CAPITOLO SESTO

La “gita nel ghiaccio” di Trotskij

W.H. Wright, alias J.S. Van Dine: “…. e qui sta il punto; chiunque può crearsi un’opportunità o mascherarne l’esistenza con falsi alibi e svariati giochetti… Esistono fin troppi modi, tutti convincenti, di trovarsi sul luogo del crimine quando ci credono lontani e viceversa”[1].

Proprio la proteiforme categoria delle finte malattie e dei falsi alibi, individuata fin dal 1926 anche dal reazionario ma intelligente autore di gialli conosciuto con lo pseudonimo di Van Dine, ci permetterà di dimostrare con sicurezza come il volo a Kjeller di Pjatakov e il suo colloquio segreto con Trotskij, nel dicembre del 1935, abbiano costituito degli eventi reali senza in alcun modo utilizzare, per ora, le testimonianze rese da Pjatakov e Radek, oltre che da altri imputati, durante il processo di Mosca del gennaio 1937.

La chiave e il grimaldello che useremo a tal fine saranno costituiti principalmente dai trucchi e dalle menzogne volutamente espresse da Trotskij sugli eventi del dicembre 1935, e non a caso. Ipotizzando infatti che una persona intelligente abbia davvero compiuto un “delitto” particolare quale un incontro segreto, e che allo stesso tempo egli abbia voluto con tutte le sue forze nascondere e negare di averlo commesso, per coprire la verità egli non può fare altro che tentare di creare ad arte una rete di bugie, di falsi alibi e di depistaggi al fine di ottenere il suo scopo “negazionista”. Anche per questa ragione in campo investigativo gli alibi fittizi e le menzogne, gli inganni e le manovre diversive rispetto a qualunque reato, sono azioni considerate giustamente come un segno potente e un indizio diretto di colpevolezza, anche perché un soggetto realmente innocente ed estraneo rispetto a un delitto di cui viene accusato non utilizza di regola tali trucchi, e soprattutto non prepara mai in anticipo – né del resto può e deve farlo, essendo innocente – delle coperture e dei finti alibi per l’azione di cui egli sarà accusato solo in seguito, oltre che ingiustamente.

Dobbiamo verificare pertanto se l’intelligente e astuto Trotskij prima, durante e subito dopo il 12/13 dicembre del 1935, le date che emergono dal processo di Mosca del gennaio 1937 rispetto al reale/presunto volo di Pjatakov, abbia tenuto coscientemente un comportamento ingannevole proprio al fine di compiere, e simultaneamente di tenere segreto il suo colloquio con “Capelli rossi”, creandosi una finta malattia a tale scopo.

I dati empirici forniti in precedenza costituiscono infatti solo una sorta di antipasto e la base preliminare della nostra tesi, ma ora affronteremo punti fondamentali e nevralgici a favore dell’esistenza del volo di Pjatakov, a partire:

  • dall’assenza di qualsiasi alibi concreto e convincente a favore di Trotskij, il 12/13 dicembre del 1935;
  • dalle circostanze favorevoli all’incontro con Pjatakov create proprio dalla progettualità/praxis dello stesso Trotskij;
  • dalle gravissime anomalie, a partire dalla sua presunta malattia del dicembre 1935, che emergono dalla pratica concreta di Trotskij rispetto al volo di Pjatakov;
  • dalla creazione preventiva di un finto alibi da parte di Trotskij, attraverso la sua “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre 1935;
  • dall’utilizzo fraudolento di tale finto alibi da parte del leader della Quarta Internazionale davanti alla commissione Dewey, attraverso il suo tentativo di spostare avanti nel tempo di dieci giorni la data di arrivo di “Capelli rossi” a Berlino;
  • dalle menzogne espresse da Trotskij su punti centrali per il volo/colloquio clandestino di Pjatakov, a partire dalla posizione politica reale di quest’ultimo e di Radek nel 1931/1936.

Tra tutti questi elementi, quelli su cui vogliamo per ora soffermarci sono rappresentate dalla presunta malattia di Trotskij nel dicembre del 1935 e dal finto alibi, sempre creato ad arte da Trotskij, per il 20/22 dicembre del 1935.

