CAPITOLO SESTO

La “gita nel ghiaccio” di Trotskij

W.H. Wright, alias J.S. Van Dine: “…. e qui sta il punto; chiunque può crearsi un’opportunità o mascherarne l’esistenza con falsi alibi e svariati giochetti… Esistono fin troppi modi, tutti convincenti, di trovarsi sul luogo del crimine quando ci credono lontani e viceversa”[1].

Proprio la proteiforme categoria delle finte malattie e dei falsi alibi, individuata fin dal 1926 anche dal reazionario ma intelligente autore di gialli conosciuto con lo pseudonimo di Van Dine, ci permetterà di dimostrare con sicurezza come il volo a Kjeller di Pjatakov e il suo colloquio segreto con Trotskij, nel dicembre del 1935, abbiano costituito degli eventi reali senza in alcun modo utilizzare, per ora, le testimonianze rese da Pjatakov e Radek, oltre che da altri imputati, durante il processo di Mosca del gennaio 1937.

La chiave e il grimaldello che useremo a tal fine saranno costituiti principalmente dai trucchi e dalle menzogne volutamente espresse da Trotskij sugli eventi del dicembre 1935, e non a caso. Ipotizzando infatti che una persona intelligente abbia davvero compiuto un “delitto” particolare quale un incontro segreto, e che allo stesso tempo egli abbia voluto con tutte le sue forze nascondere e negare di averlo commesso, per coprire la verità egli non può fare altro che tentare di creare ad arte una rete di bugie, di falsi alibi e di depistaggi al fine di ottenere il suo scopo “negazionista”. Anche per questa ragione in campo investigativo gli alibi fittizi e le menzogne, gli inganni e le manovre diversive rispetto a qualunque reato, sono azioni considerate giustamente come un segno potente e un indizio diretto di colpevolezza, anche perché un soggetto realmente innocente ed estraneo rispetto a un delitto di cui viene accusato non utilizza di regola tali trucchi, e soprattutto non prepara mai in anticipo – né del resto può e deve farlo, essendo innocente – delle coperture e dei finti alibi per l’azione di cui egli sarà accusato solo in seguito, oltre che ingiustamente.

Dobbiamo verificare pertanto se l’intelligente e astuto Trotskij prima, durante e subito dopo il 12/13 dicembre del 1935, le date che emergono dal processo di Mosca del gennaio 1937 rispetto al reale/presunto volo di Pjatakov, abbia tenuto coscientemente un comportamento ingannevole proprio al fine di compiere, e simultaneamente di tenere segreto il suo colloquio con “Capelli rossi”, creandosi una finta malattia a tale scopo.

I dati empirici forniti in precedenza costituiscono infatti solo una sorta di antipasto e la base preliminare della nostra tesi, ma ora affronteremo punti fondamentali e nevralgici a favore dell’esistenza del volo di Pjatakov, a partire:

  • dall’assenza di qualsiasi alibi concreto e convincente a favore di Trotskij, il 12/13 dicembre del 1935;
  • dalle circostanze favorevoli all’incontro con Pjatakov create proprio dalla progettualità/praxis dello stesso Trotskij;
  • dalle gravissime anomalie, a partire dalla sua presunta malattia del dicembre 1935, che emergono dalla pratica concreta di Trotskij rispetto al volo di Pjatakov;
  • dalla creazione preventiva di un finto alibi da parte di Trotskij, attraverso la sua “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre 1935;
  • dall’utilizzo fraudolento di tale finto alibi da parte del leader della Quarta Internazionale davanti alla commissione Dewey, attraverso il suo tentativo di spostare avanti nel tempo di dieci giorni la data di arrivo di “Capelli rossi” a Berlino;
  • dalle menzogne espresse da Trotskij su punti centrali per il volo/colloquio clandestino di Pjatakov, a partire dalla posizione politica reale di quest’ultimo e di Radek nel 1931/1936.

Tra tutti questi elementi, quelli su cui vogliamo per ora soffermarci sono rappresentate dalla presunta malattia di Trotskij nel dicembre del 1935 e dal finto alibi, sempre creato ad arte da Trotskij, per il 20/22 dicembre del 1935.

Sotto quest’ultimo aspetto il comune buon senso indica che se non avere un alibi per un reato non costituisce di per sé una prova a carico di un indiziato, viceversa l’atto cosciente e premeditato di costruirsi un falso alibi costituisce un pesante indizio di colpevolezza, come del resto cercare di ingannare la corte giudicante (nel caso specifico, la commissione Dewey) e pronunciare menzogne spudorate sui rapporti reali intessuti con altri “complici” (Pjatakov e Radek, nel caso specifico) del “delitto”, ossia del volo/colloquio clandestino in via d’esame.

Nella prefazione abbiamo già rilevato che a “perdere” e incastrare Trotskij è stato lo stesso leader della Quarta Internazionale. Dopo Linköping e le ricevute delle lettere spedite a Radek e Preobrazhensky nel corso del 1932, forniamo ora un’ulteriore dimostrazione di tale tesi puntando sulle gigantesche anomalie, sulle enormi contraddizioni e incongruenze che emergono nei comportamenti dello stesso Trotskij proprio in relazione al dicembre del 1935: e cioè su fatti sicuri (e attestati da fonti sicure), che non solo risultano strani, particolari e anomali di per sé, ma che non sono spiegabili con la “seconda versione” e che diventano invece perfettamente comprensibili e interpretabili solo attraverso la tesi dell’esistenza reale sia del volo di Pjatakov, che del suo colloquio segreto con Trotskij vicino a Kjeller nel dicembre del 1935.

A questo punto possiamo iniziare analizzando la “malattia” e “febbre” di Trotskij nel dicembre del 1935, visto che siamo in grado di dimostrare con assoluta sicurezza il carattere artificioso e costruito ad arte di quest’ultima.

Come fonte sicura (per la “seconda versione”) utilizziamo uno storico trotzkista, nel caso in oggetto Isaac Deutscher, il quale a sua volta ha riportato fedelmente il resoconto sul dicembre del 1935 effettuato da Trotskij davanti alla sesta sessione della commissione Dewey, a partire dalla sua particolare malattia invernale.

Dal 19 settembre 1935 Trotskij venne infatti ricoverato nell’ospedale municipale di Oslo, perché la “febbre” che lo colpiva ciclicamente “persisteva” e il suo fisico era debilitato: venne dimesso dopo circa un mese e tornò ad Honefoss, ma dall’inizio di dicembre e dopo circa quaranta giorni la ricomparsa della febbre lo costrinse a letto per i primi diciannove giorni del mese.

A questo proposito Deutscher ci informò che “dopo molti esami clinici e biologici Trotskij lasciò l’ospedale” (di Oslo) “senza aver trovato la salute dell’animo e del corpo. Trascorse la maggior parte di dicembre a letto: questo mese, disse poi, è stato il peggiore della mia vita”[2].

A sua volta Brouè aggiunse che Trotskij venne dimesso dall’ospedale di Oslo il 20 ottobre, senza più la febbre “ma senza che si sia chiarita la natura del “male” e la causa della febbre: pertanto, come rivelò Brouè, Trotskij uscì dall’ospedale di Oslo “sollevato dalla febbre” e senza uno stato di malattia aperta e visibile, ma allo stesso tempo senza che si fosse “chiarita la natura del male” e venisse individuata la causa della sua febbre”[3].

Dopo un periodo di relativa buona salute, durato dal 20 ottobre a fine novembre, nel dicembre del 1935 e più precisamente dal primo dicembre al 19 dicembre Trotskij si trovò invece di nuovo a letto, ammalato e con la febbre, secondo le sue stesse affermazioni. Durante la sesta sessione della commissione Dewey, Trotskij in persona dichiarò testualmente che “il mese di dicembre” (del 1935) “fu il peggior mese della mia vita. Io fui tutto il tempo” (del dicembre 1935, dal 1 al 31 dicembre, con la sola e dichiarata eccezione dei giorni compresi tra il 20 e il 22 di quel mese) “a letto. Io cercai di scappare dalla malattia con questo viaggio” (con la “gita nel ghiaccio” alla baita dei Knudsen su cui torneremo, avvenuta dal 20 al 22 dicembre del 1935) “nella baita. Ciò non ebbe successo”.

Ma poco dopo il 22 dicembre del 1935, e dopo “la gita nel ghiaccio” con la famiglia Knudsen su cui si tornerà a lungo, Trotskij comunque si riprese in ogni caso molto rapidamente, in modo “brusco” (Deutscher) e con una velocità tale da “stupire i medici” (Deutscher) “si rimise in salute”. Anche su questo aspetto lasciamo la parola a Deutscher.

“Poco dopo, in seguito a uno di quei bruschi cambiamenti che stupivano i medici, Trotskij si rimise in salute e riprese a scrivere “La rivoluzione tradita”. Questo lavoro lo tenne occupato per i sei mesi successivi, fino al completamento dell’opera”[4].

Da tutte queste informazioni mediche sulla salute di Trotskij, almeno a prima vista aride e banali, emergono subito delle notizie e delle note dissonanti di particolare valore, almeno per il nostro “giallo storico”.

La prima e già notata anomalia che salta subito agli occhi è che Trotskij si presentava “malato” e febbricitante, “a letto” e malato nella casa di Honefoss, proprio nei giorni in cui Pjatakov aveva dichiarato di aver compiuto il suo volo e colloquio segreto con il leader della costituenda Quarta Internazionale, e cioè il 12 o 13 dicembre: Trotskij si dichiarò infatti “malato” per “tutto il tempo” del dicembre 1935, in quello che sempre a suo dire fu “il peggior mese” della sua vita, e quindi rimase per forza di cose isolato dagli estranei e da possibili testimoni anche nei giorni fatidici del 12/13 dicembre. Oltre che ammalato in tutti i giorni compresi tra il 1° e il 31 dicembre del 1935, Trotskij si dichiarava “a letto”, quindi in compagnia solo della fidata moglie e del fidato segretario Erwin. Wolf, anche nei giorni del 12 e 13 dicembre che ci interessano da vicino; un Erwin Wolf che, come ha notato del resto anche Brouè, fin dal 1933 era stato cooptato “nella leadership dell’IKD”, ossia dell’organizzazione dei trotzkisti tedeschi, e che era stato selezionato con cura dallo stesso Trotskij anche per le sue “qualità personali”, al fine di svolgere il delicato ruolo di segretario e di assistente in Norvegia del leader della costituenda Quarta Internazionale[5].

Del resto neanche il norvegese Nils Dahl, militante trotzkista e impegnato durante il 1935-36 nell’aiuto logistico a Trotskij ad Honefoss, in un suo interessante scritto del 1989 su cui torneremo, dichiarò di aver visitato di persona Trotskij tra l’inizio e il 19 dicembre del 1935, nonostante allora il suo compito organizzativo fosse per l’appunto quello di favorire Trotskij; quindi neppure Dahl poté fornire a Trotskij un alibi positivo (“ero con lui”) per i pomeriggi del 12 e 13 dicembre del 1935 e nei giorni incriminati che ci interessano, né lo poterono affermare in alcun modo i membri della famiglia Knudsen. Non vi fu pertanto alcun testimone esterno dentro la casa di Trotskij nei due giorni in esame, il quale rimase allora isolato e in compagnia solo della fidatissima moglie e del suo leale segretario personale, Erwin Wolf.

Trotskij risultava pertanto lontano e inavvicinabile da possibili testimoni “scomodi” anche nei giorni compresi tra l’11 e il 13 dicembre, visto che secondo le sue stesse parole fu malato e “a letto” a Honefoss per “tutto il tempo” del dicembre 1935, con l’eccezione dei giorni 20, 21 e 22 dicembre e del “viaggio” (Trotskij) alla baita dei Knudsen su cui torneremo in seguito; inoltre il leader della Quarta Internazionale risultava isolato e “a letto” per un periodo di tempo prolungato, ossia dall’1 al 19 dicembre, e per di più isolato legittimamente dal mondo esterno (un malanno psicofisico costituisce infatti un motivo socialmente accettato, al fine di evitare di ricevere ospiti ed estranei) a causa della sua “malattia”, proprio nei giorni in cui Pjatakov affermò di essere arrivato in Norvegia e “vicino a Oslo”.

Siamo quindi in presenza di alcuni elementi di fatto indiscutibili e da tenere bene a mente, visto che proprio un distacco completo e giustificato dal mondo esterno costituiva come si è già notato un elemento logistico non solo utile, ma indispensabile al fine di cercare di tenere segreto l’effettuazione del colloquio clandestino con Pjatakov in terra norvegese.

La seconda anomalia viene costituita dal carattere inspiegabile e oscuro dalla malattia che aveva colpito Trotskij, sia nel settembre/ottobre che nel dicembre del 1935: nessun medico norvegese riuscì infatti a scoprire la causa della “malattia” di Trotskij, anche dopo un lungo mese di esami e controlli clinici sullo stato di salute di quest’ultimo effettuati dal 20 settembre al 20 ottobre del 1935.

Chiariamo subito che cadere ammalati non risulta certo un fatto strano, visto che può avvenire e capita realmente a tutti noi, ma la situazione inizia subito a cambiare se connettiamo e colleghiamo la malattia denunciata da Trotskij con un’altra informazione sicura procurataci da Deutscher e Brouè, e cioè che la presunta malattia/febbre di Trotskij risultava di origine sconosciuta, ossia sorta per motivi e cause non scoperte dai medici dell’ospedale di Oslo anche dopo ben un mese di analisi e ricovero di Trotskij all’interno di quest’ultimo. Risulta infatti come minimo un po’ strano che Trotskij si fosse ammalato, proprio poco prima e soprattutto durante il periodo decembrino che ci interessa, di una “febbre” di cui i medici non seppero comprendere e spiegare in alcun modo le cause; e come ricordano gli insospettabili Deutscher e Brouè, “dopo molti esami clinici e biologici” nell’ospedale di Oslo, la misteriosa causa della febbre di Trotskij e “la natura del male” (Brouè) non venne trovata, al pari di un rimedio efficace contro di essa.

Terza anomalia: Trotskij lasciò l’ospedale di Oslo il 20 ottobre del 1935 “sollevato dalla febbre” (Brouè) e senza più la febbre, ma essa, la sua “malattia” guarda caso rispuntò proprio all’inizio di dicembre del 1935. Non all’inizio di novembre, o a metà novembre del 1935, oppure all’inizio di gennaio del 1936: essa riapparve poco prima dell’11 dicembre del 1935, quindi poco prima della data di arrivo di Pjatakov a Berlino, e continuò per tutti i giorni (12/13 dicembre) che ci interessano. Si trattava pertanto di una “malattia” non-permanente e ciclica, ma che guarda caso si ripresentò nel momento più utile per Trotskij e cioè nei giorni antecedenti e contemporanei al 12/13 dicembre, garantendogli quell’isolamento dal mondo esterno e da scomodi testimoni a sua volta indispensabile per cercare di mantenere segreto l’incontro con Pjatakov.

Siamo già in presenza di alcuni dati di fatto importanti, ma essi si dimostrano ancora più significativi se li mettiamo in collegamento con una quarta e ulteriore nota dissonante, e cioè la strana, improvvisa e rapida guarigione di Trotskij dalla sua presunta “malattia” e dalla sua “febbre”, dopo il dicembre del 1935. Anche Deutscher rilevò come tale rapida guarigione fosse uno “dei bruschi cambiamenti” nella salute di Trotskij “che stupivano i medici”. I medici, ma anche coloro che scrivono queste pagine: una malattia di origine sconosciuta e che tra l’altro scomparve “bruscamente” proprio dopo il dicembre 1935, senza che i medici ne capissero la ragione, difficilmente può rappresentare solo un caso fortuito, visto che troppe coincidenze fortuite sono ormai apparse già a questo punto.

Quinta anomalia: la presunta malattia di Trotskij non durò pochi giorni, diciamo dal 1° al 5 dicembre del 1935, ma viceversa si prolungò fino al 12/13 e lasciò in ogni caso a letto il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale sino al 19 dicembre: quindi prima, durante e subito dopo i due giorni che ci interessano.

Sesta nota dissonante: proprio sparendo “bruscamente” (Deutscher) a partire dall’inizio del 1936, quando Trotskij “si rimise in salute e riprese a scrivere La Rivoluzione tradita” (sempre Deutscher), la presunta febbre e malattia di Trotskij si rivelò – guarda caso – un fenomeno senza conseguenze permanenti per la salute psicofisica del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale.

Trotskij nel settembre del 1935 è malato: si potrebbe trattare solo di una pura casualità.

