta differenziazione tra le caste privilegiate e quelle derelitte”.

Goebbels dipinse poi Stalin come un bandito e un feroce rapinatore di banche, notando che “nell’estate del 1907 Stalin guidò il famigerato attacco di bombe a Tiflis contro un trasporto di denaro della Banca Statale. Trenta persone caddero vittime dell’attacco. I 250.000 rubli che furono rubati dal trasporto, vennero mandati a Lenin, che allora stava in Svizzera. Essi furono messi a disposizione per i fini rivoluzionari”; e altresì accusò Stalin di volere la rivoluzione mondiale, notando testualmente che “il bolscevismo è il nemico dichiarato di tutte le nazioni e di tutte le religioni e di tutta la civilizzazione umana… Stalin stesso ha affermato, presso l’organo del Commissariato alla Guerra, “La Stella Rossa” del gennaio del 1935, che “sotto la bandiera di Lenin della rivoluzione proletaria, noi trionferemo nell’intero mondo”.

Dopo aver accusato Stalin anche di avere inserito nel suo gruppo dirigente dei noti ebrei come Lazar Kaganovic, “il braccio destro di Stalin” (Kaganovic era realmente un ebreo, oltre che membro del Politburo del partito bolscevico del 1930), Goebbels denunciò inoltre Stalin per avere “oggi” (nel 1935) “concluso un patto militare con Parigi e Praga”, con la Francia e la Cecoslovacchia, notando che “i Soviet sono entrati in precedenza nella diffamata Lega delle Nazioni” (l’antecedente dell’ONU attuale) “che essi usavano definire come La Lega dei ladri”.

Dopo aver dato a Stalin una salutare lezione di coerenza politica, Goebbels nel 1935 dimostrò nuovamente il suo presunto spirito “rivoluzionario” definendo il regime stalinista come il “peggiore genere di capitalismo che può essere immaginato”: egli infatti affermò che “questo vangelo sull’emancipazione del proletariato dal giogo del capitalismo è il peggiore e più brutale genere di capitalismo che può essere immaginato” (l’IG Farben capitalista, che faceva lavorare fino alla morte i prigionieri ad Auschwitz, rappresentava evidentemente per l’astuto Goebbels il modello ideale di “capitalismo dal volto umano”…).

Di fronte all’orrore viscerale che suscitava nei nazisti sia il comunismo che l’URSS stalinista, Goebbels notò quindi alla fine del suo abietto discorso che “il nostro Fuhrer”, ossia Adolf Hitler, “ci ha insegnato non solo a riconoscere il Bolscevismo come il più grande nemico del mondo, ma anche ad affrontarlo faccia a faccia e a schiacciarlo”, preparando il popolo tedesco a unirsi “sotto le nuove bandiere” naziste “nella più decisiva battaglia che la storia del mondo ha sperimentato”. Quella seconda guerra mondiale e quella “decisiva battaglia” che vedrà la vittoriosa Armata Rossa stalinista entrare a Berlino, e il “civilizzato” dottor Goebbels invece uccidere, con l’aiuto di una sua moglie, i suoi sei figli minorenni il primo maggio del 1945, poco prima di suicidarsi assieme alla sua moglie-mostro e di liberare finalmente il pianeta dalla loro orrenda presenza.

In ogni caso siamo ormai venuti a conoscenza che il gerarca nazista Goebbels non ebbe alcun problema nel settembre del 1935 e in pubblico, a descrivere Stalin come un “rapinatore di banche”, divenuto capo di un partito e di un Politburo nel quale giocava un ruolo importante un noto ebreo come Kaganovich: stiamo quindi esaminando un testo e un discorso del 1935 contraddistinto da un rabbioso ed esplicito antistalinismo, oltre che da una intelligente demagogia “di sinistra” rivolta contro “il peggior genere di capitalismo che può essere immaginato” – quello stalinista, per l’appunto – e contro la politica internazionale di ricerca di alleanze dell’URSS stalinista “con Parigi e Praga”.

Avvocato del diavolo: “ma davvero si può immaginare che i nazisti, ferocemente antisemiti oltre che anticomunisti, fossero disposti nel 1933-36 ad appoggiare l’azione in Germania e all’estero di una formazione politica guidata da un celebre ebreo come Trotskij, e composto in buona parte da militanti ebrei?”.