Sotto quest’ultimo aspetto il comune buon senso indica che se non avere un alibi per un reato non costituisce di per sé una prova a carico di un indiziato, viceversa l’atto cosciente e premeditato di costruirsi un falso alibi costituisce un pesante indizio di colpevolezza, come del resto cercare di ingannare la corte giudicante (nel caso specifico, la commissione Dewey) e pronunciare menzogne spudorate sui rapporti reali intessuti con altri “complici” (Pjatakov e Radek, nel caso specifico) del “delitto”, ossia del volo/colloquio clandestino in via d’esame.

Nella prefazione abbiamo già rilevato che a “perdere” e incastrare Trotskij è stato lo stesso leader della Quarta Internazionale. Dopo Linköping e le ricevute delle lettere spedite a Radek e Preobrazhensky nel corso del 1932, forniamo ora un’ulteriore dimostrazione di tale tesi puntando sulle gigantesche anomalie, sulle enormi contraddizioni e incongruenze che emergono nei comportamenti dello stesso Trotskij proprio in relazione al dicembre del 1935: e cioè su fatti sicuri (e attestati da fonti sicure), che non solo risultano strani, particolari e anomali di per sé, ma che non sono spiegabili con la “seconda versione” e che diventano invece perfettamente comprensibili e interpretabili solo attraverso la tesi dell’esistenza reale sia del volo di Pjatakov, che del suo colloquio segreto con Trotskij vicino a Kjeller nel dicembre del 1935.

A questo punto possiamo iniziare analizzando la “malattia” e “febbre” di Trotskij nel dicembre del 1935, visto che siamo in grado di dimostrare con assoluta sicurezza il carattere artificioso e costruito ad arte di quest’ultima.

Come fonte sicura (per la “seconda versione”) utilizziamo uno storico trotzkista, nel caso in oggetto Isaac Deutscher, il quale a sua volta ha riportato fedelmente il resoconto sul dicembre del 1935 effettuato da Trotskij davanti alla sesta sessione della commissione Dewey, a partire dalla sua particolare malattia invernale.

Dal 19 settembre 1935 Trotskij venne infatti ricoverato nell’ospedale municipale di Oslo, perché la “febbre” che lo colpiva ciclicamente “persisteva” e il suo fisico era debilitato: venne dimesso dopo circa un mese e tornò ad Honefoss, ma dall’inizio di dicembre e dopo circa quaranta giorni la ricomparsa della febbre lo costrinse a letto per i primi diciannove giorni del mese.

A questo proposito Deutscher ci informò che “dopo molti esami clinici e biologici Trotskij lasciò l’ospedale” (di Oslo) “senza aver trovato la salute dell’animo e del corpo. Trascorse la maggior parte di dicembre a letto: questo mese, disse poi, è stato il peggiore della mia vita”[2].

A sua volta Brouè aggiunse che Trotskij venne dimesso dall’ospedale di Oslo il 20 ottobre, senza più la febbre “ma senza che si sia chiarita la natura del “male” e la causa della febbre: pertanto, come rivelò Brouè, Trotskij uscì dall’ospedale di Oslo “sollevato dalla febbre” e senza uno stato di malattia aperta e visibile, ma allo stesso tempo senza che si fosse “chiarita la natura del male” e venisse individuata la causa della sua febbre”[3].

Dopo un periodo di relativa buona salute, durato dal 20 ottobre a fine novembre, nel dicembre del 1935 e più precisamente dal primo dicembre al 19 dicembre Trotskij si trovò invece di nuovo a letto, ammalato e con la febbre, secondo le sue stesse affermazioni. Durante la sesta sessione della commissione Dewey, Trotskij in persona dichiarò testualmente che “il mese di dicembre” (del 1935) “fu il peggior mese della mia vita. Io fui tutto il tempo” (del dicembre 1935, dal 1 al 31 dicembre, con la sola e dichiarata eccezione dei giorni compresi tra il 20 e il 22 di quel mese) “a letto. Io cercai di scappare dalla malattia con questo viaggio” (con la “gita nel ghiaccio” alla baita dei Knudsen su cui torneremo, avvenuta dal 20 al 22 dicembre del 1935) “nella baita. Ciò non ebbe successo”.