La “malattia-febbre” si riproduce proprio nel dicembre del 1935, e cioè quando essa risultava indispensabile per Trotskij, garantendogli un distacco totale dal mondo esterno e quindi da ospiti-testimoni; un isolamento tra l’altro prolungato e con una ragione accettata sul piano sociale, visto che di regola non si disturba un malato. Come minimo, emergono i primi dubbi sulla reale natura della “malattia” in esame.

La “febbre-malattia” risulta inoltre di origine sconosciuta, nonostante il mese di controlli all’ospedale di Oslo a cui si sottopone Trotskij: a questo punto iniziano ormai a venire molti sospetti, come minimo, riguardo alla presunta e misteriosa indisposizione psicofisica di Trotskij.

La “febbre-malattia” scompare dal 20 ottobre sino alla fine di novembre, ma riappare invece proprio agli inizi di dicembre: non agli inizi di novembre del 1935, non agli inizi del gennaio del 1936 e via avanzando nel tempo, ma prima, durante e poco dopo i giorni fatidici del 12/13 dicembre 1935.

Bene, a questo punto il livello di sospetto non può che alzarsi, raggiungendo già da ora la soglia di tolleranza.

La “febbre-malattia” inoltre non dura poco, ad esempio solo tre o quattro giorni e dal 1° al 4 dicembre del 1935, ma viceversa essa estende i suoi effetti anche subito prima, durante e subito dopo i giorni del 12 e 13 dicembre che ci interessano da vicino: il livello di credibilità della presunta malattia di Trotskij cala ulteriormente, a questo punto.

Ma non solo: la “malattia-febbre” di Trotskij tra l’altro sparisce repentinamente, con un “brusco cambiamento” (Deutscher) di salute avvenuto a partire dalla fine di dicembre del 1935, e cioè proprio una volta passato il periodo che ci interessa e che soprattutto interessava da vicino Trotskij. E proprio sparendo “bruscamente” (Deutscher) all’inizio del 1936, tra l’altro senza un plausibile motivo individuato dai dottori, la presunta febbre e malattia di Trotskij si rivela sicuramente un fenomeno – guarda caso – senza conseguenze permanenti per la salute del leader mondiale della Quarta Internazionale.

Non ci siamo: le anomalie che emergono rispetto alla presunta malattia decembrina di Trotskij ormai hanno già superato il limite di guardia e la soglia critica.

Ma il livello di sospetto non può che salire ulteriormente e fare un decisivo salto di qualità se poi prendiamo in esame anche un altro dato sicuro e un’ulteriore anomalia, e cioè il mancato ricovero in ospedale di Trotskij nel dicembre del 1935, dopo la sua ricaduta nella “malattia” e nella “febbre”: ragioniamo un po’ assieme, su tale strana passività e inspiegabile non-azione di Trotskij.

Chi di voi, giudici-lettori, in presenza di una febbre di origine sconosciuta e sottopostosi a tutti i lunghi accertamenti e alle analisi del caso (vedi il ricovero di settembre), uscito dall’ospedale il 20 ottobre e improvvisamente colpito nel dicembre da una ricaduta nella febbre, che ricompare dopo circa un mese circa; chi di voi, dicevamo, colpito di nuovo dalla febbre per più giorni non andrebbe almeno un giorno dal medico o in ospedale, per sottoporsi a ulteriori esami e accertamenti clinici? Ma invece non risulta alcun ricovero o alcun esame medico di Trotskij nel dicembre del 1935: e visto che egli era viceversa già andato in ospedale nel settembre del 1935, a differenza che nel dicembre del 1935, esiste pertanto un’evidente asimmetria tra le due diverse fasi del suo comportamento rispetto alla stessa “malattia”, per la sua stessa “febbre”.

Anche se si dichiarò malato per tutto il mese di dicembre del 1935, proprio in tal mese Trotskij non passò invece neanche una settimana e neanche un solo giorno in ospedale, a differenza che nel settembre/ottobre del 1935: un mancato ricovero che diventa ancora più anomalo e sospetto tenendo a mente che la “febbre” e la “malattia” che colpì Trotskij nel dicembre del 1935 non risultò breve, diciamo di tre o quattro giorni, ma che invece fu prolungata e durò per tutto il mese di dicembre, stando almeno alle stesse dichiarazioni di Trotskij. Del resto anche il segretario e l’uomo di fiducia di Trotskij nel dicembre del 1935, Erwin Wolf, nella sua dichiarazione scritta alla commissione Dewey, non accennò mai al fatto che Trotskij si fosse mosso dalla sua casa di Honefoss dal 1° al 19 dicembre del 1935, non citando mai ad esempio un’eventuale visita del suo leader e “datore di lavoro” in ospedale, né tanto meno un suo ricovero prolungato in quel periodo in una struttura sanitaria; e anche il deputato Konrad Knudsen, a sua volta, non indicò mai un ricovero in un ospedale norvegese da parte di Trotskij, sempre dal 1° al 19 dicembre del 1935.

Iniziata il 1° dicembre del 1935, la “febbre” all’11 dicembre del 1935 durava quindi da ben dieci giorni: eppure anche l’11 dicembre, anche il 12 e il 13 dicembre, Trotskij non pensò minimamente di farsi ricoverare almeno per un breve periodo in ospedale, dopo dieci e più giorni di “febbre” e di presunta “malattia”.

Grazie a Deutscher/Brouè, ormai sappiamo con sicurezza che:

  • Trotskij si mostrava febbricitante e quindi isolato legittimamente dal mondo esterno, anche nei giorni tra l’11 e il 13 dicembre del 1935:
  • la febbre, svanita e scomparsa il 20 di ottobre, era rispuntata guarda caso proprio all’inizio di dicembre del 1935: la febbre/malattia risultava inoltre di origine sconosciuta e misteriosa, nonostante un mese di controlli ospedalieri (e un ulteriore controllo del “medico rosso” N. Dahl, su cui torneremo tra poco); durante la ricaduta prolungata nella “febbre” a dicembre, Trotskij non si era fatto visitare e ricoverare in ospedale per ulteriori esami e accertamenti, ma invece si era limitato a “rimanere a letto” nella casa di Honefoss, a differenza che nel settembre/ottobre del 1935;
  • neanche il trotzkista norvegese Nils Dahl, allora aiutante di Trotskij, né i membri della famiglia Knudsen poterono fornire un alibi positivo a Trotskij per il 12 o 13 dicembre del 1935, dichiarando di essere stati allora in sua presenza;
  • dopo la fine di dicembre 1935, guarda caso iniziò una guarigione di Trotskij inspiegabile e così rapida da “stupire i medici”, anche secondo Deutscher;
  • il tutto, proprio attorno al periodo (12/13 dicembre 1935) che ci interessa per la nostra inchiesta.

Siamo quindi in presenza di una connessione di fatti alquanto insolita e particolare: ma davvero possiamo spiegare tutte queste anomalie, senza eccezione alcuna e partendo proprio dall’ipotesi che il volo di Pjatakov si fosse realmente verificato?

Certamente, osando la semplice tesi in base alla quale la malattia/febbre fosse falsa e inventata ad arte da Trotskij, per precisi scopi politico-organizzativi legati proprio al volo e all’incontro segreto di Pjatakov con lui.

Essa venne fatta riemergere proprio nel dicembre del 1935 perché serviva come mezzo “legittimo” di isolamento dal mondo, solitudine a sua volta indispensabile per la segretezza del colloquio tra i due; Trotskij guarì quasi subito e quasi “miracolosamente” dalla sua presunta malattia proprio perché la stessa non era mai esistita e, una volta che tale presunta “malattia/febbre” non servì più ai suoi scopi particolari, essa ovviamente scomparve di colpo e senza problemi a partire dalla fine di dicembre del 1935. Il mancato ricovero di Trotskij in ospedale, nel dicembre del 1935, si spiega a sua volta con il fatto che l’ultima cosa al mondo che Trotskij voleva, nel dicembre del 1935 e aspettando ormai l’arrivo  a Berlino di Pjatakov, era quella di essere rinchiuso e controllato in un ospedale, e quindi in presenza di numerosi testimoni non controllabili; rispetto invece agli esami e controlli medici del settembre/ottobre del 1935, essi non riuscirono a scoprire le cause fisiologiche della presunta febbre semplicemente perché essa in realtà non esisteva, risultando solo un’abile trucco usato dal “malato immaginario”, ossia da Trotskij. A sua volta nessuna persona, ivi compresa Nils Dahl, non andò a trovare quest’ultimo, tra l’inizio del mese e il 19 dicembre del 1935, per i giorni prevedibili per l’arrivo di Pjatakov a Kjeller, sempre perché l’isolamento totale di Trotskij da visitatori esterni costituiva uno degli assi e cardini principali, al fine di garantire la sicurezza e la segretezza del colloquio clandestino di quest’ultimo con Pjatakov.

Dimentichiamo qualcosa? Si, la ragione per cui la “malattia” di Trotskij non durò per pochi giorni, diciamo ad esempio dall’1 al 4 dicembre del 1935. Un aiutino ai giudici-lettori: il 4 dicembre Pjatakov non era ancora atterrato a Berlino, come del resto il 9 dicembre…

E ancora: per quale motivo la “malattia” di Trotskij riemerse proprio all’inizio di dicembre e non invece prima, diciamo all’inizio di novembre del 1935?

Per il semplice motivo che l’arrivo di Pjatakov a Berlino, in missione diplomatica ufficiale, diventò sicuro solo nella seconda metà di novembre del 1935, quando Kandelaki riuscì a dare continuità alla precedente e sopracitata sua visita tedesca del 30 ottobre del 1935 e a costruire una delegazione sovietica di alto livello, comprendente tra l’altro anche “Capelli rossi”.

Tutta una serie di anomalie, note dissonanti ed enigmi vengono risolti in un solo colpo, oltre che con relativa semplicità: come del resto risultava molto facile procurarsi ad arte una febbre con mezzi artificiali, senza tra l’altro procurarsi in alcun modo dei danni permanenti e potendo in ogni momento far cessare la presunta “febbre”, o viceversa potendo prolungarla senza alcun problema in caso di necessità, ad esempio a causa di un eventuale ritardo dell’arrivo di Pjatakov in Norvegia.

Ma quali scopi perseguiva Trotskij, un esperto nell’arte della disinformazione e delle attività segrete (il “piano Tanaka”, ecc.) creandosi ad arte una finta malattia? Un obiettivo centrale, assieme a sei scopi secondari.

Si è già notato in precedenza che la presunta “febbre” permetteva innanzitutto a quest’ultimo di non ricevere, senza destare alcun sospetto, i possibili visitatori inaspettati e testimoni indesiderati attorno alla sua casa, separando e isolando quindi legittimamente Trotskij dal mondo esterno nel dicembre del 1935; evitando pertanto che un eventuale visitatore Tizio potesse ricordare, e soprattutto far sapere ad altri, che era andato nel dicembre del 1935 a Honefoss (diciamo il 12 o il 13 dicembre…) e non aveva trovato Trotskij, o ancora peggio l’aveva visto uscire di casa per motivi sconosciuti. “Io, Tizio, l’ho visto uscire: ma chissà perché è dovuto andare fuori di casa?”.

In altri termini, la presunta malattia e la solitudine prolungata-legittima che ne derivava evitavano in modo preventivo che potessero eventualmente sorgere gravissimi problemi per Trotskij, alias visitatori indesiderati e quindi possibili sospetti sul suo progettato incontro con Pjatakov, costituendo pertanto uno strumento indispensabile che poteva in tal modo garantire al meglio (possibile) la segretezza del suo incontro con Pjatakov.

Un secondo obiettivo, secondario ma in ogni caso utile, era garantirsi un’ampia libertà d’azione per il periodo in esame. Un finto malato non solo risulta perfettamente legittimato a non ricevere ospiti, più o meno desiderati, ma allo stesso tempo almeno sul piano delle capacità fisiche può andare dove vuole e muoversi come desidera, può incontrare chiunque voglia proprio perché non è malato: nessuno dei giudici/lettori ha mai finto una malattia, per non andare a scuola/al lavoro e invece farsi gli affari suoi, o almeno ha sentito parlare di tale diffuso fenomeno sociale?

Terza ricaduta positiva: la finta malattia procurava subito un alibi per Trotskij, nel caso peggiore (che un “professionista” dell’inganno come Trotskij doveva prendere in considerazione) in cui Pjatakov fosse stato scoperto dalla polizia stalinista dopo il suo rischioso viaggio segreto in Norvegia: “ero malato e a letto, come potevo aver incontrato Pjatakov uscendo dalla casa di Honefoss?”. Questo vantaggio, apparentemente insignificante, assumerà invece un certo peso quando affronteremo la questione degli alibi di Trotskij durante il settimo capitolo.

Altro beneficio secondario: pensando che Trotskij fosse realmente malato dal 20 settembre, anche le spie e infiltrati stalinisti avrebbero rilassato almeno un po’ la guardia e i controlli sul leader della costituenda Quarta Internazionale.

Ulteriore vantaggio: un finto malato, colpito da una “febbre” inesistente, può far cessare il suo presunto disturbo fisico come e quando vuole, risultando in altri termini in grado di riprendere la sua attività normale a piacere e con estrema rapidità. E Trotskij si era creato per l’appunto una finta febbre, evitando ad esempio di fratturarsi un arto inferiore per giustificare la sua indisposizione.

Sesta ricaduta positiva (secondaria, ma utile): come sanno forse anche alcuni dei giudici-lettori, si può far salire da soli la temperatura corporea con relativa facilità e senza dover affrontare alcun dolore fisico, oltre a non poter essere smentiti facilmente da dottori e amici/conoscenti vari.

Ultimo vantaggio, ma non per importanza: in caso di sempre possibili contrattempi e ritardi dell’atteso volo di Pjatakov, l’isolamento di Trotskij dal mondo esterno risultava in ogni caso prolungabile e “allungabile” senza alcun problema, semplicemente prolungando e “allungando” il periodo di durata della presunta, finta e fittizia “malattia” del leader della costituenda Quarta Internazionale.

Abbiamo quindi esposto tutta una serie di sottoprodotti positivi procurati a Trotskij dall’autocreazione di una finta febbre, e che tra l’altro si combinano e rafforzano l’uno con l’altro.

Ad esempio, attraverso la facile autocreazione di una finta malattia e di una “malattia diplomatica”, un abile ed esperto professionista della cospirazione come Trotskij non solo otteneva uno degli obiettivi principali nel campo delle trame/complotti segreti, e cioè la disinformazione e il depistaggio del nemico (stalinista), ma allo stesso tempo acquisiva simultaneamente anche la sopracitata creazione di una particolare barriera, invalicabile ma non sospetta, nei confronti degli “amici indesiderati” e degli ospiti indesiderati, in quel frangente per lui assai delicato.

Lasciamo ancora una volta la parola a Deutscher, su questo punto specifico. “Il cancello della villa” (di Honefoss) “rimaneva aperto giorno e notte e la gente del villaggio entrava a fare due chiacchiere senza cerimonie. Occasionalmente giungevano visitatori dall’estero, profughi tedeschi residenti in Scandinavia, francesi belgi e americani. Uno di questi ultimi fu Harold Isaacs, che era appena tornato dalla Cina dopo un soggiorno di molti anni e rappresentava una fonte di preziose informazioni su quel paese e sul movimento comunista (stava appunto scrivendo un libro, “La tragedia della rivoluzione cinese”, di cui Trotskij avrebbe scritto la prefazione). Anche Shachtman e Muste, il famoso socialista americano che si era unito ai trotzkisti, vennero a Vexhall. I francesi giunsero più volte con le loro dispute e i loro litigi per chiedere a Trotskij di fungere da arbitro. Non riuscivano ad accordarsi sull’opportunità o meno di lasciare il SFIO e costituirsi a partito indipendente. Raymond Molinier aveva fondato il proprio giornale “La Comune”, favorevole alla separazione. La polemica diventò di pubblico dominio e fini con l’indurre Trotskij a rompere con Molinier. L’incidente non meriterebbe di essere ricordato se non fosse per il fatto che la lite si protrasse per anni, intrecciandosi grottescamente con le sorti della famiglia Trotskij”[6].

Nel corso del 1935, quindi, c’erano in giro troppi visitatori potenziali dall’estero, mentre troppa “gente del villaggio” di Honefoss entrava altresì a fare “due chiacchiere senza cerimonie” (Deutscher) nell’abitazione dei Knudsen in cui allora era posizionato Trotskij.

Troppi visitatori dall’estero e dal villaggio di Honefoss, giungevano e arrivavano quindi in loco, e quindi troppi potenziali testimoni scomodi: un problema da affrontare alla radice per Trotskij, autocreandosi per l’appunto una finta malattia e quindi un’ottima copertura per il suo piano.

