CAPITOLO SETTIMO

L’alibi tardivo di Trotskij

Giudici lettori: “in tutto ciò che affermate c’è qualche cosa che non quadra. Non si era detto in precedenza che Pjatakov arrivò a Berlino il 10 o l’11 dicembre per una missione diplomatica, e che anche Trotskij alla fine si trovò d’accordo sulla data del 10 dicembre?”

Esatto, alla fine successe così: alla fine, però, e molto malvolentieri da parte di Trotskij.

Giudici lettori: “e non è già emerso che, stando almeno alla narrazione di Pjatakov durante il processo di Mosca del 1937, il viaggio in Norvegia di quest’ultimo si verificò al massimo entro due giorni dal suo arrivo a Berlino?”

Esatto: come vedremo in seguito, anche l’amichevole – verso Trotskij – John Dewey constatò che, seguendo e stando al resoconto di Pjatakov, egli avrebbe attuato il suo volo verso la Norvegia entro e non oltre due giorni dal suo arrivo a Berlino, quindi entro e non oltre il 13 dicembre.

Giudici-lettori: “e la gita tra i ghiacci di Trotskij non è invece avvenuta dal 20 al 22 dicembre, per almeno tre giorni? Deutscher ci ha informato che era avvenuta “subito prima di Natale”, non è forse giusto?”

Esatto: almeno su questo punto e su queste date, Deutscher e Trotskij non mentono.

“Ma allora a cosa poteva servire a Trotskij un alibi inattaccabile per i giorni del 20/22 dicembre 1935, se Pjatakov invece era arrivato a Berlino il 10 o l’11 dicembre e sostenne in pratica di essersi incontrato in segreto con Trotskij il 12 o 13 dicembre del 1935?”

Serviva eccome, a patto di riuscire a far credere che l’arrivo di Pjatakov a Berlino fosse avvenuto il 20 dicembre del 1935.

È sufficente tener presente che vi sono diversi tipi di alibi e che al momento ce ne interessa uno in particolare, che chiarisce la situazione: e cioè l’”alibi tardivo”.

Che cosa contraddistingue un “alibi tardivo”, innanzitutto? Due elementi distinti, anche se interconnessi tra loro.

Il primo aspetto dell’alibi tardivo è costituito dalla preventiva e cosciente costruzione, da parte di un soggetto intelligente e realmente colpevole di un determinato delitto, di un alibi inattaccabile per un certo periodo temporale, diciamo per il momento X, prevedendo di poter essere accusato del reato in esame in un futuro più o meno ravvicinato.

Il secondo lato dell’alibi tardivo viene rappresentato invece dal successivo tentativo del soggetto – intelligente e colpevole – in via di esame di spostare in avanti nel tempo e di posticipare agli occhi altrui il momento dell’attuazione concreta del delitto in oggetto, cercando di far credere agli altri (una volta accusato) che l’atto criminoso non fosse stato commesso in un dato momento Z, quando esso avvenne realmente, ma viceversa nel successivo “momento X”, ossia quando invece l’autore del reato si era creato apposta un alibi inattaccabile, e non poteva di conseguenza in alcun modo avere commesso il particolare reato per cui egli era divenuto in seguito un indiziato.

Torniamo a questo punto a Trotskij e alla sua “gita nel ghiaccio”: con un’azione premeditata in due fasi distinte, ivi compreso il suo successivo tentativo di posticipare davanti alla commissione Dewey il giorno del “delitto”, ossia dell’arrivo di Pjatakov a Berlino e quindi, a catena, in Norvegia, Trotskij si costruì ad arte e utilizzò davanti alla commissione Dewey proprio un “alibi tardivo”.