Ma poco dopo il 22 dicembre del 1935, e dopo “la gita nel ghiaccio” con la famiglia Knudsen su cui si tornerà a lungo, Trotskij comunque si riprese in ogni caso molto rapidamente, in modo “brusco” (Deutscher) e con una velocità tale da “stupire i medici” (Deutscher) “si rimise in salute”. Anche su questo aspetto lasciamo la parola a Deutscher.

“Poco dopo, in seguito a uno di quei bruschi cambiamenti che stupivano i medici, Trotskij si rimise in salute e riprese a scrivere “La rivoluzione tradita”. Questo lavoro lo tenne occupato per i sei mesi successivi, fino al completamento dell’opera”[4].

Da tutte queste informazioni mediche sulla salute di Trotskij, almeno a prima vista aride e banali, emergono subito delle notizie e delle note dissonanti di particolare valore, almeno per il nostro “giallo storico”.

La prima e già notata anomalia che salta subito agli occhi è che Trotskij si presentava “malato” e febbricitante, “a letto” e malato nella casa di Honefoss, proprio nei giorni in cui Pjatakov aveva dichiarato di aver compiuto il suo volo e colloquio segreto con il leader della costituenda Quarta Internazionale, e cioè il 12 o 13 dicembre: Trotskij si dichiarò infatti “malato” per “tutto il tempo” del dicembre 1935, in quello che sempre a suo dire fu “il peggior mese” della sua vita, e quindi rimase per forza di cose isolato dagli estranei e da possibili testimoni anche nei giorni fatidici del 12/13 dicembre. Oltre che ammalato in tutti i giorni compresi tra il 1° e il 31 dicembre del 1935, Trotskij si dichiarava “a letto”, quindi in compagnia solo della fidata moglie e del fidato segretario Erwin. Wolf, anche nei giorni del 12 e 13 dicembre che ci interessano da vicino; un Erwin Wolf che, come ha notato del resto anche Brouè, fin dal 1933 era stato cooptato “nella leadership dell’IKD”, ossia dell’organizzazione dei trotzkisti tedeschi, e che era stato selezionato con cura dallo stesso Trotskij anche per le sue “qualità personali”, al fine di svolgere il delicato ruolo di segretario e di assistente in Norvegia del leader della costituenda Quarta Internazionale[5].

Del resto neanche il norvegese Nils Dahl, militante trotzkista e impegnato durante il 1935-36 nell’aiuto logistico a Trotskij ad Honefoss, in un suo interessante scritto del 1989 su cui torneremo, dichiarò di aver visitato di persona Trotskij tra l’inizio e il 19 dicembre del 1935, nonostante allora il suo compito organizzativo fosse per l’appunto quello di favorire Trotskij; quindi neppure Dahl poté fornire a Trotskij un alibi positivo (“ero con lui”) per i pomeriggi del 12 e 13 dicembre del 1935 e nei giorni incriminati che ci interessano, né lo poterono affermare in alcun modo i membri della famiglia Knudsen. Non vi fu pertanto alcun testimone esterno dentro la casa di Trotskij nei due giorni in esame, il quale rimase allora isolato e in compagnia solo della fidatissima moglie e del suo leale segretario personale, Erwin Wolf.

Trotskij risultava pertanto lontano e inavvicinabile da possibili testimoni “scomodi” anche nei giorni compresi tra l’11 e il 13 dicembre, visto che secondo le sue stesse parole fu malato e “a letto” a Honefoss per “tutto il tempo” del dicembre 1935, con l’eccezione dei giorni 20, 21 e 22 dicembre e del “viaggio” (Trotskij) alla baita dei Knudsen su cui torneremo in seguito; inoltre il leader della Quarta Internazionale risultava isolato e “a letto” per un periodo di tempo prolungato, ossia dall’1 al 19 dicembre, e per di più isolato legittimamente dal mondo esterno (un malanno psicofisico costituisce infatti un motivo socialmente accettato, al fine di evitare di ricevere ospiti ed estranei) a causa della sua “malattia”, proprio nei giorni in cui Pjatakov affermò di essere arrivato in Norvegia e “vicino a Oslo”.