Come può spiegare la “seconda versione”, invece, anche solo la particolare combinazione tra la malattia inspiegabile e la rapida guarigione di Trotskij, interconnessione creatasi guarda caso proprio nel dicembre del 1935? Solo appellandosi al caso (a volte le cose succedono), oppure invocando come nel caso di Deutscher la straordinaria forza psicofisica di Trotskij; invece, a nostro avviso, l’unico fenomeno straordinario nel caso in oggetto fu costituito dall’astuzia e intelligenza esercitata da Trotskij, nel periodo compreso tra il settembre e il dicembre del 1935.

Ormai sono emerse troppe “casualità” ed eventi fortuiti, dall’esame degli avvenimenti del dicembre del 1935 osservati dal punto di vista di Trotskij.

Quest’ultimo era casualmente malato e a letto, dal 1° al 19 dicembre del 1935.

Casualmente la malattia non durò pochi giorni, ma invece si estese e coprì anche i giorni del 12 e 13 dicembre 1935 che ci interessano da vicino.

Casualmente la malattia isolava legittimamente Trotskij dal mondo esterno, ivi compresi Nils Dahl e i membri della famiglia Knudsen.

Casualmente la malattia che colpì Trotskij risultava di origine sconosciuta.

Sparita attorno al 20 di ottobre del 1935, la presunta indisposizione rispuntava casualmente il 1° dicembre del 1935.

Casualmente tale malattia spariva “bruscamente” (Deutscher), verso la fine di dicembre del 1935.

Casualmente la febbre decembrina di Trotskij si era rivelata di breve durata, oltre che priva di conseguenze permanenti per la salute psicofisica di quest’ultimo.

Casualmente Trotskij non si ricoverò neanche un giorno in ospedale nel dicembre del 1935, a differenza del suo comportamento concreto nel settembre/ottobre dello stesso anno.

Sono ormai emerse e si sono accumulate troppe presunte “casualità”, tra l’altro interconnesse tra di loro, per poter credere davvero alla loro natura fortuita.

Anche limitandoci solo al piano sanitario, la combinazione concreta tra l’apparizione di una “malattia” di Trotskij, lunga e prolungata ma di causa “inspiegabile”; indisposizione che poi, in seconda battuta, scomparve “bruscamente” e sempre senza motivi accertati dopo il dicembre del 1935; e che per di più non provocò alcun ricovero ospedaliero del leader in esilio della Quarta Internazionale nel mese in via d’esame, senza infine lasciare traccia rispetto alla salute di Trotskij nel corso del 1936, costituisce un particolare quadrilatero di dati di fatti sicuri che entra subito in rotta di collisione con la tesi secondo la quale Trotskij risultava davvero malato e febbricitante, nel periodo in esame.

Avvocato del diavolo: “ma quali prove avete che Trotskij fosse davvero a conoscenza della particolare manovra dell’utilizzo di una finta malattia, per crearsi un vantaggio logistico e operativo? Non basta certo ricordare che Trotskij era un “professionista” dell’inganno e riferirsi al memoriale Tanaka: servono invece fatti e documenti concreti su questo aspetto particolare”.

Siamo costretti a deludere l’avvocato del diavolo, dato che abbiamo a nostra disposizione un documento molto concreto su tale materia, proveniente  tra l’altro da una fonte insospettabile.

Una prova indiscutibile ce la fornisce infatti proprio Trotskij, in una sua nota scritta sul suo diario personale del 1935 ed elaborata in data 20 giugno 1935: anno di grazia 1935, guarda caso.

In altri termini, proprio Trotskij ci procura in un diario scritto di suo pugno nel 1935 una sicura “pistola fumante” sul fatto che egli fosse perfettamente a conoscenza, e tra l’altro pochi mesi prima del settembre-dicembre del 1935, della manovra tattica e del trucco avente per oggetto l’utilizzo sia di finte ragioni sanitarie che del ricovero in una clinica, in una struttura sanitaria, in un ospedale, al fine di acquisire delle ricadute positive di natura politica e organizzativa.

Vista l’importanza della “pistola fumante” in oggetto, esaminiamo a fondo tale questione.

Essendo ancora residente in Francia, attorno all’8 giugno del 1935 Trotskij venne infatti a conoscenza che il governo laburista norvegese era disposto a concedergli un visto d’ingresso e l’asilo politico nel paese nordico, ma sorsero in seguito dei problemi politici e burocratici sia con le autorità di Oslo, che avevano manifestato alcune titubanze sulla loro precedente decisione, sia soprattutto con la “Suretè nationale”, e cioè la polizia francese; in attesa della partenza di Trotskij per la Norvegia, essa aveva infatti acconsentito che quest’ultimo si fermasse per poco tempo a Parigi ma, di fronte al ritardo nell’arrivo del visto da parte delle autorità di Oslo, attorno al 10 giugno 1935 i suoi responsabili di Parigi ormai sospettavano che la partenza per la Norvegia fosse solo “un imbroglio” di Trotskij.

A quel punto intervenne “H.M.”, alias il dirigente trotzkista francese Henry Molinier, il quale tra l’altro propose ai dirigenti parigini della Suretè anche un particolare stratagemma per guadagnare un po’ di tempo a vantaggio della temporanea permanenza di “Tr”, e cioè di Trotskij, nella capitale francese: Molinier infatti suggerì di “ricoverare Tr” (Trotskij) “in una clinica in attesa del visto” per la Norvegia, come riferì testualmente lo stesso leader mondiale della costituenda Quarta Internazionale il 20 giugno del 1935, nel suo diario personale, con il pretesto che quest’ultimo fosse malato.

Lasciamo ancora una volta il campo a Trotskij e al suo diario personale del 1935, su tale particolare materia.

“Intanto il permesso di soggiorno a Parigi scadeva la sera stessa” (martedì 11 giugno del 1935) “H.M.” (Henry Molinier) “corse alla Suretè nationale. Vivace battibecco col responsabile: Tr. ci ha imbrogliati per poter venire a Parigi! H.M. impegnò con le autorità una schermaglia diplomatica veramente magistrale: se fate baccano i norvegesi finiscono per spaventarsi; lasciateci in pace, dateci solo un altro po’ di tempo, e noi ci procureremo il visto. “Tr. Deve partire mercoledì sera; fatelo andare in Belgio – ha un visto di transito…” . “Ma che cosa gli succederà in Belgio?” . “Questo non è affar nostro. Voi esitate a imbrogliare Vandervelde” (un politico belga) “ma intanto avete imbrogliato noi…”. H.M. suggerì di ricoverare Tr. in una clinica in attesa del visto. “In una clinica!? La classica manovra! Come lo tiriamo fuori poi?”[7].

Gli elementi concreti, tra l’altro provenienti da una fonte ipersicura (per la “seconda versione”) come Trotskij, risultano i seguenti:

  • Henry Molinier propose alle autorità di polizia di Parigi di “ricoverare Tr. in una clinica” di Parigi, utilizzando inesistenti motivi di salute e finte ragioni mediche, al fine di guadagnare tempo in vista dell’arrivo del visto norvegese per il leader in esilio della Quarta Internazionale;
  • la Suretè definì la proposta di Molinier come una “classica manovra”, e cioè un trucco;
  • Trotskij, come emerge dal suo diario del 20 giugno 1935, risultava come minimo perfettamente a conoscenza in quella data della proposta di Molinier sul suo temporaneo “ricovero in una clinica”, al fine di guadagnare tempo;
  • Trotskij definì, sempre il 20 giugno del 1935, l’azione svolta da Molinier nei confronti della polizia francese come “una schermaglia diplomatica veramente magistrale”.

Ora, questa “schermaglia diplomatica veramente magistrale” e comprendente anche la proposta tesa a “ricoverare Trotskij in una clinica” per presunti motivi sanitari, ebbe luogo martedì 11 giugno 1935 e venne riportata, ricordata ed elogiata nel diario di Trotskij in data 20 giugno 1935: quindi solo tre mesi, solo novanta giorni prima del ricovero di Trotskij nell’ospedale di Oslo, avvenuto in data 20 settembre 1935, e solo sei mesi prima della presunta malattia decembrina del leader della Quarta Internazionale.

Avvocato del diavolo: “ma come ci si può procurare la febbre artificialmente?”.

Con tutta una serie di sistemi, come quello (conosciuto da secoli) di masticare per molto tempo e poi sputare il tabacco, oppure di tenerlo sotto la lingua costantemente e a lungo: dopo alcune ore, l’effetto febbre è garantito. Altri trucchi consistono ad esempio nel bere acqua e cenere (la cenere ha un effetto tossico sul corpo, procurando sicuramente la febbre nel giro di poche ore) o mettere una saponetta per dieci minuti sotto l’ascella, poco prima di misurare la temperatura corporea (l’irritazione della pelle provocata dalla saponetta porta il termometro a percepire un aumento di temperatura, in realtà inesistente); oppure si può anche scaldare di nascosto il termometro che segnala la temperatura corporea, ingannando in tal modo eventuali osservatori/medici.

Avvocato del diavolo: “ma Trotskij non aveva forse contratto la malaria nel 1928, patologia che provoca dei sintomi febbrili intermittenti in caso di ricaduta?”.

Brouè ci informa che “almeno dall’epoca della Rivoluzione” russa e dal 1917 Trotskij non fumava, beveva alcolici solo in circostanze eccezionali” e protestava “contro i fumatori”[8].

Pertanto Trotskij rientrava fin dal 1917 nella meticolosa e attenta, almeno di regola, categoria dei salutisti, ben conscio tra l’altro di aver contratto la malaria nel 1928: se pertanto fosse stato in buona fede, una volta ricoverato nell’ospedale di Oslo egli avrebbe informato i medici norvegesi della sua precedente malattia di natura malarica. Nel giro di un mese, nel corso dei lunghi trenta giorni che Trotskij passò ininterrottamente all’ospedale, il personale sanitario di Oslo avrebbe avuto pertanto tutto il tempo di fare gli esami del sangue che, al microscopio, mostrano facilmente la presenza nel paziente dei parassiti della malaria, almeno a un medico che sappia già cosa cercare; oltre a ciò, nel giro di un mese di esami/osservazioni sarebbero apparsi più volte i sintomi caratteristici della malaria, quali la febbre alta ma senza sensazione di calore e anzi con un senso di benessere, oltre all’ingrossamento del fegato e al tipico ciclo della febbre malarica, e cioè quattro/sei ore di attacchi febbrili che si ripetono ogni tre/quattro giorni[9].

Se fosse stato in buona fede, Trotskij avrebbe inoltre rivelato la sua passata esperienza con la malaria anche al “medico rosso” Karl Evang, su cui torneremo tra poco: ma a dispetto di tutti questi fattori, sia i medici di Oslo che K. Evang non trovarono evidentemente alcuna traccia di esistenza della malaria in Trotskij, nel settembre/ottobre del 1935.

Avvocato del diavolo. “rimane in ogni caso aperto e inspiegabile un’altra e diversa questione. Ammettendo per un’istante la vostra ipotesi, non si può infatti spiegare per quale motivo Trotskij, dopo aver incontrato in segreto Pjatakov il 12 o 13 dicembre del 1935, non abbia fatto subito sparire la sua malattia/febbre, almeno a vostro avviso presunta e inesistente, continuando invece a presentarsi come malato per tutto il mese di dicembre e senza quindi poter ancora uscire dall’abitazione di Honefoss”.

In primo luogo, solo un imbecille, e non certo un’uomo molto intelligente e un’astuto cospiratore come Trotskij, avrebbe fatto sparire immediatamente la sua malattia diplomatica, lo stesso giorno o appena dopo essersi incontrato con Pjatakov; e, in seconda battuta, il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale realmente uscì dalla casa dei Knudsen alcuni giorni dopo il 12/13 dicembre 1935 con quell’apparentemente abnorme e inspiegabile “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre 1935 che tra poco analizzeremo in modo dettagliato.

Già a questo punto, infatti, è ormai emersa una condizione personale come minimo molto anomala di Trotskij nel dicembre del 1935, ossia proprio nel mese cruciale per il giallo in via d’esposizione, oltre che l’evidente asimmetria tra le diverse reazioni da lui manifestate di fronte alla sua presunta malattia, nel settembre/ottobre e nel dicembre del 1935.

Ma possiamo altresì fornire tutta una serie di “prove del nove” rispetto alla finzione e alla creazione ad arte della “malattia” presunta di Trotskij, una delle quali toglie anche da sola qualunque dubbio – anche poco ragionevole – su tale questione: e cioè proprio la “gita nel ghiaccio” compiuta da Trotskij, dal 20 al 22 dicembre del 1935.

Il primo criterio di verifica della nostra tesi sulla “finta malattia” si impernia sulla duplice coincidenza tra le due fasi della “malattia” di Trotskij e la dinamica di sviluppo delle trattative sovietico-tedesche del luglio/dicembre 1935, almeno in prima istanza di natura economico commerciale e condotte dai sopracitati D. Kandelaki e H. Schacht, rispettivamente per la parte sovietica e quella tedesca.

Fase uno. Si è già notato in precedenza come già dalla fine di luglio del 1935 fosse in programma una possibile nuova visita di Kandelaki a Berlino, che poi si concretizzò il 30 ottobre del 1935, anche se in quel caso senza la presenza di Pjatakov; e Trotskij guarda caso cade “malato” il 20 settembre del 1935 ritornando nella sua casa di Honefoss il 20 ottobre, quando ormai era chiaro che “Capelli rossi” non sarebbe giunto quella volta e in quel periodo nella capitale tedesca.

Fase due. Verso la fine di novembre del 1935 risulta ormai in programma una nuova missione di Kandelaki a Berlino, questa volta con la presenza sicura e concreta di Pjatakov, e guarda caso Trotskij cadde di nuovo “malato” e “febbricitante” proprio all’inizio di dicembre.

Due coincidenze fortuite? Non crediamo a due casi fortuiti, collegati con due diverse missioni sovietiche a Berlino.

La seconda controprova rispetto alla natura fittizia della malattia di Trotskij deriva dal fatto assai interessante per cui Trotskij non venne esaminato durante la sua prima “malattia” di settembre solo dai dottori “borghesi” dell’ospedale di Oslo, ma venne altresì sottoposto in quel periodo anche a un secondo esame e a un ulteriore verifica clinica da un medico “rosso” e socialista, facente parte di un’organizzazione norvegese di intellettuali di sinistra (il Mot-Dag), e cioè il dottor Karl Evang: sempre con lo stesso esito negativo e senza che neanche il medico anticapitalista Karl Evang potesse scoprire “cosa non andava” nella salute di Trotskij, senza che neanche Evang riuscisse a individuare la causa della “febbre” del leader della costituenda Quarta Internazionale.

Rispetto a questo ulteriore livello di analisi clinica lasciamo la parola all’insospettabile trotzkista norvegese Nils Dahl, allora “guardia del corpo” di Trotskij nel corso del 1935 secondo l’insospettabile rivista trotzkista “Revolutionary History” (estate 1989): un Nils Dahl che ci darà, seppur involontariamente, degli utilissimi spunti anche in seguito.

“In ogni caso, nell’estate del 1935 Trotskij era stato malato. Il principale dottore del Mot-Dag, Karl Evang, vide che egli” (Trotskij) “era stato mandato in ospedale per indagini mediche e aveva cercato di trovare cosa non andava nella sua salute. In accordo con i medici capitalisti, nemmeno il medico del Mot-Dag poté trovare cosa non andava in lui. Poteva essere stress nervoso, e lui fu dimesso dall’Ospedale in agosto. Penso che lui recuperò bene dal settembre 1935”.

Trotskij fu dimesso dall’ospedale di Oslo il 20 ottobre, ma l’errore da lui commesso, da Dahl, in questo caso risulta più che scusabile, viste anche le interessanti informazioni che ci ha fornito sul dottor Evang, sulla sua “contro-visita” medica a Trotskij e sull’esito inconcludente delle sue analisi di natura sanitaria.

Come ulteriore elemento di verifica, possiamo inoltre sottolineare che un’analoga “malattia inspiegabile” e un’analoga “rapida guarigione” capitò (venne creata ad arte) a Trotskij anche nel marzo/aprile del 1926: in tale occasione specifica, fu Trotskij ad andare dall’Unione Sovietica all’estero per ricevere “cure” e visite specialistiche qualificate rispetto alla sua inspiegabile malattia del 1926.

E dove andò a curarsi, il “malato” Trotskij nel 1926? A Berlino.