L’alibi di Trotskij risultava ed è tuttora indiscutibile, inattaccabile e sicuro, ma solo ed esclusivamente per i giorni del 20/22 dicembre del 1935: costituisce pertanto a pieno titolo un “alibi tardivo”, e cioè un alibi reale ma collegato ad arte a fatti che invece erano accaduti in precedenza, ossia il 12/13 dicembre 1935, e non invece nel giorno (21 dicembre) indicato volutamente e in modo fraudolento dal detentore dell’alibi tardivo. Siamo pertanto in presenza di un alibi falso ma assai sottile, e che può passare per vero se (e solo se) il detentore dell’alibi tardivo riesca allo stesso tempo a far credere agli altri che il “delitto” da lui realmente commesso, ossia l’incontro segreto con Pjatakov, fosse stato compiuto non nella data reale, ossia il 12/13 dicembre del 1935, ma viceversa in una data successiva e spostata volutamente più avanti nel tempo: il 21/22 dicembre del 1935, nel caso in oggetto date nelle quali Trotskij era realmente inattaccabile.

L’intelligenza e l’astuzia di Trotskij, abile professionista (caso Tanaka, ecc.) dell’inganno, non si è espressa solo nella già notevole costruzione preventiva e cosciente di un alibi inattaccabile perché basato su fatti reali per il periodo compreso tra il 20 e il 22 dicembre del 1935, e cioè la prima sezione e il primo anello dell’alibi tardivo in esame. Quando Pjatakov venne arrestato dalle autorità staliniste e confessò tra le altre cose di essersi incontrato in segreto con Trotskij in Norvegia durante il processo di Mosca del gennaio 1937, il leader in esilio della Quarta Internazionale fece infatti scattare la seconda parte del suo abile artificio. Egli quindi collegò nell’aprile del 1937, e durante l’importante controprocesso tenutosi di fronte alla commissione Dewey, il suo alibi inattaccabile per i giorni compresi tra il 20 e il 22 dicembre del 1935 con il tentativo astuto e menzognero di spostare in avanti nel tempo l’arrivo di Pjatakov a Berlino, con la sua azione combinata tesa a far credere al mondo (a partire dalla commissione Dewey) che, stando alle stesse dichiarazioni di Pjatakov, quest’ultimo dovesse essere arrivato in Norvegia non il 12 o 13 dicembre, ma il 21 o 22 dicembre: giorni in cui Trotskij, per l’appunto, aveva e si era creato ad arte con molta fatica, sia fisica che progettuale, un alibi di ferro.

Impegnato dal marzo-ottobre del 1933 in una lotta senza quartiere nei confronti del regime stalinista, contro il quale fin dall’ottobre del 1933 egli prevedeva esplicitamente l’uso della violenza, Trotskij utilizzò quindi abilmente il trucco e la menzogna dell’alibi tardivo al fine di negare l’esistenza del suo colloquio con Pjatakov. Del resto in un suo interessante scritto del 1938, intitolato “La loro morale e la nostra”, i leader in esilio della Quarta Internazionale aveva sottolineato apertamente che “la menzogna e quant’altro vi è di peggio sono inseparabili dalla lotta di classe già quando questa è nella sua fase embrionale”, ammettendo quindi implicitamente che la forma più estrema e dura di lotta politica – come quella che ad esempio stava conducendo dal luglio 1933 contro il nucleo dirigente stalinista – non era “concepibile senza stratagemmi, in altri termini senza menzogne e inganni”: “stratagemmi, menzogne e inganni” come quelli che, con eccezionale sagacia, Trotskij utilizzò a piene mani sulla questione cruciale del volo di Pjatakov.

Da amanti dei gialli come siamo, non possiamo che complimentarci con la genialità di Trotskij, ma allo stesso tempo vogliamo sottolineare che non tutti gli alibi (costruiti ad arte) riescono “senza buchi” e funzionano realmente, e anzi a volte essi si trasformano in una fonte di rovina e autodistruzione per chi li ha costruiti con tanta cura, fatica e intelligenza.

Dimostreremo infatti, il tentativo abile e cosciente di Trotskij, assieme al suo difensore Albert Goldman, teso ad attestare davanti alla commissione Dewey che Pjatakov fosse arrivato a Berlino il 20 dicembre 1935 e a cercare quindi di ingannare su questo punto nodale tutto il mondo, oltre alla particolare e atipica corte giudiziaria riunita in Messico nell’aprile del 1937 sotto la direzione di Dewey.