Siamo quindi in presenza di alcuni elementi di fatto indiscutibili e da tenere bene a mente, visto che proprio un distacco completo e giustificato dal mondo esterno costituiva come si è già notato un elemento logistico non solo utile, ma indispensabile al fine di cercare di tenere segreto l’effettuazione del colloquio clandestino con Pjatakov in terra norvegese.

La seconda anomalia viene costituita dal carattere inspiegabile e oscuro dalla malattia che aveva colpito Trotskij, sia nel settembre/ottobre che nel dicembre del 1935: nessun medico norvegese riuscì infatti a scoprire la causa della “malattia” di Trotskij, anche dopo un lungo mese di esami e controlli clinici sullo stato di salute di quest’ultimo effettuati dal 20 settembre al 20 ottobre del 1935.

Chiariamo subito che cadere ammalati non risulta certo un fatto strano, visto che può avvenire e capita realmente a tutti noi, ma la situazione inizia subito a cambiare se connettiamo e colleghiamo la malattia denunciata da Trotskij con un’altra informazione sicura procurataci da Deutscher e Brouè, e cioè che la presunta malattia/febbre di Trotskij risultava di origine sconosciuta, ossia sorta per motivi e cause non scoperte dai medici dell’ospedale di Oslo anche dopo ben un mese di analisi e ricovero di Trotskij all’interno di quest’ultimo. Risulta infatti come minimo un po’ strano che Trotskij si fosse ammalato, proprio poco prima e soprattutto durante il periodo decembrino che ci interessa, di una “febbre” di cui i medici non seppero comprendere e spiegare in alcun modo le cause; e come ricordano gli insospettabili Deutscher e Brouè, “dopo molti esami clinici e biologici” nell’ospedale di Oslo, la misteriosa causa della febbre di Trotskij e “la natura del male” (Brouè) non venne trovata, al pari di un rimedio efficace contro di essa.

Terza anomalia: Trotskij lasciò l’ospedale di Oslo il 20 ottobre del 1935 “sollevato dalla febbre” (Brouè) e senza più la febbre, ma essa, la sua “malattia” guarda caso rispuntò proprio all’inizio di dicembre del 1935. Non all’inizio di novembre, o a metà novembre del 1935, oppure all’inizio di gennaio del 1936: essa riapparve poco prima dell’11 dicembre del 1935, quindi poco prima della data di arrivo di Pjatakov a Berlino, e continuò per tutti i giorni (12/13 dicembre) che ci interessano. Si trattava pertanto di una “malattia” non-permanente e ciclica, ma che guarda caso si ripresentò nel momento più utile per Trotskij e cioè nei giorni antecedenti e contemporanei al 12/13 dicembre, garantendogli quell’isolamento dal mondo esterno e da scomodi testimoni a sua volta indispensabile per cercare di mantenere segreto l’incontro con Pjatakov.

Siamo già in presenza di alcuni dati di fatto importanti, ma essi si dimostrano ancora più significativi se li mettiamo in collegamento con una quarta e ulteriore nota dissonante, e cioè la strana, improvvisa e rapida guarigione di Trotskij dalla sua presunta “malattia” e dalla sua “febbre”, dopo il dicembre del 1935. Anche Deutscher rilevò come tale rapida guarigione fosse uno “dei bruschi cambiamenti” nella salute di Trotskij “che stupivano i medici”. I medici, ma anche coloro che scrivono queste pagine: una malattia di origine sconosciuta e che tra l’altro scomparve “bruscamente” proprio dopo il dicembre 1935, senza che i medici ne capissero la ragione, difficilmente può rappresentare solo un caso fortuito, visto che troppe coincidenze fortuite sono ormai apparse già a questo punto.

Quinta anomalia: la presunta malattia di Trotskij non durò pochi giorni, diciamo dal 1° al 5 dicembre del 1935, ma viceversa si prolungò fino al 12/13 e lasciò in ogni caso a letto il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale sino al 19 dicembre: quindi prima, durante e subito dopo i due giorni che ci interessano.

Sesta nota dissonante: proprio sparendo “bruscamente” (Deutscher) a partire dall’inizio del 1936, quando Trotskij “si rimise in salute e riprese a scrivere La Rivoluzione tradita” (sempre Deutscher), la presunta febbre e malattia di Trotskij si rivelò – guarda caso – un fenomeno senza conseguenze permanenti per la salute psicofisica del leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale.