Su questo episodio, interessante e illuminante, lasciamo subito la parola all’insospettabile (per la “seconda versione”) storico trotskista Deutscher, che involontariamente dimostrò come la dinamica particolare del dicembre (e immediato post dicembre 1935) non costituisse né il primo né l’unico caso di quei “bruschi cambiamenti” di salute di Trotskij che “stupivano i medici”[10].

Fonte della prova: lo storico trotzkista I. Deutscher, insospettabile almeno per la seconda versione.

Data della “malattia” di Trotskij: aprile del 1926.

Luogo in cui Trotskij si trasferì, a causa della sua malattia (sempre di origine sconosciuta): Berlino.

Alla metà dell’aprile del 1926, pochi giorni dopo aver iniziato a tessere un’alleanza politica con Zinoviev e Kamenev (in precedenza suoi acerrimi nemici, almeno nel periodo 1923/24) in funzione antistalinista e dando vita all’Opposizione unitaria di sinistra del 1926/1927, “Trotskij dovette recarsi all’estero per sottoporsi a una cura. La febbre maligna che lo aveva tormentato negli ultimi anni persisteva ancora, salendo spesso oltre i trentotto gradi, prostrandolo durante i momenti più critici della lotta e costringendolo a trascorrere molti mesi nel Caucaso (passò laggiù gli inverni del 1924 e del 1925 e i primi mesi della primavera). Incapaci di fare una diagnosi precisa, i medici russi gli consigliarono di consultare specialisti tedeschi. Il Politburo non si oppose al viaggio all’estero, ma declinò ogni responsabilità. Trotskij giunse a Berlino verso la metà d’aprile, accompagnato dalla moglie e da una piccola guardia del corpo, fingendosi un educatore ucraino di nome Kuzmjenko. Trascorse la maggior parte del tempo in una clinica privata, dove seguì una cura e subì una piccola operazione, ma negli intervalli girò liberamente per la città osservando la Berlino depressa di quegli anni, così diversa dalla capitale imperiale che egli ricordava, assistendo alla parata del primo maggio, partecipando ad una sagra del vino fuori città, e così via. Per  la prima volta dal 1917, con sua grande soddisfazione, Trotskij poté “mescolarsi alla folla senza esser notato e sentendosi uno dei tanti spettatori anonimi”. Ma poi il suo incognito venne scoperto e la polizia tedesca avvertì il direttore della clinica che russi bianchi emigrati preparavano un attentato alla vita del paziente. Sotto forte scorta Trotskij si trasferì all’ambasciata sovietica e poco dopo tornò in patria, febbricitante come prima. Non si è mai scoperto se i timori per la sua vita fossero fondati”[11].

Rispunta, come nel successivo 1935, la “febbre maligna” e di origine sconosciuta di Trotskij-Kuzmjenko, di fronte alla quale sia i medici sovietici che quelli tedeschi del 1926 non seppero capire in alcun modo le cause né proporre cure adeguate, come del resto avvenne ai loro colleghi di Oslo e al generoso dottor Karl Evang quasi dieci anni dopo; e come nel dicembre del 1935, tale “malattia” del 1926 non impedì in alcun modo a Trotskij di muoversi e di spostarsi, nel caso in esame girando liberamente per Berlino, “partecipando a una sagra del vino” fuori Berlino e “assistendo alla parata del primo maggio” nella capitale tedesca. Era proprio una “malattia” terribile, quella che affliggeva Trotskij nella primavera del 1926 e a Berlino…

Va anche sottolineato che sia nel 1926 che nel 1935 siamo in presenza di vicende che riguardano la Germania e Berlino, come snodo logistico; sia nel 1926 che nel 1935 ci troviamo di fronte a un Trotskij già schierato su posizioni apertamente antistaliniste; sia nel 1926 che nel 1935 ci troviamo di fronte a una “malattia” di origine sconosciuta e assai utile a Trotskij, nel caso specifico del 1926 al fine di allontanarsi per un lungo periodo dall’Unione Sovietica in modo legale; anche nel 1926, infine, Trotskij si riprese dalla sua “febbre” tanto bene da impegnarsi senza sosta, per la parte rimanente del 1926 e per tutto il 1927, in un’attività politica costante e permanente contro Stalin e il suo nucleo dirigente.

Se il “marchio di fabbrica” di Lev Sedov aveva per oggetto i presunti “incontri casuali” con trotzkisti vecchi e nuovi (Blumkin, I. Smirnov, Pjatakov, ecc.), quello di suo padre Trotskij si incentrava invece sulla creazione di presunte “febbri-malattie”, ossia di “malattie diplomatiche” che emergevano quando occorreva e quando esse facevano comodo al leader della Quarta Internazionale: un particolare modus operandi di Trotskij che emerse non solo nella primavera del 1926, e nel dicembre del 1935 ma anche nel luglio del 1933. Come infatti vedremo nel penultimo capitolo del nostro libro, dedicato al “caso Romm”, Trotskij durante la quinta sessione della commissione Dewey cercò infatti di difendersi da un’altra accusa stalinista, che gli imputava di essersi incontrato clandestinamente a Parigi nell’estate del 1933 con il giornalista sovietico (e suo seguace, in incognito) Vladimir Romm, anche sostenendo la tesi che egli… fosse “malato”, stanco e “febbricitante” guarda caso alla fine di luglio del 1933, nello stesso periodo indicato da Vladimir Romm per il suo reale/presunto incontro segreto con Trotskij.

Lasciando per il momento in sospeso l’esame dettagliato del “caso Romm”, in ogni caso e con assoluta sicurezza, da esso emerge che proprio Trotskij e sempre davanti alla commissione Dewey utilizzò l’argomento della “febbre” e della “malattia” anche per gli eventi del luglio del 1933, oltre che rispetto al dicembre del 1935.

Quarta prova del nove: come si è già notato in precedenza, proprio l’innegabile e concretissimo diario tenuto da Trotskij nel 1935 prova con assoluta sicurezza come il leader in esilio della Quarta Internazionale conoscesse benissimo, e fin dal giugno del 1935, il trucco e la tattica “veramente magistrale” del ricovero in ospedale per una “malattia diplomatica”, come è emerso notando gli eventi francesi che coinvolsero proprio Trotskij e H. Molinier rispetto alla Suretè e all’apparato repressivo di Parigi.

Ma non certo a caso, Trotskij nell’aprile del 1937 si guardò bene dal comunicare alla commissione Dewey e al mondo intero di come egli fosse sicuramente a conoscenza, e fin dal giugno 1935, di un trucco che riguardava proprio l’utilizzo artificioso delle sue condizioni psicofisiche, tra l’altro pochi mesi prima del volo di Pjatakov, dato che il leader in esilio della Quarta Internazionale giunse fino al punto di negare di aver mai tenuto e scritto un “diario”, come ad esempio quello da lui stesso elaborato nel vicino 1935, di fronte a una domanda specifica dello stesso Dewey.

Durante la sesta sessione della commissione Dewey, quest’ultimo chiese infatti a Trotskij: “voi tenete un diario?”

Trotskij: “pardon?”

Dewey: “un diario?”

Trotskij: “io?”.

Dewey: “si”.

Trotskij: “non un diario. Le mie lettere sono annotate, lettere spedite e lettere che arrivano, in questo modo, io posso più o meno fissare il mio reale diario”.

Negando falsamente di fronte alla commissione Dewey di aver curato e tenuto “un diario”, negando subdolamente di aver realmente scritto “un diario” vero e proprio nel 1935, Trotskij pertanto non mise a conoscenza la particolare giuria che lo stava interrogando nell’aprile del 1937 anche del fatto sicuro, certo e indiscutibile per cui il 20 giugno del 1935 lui stesso aveva descritto e valutato positivamente nel suo diario personale l’astuta proposta di Molinier su un suo possibile ricovero in una “clinica”, e per presunti problemi di natura medica.

Quinto elemento di prova: l’assenza di qualunque riferimento a una malattia di Trotskij da parte di Nils Dahl, testimone diretto di una particolare escursione di Trotskij a nord di Honefoss su cui torneremo. Militante trotzkista già nel 1935, molti anni dopo e nel 1989 Dahl riferì infatti che “nel dicembre del 1935 io ero stato mobilitato da Konrad Knudsen, che mi chiese di venirlo a aiutare perché Trotskij era andato in vacanza nella baita dei Knudsen nel distretto boscoso a est di Honefoss”, (dal 20 al 22 dicembre del 1935) “e c’era stata una pesante nevicata e Trotskij era rimasto sommerso dentro la neve. Io immediatamente mi recai li” (nella baita dei Knudsen). “Nelle vicinanze c’era un albergo. Quando io arrivai, Trotskij uscì dalla baita con le proprie forze. Egli e Natalia” (la moglie di Trotskij) “avevano avuto successo nell’abbandonare la valle” (in cui Trotskij ebbe la sua disavventura e la sua caduta nella neve) “senza il nostro aiuto, così noi andammo alla baita solamente per pulirla e riportarla in un certo ordine”[12].

Sempre Nils Dahl ci informò che “ho passato la vigilia di Natale” (vigilia di Natale del 1935) “assieme a Trotskij. Ricordo che c’era un certo numero di persone e dei bambini del luogo, e Trotskij fu spinto a camminare attorno all’albero di Natale, ma egli si rifiutò di partecipare a questa tradizione del camminare attorno all’albero”[13].

Cosa manca, giudici-lettori, nella testimonianza resa da Nils Dahl rispetto ai giorni compresi tra il 21 e il 24 dicembre del 1935? Semplice: è assente qualunque riferimento, qualunque commento e qualunque descrizione di Dahl sulla “febbre” di Trotskij. Sulla “malattia” di Trotskij. Sulla “debolezza” fisica di Trotskij. Sulla “spossatezza” di Trotskij, a causa della malattia, e così via. Anzi, come si è già annotato in precedenza, Dahl era invece convinto che Trotskij avesse “recuperato bene” dopo il settembre del 1935, usando le sue stesse parole, e quindi che avesse “recuperato bene” sul piano psicofisico anche nel momento della sua escursione del 20-22 dicembre del 1935 e della successiva, ravvicinata vigilia di Natale.

Anche se Dahl sapeva bene e ricordò nella sua testimonianza che Trotskij era stato malato nell’estate del 1935; anche se riportò persino che Trotskij aveva rifiutato di camminare attorno all’albero di Natale, con i bambini norvegesi, il fedele trotzkista di nome Nils Dahl non disse invece alcunché su un Trotskij febbricitante nel dicembre del 1935, oppure su un Trotskij quasi incapace di camminare a causa della sua malattia; su un Trotskij malato, in estrema sintesi. Una dimenticanza di Dahl, o invece una testimonianza indiretta sull’inesistenza della febbre/malattia di Trotskij, dal 21 al 24 dicembre?

Il fatto sicuro per cui Dahl riteneva che in quel periodo Trotskij avesse “recuperato bene”, rispetto alla precedente “malattia” dell’estate del 1935, fornisce una risposta inequivocabile anche a tale questione.

A questo punto passiamo alla sesta e fondamentale cartina di tornasole, a un ulteriore e decisivo criterio di verifica rispetto alla teoria della finta malattia: e cioè all’incredibile e assolutamente anomala “gita tra i ghiacci” effettuata da Trotskij il 20/22 dicembre del 1935, alla sua escursione invernale in Norvegia durante il mese di dicembre. Tale particolare e abnorme “gita nel ghiaccio” fa subito a pugni con la tesi del “Trotskij malato” per “tutto il tempo” del dicembre del 1935, e anche solo per questo (ma fornirà anche altri spunti, estremamente interessanti) merita di essere esaminata a fondo, partendo dal resoconto che su di essa ci ha gentilmente fornito lo storico trotzkista Deutscher.

Secondo l’insospettabile Deutscher, infatti, subito prima del Natale del 1935 e dal 20 al 22 dicembre Trotskij “andò con Knudsen e alcuni giovani norvegesi nella selvaggia regione rocciosa a nord di Honefoss, sperando che un breve periodo di esercizio fisico all’aria aperta giovasse alla sua salute.

È interessante ricordare l’epoca in cui si svolse questo viaggio: un anno dopo, al processo di Radek e Pjatakov, Vysinskij asserì che Pjatakov si era incontrato segretamente con Trotskij appunto in questo tempo” (“appunto in questo tempo”: ricordatelo, giudici-lettori) “e lo stesso Pjatakov confessò di essere giunto a Oslo in aereo da Berlino, e di aver proseguito direttamente in automobile dall’aeroporto al luogo dove si trovava Trotskij. Queste asserzioni furono smentite dalle autorità norvegesi, le quali accertarono che nessun aereo tedesco era atterrato all’aeroporto di Oslo alla fine di dicembre 1935 e nei mesi precedenti e successivi: e i compagni di Trotskij dimostrarono che nessuno sarebbe potuto arrivare in automobile fino al luogo dove si trovavano con Trotskij.

“L’inverno era estremamente rigido, in quella regione non esistevano strade e le tempeste di neve e di ghiaccio avevano sommerso tutto. Lo ricordiamo bene, perché una volta durante il viaggio Trotskij rimase preso nella neve e nel ghiaccio. Avevamo gli sci, ma lui non sapeva sciare bene e perciò dovemmo organizzare una vera e propria spedizione di soccorso e eravamo molto preoccupati”[14].

Esaminiamo bene i fatti che si svolsero dal 20 al 22 dicembre del 1935, almeno secondo la versione fornita sia da un fedele sostenitore della “seconda versione” come Deutscher che dallo stesso Trotskij.

Secondo quest’ultimo, come si è già visto, il mese di dicembre del 1935 era stato addirittura “il peggiore” della sua vita, tanto da costringerlo “tutto il tempo”, e quindi anche dal 1° al 19 dicembre, “a letto”, secondo le sue stesse parole testuali, con la sola eccezione del 20-22 dicembre: Trotskij, altresì cercò “di scappare dalla malattia” che a suo stesso dire lo aveva colpito dal 1° al 19 dicembre con il rimedio e lo strumento di “questo viaggio nella baita” dei Knudsen, sempre secondo le sue stesse parole.

Davanti alla commissione Dewey, Trotskij si presentò quindi come “malato”, dal 1° al 19 dicembre del 1935, colpito da un’indisposizione che lo aveva costretto “a letto” per quasi “tutto il tempo” del dicembre 1935, con la sola eccezione del 20/22 dicembre, si autorappresentò quindi come “malato” per tutti i giorni del dicembre 1935, in quel mese che valutò addirittura e testualmente come “il peggior mese della mia vita”; si definiva quindi come malato anche quando “cercò di scappare dalla malattia” con il “viaggio nella baita dei Knudsen, ossia dal 20 al 22 dicembre; indicò altresì, sempre secondo le sue stesse parole, che tale “viaggio” non “ebbe successo”, ossia che rimase malato per tutto “il peggior mese” della sua vita.

La particolare “cartella clinica” presentata da Trotskij rispetto alle sue condizioni psicofisiche durante il dicembre del 1935, davanti alla commissione Dewey e a soli sedici mesi di distanza dal periodo in esame, non lascia quindi spazi a dubbi e incertezze.

Ma altresì risulta, sia dalla versione fornita da Trotskij in prima persona durante la sesta sessione della commissione Dewey che da quella di Deutscher, che sempre il leader in esilio della Quarta Internazionale compì il 20-22 dicembre una faticosa escursione in una “regione” nella quale “non esistevano strade” e in un “inverno estremamente rigido”. “Gita nel ghiaccio” sicura, attestata da tutta una serie di testimoni sicuri (il figlio dei Knudsen, Konrad Knudsen e Nils Dahl, oltre a Trotskij e Wolf) e sicuramente effettuata da Trotskij di sua libera volontà, in compagnia di parenti e amici e senza alcuna “pistola alla tempia”, coercizione o minaccia fisica; escursione invernale di tre giorni nella baita dei Knudsen durante la quale Trotskij rimase inoltre in compagnia di sua moglie, del figlio quattordicenne dei Knudsen (Borgnar Knudsen) e della cuoca-domestica che lavorava per la famiglia norvegese, oltre che di Nils Dahl sopravvenuto in loco poco dopo.

Crediamo che i giudici-lettori abbiano già compreso la questione che emerge inevitabilmente, se si connette e si collega l’innegabile e concreta materialità di un’escursione in una “selvaggia regione rocciosa”, e in un “inverno estremamente rigido” (Deutscher) con la presunta malattia di Trotskij in “tutto il tempo” del “peggior mese” della sua vita, in “tutto il tempo” e in tutti i giorni del dicembre 1935, ivi compreso quindi il periodo del 20/22 dicembre.