Approfondiremo meglio in seguito tale questione, ma già ora si può notare che i nazisti, sicuramente e ferocemente antisemiti, almeno nel periodo compreso tra il 1933  e il 1938 collaborarono attivamente con la sezione di ebrei che costituiva allora il movimento sionista tedesco: può forse sembrare incredibile, ma dopo il giugno del 1933, ossia a distanza di pochi mesi dall’ascesa al potere di Hitler e fino al 1938, l’unica organizzazione politica legale e ammessa nella Germania fascista – oltre al partito hitleriano – risultava proprio quella sionista, che a sua volta appoggiò con poche riserve il regime nazista pur avendo ben chiaro che si trattava di un “governo fondamentalmente ostile agli ebrei”, tedeschi e di tutto il mondo.

Come ha notato lo storico Mark Webber, nel giugno del 1933 e alcuni mesi dopo l’ascesa di Hitler al potere la Federazione Sionista della Germania, allora il principale gruppo sionista nel paese, sottopose un dettagliato memorandum al nuovo governo che rivide le relazioni germanico-ebree e formalmente offrì il supporto sionista nel risolvere la irritante “questione ebraica”.

Il primo passo, suggeriva, doveva essere un franco riconoscimento delle differenze nazionali fondamentali:

“Il Sionismo non ha illusioni in merito alla difficoltà della condizione ebrea, che consiste soprattutto in uno schema abnorme di occupazione e nell’errore di una postura morale e intellettuale radicata nella propria tradizione. Decenni fa il Sionismo riconobbe che si sarebbero potuti vedere sintomi di deterioramento come risultato della tendenza all’assimilazionismo…”.

Il Sionismo crede che la rinascita della vita nazionale di un popolo, cosa che ora sta accadendo in Germania attraverso l’enfasi sul suo carattere cristiano e nazionale, debba anche verificarsi nel gruppo nazionale ebreo.

Poiché anche per il popolo ebreo, l’origine nazionale, la religione, il destino comune ed il senso della sua unicità, devono essere di decisiva importanza nel forgiare la sua esistenza. Questo significa che l’individualismo egoista dell’era liberale deve essere superato e sostituito da un senso di comunità e di responsabilità collettiva…

Crediamo che sia precisamente la nuova Germania [Nazionalsocialista] che, attraverso una coraggiosa risolutezza nel trattare la questione ebrea, possa fare un passo decisivo verso il superamento di un problema che, in verità, più parte dei popoli europei dovrà trattare …

Il nostro riconoscimento di nazionalità ebrea procura una relazione chiara e sincera col popolo tedesco e le sue realtà nazionali e razziali.

Precisamente perché non vogliamo falsificare questi fondamenti, perché anche noi siamo contro il matrimonio misto, e siamo per mantenere la purezza del gruppo ebreo e respingiamo ogni trasgressione nel dominio culturale; noi – essendo stati cresciuti nella cultura e lingua tedesche – possiamo mostrare un interesse nelle opere e nei valori della cultura tedesca con ammirazione e solidarietà interna.

Se per i suoi scopi pratici, il sionismo spera d’essere in grado di guadagnarsi la collaborazione persino di un governo fondamentalmente ostile agli ebrei, perché nel trattare la questione ebrea non sono implicati dei sentimentalismi ma un problema reale, la cui soluzione interessa tutte le persone e al presente soprattutto i tedeschi”.

Mark Webber ha notato giustamente, a proposito dell’allucinante memorandum sionista del giugno 1933, che proprio sulla base delle loro ideologie simili sull’etnicità e nazionalità, i nazionalsocialisti e i sionisti lavorarono insieme per ciò che ciascun gruppo credeva fosse nel proprio interesse nazionale. Come risultato, il governo di Hitler sostenne vigorosamente il sionismo e l’emigrazione ebrea in Palestina dal 1933 fino al 1940-41, quando la seconda guerra mondiale impedì una vasta collaborazione.