Trotskij nel settembre del 1935 è malato: si potrebbe trattare solo di una pura casualità.

La “malattia-febbre” si riproduce proprio nel dicembre del 1935, e cioè quando essa risultava indispensabile per Trotskij, garantendogli un distacco totale dal mondo esterno e quindi da ospiti-testimoni; un isolamento tra l’altro prolungato e con una ragione accettata sul piano sociale, visto che di regola non si disturba un malato. Come minimo, emergono i primi dubbi sulla reale natura della “malattia” in esame.

La “febbre-malattia” risulta inoltre di origine sconosciuta, nonostante il mese di controlli all’ospedale di Oslo a cui si sottopone Trotskij: a questo punto iniziano ormai a venire molti sospetti, come minimo, riguardo alla presunta e misteriosa indisposizione psicofisica di Trotskij.

La “febbre-malattia” scompare dal 20 ottobre sino alla fine di novembre, ma riappare invece proprio agli inizi di dicembre: non agli inizi di novembre del 1935, non agli inizi del gennaio del 1936 e via avanzando nel tempo, ma prima, durante e poco dopo i giorni fatidici del 12/13 dicembre 1935.

Bene, a questo punto il livello di sospetto non può che alzarsi, raggiungendo già da ora la soglia di tolleranza.

La “febbre-malattia” inoltre non dura poco, ad esempio solo tre o quattro giorni e dal 1° al 4 dicembre del 1935, ma viceversa essa estende i suoi effetti anche subito prima, durante e subito dopo i giorni del 12 e 13 dicembre che ci interessano da vicino: il livello di credibilità della presunta malattia di Trotskij cala ulteriormente, a questo punto.

Ma non solo: la “malattia-febbre” di Trotskij tra l’altro sparisce repentinamente, con un “brusco cambiamento” (Deutscher) di salute avvenuto a partire dalla fine di dicembre del 1935, e cioè proprio una volta passato il periodo che ci interessa e che soprattutto interessava da vicino Trotskij. E proprio sparendo “bruscamente” (Deutscher) all’inizio del 1936, tra l’altro senza un plausibile motivo individuato dai dottori, la presunta febbre e malattia di Trotskij si rivela sicuramente un fenomeno – guarda caso – senza conseguenze permanenti per la salute del leader mondiale della Quarta Internazionale.

Non ci siamo: le anomalie che emergono rispetto alla presunta malattia decembrina di Trotskij ormai hanno già superato il limite di guardia e la soglia critica.

Ma il livello di sospetto non può che salire ulteriormente e fare un decisivo salto di qualità se poi prendiamo in esame anche un altro dato sicuro e un’ulteriore anomalia, e cioè il mancato ricovero in ospedale di Trotskij nel dicembre del 1935, dopo la sua ricaduta nella “malattia” e nella “febbre”: ragioniamo un po’ assieme, su tale strana passività e inspiegabile non-azione di Trotskij.

Chi di voi, giudici-lettori, in presenza di una febbre di origine sconosciuta e sottopostosi a tutti i lunghi accertamenti e alle analisi del caso (vedi il ricovero di settembre), uscito dall’ospedale il 20 ottobre e improvvisamente colpito nel dicembre da una ricaduta nella febbre, che ricompare dopo circa un mese circa; chi di voi, dicevamo, colpito di nuovo dalla febbre per più giorni non andrebbe almeno un giorno dal medico o in ospedale, per sottoporsi a ulteriori esami e accertamenti clinici? Ma invece non risulta alcun ricovero o alcun esame medico di Trotskij nel dicembre del 1935: e visto che egli era viceversa già andato in ospedale nel settembre del 1935, a differenza che nel dicembre del 1935, esiste pertanto un’evidente asimmetria tra le due diverse fasi del suo comportamento rispetto alla stessa “malattia”, per la sua stessa “febbre”.