Almeno a suo stesso dire, infatti, Trotskij risultava per tutto quel mese malato, febbricitante e stanco, costretto pertanto a rimanere a letto dal 1° dicembre al 19 dicembre del 1935: e cosa egli riuscì a progettare e ad attuare attorno alla seconda metà di dicembre del 1935 per risolvere i suoi presunti malanni psicofisici? Semplice, una bella escursione all’aria aperta in un “inverno estremamente rigido” (Deutscher) nella nordica Norvegia.

Una gita tra l’altro in una “selvaggia regione rocciosa a nord di Honefoss” (sempre Deutscher), e non per un’ora ma per ben tre giorni, dal 20 al 22 dicembre.

Per di più un’escursione assai impegnativa e faticosa in una regione dove “non esistono strade” (Deutscher), mentre il tempo era così inclemente che “le tempeste di neve e di ghiaccio avevano sommerso tutto” (sempre Deutscher): proprio un bell’ambientino, da fare invidia alle Maldive e a Cuba. Non stiamo quindi parlando di una breve passeggiata ricostituente, diciamo di un’ora, nelle vicinanze della casa dei Knudsen a Honefoss, ma viceversa di un’escursione effettuata in modo cosciente e per tre giorni all’aria aperta, in una zona “selvaggia” della fredda Norvegia del dicembre del 1935.

Già a questo punto la presunta “malattia” e “febbre” di Trotskij si rivela ancora più fittizia e artefatta: un uomo realmente malato e febbricitante, e che non sia allo stesso tempo un aspirante suicida, non si reca certo volontariamente e per tre giorni in una zona nevosa, “selvaggia” e attraversata da “tempeste di neve e di ghiaccio”; tra l’altro in un periodo da lui stesso definito, durante la sesta sessione della commissione Dewey, addirittura come “il peggior mese” della sua vita sotto l’aspetto psicofisico e in cui si presentava come “malato”.

Ma forse l’eroico gitante venuto dall’URSS assomigliava all’alpinista R. Messner, quando quest’ultimo era ancora giovane e nel pieno delle sue forze? Non proprio, visto che nel dicembre del 1935 Trotskij aveva quasi sessant’anni e, come ci informa l’insospettabile (per la seconda versione) Deutscher, non sapeva neanche “sciare bene”; il tutto, poi, da parte di un uomo che la “seconda versione” ritiene che fosse nel dicembre del 1935 realmente stanco, sul piano psicofisico e “febbricitante”.

In questo contesto, Deutscher non espresse alcun sospetto né rivelò dubbi di sorta, limitandosi a notare che Trotskij sperava “che un breve periodo di esercizio fisico all’aria aperta giovasse alla sua salute”: una speranza evidentemente normale e ordinaria, almeno per lo storico trotzkista e nella particolare concezione della salute psicofisica propria del leader della Quarta Internazionale, almeno durante il secolo scorso.

Esercizio fisico all’aria aperta, affrontare per tre giorni la “neve e il ghiaccio” in una “regione selvaggia” e “senza strade” a “nord di Honefoss”? Ma perché allora non effettuare anche un po’ di sano paracadutismo, che supponiamo sia stato consigliato ugualmente dai “medici” e dagli storici trotzkisti per la salute di uomini di quasi sessant’anni, stanchi e malati/febbricitanti?

“Esercizio fisico all’aria aperta”, uscire e muoversi tra i ghiacci, la neve e il freddo, non per un’ora ma per ben tre giorni e per un uomo malato/febbricitante, come risultava Trotskij nel dicembre del 1935, almeno agli occhi chiusi e adoranti di Deutscher?

Siamo ormai nel campo del paranormale, almeno se seguiamo la “seconda versione”.

La “gita nel ghiaccio” di Trotskij costituisce pertanto un’anomalia gigantesca e un vero e proprio pugno nell’occhio per qualunque persona dotata di un minimo di razionalità e di buon senso, una volta collegata e connessa con la tesi in via di collasso del “Trotskij-malato”, del “Trotskij-febbricitante”, del “Trotskij ammalato”, tra l’altro per una “causa sconosciuta” e senza che si fosse “chiarita la natura del male” (Brouè) e la causa dello stato di debolezza che era dichiarato allora dal leader in esilio della Quarta Internazionale.

Ma sussiste un altro elemento che rende ancora più incredibile e anomala la “gita nel ghiaccio” di Trotskij, sempre se prendiamo per un attimo come veritiera la sua versione dei fatti rispetto al settembre/dicembre 1935.

Stando almeno alle dichiarazioni di quest’ultimo, infatti, egli era già stato “ammalato” per cause sconosciute e in seguito a una “febbre” dal 20 settembre del 1935 fino al 20 di ottobre del 1935; stando almeno alle dichiarazioni di Trotskij, pertanto, egli si era già presentato quindi come “febbricitante” per circa un mese e a distanza di non più di sessanta giorni dalla sua successiva “gita nel ghiaccio”, tenutasi invece dal 20 al 22 dicembre del 1935.

Eppure, nonostante questo recente e preoccupante precedente di natura clinico-febbrile; nonostante questo vicino campanello d’allarme, a cui si sommò poi la sua ricaduta nella “febbre” all’inizio di dicembre del 1935, il presunto malato di nome Trotskij decise ugualmente di uscire di casa il 20 dicembre: e non certo per una breve passeggiata nel confortevole clima italiano di settembre, ma viceversa per una gita di ben tre giorni, nel duro clima della Norvegia del dicembre del 1935 e per di più in una regione “selvaggia” (Deutscher) del paese nordico. Già “malato” nel settembre/ottobre del 1935 e subendo quindi un “primo campanello d’allarme”; ricaduto poi quasi subito nella “febbre” all’inizio di dicembre (almeno secondo la sua versione dei fatti, che per un istante prendiamo per buona), il salutista e intelligente Trotskij in sostanza compì quello che assomiglia per certi versi a un atto premeditato di stupida incoscienza, sempre se seguiamo la sua particolare versione degli eventi clinici in cui (a suo dire) egli incappò nel settembre/dicembre del 1935, visto che ignorò tutti i precedenti segnali d’allarme sulla particolare indisposizione fisica che, almeno a suo dire, lo colpiva dalla seconda metà del settembre del 1935.

Abbiamo inoltre a disposizione un altro dato di fatto che rende, se possibile, ancora più assurda e anomala la “gita nel ghiaccio”: come del resto affermò anche Deutscher, in quella “zona selvaggia” a nord di Honefoss Trotskij per muoversi doveva spostarsi nella neve e nel ghiaccio, utilizzando per forza di cose gli sci o le racchette da neve, e a sua volta Dahl notò nella sua testimonianza che in quei giorni del 1935 vicino alla baita dei Knudsen la neve risultava “profonda fino alle ginocchia”.

Nessun veicolo a motore, bicicletta, gatto delle nevi, ecc.: solo la forza delle gambe e dei muscoli risultava quindi a disposizione di Trotskij, per muoversi in quella “selvaggia regione rocciosa a nord di Honefoss” (Deutscher).

Prendiamo ancora per buona e veritiera la versione degli eventi del settembre/dicembre del 1935 fornita dal leader in esilio della Quarta Internazionale. Già “ammalato” nel settembre/ottobre 1935; ricaduto nella “febbre” all’inizio del dicembre del 1935, stanco e debilitato, Trotskij decise di spostarsi in una zona in cui tra l’altro sarebbe stato costretto inevitabilmente a svolgere un’attività fisica come minimo impegnativa e sfibrante; e per di più senza neanche essere abile nell’uso degli sci, come ci informa l’insospettabile trotzkista Deutscher; e per di più dovendo passare come minimo una parte del suo tempo in piste non battute di neve “vergine” e di ghiaccio, con un dispendio aggiuntivo di energie psicofisiche a carico sempre di un uomo che si dichiarava “malato” e “febbricitante”.

Anche solo un’uscita all’aria aperta di ben tre giorni nelle vie relativamente accesibili di Oslo o Honefoss risultava un azione e una scelta assurda e abnorme, nel freddo dicembre norvegese e per un uomo “malato” e “febbricitante”, come si dichiarava Trotskij rispetto al dicembre del 1935; ma diventa doppiamente assurda e abnorme l’ipotesi che un uomo, che si presentò come “malato” e “febbricitante”, a quel tempo avesse compiuto per ben tre giorni un’attività fisica come minimo molto impegnativa quale l’uso di sci o racchette da neve in un bosco e in mezzo a una natura selvaggia, in mezzo al freddo e al gelo, in piste non battute perché “le tempeste di neve e di ghiaccio avevano sommerso tutto” (Deutscher) e in un “inverno estremamente rigido”.

Il tutto, poi, senza che l’inevitabile sforzo fisico causato dalla “gita nel ghiaccio” avesse delle ricadute permanenti e negative sulla salute già traballante di Trotskij, del presunto malato e del presunto febbricitante.

Andiamo più a fondo anche di tale questione.

Una breve passeggiata nel freddo, anche se con la febbre, di per sé non risulta sempre e in ogni caso pericolosa per un malato che desideri uscire all’aria aperta: ma la situazione invece cambia radicalmente in peggio, se la persona febbricitante invece compia e debba necessariamente compiere anche dei seri e prolungati sforzi fisici, come quelli derivanti dallo sci di fondo.

Ad esempio il professore C. Ruef, della clinica Hirslanden di Zurigo, ha notato rispetto alla pratica sportiva in presenza di febbre e di influenza che “un leggero movimento non sarebbe del tutto pericoloso, se si ha voglia di uscire. Tuttavia di solito chi ha l’influenza non ha voglia di allenarsi perché si sente automaticamente troppo debole per farlo. L’allenamento diventa pericoloso quando lo sportivo indebolito dai virus dell’influenza fa uno sforzo fisico eccessivo. In questo caso i virus possono attaccare anche il cuore e in casi estremi provocare una miocardite. Al calmarsi dei sintomi, si dovrebbe rinunciare all’allenamento vero e proprio per gli stessi giorni in cui si è stati malati”[15].

Se davvero Trotskij, tra l’altro, allora un uomo di quasi sessant’anni, fosse realmente stato “malato” e febbricitante il 20 dicembre del 1935, non solo non avrebbe avuto alcuna voglia di praticare un duro sport di resistenza come lo sci di fondo ma altresì, uscendo di casa e utilizzando gli sci, “uno sforzo prolungato o intenso al freddo” (Ruef) avrebbe sicuramente indebolito il suo fisico di uomo quasi sessantenne: tuttavia, dal racconto di Trotskij davanti alla commissione Dewey e dalla testimonianza di Dahl, non emerse alcun accenno a problemi fisici causati a Trotskij dall’esercizio prolungato dello sci di fondo durante la “gita nel ghiaccio”. Un vero Superman, il quasi sessantenne Trotskij, così resistente alla combinazione tra la (presunta) malattia e la (reale) fatica fisica derivante dalla “gita nel ghiaccio”, da essere in grado di andarsene nuovamente in giro per la Norvegia anche il 24 dicembre del 1935 e solo due giorni dopo la sua escursione a nord di Honefoss, come vedremo tra poco, oltre che di uscire “bruscamente” (Deutscher) e di riprendersi molto rapidamente dalla sua presunta malattia subito dopo il dicembre del 1935.

Ma non solo: secondo la descrizione di Deutscher, nella zona scelta da Trotskij per la sua escursione “non esistevano strade” (si parte male…) e “le tempeste di neve e di ghiaccio avevano sommerso tutto” (si continua peggio…). Proprio la situazione logistica ideale per un uomo che si dichiarava “malato”, nel caso spiacevole avesse avuto bisogno di cure urgenti e di assistenza medica: in un posto “senza strade” (Deutscher), e quindi lontano da medici e ospedali, e per di più già completamente sommerso dalle “tempeste di neve e di ghiaccio” (sempre Deutscher), eventuali soccorsi sanitari avrebbero come minimo tardato molto ad arrivare, anche perché a quel tempo i cellulari ovviamente non esistevano e il telefono funzionante non risultava certo un optional previsto nella baita isolata dei Knudsen, posta in mezzo ai boschi.

Oltre che il freddo, il ghiaccio e la fatica, bisognava pertanto anche amare molto il rischio affinché una persona febbricitante, stanca e ammalata si recasse volontariamente in quella landa gelida e sperduta. Se seguiamo la sua versione dei fatti, il salutista, intelligente e razionale Trotskij si sottopose in pratica nei giorni dal 20 al 22 dicembre del 1935 a un atto di rischioso masochismo che ricorda da vicino quello dei flagellanti medioevali, i quali tuttavia possedevano almeno una giustificazione mistico-religiosa per le loro cruenti autopunizioni.

A questo punto, tiriamo le somme.

La creazione ad arte di una finta malattia da parte di Trotskij spiega perfettamente tutte le anomalie e le incongruenze sopracitate; un uomo in salute, un Trotskij in discreta forma fisica poteva infatti sopportare, seppur con una certa fatica, la combinazione tra l’esposizione al freddo e gli sforzi notevoli derivanti dall’uso degli sci/racchette da neve in una “zona selvaggia” della fredda Norvegia del dicembre del 1935, senza poi avere inevitabilmente delle ricadute negative su un fisico che, al 20 dicembre e al momento di inizio della “gita nel ghiaccio”, non era per l’appunto… malato.

Ma la tesi della “malattia” reale di Trotskij, nel dicembre del 1935, viceversa, risulta in aperta ed evidente contraddizione con lo scenario concreto che comportava inevitabilmente l’escursione del 20/22 dicembre a nord di Honefoss, in un “inverno estremamente rigido” (Deutscher) e in un luogo dove “le tempeste di neve e di ghiaccio avevano sommerso tutto” (sempre Deutscher).

Qualunque persona con un minimo di buon senso è a conoscenza che una febbre prolungata e reale, una malattia reale e una stanchezza psicofisica reale, risultano incompatibili con l’esposizione per lungo tempo al freddo, e a maggior ragione se tali elementi si sommano con una considerevole fatica fisica e con le escursioni prolungate in climi gelidi. Febbre e malattia da un lato e freddo/sforzi fisici prolungati dall’altro fanno infatti a pugni tra loro, con la sola eccezione degli aspiranti suicidi o di persone realmente malate, ma costrette ad uscire di casa per necessità impellenti o reali stati di emergenza: casi e fattispecie eccezionali assolutamente inesistenti per il Trotskij del dicembre del 1935, un uomo di forte volontà e che non era in alcun modo obbligato da chicchessia a lasciare il “letto” e il caldo della casa dei Knudsen a Honefoss, nel “mondo civile”. Ma se la presunta malattia risulta invece inventata ad arte, tutto cambia e la “gita nel ghiaccio” esce subito dal mondo dell’assurdo per entrare invece in quello degli abili trucchi, nel campo specifico di una manovra “veramente magistrale” predisposta da Trotskij al fine di crearsi ad arte un alibi fittizio e tardivo, su cui torneremo tra poco.

Siamo quindi in presenza di una decisione (e successiva azione) sicuramente voluta e cosciente, ma assurda e inspiegabile a prima vista da parte di Trotskij, e cioè alla scelta di un uomo quasi anziano, “malato”, “febbricitante” e impreparato sul piano sciistico avente per oggetto il lanciarsi in un escursione prolungata nel duro e aspro habitat di una “zona selvaggia” della Norvegia, e proprio in un duro mese invernale; scelta assurda e inspiegabile, tuttavia, solo se si prende per oro colato la versione fornita da Trotskij rispetto ai suoi presunti malanni fisici, alla sua “febbre” del dicembre 1935.

Avvocato del diavolo: “forse Trotskij, dopo essere stato a letto per diciannove giorni, aveva solo voglia di uscire in mezzo alla natura a prendere un po’ di aria fresca”.

Nel dicembre del 1935 Trotskij si trovava nella cittadina di Honefoss e quindi a breve distanza dalla natura norvegese, non certo in un affollato, rumoroso e maleodorante quartiere di una grande città europea; e proprio Brouè ha sottolineato come Trotskij fosse abituato a compiere delle passeggiate nelle silenziose vicinanze della sua casa di Honefoss-Wexhall, in un suo pezzo sopracitato nel precedente capitolo. L’eventuale bisogno di aria e spazi aperti da parte del “malato” Trotskij, pertanto, poteva senza alcun problema e in tempi rapidissimi essere soddisfatto proprio nelle vicinanze della casa dei Knudsen, per un breve periodo e soprattutto senza rimanere “in mezzo al ghiaccio” per ben tre giorni di fila.