Perfino quando il Terzo Reich divenne più trincerato, molti ebrei tedeschi, probabilmente la maggioranza, continuarono a considerarsi, spesso con considerevole orgoglio, prima di tutto tedeschi.

Pochi erano entusiasti di strapparsi le radici e iniziare una nuova vita nella lontana Palestina: tuttavia sempre più ebrei tedeschi divennero sionisti durante questo periodo.

Fino a fine 1938, il movimento sionista fiorì in Germania e sotto Hitler. Jüdische Rundschau – il bisettimanale della Federazione Sionista – aumentò considerevolmente. Si pubblicarono molti libri sionisti e l’opera sionista dilagava in Germania in quegli anni, nota la Encyclopaedia Judaica.

Un congresso sionista tenutosi a Berlino nel 1936 rispecchiava “nella sua composizione, l’energica vita pratica dei Sionisti tedeschi”.

Webber aggiunse che proprio “le SS erano particolarmente entusiaste nel sostenere il sionismo. Un documento interno delle SS del giugno 1934 incalzava un sostegno attivo ed ampio al sionismo da parte del governo e del partito come miglior modo per incoraggiare l’emigrazione degli ebrei della Germania verso la Palestina: tutto ciò avrebbe aumentato l’autoconsapevolezza ebrea.

L’ufficiale SS Leopold von Mildenstein e l’ufficiale della Federazione Sionista Kurt Tuchler fecero insieme un giro di sei mesi in Palestina, per fare degli accertamenti per uno sviluppo sionista in tal luogo.

Sulla base di queste osservazioni di prima mano, von Mildenstein scrisse una serie di dodici articoli illustrati per l’importante quotidiano berlinese “Der Angriff”, che apparvero alla fine del 1934 sotto il titolo di “Viaggi nazisti in Palestina”: la serie espresse grande ammirazione per lo spirito pionieristico e per le conquiste dei coloni ebrei.

L’autosviluppo sionista, scrisse von Mildenstein, aveva prodotto un novo tipo di Ebreo. Questo lodava il Sionismo come un grande beneficio sia per gli Ebrei che per il mondo intero.

Una patria ebrea in Palestina, scrisse nel suo articolo conclusivo, “indicava la via per curare una ferita vecchia di secoli sul corpo del mondo: la questione ebraica”.

Le sorprese offerte dall’atteggiamento tenuto nel 1933-38 dalla Germania nazista nei confronti del sionismo tedesco non si sono ancora esaurite.

Come ha ben mostrato Webber, infatti, il famigerato “giornale nazista Der Angriff emise una medaglia speciale, con una svastica da un lato e la stella di David dall’altro, per commemorare la visita congiunta SS-Sionisti.

Alcuni mesi dopo la comparsa degli articoli, von Mildenstein fu promosso a capo del dipartimento affari ebrei del servizio di sicurezza SS, per poter sostenere più efficacemente la migrazione sionista e il suo sviluppo.

Il giornale ufficiale delle SS, Das Schwarze Korps, proclamò il suo sostegno per il Sionismo nel maggio 1935 nell’editoriale di prima pagina: “Il tempo potrebbe non essere lontano in cui la Palestina sarà ancora in grado di ricevere i suoi figli che le sono stati mancati per oltre mille anni. Vanno a loro i nostri buoni auspici, insieme alla buona volontà ufficiale”.

Quattro mesi dopo un altro documento delle SS sosteneva che “il riconoscimento della comunità ebraica come comunità razziale basata sul sangue e non sulla religione porta il governo tedesco a garantire senza riserva la separatività razziale di questa comunità. Il governo si trova in totale accordo col grande movimento spirituale all’interno della comunità ebraica, il cosiddetto Sionismo, col suo riconoscimento della solidarietà della comunità ebraica nel mondo e il suo rifiuto di nozioni assimilazioniste.

Su questa base la Germania intraprese misure che giocheranno sicuramente un ruolo significativo in futuro nella gestione del problema ebreo nel mondo”.

Una importante compagnia navale tedesca diede inizio ad un servizio navale da Amburgo ad Haifa, in Palestina, nell’ottobre 1933 fornendo “cibo strettamente kasher sulle sue navi, sotto la supervisione del rabbinato di Amburgo”.