Anche se si dichiarò malato per tutto il mese di dicembre del 1935, proprio in tal mese Trotskij non passò invece neanche una settimana e neanche un solo giorno in ospedale, a differenza che nel settembre/ottobre del 1935: un mancato ricovero che diventa ancora più anomalo e sospetto tenendo a mente che la “febbre” e la “malattia” che colpì Trotskij nel dicembre del 1935 non risultò breve, diciamo di tre o quattro giorni, ma che invece fu prolungata e durò per tutto il mese di dicembre, stando almeno alle stesse dichiarazioni di Trotskij. Del resto anche il segretario e l’uomo di fiducia di Trotskij nel dicembre del 1935, Erwin Wolf, nella sua dichiarazione scritta alla commissione Dewey, non accennò mai al fatto che Trotskij si fosse mosso dalla sua casa di Honefoss dal 1° al 19 dicembre del 1935, non citando mai ad esempio un’eventuale visita del suo leader e “datore di lavoro” in ospedale, né tanto meno un suo ricovero prolungato in quel periodo in una struttura sanitaria; e anche il deputato Konrad Knudsen, a sua volta, non indicò mai un ricovero in un ospedale norvegese da parte di Trotskij, sempre dal 1° al 19 dicembre del 1935.

Iniziata il 1° dicembre del 1935, la “febbre” all’11 dicembre del 1935 durava quindi da ben dieci giorni: eppure anche l’11 dicembre, anche il 12 e il 13 dicembre, Trotskij non pensò minimamente di farsi ricoverare almeno per un breve periodo in ospedale, dopo dieci e più giorni di “febbre” e di presunta “malattia”.

Grazie a Deutscher/Brouè, ormai sappiamo con sicurezza che:

  • Trotskij si mostrava febbricitante e quindi isolato legittimamente dal mondo esterno, anche nei giorni tra l’11 e il 13 dicembre del 1935:
  • la febbre, svanita e scomparsa il 20 di ottobre, era rispuntata guarda caso proprio all’inizio di dicembre del 1935: la febbre/malattia risultava inoltre di origine sconosciuta e misteriosa, nonostante un mese di controlli ospedalieri (e un ulteriore controllo del “medico rosso” N. Dahl, su cui torneremo tra poco); durante la ricaduta prolungata nella “febbre” a dicembre, Trotskij non si era fatto visitare e ricoverare in ospedale per ulteriori esami e accertamenti, ma invece si era limitato a “rimanere a letto” nella casa di Honefoss, a differenza che nel settembre/ottobre del 1935;
  • neanche il trotzkista norvegese Nils Dahl, allora aiutante di Trotskij, né i membri della famiglia Knudsen poterono fornire un alibi positivo a Trotskij per il 12 o 13 dicembre del 1935, dichiarando di essere stati allora in sua presenza;
  • dopo la fine di dicembre 1935, guarda caso iniziò una guarigione di Trotskij inspiegabile e così rapida da “stupire i medici”, anche secondo Deutscher;
  • il tutto, proprio attorno al periodo (12/13 dicembre 1935) che ci interessa per la nostra inchiesta.

Siamo quindi in presenza di una connessione di fatti alquanto insolita e particolare: ma davvero possiamo spiegare tutte queste anomalie, senza eccezione alcuna e partendo proprio dall’ipotesi che il volo di Pjatakov si fosse realmente verificato?

Certamente, osando la semplice tesi in base alla quale la malattia/febbre fosse falsa e inventata ad arte da Trotskij, per precisi scopi politico-organizzativi legati proprio al volo e all’incontro segreto di Pjatakov con lui.

Essa venne fatta riemergere proprio nel dicembre del 1935 perché serviva come mezzo “legittimo” di isolamento dal mondo, solitudine a sua volta indispensabile per la segretezza del colloquio tra i due; Trotskij guarì quasi subito e quasi “miracolosamente” dalla sua presunta malattia proprio perché la stessa non era mai esistita e, una volta che tale presunta “malattia/febbre” non servì più ai suoi scopi particolari, essa ovviamente scomparve di colpo e senza problemi a partire dalla fine di dicembre del 1935. Il mancato ricovero di Trotskij in ospedale, nel dicembre del 1935, si spiega a sua volta con il fatto che l’ultima cosa al mondo che Trotskij voleva, nel dicembre del 1935 e aspettando ormai l’arrivo  a Berlino di Pjatakov, era quella di essere rinchiuso e controllato in un ospedale, e quindi in presenza di numerosi testimoni non controllabili; rispetto invece agli esami e controlli medici del settembre/ottobre del 1935, essi non riuscirono a scoprire le cause fisiologiche della presunta febbre semplicemente perché essa in realtà non esisteva, risultando solo un’abile trucco usato dal “malato immaginario”, ossia da Trotskij. A sua volta nessuna persona, ivi compresa Nils Dahl, non andò a trovare quest’ultimo, tra l’inizio del mese e il 19 dicembre del 1935, per i giorni prevedibili per l’arrivo di Pjatakov a Kjeller, sempre perché l’isolamento totale di Trotskij da visitatori esterni costituiva uno degli assi e cardini principali, al fine di garantire la sicurezza e la segretezza del colloquio clandestino di quest’ultimo con Pjatakov.