Avvocato del diavolo: “d’accordo, la scelta di Trotskij risulta a prima vista poco comprensibile, ma a volte gli uomini fanno cose assurde e di cui poi a volte magari si pentono, senza che nelle loro decisioni abbiano alcun peso il calcolo razionale, la malizia e la cattiva fede”.

L’intelligente e razionale Trotskij: il salutista Trotskij, che ad esempio detestava fumo e fumatori fin dal 1917, prese coscientemente la decisione di buttarsi in una “zona selvaggia” della Norvegia, proprio in dicembre ed essendo realmente malato/febbricitante? E ancora, come mai il febbricitante e malato Trotskij non ebbe alcuna conseguenza negativa sulla sua salute dalla prolungata e faticosa “gita nel ghiaccio”?

Siamo già ora nel campo dell’assurdo e del paranormale, ma per amor di discussione ipotizziamo che Trotskij fosse stato preso da una sorta di pazzia temporanea, tra il 19 e il 22 dicembre, senza che poi la sua salute risentisse in alcun modo dei tre giorni di freddo e sforzi fisici prolungati.

Trotskij, d’accordo: e la moglie di Trotskij, Natalia Sedova? Ammettiamo per un attimo l’ipotesi che Trotskij fosse malato realmente: sua moglie (trotzkista, tra l’altro) avrebbe forse accettato senza reagire, senza protestare e senza ribellarsi che il suo amato marito (e il prezioso leader della Quarta Internazionale), malato e febbricitante, si lanciasse a quasi sessant’anni nella “gita nel ghiaccio”? Eppure l’intelligente e amorevole moglie di Trotskij accompagnò di persona il marito nella sua geniale idea di trascorrere tre giorni in una regione isolata, nevosa e selvaggia della Norvegia.

E Knudsen padre? Anche tralasciando considerazioni umanitarie e di ospitalità, davvero il deputato e politico norvegese di nome Konrad Knudsen acconsentì che Trotskij andasse con lui in auto lo seguisse nella sua isolata “baita” a nord di Honefoss, senza almeno chiedergli, per ragioni anche solo politiche: “ma non avevi la febbre? Sei forse guarito?” Solo ed esclusivamente se Trotskij gli avesse dichiarato di essere ormai guarito dalla sua presunta febbre e malattia, Knudsen avrebbe potuto accettare o suggerire la presenza di quest’ultimo nella “gita nel ghiaccio”: ma come si è già notato, Trotskij invece sottolineò che era ancora “malato”, quando uscì dalla casa di Honefoss il 20 dicembre 1935.

E la moglie di Knudsen? Immaginiamoci la scenetta familiare. “Trotskij intende andare, mio amato marito, nella nostra baita a nord di Honefoss, anche se è ancora malato e febbricitante? Va bene, andate pure: tanto chi se ne frega se Trotskij magari ci lascia la pelle, nella vostra bella vacanza, e tu ci fai pure la figura dell’imbecille, o ancora peggio del criminale… Ormai Trotskij è quasi impazzito, sua moglie lo segue senza fiatare, tu sei solo un’ameba decerebrata e anch’io non mi sento molto bene”.

Torniamo seri: quattro casi simultanei di pazzia temporanea e di incosciente inazione di parenti/amici di fronte a essa risultano un po’ troppi, e tra l’altro non abbiamo neanche contato E. Wolf, il segretario di Trotskij, che seguì anch’esso senza problemi il “malato” Trotskij nella sua allucinata e abnorme escursione del 20/22 dicembre del 1935, senza manifestare alcuna resistenza nei confronti di un’opzione concreta che poteva mettere in pericolo la già malferma salute del suo leader politico almeno seguendo la versione dei fatti di Trotskij.

Avvocato del diavolo: “ma proprio Erwin Wolf, nella sua testimonianza scritta di fronte alla commissione Dewey, sottolineò che furono i Knudsen, e non Trotskij, a insistere affinché anche quest’ultimo andasse con loro nella loro baita e uscisse dalla casa di Honefoss, e che Trotskij accettò solo dopo aver resistito a tale proposta”.

Come si fa a non fidarsi della tesi di Wolf, dirigente trotzkista dal 1933 e per di più segretario fidatissimo dello stesso Trotskij! Wolf risultava del resto un testimone cosi attendibile sugli avvenimenti del dicembre del 1935 da giungere a dichiarare che, durante la “gita nel ghiaccio”, Trotskij “non era andato fuori di casa”: ma tale tesi costituisce invece una palese menzogna che è stata smentita proprio dal trotzkista Nils Dahl, con il suo arrivo precipitoso in loco proprio al fine di soccorrere Trotskij, “travolto nella neve” mentre si muoveva sulla neve con sua moglie nella “selvaggia regione a nord di Honefoss”.

Contro le affermazioni di Erwin Wolf parla in ogni caso anche il fatto sicuro che Trotskij non fece alcuna menzione, nella sua deposizione durante la sesta sessione della commissione Dewey, delle presunte insistenze della famiglia Knudsen e di un suo presunto diniego iniziale rispetto al progetto di una “gita nel ghiaccio”. Del resto Konrad Knudsen era così poco interessato a passare tre giorni nella sua baita in compagnia di Trotskij che si limitò a fare solo da autista alla “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre, lasciando quest’ultimo e sua moglie assieme a suo figlio, alla cuoca-domestica norvegese e a Wolf nella “selvaggia regione rocciosa a Honefoss”.

In terza battuta, l’unico motivo per il quale i Knudsen avrebbero potuto fare tale “proposta” era che essi ritenevano Trotskij non più malato e non più febbricitante; e se i Knudsen avessero avuto tale convinzione, l’avrebbero potuta ottenere solo dallo stesso Trotskij; e se Trotskij avesse espresso tale giudizio, a sua volta crollerebbe ancora di più miseramente la tesi del “Trotskij malato” senza interruzione dall’1 al 19 dicembre del 1935.

Infine va sottolineato ancora una volta che Trotskij non uscì certo dalla casa di Honefoss in seguito a minacce staliniste e con una pistola puntata alla testa, ma viceversa per una sua libera e cosciente scelta.

A rendere se possibile ancora più sospetta la “gita nel ghiaccio”, e di conseguenza la presunta “malattia” di Trotskij, interviene in ogni caso anche la particolare tempistica nella quale essa si svolse concretamente, la quale assume simultaneamente la natura di ulteriore criterio di verifica della nostra tesi.

L’escursione decembrina in oggetto, infatti, non si verificò agli inizi di dicembre del 1935, diciamo dal 3 al 9 dicembre del 1935 quando Pjatakov non era ancora giunto a Berlino e risiedeva ancora in Unione Sovietica; essa non si sviluppò neanche nei giorni tra l’11 e il 13 dicembre 1935, quando avrebbe comportato necessariamente una reale impossibilità per il colloquio segreto tra “Capelli rossi” e Trotskij, sia per evidenti motivi logistici che per la presenza attorno a Trotskij di alcuni insospettabili testimoni norvegesi ed esterni alla Quarta Internazionale (il figlio dei Knudsen e la cuoca/domestica dei Knudsen); essa non avvenne dopo il 23 dicembre, quando Pjatakov tornò in Unione Sovietica (anche nella Germania nazista si festeggiava il Natale…); non si verificò inoltre alla fine di dicembre del 1935 o all’inizio di gennaio del 1936, quando essa non avrebbe assunto alcun valore e utilità, per la creazione di un alibi falso e “tardivo” a favore di Trotskij.

La “gita nel ghiaccio” invece avvenne, guarda caso, dopo il 12/13 dicembre del 1935 ma prima che Pjatakov lasciasse la Berlino nazista del tempo, utilizzando non certo casualmente l’unica finestra temporale allo stesso tempo disponibile e vantaggiosa per l’abile piano di Trotskij, teso a costruirsi un sottile “alibi tardivo”; l’unica e sola finestra temporale tra l’altro concretamente utilizzabile, perché persino una persona disponibile come Knudsen padre, già impegnato con il lavoro di giornalista/deputato e con la sua famiglia, avrebbe avuto bisogno come minimo di qualche giorno per organizzare un’escursione che, infatti, avvenne partendo da venerdì 20 dicembre 1935 e sviluppandosi in un week-end, in giorni non lavorativi.

Siamo quindi in presenza di un notevole e particolare tempismo, certo non casuale, nell’attuazione dell’escursione del 20-22 dicembre in una “regione dove non esistevano strade” e nella quale “le tempeste di neve e di ghiaccio avevano sommerso tutto”.

Attestata da fatti concreti e da fonti sicure, l’incredibile “gita nel ghiaccio” demolisce alla radice la veridicità della presunta “febbre-malattia” decembrina di Trotskij e ci fa ancora una volta riconsiderare, con occhi ancora più critici e vigili, la presunta “malattia” sopra descritta: “ma come, Trotskij si proclamava malato e febbricitante nel dicembre del 1935 ma si era gettato nella neve e nel ghiaccio nordico per ben tre giorni, dovendo poi compiere degli sforzi seri e prolungati con l’uso obbligato degli sci?”.

Non solo la malattia di Trotskij era di origine sconosciuta, scomparve di colpo dopo il dicembre del 1935 e così via: ma essa non impedì in ogni caso al leader in esilio della Quarta Internazionale di andarsene a spasso in una regione “selvaggia” e in cui “non esistevano strade” (Deutscher), dove le “tempeste di neve e di ghiaccio avevano sommerso tutto” (sempre Deutscher).

Si può forse credere, a questo punto, alla presunta malattia di Trotskij? Solo credendo ancora all’esistenza di Babbo Natale, mentre invece noi siamo invece convinti dell’esistenza degli alberi di Natale.

Abbiamo infatti a disposizione un’altra “pistola fumante” collegata alla sopracitata escursione del 20/22 dicembre, e cioè la vigilia di Natale e il 24 dicembre 1935 passato da Trotskij attorno a un albero di Natale in un paese della Norvegia, al posto invece di rimanere “a letto” perché “malato”. Stiamo per esporre un’ulteriore prova concreta che elimina qualunque dubbio, anche poco ragionevole, sul carattere fittizio e artificiale della presunta malattia di Trotskij nel dicembre del 1935, avendo tra l’altro come testimone diretto l’insospettabile militante trotzkista norvegese Nils Dahl, in un suo scritto dell’estate del 1989 pubblicato nell’insospettabile rivista trotzkista “Revolutionary History”: attraverso l’aiuto involontario di quest’ultimo, all’abnorme “gita nel ghiaccio” possiamo aggiungere l’ulteriore indizio dell’«albero di Natale» di Trotskij.

Come si è già esposto in precedenza, nel 1989 Nils Dahl ci ha informato che “ho passato la vigilia di Natale” (Natale del 1935) “assieme a Trotskij. Ricordo che c’era un certo numero di persone e dei bambini del luogo, e Trotskij fu spinto a camminare attorno all’albero di Natale, ma egli si rifiutò di partecipare a questa tradizione del camminare attorno all’albero”[16].

La “vigilia di Natale” del 1935: anche se in modo assolutamente involontario, il testimone Dahl e il fedele militante trotzkista di nome Nils Dahl distrusse con le sue stesse parole qualsiasi dubbio, anche poco razionale, sul carattere fittizio della presunta “malattia” di Trotskij nel dicembre del 1935.

Ipotizzaimo e prendiamo in esame solo la variante più favorevole alla “seconda versione”, e cioè che l’albero di Natale in oggetto fosse posizionato proprio nella casa dei Knudsen a Wexhall.

Persino in questo caso, e sempre stando all’insospettabile testimonianza di Dahl, sappiamo ormai che Trotskij, il presunto malato, il 24 dicembre era stato in ogni caso in grado di sollevarsi dal suo “letto” di malattia e uscire dalla sua camera da letto per passare con altre persone la vigilia di Natale, assistendo allo spettacolo dei bambini che gironzolavano attorno all’albero di Natale.

Inoltre Dahl non espresse alcuna meraviglia sul fatto evidente che il presunto malato Trotskij fosse in grado di alzarsi dal suo letto di malattia anche il 24 dicembre, e altresì egli non si stupì in alcun modo che in quell’occasione Trotskij fosse “spinto a camminare attorno all’albero di Natale”, a dispetto della presunta malattia che lo colpiva, almeno a suo dire, dall’inizio di dicembre, e infine non si meravigliò in alcun modo che la famiglia Knudsen, evidentemente poco sensibile alle disgrazie e ai malanni di uno dei suoi due ospiti, accogliesse nella loro abitazione “un certo numero di persone e dei bambini del luogo” per festeggiare la vigilia di Natale proprio quando Trotskij risultava malato da più di venti giorni, almeno a suo dire.

Anche non immaginando che l’albero di Natale in via d’esame fosse collocato in un luogo diverso dall’abitazione dei Knudsen, quindi, la principale e inevitabile conseguenza che deriva dalla narrazione di Dahl sulla vigilia di Natale è che nel dicembre del 1935 Trotskij risultava così “malato”, così “febbricitante”, tanto bisognoso di “rimanere a letto” da non effettuare solo la sua faticosa “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre 1935, ma di essere in grado anche in seguito e riuscire prima a tornare con le sue gambe dalla “baita” dei Knudsen, isolata in mezzo ai boschi, per poi in aggiunta e dopo solo un paio di giorni passare tranquillamente la vigilia di Natale osservando i bambini gironzolare festanti intorno all’albero natalizio.

Se questa è una “malattia”, se questa è una “febbre”, bene. Essa và indicata e prescritta a chiunque, oltre che al (presunto) Superman-Trotskij; se il dicembre del 1935 costituì “il peggior mese” della vita di Trotskij, almeno stando alle sue stesse parole, tale presunto periodo sfortunato va augurato a qualunque persona.

Tornando seri, risulta evidente come proprio l’insospettabile trotzkista N. Dahl ci fornisca un’ulteriore “pistola fumante” che attesta il carattere fasullo e artificioso della presunta malattia di Trotskij, nel dicembre del 1935.

Abbiamo infatti già sottolineato che il leader in esilio della Quarta Internazionale si dichiarò “malato”, per “tutto il tempo” di quel mese di dicembre che, a suo avviso, era stato “il peggiore della sua vita”, come emerge dalle dichiarazioni da lui stesso rese durante la sesta sessione della commissione Dewey: eppure, proprio nel dicembre del 1935, Trotskij in ogni caso uscì dal suo “letto” per andare ad effettuare la sua abnorme “gita nel ghiaccio”, dal 20 al 22 dicembre del 1935.

Ma non solo: ormai sappiano che Trotskij, il presunto malato, uscì nuovamente dal suo comodo “letto” di Honefoss anche alla “vigilia di Natale” (Dahl), per assistere senza problemi assieme a Dahl allo spettacolo divertente dei bambini norvegesi che “camminavano attorno all’albero di Natale”.

Dov’era finita la presunta “malattia” decembrina di Trotskij, in entrambi i casi?

La risposta è semplice: essa non era mai esistita.

Ulteriore prova concreta e “pistola fumante”: come si è accennato poche righe sopra, Trotskij mentì clamorosamente di fronte alla commissione Dewey anche quando sottolineò, durante la sesta sessione, che egli era rimasto a ”letto” per tutto il mese di dicembre del 1935, con la sola eccezione del periodo compreso tra il 20 e il 22 dicembre. Grazie all’aiuto involontario del fidato trotzkista N. Dahl, ormai sappiamo con assoluta sicurezza che Trotskij invece non era stato “a letto”, ma viceversa che egli aveva lasciato il suo “letto” di Honefoss anche il 24 dicembre del 1935, quando egli assistette assieme a Dahl allo spettacolo dei bambini che giravano festanti attorno all’albero di Natale.

Sorge a questo punto una facile domanda: perché Trotskij mentì di fronte alla commissione Dewey su un altro fatto concreto, ossia la sua nuova “alzata dal letto” del 24 dicembre 1935, che risulta poi strettamente legato alle sue condizioni psicofisiche nel mese in via di esame, alla sua presunta “malattia” e “febbre”? Domanda facile e risposta ancora più semplice: Trotskij mentì anche sul 24 dicembre del 1935 perché sarebbe risultato assolutamente incredibile che una determinata persona, che si autopresentava come “malata” e “febbricitante” per tutto il mese di dicembre, fosse invece uscita dal suo “letto” di Honefoss non solo il 20/22 dicembre, ma anche e persino la “vigilia di Natale” (Dahl), anche e persino il 24 dicembre del 1935. Ma proprio con la sua sicura menzogna davanti alla commissione Dewey, Trotskij ci rivela involontariamente e per l’ennesima volta il carattere fasullo e fittizio della sua presunta malattia, visto che esporre una chiara bugia su un evento legato strettamente alla sua presunta “febbre” non depone certo a favore dell’innocenza e della buonafede del leader in esilio della Quarta Internazionale  quale avvenimento del dicembre del 1935.