Avendo l’autorità alle spalle, i sionisti lavorarono in modo indefesso per “rieducare” gli ebrei tedeschi. Come lo storico americano Francis Nicosia disse nella sua indagine del 1985, “The Third Reich and the Palestine Question”, “i sionisti venivano incoraggiati a portare il loro messaggio alla comunità ebraica, a raccogliere denaro, mostrare film sulla Palestina ed educare in senso genere gli ebrei sulla Palestina. Ci fu una considerevole pressione ad insegnare agli ebrei in Germania a cessare di identificarsi come tedeschi e a risvegliare in loro una nuova identità nazionale ebrea”.

In una intervista dopo la guerra, l’ex-capo della Federazione Sionista, dottor Hans Friedenthal, riassunse la situazione: “la Gestapo fece di tutto in quei giorni per promuovere l’emigrazione, particolarmente in Palestina. Spesso ricevemmo il loro aiuto quando richiedevamo qualsiasi cosa da altre autorità in merito alla preparazione per la emigrazione”.

Al Congresso del Partito Nazionalsocialista, nel settembre del 1935, il Reichstag (= Parlamento tedesco) adottò le cosiddette leggi di Norimberga, che proibivano matrimoni e relazioni sessuali fra ebrei e tedeschi, ed in effetti, indicò gli ebrei coma una nazionalità minoritaria estranea.

Alcuni giorni dopo, la sionista Jüdische Rundschau (organo della Federazione Sionista) fece un editoriale di benvenuto alle nuove misure: “La Germania sta andando incontro … alle richieste del Congresso Sionista Mondiale quando dichiara che gli ebrei che ora vivono in Germania sono una minoranza nazionale. Una volta che gli ebrei sono stati bollati come minoranza nazionale, è di nuovo possibile stabilire normali relazioni fra la nazione tedesca e la comunità ebraica.

Le nuove leggi danno alla minoranza ebrea in Germania la sua propria vita culturale, la sua propria vita nazionale. In futuro le sarà possibile dar forma a proprie scuole, teatro, associazioni sportive, in breve può creare il proprio futuro in tutti gli aspetti della vita nazionale.

La Germania ha dato alla minoranza ebrea l’opportunità di vivere per se stessa e sta offrendo una protezione statale per questa vita separata della minoranza ebrea: il processo di crescita della comunità ebraica in una nazione sarà quindi incoraggiato e verrà fatto un contributo al sistema dirigente relativamente alle relazioni più tollerabili fra le due nazioni”.

Georg Kareski, il capo del “Revisionist”, l’Organizzazione Statale Sionista e della Lega Culturale Ebraica, ed ex-capo della comunità ebraica di Berlino dichiarò in una intervista al quotidiano berlinese “Der Angriff”, alla fine del 1935: “Per molti anni ho considerato una totale separazione degli affari culturali dei due popoli ebrei e tedeschi come un prerequisito per vivere insieme senza conflitto […]. Ho sostenuto a lungo una tale separazione, a patto che sia fondata sul rispetto per la nazionalità estranea. Le Leggi di Norimberga […] a parte i loro provvedimenti legali, mi sembrano conformarsi interamente a questo desiderio di una vita separata basata sul mutuo rispetto […].

Questa interruzione del processo di dissoluzione in molte comunità ebraiche, che è stato promosso attraverso matrimoni misti, è perciò dal punto di vista ebraico, totalmente benvenuto”.

Lo specialista degli affari Ebrei del Ministero degli Interni, dottor Bernhard Lösener, espresse a sua volta sostegno al Sionismo in un articolo che apparve nel numero di novembre 1935 del Reichsverwaltungsblatt (Il foglio di amministrazione del Reich, ndt) ufficiale: “Se gli Ebrei avessero già il loro Stato in cui la maggioranza di loro fosse insediata, allora la questione ebraica potrebbe essere considerata oggi come totalmente risolta, anche per gli stessi Ebrei. I Sionisti hanno mostrato una minima opposizione alle idee sottostanti le Leggi di Norimberga, poiché si rendono conto improvvisamente che queste leggi rappresentano la sola soluzione corretta anche per il popolo ebreo. Perché ogni nazione deve avere il suo stato, come espressione esterna della sua particolare nazionalità”.