Dimentichiamo qualcosa? Si, la ragione per cui la “malattia” di Trotskij non durò per pochi giorni, diciamo ad esempio dall’1 al 4 dicembre del 1935. Un aiutino ai giudici-lettori: il 4 dicembre Pjatakov non era ancora atterrato a Berlino, come del resto il 9 dicembre…

E ancora: per quale motivo la “malattia” di Trotskij riemerse proprio all’inizio di dicembre e non invece prima, diciamo all’inizio di novembre del 1935?

Per il semplice motivo che l’arrivo di Pjatakov a Berlino, in missione diplomatica ufficiale, diventò sicuro solo nella seconda metà di novembre del 1935, quando Kandelaki riuscì a dare continuità alla precedente e sopracitata sua visita tedesca del 30 ottobre del 1935 e a costruire una delegazione sovietica di alto livello, comprendente tra l’altro anche “Capelli rossi”.

Tutta una serie di anomalie, note dissonanti ed enigmi vengono risolti in un solo colpo, oltre che con relativa semplicità: come del resto risultava molto facile procurarsi ad arte una febbre con mezzi artificiali, senza tra l’altro procurarsi in alcun modo dei danni permanenti e potendo in ogni momento far cessare la presunta “febbre”, o viceversa potendo prolungarla senza alcun problema in caso di necessità, ad esempio a causa di un eventuale ritardo dell’arrivo di Pjatakov in Norvegia.

Ma quali scopi perseguiva Trotskij, un esperto nell’arte della disinformazione e delle attività segrete (il “piano Tanaka”, ecc.) creandosi ad arte una finta malattia? Un obiettivo centrale, assieme a sei scopi secondari.

Si è già notato in precedenza che la presunta “febbre” permetteva innanzitutto a quest’ultimo di non ricevere, senza destare alcun sospetto, i possibili visitatori inaspettati e testimoni indesiderati attorno alla sua casa, separando e isolando quindi legittimamente Trotskij dal mondo esterno nel dicembre del 1935; evitando pertanto che un eventuale visitatore Tizio potesse ricordare, e soprattutto far sapere ad altri, che era andato nel dicembre del 1935 a Honefoss (diciamo il 12 o il 13 dicembre…) e non aveva trovato Trotskij, o ancora peggio l’aveva visto uscire di casa per motivi sconosciuti. “Io, Tizio, l’ho visto uscire: ma chissà perché è dovuto andare fuori di casa?”.

In altri termini, la presunta malattia e la solitudine prolungata-legittima che ne derivava evitavano in modo preventivo che potessero eventualmente sorgere gravissimi problemi per Trotskij, alias visitatori indesiderati e quindi possibili sospetti sul suo progettato incontro con Pjatakov, costituendo pertanto uno strumento indispensabile che poteva in tal modo garantire al meglio (possibile) la segretezza del suo incontro con Pjatakov.

Un secondo obiettivo, secondario ma in ogni caso utile, era garantirsi un’ampia libertà d’azione per il periodo in esame. Un finto malato non solo risulta perfettamente legittimato a non ricevere ospiti, più o meno desiderati, ma allo stesso tempo almeno sul piano delle capacità fisiche può andare dove vuole e muoversi come desidera, può incontrare chiunque voglia proprio perché non è malato: nessuno dei giudici/lettori ha mai finto una malattia, per non andare a scuola/al lavoro e invece farsi gli affari suoi, o almeno ha sentito parlare di tale diffuso fenomeno sociale?