Quarta “pistola fumante”: come si è già sottolineato in precedenza, risulta con assoluta sicurezza dal diario del 1935 scritto da Trotskij che quest’ultimo era perfettamente a conoscenza, e come minimo dal giugno del 1935, del trucco teso a utilizzare dei presunti motivi di salute al fine di procurarsi dei vantaggi politici e organizzativi. Basta solo ricordare il giudizio più che positivo messo nero su bianco da Trotskij il 20 giugno del 1935 riguardo alla “schermaglia diplomatica veramente magistrale” condotta da Henry Molinier nei confronti delle autorità francesi, nella quale quest’ultimo propose apertamente alla polizia di Parigi di “ricoverare Trotskij in clinica” per presunte cause sanitarie: il tutto, solo sei mesi prima di quel dicembre del 1935 che ci interessa da vicino, con una “schermaglia diplomatica” di Molinier di cui la commissione Dewey non venne mai a conoscenza.

Ma in aggiunta e a ulteriore sostegno delle quattro “pistole fumanti” da poco analizzate, abbiamo altresì a disposizione anche due testimonianze di soggetti assai bendisposti rispetto a Trotskij, ma che involontariamente e indirettamente parlano contro la presunta malattia decembrina del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale.

Il primo teste risulta ovviamente il trotzkista Nils Dahl. Nel suo scritto del 1989 egli non citò neanche di sfuggita un’eventuale “febbre” e “malattia” di Trotskij nei giorni compresi tra il 21 e il 24 dicembre del 1935, mentre invece egli ricordò e sottolineò persino che Trotskij aveva subìto uno “shock” dalla sua sopracitata caduta nella neve; Dahl non espresse in pratica alcuna meraviglia e stupore sul fatto fin troppo evidente che Trotskij fosse in giro per la neve e i ghiacci attorno alla baita dei Knudsen, sempre dichiarandosi malato in quel tempo, ma anzi egli notò che Trotskij a suo avviso “si era ripreso bene” dalla malattia dell’agosto/settembre del 1935, che aveva portato al suo ricovero nell’ospedale di Oslo, e infine Dahl non si stupì in alcun modo che Trotskij, il presunto malato, fosse stato in grado di alzarsi dal suo “letto” anche il 24 dicembre, la vigilia di Natale del 1935.

Il secondo testimone è costituito da Borgnar Knudsen. Il giovane figlio di Konrad Knudsen produsse infatti a sua volta una dichiarazione scritta che venne utilizzata dall’avvocato di Trotskij, Albert Goldman, durante la sesta sessione della commissione Dewey: e nel suo affidavit Borgnar Knudsen sottolineò solo che Trotskij “non fu fuori dalla baita in quei giorni” (dal 20 al 22 dicembre). “Io posso per di più confermare che in quei giorni nessun visitatore venne da Trotskij e che nessuno avrebbe potuto visitarlo senza che lo sapessi”.

Anche in questo caso specifico, come del resto in quello di Dahl, non si trova alcun accenno di Borgnar Kundsen a un’eventuale “malattia” e a un’eventuale “febbre” di Trotskij, in quei tre giorni.

Se colleghiamo i due testimoni indiretti in oggetto e le quattro “pistole fumanti” sopracitate alle clamorose anomalie esaminate in precedenza, ossia al “brusco cambiamento” (Deutscher) della salute di Trotskij dopo il dicembre del 1935; alla natura sconosciuta della “malattia” che colpì Trotskij, sia nel settembre che nel dicembre del 1935; al mancato ricovero in ospedale di Trotskij, nel dicembre del 1935; al carattere indispensabile della presunta “malattia” di Trotskij, affinché quest’ultimo potesse isolarsi – e isolarsi per molti giorni, oltre che con una valida scusa – dal mondo esterno, abbiamo via via scoperto una combinazione di prove concrete che non lasciano dubbi sulla natura fittizia della presunta malattia decembrina di Trotskij.

Un mosaico di indizi e “pistole fumanti” tra l’altro fornite involontariamente da fonti, testimoni e storici di matrice trotzkista, in modo particolare per la “gita nel ghiaccio” e “l’albero di Natale” di Trotskij, a cui poi si sommano mano a mano altri elementi significativi quali ad esempio l’infruttuosa visita a Trotskij del “medico rosso” Karl Evang e la menzogna espressa del leader in esilio della Quarta Internazionale sul “non tenere un diario”.

Avvocato del diavolo: “Trotskij poteva essere uscito di casa per la sua escursione nel ghiaccio del 20/22 dicembre dopo essersi rimesso in salute, dopo essere guarito dalla sua malattia e dopo essersi sfebbrato”.

Proprio Trotskij escluse in prima persona quest’ipotesi, durante la sesta sessione della commissione Dewey. Di fronte alla domanda del suo avvocato difensore Goldman se egli “fosse stato, per tutto il mese di dicembre, eccetto che per quei due giorni” (i giorni della “gita nel ghiaccio” in esame) “nella casa dei Knudsen”, Trotskij rispose infatti testualmente che “il mese di dicembre” (del 1935) “è stato il peggior mese della mia vita. Io sono stato a letto per tutto il tempo. Io ho cercato di fuggire dalla malattia con quel viaggio alla baita” (dei Knudsen, con la “gita nel ghiaccio”). Inoltre il leader in esilio della Quarta Internazionale affermò testualmente che “ciò non ebbe successo”, ossia non funzionò l’idea “di fuggire dalla malattia” con l’ormai famosa “gita nel ghiaccio”.

Trotskij quindi sottolineò che “sono stato a letto tutto il tempo” e soprattutto “ho cercato di fuggire dalla malattia” il 20 dicembre, essendo quindi ancora malato il 20 dicembre, in quello che Trotskij addirittura definì come “il peggior mese della mia vita”: parole assai chiare, sempre se seguiamo e diamo valore alla tesi di Trotskij sulla sua presunta “malattia” che lo costrinse “tutto il tempo” di dicembre “a letto”, con l’esclusione del 20-22 dicembre.

Avvocato del diavolo: “nei paesi nordici si usa in ogni caso la sauna (di tipo finlandese o svedese) per tenersi in salute, con il suo tipico passaggio dal caldo al freddo”.

Uno dei pochi casi nei quali risulta sicuramente sconsigliata la sauna è costituita proprio dagli stati febbrili, e le persone già febbricitanti evitano quindi di usare la sauna, almeno di regola.

In secondo luogo, l’abnorme “gita nel ghiaccio” non durava certo quindici o venti minuti, durata di solito consigliata per una sauna, ma per ben tre giorni; nella “zona selvaggia” a nord di Honefoss, inoltre, se il freddo era permanente e costante il caldo invece sicuramente non abbondava, risultando un bene rarissimo.

Una volta superata anche queste nuove obiezioni, abbiamo ormai provato al di là di ogni dubbio, razionale o poco razionale, il carattere artefatto e fittizio della presunta “febbre/malattia” di Trotskij nel dicembre 1935: e tale scoperta ha subito delle pesanti ricadute, per la questione dell’esistenza del volo di Pjatakov.

Un soggetto (Trotskij) che si procuri volutamente, che si inventi coscientemente una finta malattia e una falsa febbre proprio nel periodo e nei giorni in cui l’altro soggetto (Pjatakov) dichiara di averlo incontrato in segreto, risulta innanzitutto direttamente e coscientemente responsabile di un grave atto di inganno e di frode, cosciente e voluta, rispetto alla verità; e di conseguenza acquisiamo un primo e forte indizio di colpevolezza di Trotskij e a sostegno della reale esistenza del volo-colloquio segreto di Pjatakov con quest’ultimo.

Una persona realmente innocente non si costruisce infatti una finta malattia al fine di isolarsi dal mondo esterno, visto che non ha effettuato in alcun modo il colloquio segreto per cui verrà solo in seguito accusato ingiustamente.

Non solo: una persona realmente innocente non può in ogni caso costruirsi ad arte e coscientemente una finta malattia per isolarsi dal mondo esterno, proprio perché non sa e non può in alcun modo prevedere che in futuro verrà accusato di un determinato “delitto”, ossia di un colloquio segreto a cui in ogni caso non ha mai partecipato e che non è mai esistito nella realtà.

E viceversa, crearsi coscientemente una finta malattia; usare volutamente un trucco (la finta malattia, la finta febbre) proprio nel dicembre del 1935, e proprio al fine di attuare senza essere scoperto – il “fattore segretezza” a cui abbiamo già fatto riferimento – il colloquio clandestino con Pjatakov in via d’esame, rappresenta invece un inequivocabile indizio di colpevolezza: la creazione di una malattia fittizia e di una febbre irreale e simulata assicurava infatti a Trotskij quell’isolamento legittimo e prolungato dal mondo esterno, oltre che ad altri vantaggi sopramenzionati, a sua volta indispensabile al fine di cercare di mantenere nascosto al mondo e alla polizia stalinista il suo incontro clandestino con Pjatakov.

Fino a qui, la finta malattia di Trotskij con tutte le sue inevitabili ricadute.

Ma la sopracitata “gita nel ghiaccio” gioca contro Trotskij e contro la “seconda versione” anche sotto altri aspetti, fornendo anche ulteriori indizi a favore dell’esistenza reale del volo/colloquio segreto di Pjatakov con il suo leader politico allora in esilio in terra scandinava.

A questo punto possiamo infatti passare al processo di analisi dell’utilizzo – coscientemente menzognero e fraudolento – da parte di Trotskij della “gita nel ghiaccio” sopra esaminata, fornendo in primo luogo una chiara, semplice e razionale spiegazione su di essa, rispetto a un’escursione decembrina altrimenti assurda e abnorme per un uomo che si dichiarava allora malato: perché Trotskij la progettò, e la rese poi in seguito un fatto innegabile?

Qual’era dunque lo scopo che quest’ultimo si prefiggeva, andando per tre giorni nella baita isolata dei Knudsen in compagnia di alcuni norvegesi?

La risposta è semplice: procurarsi preventivamente un alibi. Una giustificazione. Una difesa.

Con tale escursione Trotskij voleva dotarsi in modo preventivo di un alibi inattaccabile, almeno per alcuni giorni vicini e prossimi alla data del reale volo di Pjatakov e al reale colloquio avuto da quest’ultimo con il leader della Quarta Internazionale, nel caso (spiacevole, ma pur sempre possibile) che fossero emersi dei sospetti più o meno vistosi o delle accuse precise su tale incontro da parte dell’apparato di polizia stalinista.

Avendo  da un lato incontrato in segreto Pjatakov, e dall’altro essendo privo per forza di cose e a causa del suo isolamento dal mondo esterno di qualunque testimone imparziale che potesse attestare di esser stato in sua presenza il 12 o 13 dicembre del 1935, Trotskij si trovava infatti fin d’allora nella spiacevole situazione di essere assolutamente sprovvisto di un’alibi per così dire diretto e positivo riguardo al giorno del suo colloquio clandestino con “Capelli rossi”; per cercare di rimediare a questo notevole problema e handicap, l’abile e intelligente “professionista” della disinformazione (il “piano Tanaka”, ecc.) elaborò quindi in anticipo e fin dal dicembre del 1935 un piano raffinato, rivolto alla creazione di un particolare tipo di alibi a sua difesa.

Attraverso la “gita nel ghiaccio”, certo assurda e abnorme per un uomo realmente malato, l’intelligente Trotskij si costruì pertanto in modo lucido e razionale il primo segmento di una forma di autodifesa, sicura e inattaccabile per i giorni del 20, 21 e 22 dicembre del 1935, preparando anticipatamente la prima parte di quel suo spettacolare e geniale alibi “tardivo” che esamineremo a fondo nel prossimo capitolo.

Mediante la sua escursione del 20/22 dicembre del 1935, Trotskij si costruì ad arte e preventivamente uno dei due anelli, uno dei due segmenti costitutivi di quell’alibi  “tardivo”, falso e fittizio ma geniale che egli esibì e utilizzò realmente durante la sesta sessione della commissione Dewey, come vedremo meglio nel prossimo capitolo.

Il suo obiettivo era costituito dalla creazione, il più possibile vicina sul piano temporale al suo colloquio segreto con Pjatakov, di un alibi inattaccabile per cercare di coprire l’incontro con “Capelli rossi”, costruendosi un alibi assai sottile basato altresì anche sul fatto di riuscire in seguito a modificare agli occhi del mondo il giorno dell’arrivo di Pjatakov a Berlino e, a cascata, il momento del suo personale rendez-vous con quest’ultimo.

Si trattava di un motivo così importante, di un fine tanto rilevante e di un movente tanto significativo da giustificare le fatiche di una “gita nel ghiaccio” per un esperto e astuto cospiratore come Trotskij: il quale, tra l’altro, non era per niente “malato/febbricitante”, come si è già dimostrato in precedenza, risultando pertanto in grado di sopportare i rigori dell’inverno di Honefoss grazie anche all’aiuto dei suoi compagni di viaggio.

Qualche dubbio rispetto al fine recondito e nascosto della “gita nel ghiaccio” di Trotskij, signor avvocato del diavolo?

Li dissipiamo subito utilizzando come al solito fonti trotzkiste sicure, che dimostrano come la “gita nel ghiaccio” a nord di Honefoss del (presunto) febbricitante Trotskij non rimase un elemento certo anomalo e inspiegabile, ma in ogni caso inerte e privo di conseguenze pratiche per il giallo storico in via d’esame, attestando viceversa che essa venne invece utilizzata sia da Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey che dal suo biografo Deutscher, oltre che anche dal trotzkista norvegese N. Dahl, in qualità di alibi indistruttibile a favore del leader in esilio della Quarta Internazionale e contro l’esistenza del volo di Pjatakov.

Partendo dall’insospettabile Deutscher, durante la sua memorabile (e controproducente) narrazione rispetto alle avventure nel ghiaccio e nel gelo del suo idolo politico lo storico trotzkista non ebbe alcuna reticenza nel dichiarare che, proprio durante “l’epoca in cui si svolse questo viaggio” (la gitarella di Trotskij e dei suoi amici a nord di Honefoss), “Vysinskij asserì che Pjatakov si era incontrato con Trotskij segretamente appunto in questo periodo”, durante la vacanza sulla neve di Trotskij, e dei suoi amici. Secondo Deutscher, quindi, Pjatakov (costretto da Stalin e dall’NKVD) dichiarò di aver compiuto il suo presunto volo proprio durante il “viaggio”, invece reale e indiscutibile, compiuto da Trotskij alla baita dei Knudsen nei giorni compresi tra il 20 e il 22 dicembre del 1935.

In pratica Deutscher sostenne la tesi falsa e menzognera, ma suggeritagli del resto dallo stesso Trotskij, in base alla quale Pjatakov avrebbe dichiarato al processo di Mosca del gennaio del 1937 di essere giunto a Berlino il 20 dicembre del 1935, e di aver compiuto quindi il suo volo/colloquio segreto con Trotskij entro e non oltre il 22 dicembre.

In base a questa falsa premessa, Deutscher in modo trionfante aggiunse altresì che “i compagni di Trotskij” nella loro bella e rilassante gita “dimostrarono che nessuno sarebbe potuto arrivare in automobile fino al luogo dove si trovarono con Trotskij, e cioè “a nord di Honefoss” e in una “selvaggia regione rocciosa” dal 20 al 22 dicembre del 1935.

Proprio nei e per i giorni in cui Pjatakov affermò di aver incontrato Trotskij, quest’ultimo possedeva invece un alibi inattaccabile, visto che egli era praticamente irraggiungibile nei ghiacci a nord di Honefoss, con testimoni norvegesi annessi: questo è un punto focale della narrazione di Deutscher, che tra l’altro seguì fedelmente le due “tracce” lasciate sotto questo aspetto proprio da Trotskij e proprio davanti alla commissione Dewey, nella sesta e tredicesima sessione tra poco nuovamente in via d’esame.

“Nessuno”, alias Pjatakov, “sarebbe potuto arrivare in automobile” (e Pjatakov dichiarò di aver usato l’auto, dopo essere sceso dall’aereo proveniente dalla Germania) “fino al luogo” dove si trovavano realmente Trotskij e i suoi amici durante la loro poco confortevole gita prenatalizia.

Pertanto Deutscher, con la sua prosa eloquente, ci mostra senza ombra di dubbio come per molti sostenitori di Trotskij la “gita tra i ghiacci” abbia costituito per lungo tempo un alibi inattaccabile a suo favore, rappresentando una prova ulteriore e indiscutibile che il volo di Pjatakov e il suo presunto colloquio segreto con Trotskij non costituissero altro che delle vergognose bugie, delle malvagie invenzioni di Stalin e della sua polizia segreta.