In collaborazione con le autorità tedesche, i gruppi sionisti organizzarono un network di circa quaranta campi e centri agricoli attraverso la Germania, dove probabili coloni venivano istruiti per la loro nuova vita in Palestina. Sebbene le Leggi di Norimberga proibissero agli ebrei di dispiegare la bandiera tedesca, vennero loro specificatamente garantito il diritto di mostrare lo stendardo nazionale ebreo, blu e bianca. La bandiera, che in un giorno sarà adottata da Israele, veniva fatta sventolare nei campi sionisti e nei centri nella Germania di Hitler.

Il servizio di sicurezza di Himmler cooperò a sua volta con l’Haganah, l’organizzazione sionista militare in Palestina. La direzione delle SS pagò l’ufficiale dell’Haganah Feivel Polkes per avere informazioni riguardo alla situazione in Palestina e per un aiuto nel dirigere l’emigrazione ebraica verso quel paese”[32].

Notiamo di sfuggita come l’esistenza innegabile di una collaborazione tattica tra nazisti e sionisti in Germania, dal 1933 al 1938, fornisa un’utile chiave di lettura per comprendere la dichiarazione – altrimenti abnorme e assurda – resa dal premier israeliano B. Netanyahu a Berlino nell’ottobre 2015, quando quest’ultimo affermò che Hitler non voleva sterminare gli ebrei ma invece “espellerli” dalla Germania e dall’Europa, venendo convinto invece ad adottare l’agghiacciante “soluzione finale” contro il popolo ebraico solo da un presunto consiglio arrivatogli da parte di un capo religioso arabo di Gerusalemme.

Torniamo comunque all’analisi della politica estera del regime hitleriano, rilevando altresì che il livello di smentite, sia in campo ideologico che in quello della politica internazionale.

Il livello di ostilità della Germania nazista contro l’URSS stalinista nel 1933/38 si mostrava così intenso che nei piani hitleriani di politica estera di quel periodo emergeva come elemento centrale la futura guerra contro Mosca, da attuarsi tra l’altro in tempi assai stretti.

Come risulta ad esempio dal resoconto effettuato dal maggiore tedesco Friedrich Hossbach rispetto ad un importante discorso segreto tenuto da Hitler ai vertici politico-militari del Terzo Reich il 5 novembre del 1937, quest’ultimo indicò chiaramente come data la penuria di materie prime e di generi alimentari nella Germania di quel periodo “sia riguardo al sostentamento alimentare che all’economia nel suo complesso, l’autarchia non può essere mantenuta”: la soluzione a tale grave problema per il sistema produttivo tedesco, specialmente per quanto riguarda le scorte alimentari, secondo Hitler risultava quello di “procurarsi nuovo spazio per uso agricolo” mediante la conquista dei grandi territori orientali dell’Europa, a partire dalla Cecoslovacchia ma non fermandosi certo solo ad essa.

Dopo aver sostenuto senza mezzi termini che il “problema della Germania rispetto alla creazione di un suo “spazio vitale” ad est “può essere risolto solo con l’uso della forza”, Hitler affermò altresì che era sua “immutabile determinazione”, “purché ancora in vita, risolvere il problema di spazio della Germania entro il 1945 al più tardi”: e quindi di “usare la forza” e scatenare un nuovo conflitto bellico in tempi ravvicinati ed entro pochi anni, anche e soprattutto per il controllo dell’Europa orientale.

Sussiste un’evidente linea di continuità tra il Mein Kampf e il discorso di Hitler del novembre del 1937, rispetto alla creazione con la forza e in tempi rapidi di uno “spazio vitale” tedesco nell’Europa orientale, Ucraina e Russia incluse.

Ancora nel dicembre del 1938 e dopo il disastroso patto di Monaco del settembre 1938, con il quale la borghesia francese e britannica consegnarono senza colpo ferire lo stato e la zona geopolitica cecoslovacca nelle mani voraci di Hitler, l’allora ambasciatore francese in Germania Robert Coulondre, dall’atteggiamento ferocemente anticomunista, notò come la determinazione tedesca di espandersi nell’Europa orientale fosse “indubbia” e che essa avrebbe avuto come suo bersaglio non solo la Polonia ma anche l’Ucraina, la cui popolazione allora era divisa tra la Polonia, la Romania e l’Unione Sovietica.