Terza ricaduta positiva: la finta malattia procurava subito un alibi per Trotskij, nel caso peggiore (che un “professionista” dell’inganno come Trotskij doveva prendere in considerazione) in cui Pjatakov fosse stato scoperto dalla polizia stalinista dopo il suo rischioso viaggio segreto in Norvegia: “ero malato e a letto, come potevo aver incontrato Pjatakov uscendo dalla casa di Honefoss?”. Questo vantaggio, apparentemente insignificante, assumerà invece un certo peso quando affronteremo la questione degli alibi di Trotskij durante il settimo capitolo.

Altro beneficio secondario: pensando che Trotskij fosse realmente malato dal 20 settembre, anche le spie e infiltrati stalinisti avrebbero rilassato almeno un po’ la guardia e i controlli sul leader della costituenda Quarta Internazionale.

Ulteriore vantaggio: un finto malato, colpito da una “febbre” inesistente, può far cessare il suo presunto disturbo fisico come e quando vuole, risultando in altri termini in grado di riprendere la sua attività normale a piacere e con estrema rapidità. E Trotskij si era creato per l’appunto una finta febbre, evitando ad esempio di fratturarsi un arto inferiore per giustificare la sua indisposizione.

Sesta ricaduta positiva (secondaria, ma utile): come sanno forse anche alcuni dei giudici-lettori, si può far salire da soli la temperatura corporea con relativa facilità e senza dover affrontare alcun dolore fisico, oltre a non poter essere smentiti facilmente da dottori e amici/conoscenti vari.

Ultimo vantaggio, ma non per importanza: in caso di sempre possibili contrattempi e ritardi dell’atteso volo di Pjatakov, l’isolamento di Trotskij dal mondo esterno risultava in ogni caso prolungabile e “allungabile” senza alcun problema, semplicemente prolungando e “allungando” il periodo di durata della presunta, finta e fittizia “malattia” del leader della costituenda Quarta Internazionale.

Abbiamo quindi esposto tutta una serie di sottoprodotti positivi procurati a Trotskij dall’autocreazione di una finta febbre, e che tra l’altro si combinano e rafforzano l’uno con l’altro.

Ad esempio, attraverso la facile autocreazione di una finta malattia e di una “malattia diplomatica”, un abile ed esperto professionista della cospirazione come Trotskij non solo otteneva uno degli obiettivi principali nel campo delle trame/complotti segreti, e cioè la disinformazione e il depistaggio del nemico (stalinista), ma allo stesso tempo acquisiva simultaneamente anche la sopracitata creazione di una particolare barriera, invalicabile ma non sospetta, nei confronti degli “amici indesiderati” e degli ospiti indesiderati, in quel frangente per lui assai delicato.

Lasciamo ancora una volta la parola a Deutscher, su questo punto specifico. “Il cancello della villa” (di Honefoss) “rimaneva aperto giorno e notte e la gente del villaggio entrava a fare due chiacchiere senza cerimonie. Occasionalmente giungevano visitatori dall’estero, profughi tedeschi residenti in Scandinavia, francesi belgi e americani. Uno di questi ultimi fu Harold Isaacs, che era appena tornato dalla Cina dopo un soggiorno di molti anni e rappresentava una fonte di preziose informazioni su quel paese e sul movimento comunista (stava appunto scrivendo un libro, “La tragedia della rivoluzione cinese”, di cui Trotskij avrebbe scritto la prefazione). Anche Shachtman e Muste, il famoso socialista americano che si era unito ai trotzkisti, vennero a Vexhall. I francesi giunsero più volte con le loro dispute e i loro litigi per chiedere a Trotskij di fungere da arbitro. Non riuscivano ad accordarsi sull’opportunità o meno di lasciare il SFIO e costituirsi a partito indipendente. Raymond Molinier aveva fondato il proprio giornale “La Comune”, favorevole alla separazione. La polemica diventò di pubblico dominio e fini con l’indurre Trotskij a rompere con Molinier. L’incidente non meriterebbe di essere ricordato se non fosse per il fatto che la lite si protrasse per anni, intrecciandosi grottescamente con le sorti della famiglia Trotskij”[6].

Testo integrale sul libro in pubblicazione


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