Ma abbiamo inoltre a nostra disposizione un altro elemento di fatto sicuro che, oltre a verificare ulteriormente la nostra tesi dell’alibi (fittizio) preparato ad arte da Trotskij, fa anche risaltare ancora maggiormente il carattere incredibile e ipersospetto della “gita nel ghiaccio” effettuato da Trotskij verso la fine di dicembre del 1935. Esso ci proviene questa volta dall’insospettabile trotzkista norvegese Nils Dahl che, secondo l’altrettanto insospettabile rivista antistalinista “Revolutionary History”, era “quel tempo la guardia del corpo” (munito di automobile) “di Trotskij in Norvegia”: è l’anomalia e la nota dissonante della caduta nella neve di Trotskij, del conseguente panico di Erwin Wolf e dell’arrivo in loco di N. Dahl che, in tal modo, diventò un testimone diretto anche della “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre.

Secondo la testimonianza resa da Dahl nel 1989 e già citata in precedenza, egli infatti dichiarò che “nel dicembre del 1935 io ero stato mobilitato da Konrad Knudsen, che mi chiese di venirlo a aiutare perché Trotskij era andato in vacanza nella baita di Knudsen nel distretto boscoso a est di Honefoss”, (la gita nel ghiaccio in oggetto) “e c’era stata una pesante nevicata e Trotskij era rimasto sommerso dentro la neve. Io immediatamente mi recai li” (nella baita dei Knudsen). “Nelle vicinanze c’era un albergo” (a Dahl non sfuggiva proprio alcun dettaglio, nella terza decade del dicembre 1935). “Quando io arrivai, Trotskij uscì dalla baita con le proprie forze. Egli e Natalia” (la moglie di Trotskij) “avevano avuto successo nell’abbandonare la valle” (in cui Trotskij ebbe la sua disavventura e la sua caduta nella neve) “senza il nostro aiuto, così noi andammo alla baita solamente per pulirla e riportarla in un certo ordine”[17].

Secondo la testimonianza scritta di Erwin Wolf, presentata davanti alla commissione Dewey, “Trotskij aveva lasciato Wexhall a mezzogiorno del 20 dicembre (del 1935) “in una macchina guidata da Knudsen” (Konrad Knudsen) e in tale automobile si trovavano la moglie di Trotskij, il sopracitato figlio quattordicenne dei Knudsen, la cuoca dei Knudsen e lo stesso Wolf [18].

Alla baita dei Knudsen, almeno in un primo momento, arrivarono e alloggiarono assieme Trotskij e sua moglie, la cuoca e il figlio dei Knudsen oltre a Erwin Wolf, stando anche alla deposizione di Trotskij davanti alla commissione Dewey.

A questo punto torniamo all’esame della narrazione di Dahl: premesso che certamente Dahl si recò alla baita chiamato da Konrad Knudsen e sicuramente incontrò Trotskij e sua moglie, fornendo pertanto un ulteriore testimone di nazionalità norvegese a sostegno dell’alibi inattaccabile di Trotskij per i giorni del 21/22 dicembre del 1935, il suo veritiero racconto fa emergere subito delle incongruenze incredibili, assolutamente inspiegabili almeno a prima vista.

Prima anomalia: se Erwin Wolf era presente e vicino quando Trotskij era rimasto “sommerso nella neve”, perché non aiutò Trotskij a uscirne, magari con l’aiuto della moglie di quest’ultimo?

Seconda anomalia: un uomo in forma e ancora giovane come Wolf, abituato alla neve spesso presente nei suoi freddi e nativi Sudeti, non aveva aiutato e non era riuscito a soccorrere un uomo caduto nella neve?

Terza anomalia: se Wolf invece vide solo da lontano l’infortunio di Trotskij, perché non si recò subito ad esaminare la situazione e, soprattutto, ad aiutare quest’ultimo ad uscire dalla neve in cui egli era caduto? Un bel vigliacco, stando almeno alla versione di Dahl…

Quarta anomalia. Nella terza decade del 1935 i cellulari non erano ancora stati inventati: ma allora, come fece Wolf a chiamare Knudsen e a far arrivare Dahl grazie a quest’ultimo, presupponendo che i due non fossero dotati di poteri telepatici? L’unica ipotesi possibile è che egli usci dalla baita per telefonare dall’hotel descritto da Dahl, perdendo in tal modo del tempo prezioso e dovendo aspettare l’arrivo di quest’ultimo, invece di andare subito ad aiutare Trotskij…

Quinta anomalia: Dahl risultò subito rintracciabile, in casa e con il telefono libero, come se fosse stato precettato in precedenza.

Sesta nota dissonante: alla baita dei Knudsen erano presenti anche il figlio di Knudsen, di circa 14 anni, e la cuoca, entrambi norvegesi e ben abituati alla neve e al ghiaccio. Nessuno di loro due poteva dare una mano e aiutare il povero Trotskij, caduto nella neve? Siamo ormai già a quota tre, unendo al gruppo Erwin Wolf: tre presunti vigliacchi, tutti presi dal panico e solo capaci di invocare l’arrivo di Superman-Dahl, almeno stando alla sua versione.

Ultima, ma principale anomalia: non era successo proprio niente di grave a Trotskij, non era capitato al leader della Quarta Internazionale proprio niente di tanto grave da giustificare in alcun modo l’allarme lanciato dal (presunto-codardo) Wolf e l’intervento del rapidissimo Dahl.

Proprio Dahl, infatti, ci ha informato testualmente che “quando io arrivai Trotskij era stato in grado di uscire dalla neve con le proprie forze”. Molto bravo, certo: e, sempre secondo il resoconto di Dahl, Trotskij e la moglie “avevano avuto successo nell’abbandonare la valle senza il nostro aiuto…”. Bravi tutti e due, certo: ma allora qual era il problema, qual era l’emergenza in base alla quale il (presunto) codardo Wolf dovette rivolgersi (forse per via telepatica, forse con il telefono) al rapidissimo, subito rintracciabile e solerte Nils Dahl?

Ancora una volta siamo in piena fantascienza. Trotskij non si era rotto una gamba o un braccio, né era rimasto congelato nella neve, ma anzi usci “dalla vallata” (assieme alla moglie) valendosi delle sue sole forze: qual era allora il problema, anche per un presunto codardo come appare (oggettivamente) Erwin Wolf?

Il carattere irreale e assurdo dell’anomalia rappresentata dalla “caduta nella neve di Trotskij/arrivo provvidenziale di Dahl” svanisce invece subito se si esamina tutta la storia, e soprattutto l’arrivo di Dahl nella “baita dei Knudsen”, da un altro punto di vista e fornendo un motivo, uno scopo e un movente ben diverso a tutta la vicenda.

Svanisce subito se rileviamo che Trotskij, prendendo come pretesto una sua banale “caduta nella neve”, forse avvenuta realmente, fece arrivare volutamente Nils Dahl alla “baita di Knudsen” per il tramite di quest’ultimo, procurandosi in tal modo un ulteriore testimone di nazionalità norvegese per il suo alibi realmente formidabile, realmente inattaccabile rispetto ai giorni compresi tra il 20 e il 22 dicembre 1935. Grazie e attraverso tale ipotesi, tutte le anomalie già rilevate in precedenza, a partire dai presunti motivi per i quali Wolf non aiutò/non si precipitò di persona ad aiutare Trotskij ad uscire dalla neve”, evaporano  immediatamente come neve al sole: il presunto panico e la presunta viltà di Wolf vengono subito spazzati via, come del resto le altre note dissonanti prese in esame.

Il carattere premeditato dell’arrivo di Dahl nella baita dei Knudsen costituisce in pratica un’altra prova significativa sul carattere altrettanto premeditato della “gita nel ghiaccio” di Trotskij, tesa a costruire un alibi realmente inattaccabile a favore del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale per i giorni del 20/22 dicembre del 1935, quindi assai vicino ai giorni del 12 e 13 dicembre che ci interessano direttamente.

Giudici-lettori: “ma in che senso la narrazione di Dahl dimostra che, almeno nell’ambito trotzkista, la gita nel ghiaccio fosse considerata per molto tempo un alibi a favore di Trotskij e una prova formidabile contro l’esistenza del volo di Pjatakov?”.

Giusto, torniamo alla questione specifica in via di esame. Sotto questo aspetto risulta facile rilevare come la narrazione di Dahl e la sua testimonianza continuino infatti da dove l’avevamo interrotta, visto che egli indicò testualmente che allora “era un tempo difficile, con tormente e pesanti nevicate cadute nel dicembre 1935. (Sarebbe stato impossibile per Pjatakov aver visitato Trotskij allora, come Vysinskij affermò durante il secondo processo di Mosca). Io fui in grado di sciare fino alla baita e indietro fino alla valle, sebbene la neve fosse profonda fino alle ginocchia. Io passai la vigilia di Natale assieme a Trotskij”[19].

“Sarebbe stato impossibile per Pjatakov aver visitato Trotskij allora, come Vysinskij” (ossia la pubblica accusa stalinista) “affermò durante il secondo processo di Mosca” del gennaio 1937: parole chiare, quelle espresse da parte di Dahl rispetto al 20/22 dicembre.

Dahl indicò quindi chiaramente che non solo lui andò nella baita dei Knudsen e in seguito “passò la vigilia di Natale” con Trotskij, fornendogli così un alibi realmente inattaccabile per tutti quei giorni, ma egli sottolineò altresì “l’impossibilità” per Pjatakov di recarsi “allora” nella “baita dei Knudsen”, ossia tra il 20 e il 22 dicembre, anche a causa delle nevicate che rendevano indispensabile l’uso degli sci per arrivare in quel luogo poco ospitale collocato “a est di Honefoss”, fino alla “baita” dei Knudsen e con una “neve profonda fino alle ginocchia” (Dahl). A giudizio di Dahl come di Deutscher, quindi, Pjatakov avrebbe dichiarato di aver compiuto il suo viaggio in terra norvegese proprio “allora” (Dahl) e dal 20 al 22 dicembre del 1935, e cioè quando sia Trotskij che Dahl si trovavano nella baita dei Knudsen e in un luogo dove “le nevicate rendevano indispensabile l’uso degli sci” e con “una neve profonda fino alle ginocchia”.

Proprio la testimonianza di Dahl, non solo prova involontariamente che la sua presenza nella baita dei Knudsen non fu certo casuale e fortuita, ma costruita ad arte dall’astuto, meticoloso e abilissimo (troppo abile, meticoloso e astuto, per sua sfortuna) Trotskij; ma altresì essa dimostra che, per molto tempo e da parte di alcuni seguaci di Trotskij, la “gita nel ghiaccio” venne considerata come una prova ulteriore dell’inesistenza del volo di Pjatakov, vista la combinazione tra l’alibi realmente inattaccabile di cui godeva Trotskij dal 20 dicembre e la falsa ipotesi che Pjatakov e “Vysinskij”, la pubblica accusa stalinista, avessero collocato sul piano temporale l’attuazione del volo di “Capelli rossi” proprio nei giorni compresi tra il 20 e il 22 dicembre del 1935.

Di sfuggita e come sottoprodotto secondario, abbiamo inoltre riscontrato:

  • un’anomalia assurda come la “caduta nella neve di Trotskij e il derivato panico di Wolf”, assolutamente inspiegabile accettando la versione fornita da Dahl e esposta fugacemente dallo stesso Trotskij davanti alla commissione Dewey, come vedremo in seguito;
  • una semplice spiegazione alternativa per la “caduta nella neve/panico di Knudsen/arrivo di Dahl”;
  • il carattere utile (per Trotskij) della presenza, voluta e costruita ad arte, di Dahl alla baita dei Knudsen, in qualità di testimone di nazionalità norvegese capace di procurargli un ulteriore alibi, che si aggiungeva alle testimonianze del figlio dei Knudsen, di Erwin Wolf e della cuoca/domestica dei Knudsen.

Avvocato del diavolo: “finora avete menzionato solo Deutscher e Dahl, non certo Trotskij. Non avete pertanto ancora fornito alcuna prova che proprio Trotskij in persona, e non invece solo alcuni dei suoi seguaci, abbia in qualche modo utilizzato la “gita nel ghiaccio” come alibi rispetto al suo presunto colloquio segreto con Pjatakov: solo provando tale impiego cosciente e mirato da parte di Trotskij, in prima persona e senza intermediari, la vostra tesi dell’alibi fittizio, costruito ad arte e creato per coprire l’incontro con Pjatakov, può forse avere un fondamento. Deutscher e Dahl non contano niente, a tale proposito”.

Poco manca che l’avvocato del diavolo accusi Deutscher e Dahl di essere degli infiltrati stalinisti nelle file della Quarta Internazionale! In ogni caso non deve preoccuparsi, visto che fra poco lasceremo più che volentieri parlare proprio Trotskij in prima persona e assieme al suo avvocato difensore Albert Goldman, e proprio sull’abnorme “gita nel ghiaccio”, dimostrando il loro tentativo – fallito – di spostare la data di arrivo di Pjatakov a Berlino – e in seguito in Norvegia, stando alla versione stalinista – al 20/21 dicembre del 1935, al posto del 10 o 11 dicembre.

Siamo ormai arrivati al nucleo principale della nostra indagine.

Attraverso la “gita nel ghiaccio” e “l’albero di Natale”, infatti abbiamo già ottenuto una prova decisiva rispetto al carattere fasullo e fittizio della presunta “malattia/febbre” di Trotskij, e di conseguenza un grave indizio di colpevolezza a carico di quest’ultimo: inventarsi ad arte una falsa ma utilissima malattia per il giorno del “delitto”, al fine di isolarsi dal mondo, non pone certo in buona luce un “accusato”, nel caso specifico il leader indiscusso della Quarta Internazionale degli anni Trenta.

Ma sempre mediante la “gita nel ghiaccio” otterremo un diverso, ma in ogni caso grave indizio di colpevolezza a carico di Trotskij, e cioè il suo tentativo cosciente di crearsi un falso alibi, e più precisamente un “alibi tardivo” rispetto al suo colloquio segreto con Pjatakov. Altresì dimostreremo anche il tentativo cosciente, seppur fallito da parte di Trotskij, di ingannare la commissione Dewey cercando di far credere ad essa e al mondo intero che la data dell’arrivo di Pjatakov a Berlino fosse il 20 o 21 dicembre del 1935, e che quindi anche secondo la testimonianza di quest’ultimo – in ogni caso falsa e menzognera, a giudizio di Trotskij – il presunto volo di “Capelli rossi” in Norvegia dovesse per forze di cose essere collocato tra il 22 e il 23 dicembre del 1935, quando Trotskij godeva di una copertura e di un alibi inattaccabile: un trucco ingegnoso e sottile ma che, a sua volta, si trasforma in un ulteriore indizio di colpevolezza contro il leader in esilio della Quarta Internazionale.

 

 

 

 

[1] J.S. Van Dine, “La strana morte del signor Benson”, pag. 73/74, ed. L’Unità

 

[2] I. Deutscher, “Il profeta esiliato” op. cit. pag. 380

[3] P. Broué, “La rivoluzione …” op. cit. pag. 783

[4] Deutscher, op. cit. pag. 383

[5] P. Broué, “Erwin Wolf”, in www.marxists.org

[6] I. Deutscher, op. cit., pag. 380

[7] L. Trotskij, “Diario d’esilio. 1935”, pag. 135, ed. Il Saggiatore

[8] P. Broué, op. cit., pag. 389

[9] “Malaria”, wikipedia.org

[10] I. Deutscher, op. cit., pag. 383

[11] I. Deutscher, “Il profeta disarmato”, op. cit., ed. Longanesi

[12] N. Dahl, “With Trotskij in Norway”, estate 1989, da “Revolutionary History”, in www.marxists.org

[13] N. Dahl, “With Trotskij in Norway”, op. cit.

[14] I. Deutscher, “Il profeta esiliato”, op. cit., pag. 382/383

[15] “Vero o falso? Tutto ciò che si dovrebbe sapere su raffreddore e influenza per chi pratica sport di resistenza”, in www.datasport.com, 10 dicembre 2014

[16] Nils Dahl, “With Trotskij in Norway”, estate 1989, da “Revolutionary History”, in www.marxists.org

[17] N. Dahl, “With Trotskij in Norway”, op. cit.

[18] “Pjatakov vittnesmal under 2: a Moskvarattengangen”, pag. 14, in www.marxistarkive.se

[19] Nils Dahl, “With…”, op. cit.


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