Come hanno notato gli storici antistalinisti C. Leibovitz e A. Finken, nel loro eccellente libro intitolato “Il nemico comune” che svela la collusione antisovietica e anticomunista creatasi tra Gran Bretagna e Germania nazista dal 1933 fino al luglio del 1939, Coulondre era “chiaro e impietoso” nel riassumere le intenzioni tedesche e hitleriane di quel particolare periodo, ossia: “Assicurarsi il dominio dell’Europa centrale, riducendo Cecoslovacchia e Ungheria al rango di Stati vassalli e quindi creando una grande Ucraina sotto controllo tedesco – questa sembra essenzialmente essere l’idea prevalente ora accettata dai leader nazisti e indubbiamente dallo stesso Hitler. […] Coloro che lo frequentano [Hitler] pensano a un’operazione politica che ripeterebbe, su scala maggiore, quella dei Sudeti: propaganda a favore dell’indipendenza ucraina in Polonia, Romania e Russia Sovietica; sostegno eventualmente fornito attraverso pressioni diplomatiche e con l’azione di bande armate; la Rutenia sarebbe l’epicentro di questi movimenti[33].

La collaborazione tra Germania e Gran Bretagna, in senso imperialista e antisovietica, risultava del resto uno degli elementi centrali nel pensiero e nella strategia elaborata dal gerarca nazista Rudolf Hess (1894/1987), indicato da Pjatakov come l’interlocutore tedesco di alto livello con cui Trotskij trattò e concluse un particolare patto tattico di alleanza nel 1934-35.

Rudolf Hess era stato nominato esplicitamente da Hitler come suo erede politico e, almeno nel 1933-35, costituiva uno dei principali dirigenti del regime nazista. Ferocemente anticomunista e russofobo, egli si differenziava da Hitler solo sotto l’aspetto della marcata anglofilia: a giudizio di Hess, infatti, lo spazio vitale e il Lebensraum per la Germania ad oriente, specialmente nelle sconfinate distese ucraine e russe, doveva infatti essere acquisito sia con la forza che attraverso un’alleanza con l’imperialismo inglese.

Si trattava di una convinzione sincera e costante del nazista Hess che, nel maggio del 1941, lo indusse a compiere un volo apparentemente assurdo e incredibile che lo portò a giungere, cosciente e inerme, nelle brughiere scozzesi di una Gran Bretagna ormai da quasi due anni in guerra proprio con il Terzo Reich hitleriano. Come ha notato giustamente lo storico Jan Kershaw rispetto al background geopolitico di Rudolf Hess, amico e compagno di cella di Hitler nel 1924/25, quest’ultimo “era stato profondamente influenzato da Karl Haushofer, suo ex insegnate e principale propugnatore di quelle teorie geopolitiche che avevano giocato un ruolo nella formazione dell’idea hitleriana di Lebensraum, e dal figlio di lui, Albrecht (che parte attiva doveva svolgere in seguito nelle compagini resistenziali). Le loro idee lo avevano rafforzato nella convinzione che fosse necessario salvaguardare con ogni mezzo la “missione” elaborata da Hitler quasi due decenni prima: l’attacco al bolscevismo insieme a, e non contro la Gran Bretagna[34].

Affrontata quindi anche questa materia specifica, passiamo ora a riesaminare l’insieme della tematica avente per oggetto le condizioni logistiche, materiali, umane e politiche che permettevano il volo-colloquio segreto di Pjatakov con Trotskij.

Abbiamo via via acquisito in questo campo specifico due risultati indiscutibili, e cioè che:

  • nel dicembre del 1935 era necessaria una favorevole combinazione tra tutta una serie di condizioni materiali e soggettive, affinché il viaggio segreto in via d’esame potesse verificarsi concretamente e, simultaneamente, potesse rimanere segreto al mondo esterno;
  • tutte queste particolari precondizioni risultarono altresì realmente presenti nel dicembre del 1935, rendendo quindi possibile innanzitutto sul piano logistico-organizzativo e del “fattore umano” sia la fattibilità che la possibile segretezza (isolamento di Trotskij dal mondo esterno, Pjatakov a Berlino, ecc.) del volo e colloquio clandestino in via di esame.

Connettendo gli elementi e le informazioni più importanti acquisite finora, abbiamo pertanto davanti un quadro generale per il dicembre del 1935 nel quale:

  • Pjatakov e Radek erano tornati a essere dei dirigenti dell’organizzazione clandestina operante allora in URSS, a partire dal 1931-32;
  • Pjatakov era giunto a Berlino in missione ufficiale il 10 o 11 dicembre del 1935;
  • Trotskij risiedeva allora a Honefoss, isolato legittimamente e per un periodo prolungato/prolungabile a piacere dal mondo esterno;
  • proprio nel mese in oggetto giungeva dall’estero un misterioso aereo nell’aeroporto di Kjeller, posto a soli cinquanta chilometri di distanza da Honefoss;
  • Gulliksen e le autorità norvegesi non avevano fatto conoscere, guarda caso, il giorno d’arrivo del solitario velivolo pervenuto all’aeroporto di Kjeller da un paese straniero;
  • Trotskij aveva piena libertà di movimento in Norvegia, nel dicembre del 1935 che ci interessa da vicino.

Siamo quindi in presenza di un mosaico decembrino assai interessante: e avendo ormai a disposizione un’adeguata massa critica di informazioni e dati di fatto sicuri, passiamo a questo punto al terzo cardine principale – dopo Linkӧping-Gulliksen e la verifica della militanza neotrotzkista di Pjatakov e Radek, a partire dalla seconda metà del 1931 – che attesta l’esistenza concreta del volo di Pjatakov, e cioè la “gita nel ghiaccio” effettuata da Trotskij il 20/22 dicembre del 1935, con tutte le sue multiformi diramazioni e ricadute.

 

 

 

 

 

 

 

[1] P. Broué, op. cit., pag. 590

[2] “Storia dell’aviazione”, in it.wikipedia.org, “L’età dell’oro”

[3] P. Broué “La rivoluzione perduta”, op. cit.,  pag. 778

[4] Op. cit. pag. 781

[5] Op. cit. pag. 781

[6] Op. cit. pag. 778

[7] I. Deutscher, “Il profeta esiliato” pag. 381, ed. Longanesi

[8] P: Broué, op. cit., pag. 781 e 782

[9] P. Broué, op. cit., pag. 780

[10] Z. Steiner, “The triumph of the dark”, ed. Oxford University Press, cap. ottavo, in books.google.it

[11] Z. Steiner, op. cit., cap. ottavo

[12] “The case of ….”, op. cit., sesta sessione

[13] Op. cit., sesta sessione

[14] Op. cit., sesta sessione

[15] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione

[16] P. Broué, op. cit., pag. 781

[17] P. Broué, op. cit., pag. 781

[18] “The case…” op. cit., sesta sessione

[19] P. Broué, op. cit., pag 827

[20] P. Broué, op. cit., pag. 781

[21] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, op. cit., pag. 781

[22] “Kjeller, Norway towns and places within a 50 mile radious”, in www.distance-calculator.com

[23] L. Trotskij, “The Tanaka memorial”, 1940, pag. 4, in www.marxists.org

[24] Op. cit.

[25] Op. cit., pag. 9

[26] L. Trotskij, “The Tanaka memorial”, pag. 4

[27] P. Broué, “La rivoluzione perduta”, op. cit., pag. 23 e 28

[28] Op. cit., pag. 459

[29] P. Broué, op. cit., pag. 686

[30] D. Papini, “La fallimentare strategia continentale di Hitler”, in www.tuttostoria.net

[31] J. Goebbels, “Communism with the Mask off”, 13 settembre 1935, in research.calvin.edu

[32] M. Webber, “Sionismo e Terzo Reich (prima parte)”, in www.effedieffe.com

[33] C. Leibovitz e A. Finkel, “Il nemico comune”, pag. 156, ed. Fazi

[34] J. Kershaw, “Hitler. 1936-45”, pag. 584, ed. Paperback


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