Torniamo infatti di nuovo alla sesta sessione della commissione Dewey tenutasi il 13 aprile del 1937, lasciando esibire una fonte insospettabile per la “seconda versione”, e cioè lo stesso Trotskij aiutato da Goldman (militante trotzkista dal 1933, detto per inciso), sull’utilizzo concreto e innegabile dell’alibi tardivo durante il controprocesso organizzato con cura proprio dal leader in esilio della Quarta Internazionale e dai suoi seguaci, e quindi in un’occasione per loro assai importante  sul piano politico e propagandistico.

L’avvocato di Trotskij, Goldman, ad un certo punto della sesta sessione annunciò che egli aveva a disposizione una deposizione legale, un affidavit di Konrad Knudsen che “afferma che Trotskij era a casa per l’intero mese di dicembre del 1935”, salvo per la “visita alla baita” dei Knudsen.

Goldman continuò chiedendo a Trotskij: “quando avvenne che lei lasciò la casa di Honefoss per andare alla baita dei Knudsen?”

Trotskij: “Avvenne il 20 dicembre, e fino al 22” (di dicembre del 1935).

Goldman: “Lei visse lì per tre giorni?”

Trotskij: “Per tre giorni”.

Goldman: “Lei era con Knudsen in quel periodo?”.

Trotskij: “Io ero con il figlio dei Knudsen, con il cuoco, una donna, e con mia moglie”[1].

Goldman rivolse subito diverse domande a Trotskij sulla baita dei Knudsen, arrivando a chiedergli in modo minuzioso quanto essa fosse lontana da Honefoss e di quante stanze fosse dotata, attirando in tal modo l’attenzione della commissione Dewey sull’escursione del 20/22 dicembre; poco dopo Trotskij confermò di sfuggita che alla baita dei Knudsen risultava presente anche Erwin Wolf, sempre dal 20 al 22 dicembre, mentre venne altresì dato risalto alla sopracitata dichiarazione con la quale il figlio dei Kundsen attestò come nessun visitatore esterno fosse giunto alla baita nei tre giorni in esame.

Si trattò sicuramente di una lunga narrazione rispetto alla “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre: ma siamo forse in presenza di dichiarazioni innocue e estemporanee, effettuate senza alcun fine preciso da parte di Goldman/Trotskij?

Assolutamente no, visto che poco più avanti e sempre nel corso della sesta sessione proprio Albert Goldman mise volontariamente in risalto una notizia pubblicata “proprio durante il solo periodo in cui Trotskij era fuori dalla casa dei Knudsen a Wexhall, nella sopracitata baita, dal 20 al 22. Io voglio fare una citazione dalla sezione commerciale del Berliner Tageblatt, che pubblicò: “Al momento attuale è presente a Berlino il primo vice ministro dell’industria pesante dell’Unione Sovietica, il signor Pjatakov, e anche il responsabile del dipartimento delle importazioni del Commissariato per il commercio estero dell’Unione Sovietica, il signor Smolensky”[2].

Facendo riferimento esplicitamente al quotidiano tedesco Berliner Tageblatt, Goldman sostenne quindi a chiare lettere che “proprio durante il solo periodo” nel quale Trotskij “era fuori dalla casa dei Knudsen”, e cioè dal 20 al 22 dicembre, il quotidiano tedesco in oggetto aveva annunciato allora ai suoi lettori la presenza di Pjatakov a Berlino.

“Al momento attuale è presente a Berlino…. Il signor Pjatakov”: seppur senza ancora citare un giorno preciso per l’arrivo di Pjatakov a Berlino, stava iniziando l’esposizione cosciente dell’”alibi tardivo”, e non a caso Goldman evidenziò subito dopo che “lo stesso resoconto apparve in una rivista economica, il Die Ostwirtschaft di Berlino, dicembre 1935, n° 12, pag. 185”, sempre sul fatto che attorno al 20 dicembre 1935 Pjatakov era “presente” a Berlino.

Dopo aver descritto volutamente e in modo dettagliato i protagonisti, il luogo e il tempo in cui avvenne l’escursione di Trotskij alla baita dei Knudsen, Goldman fece in pratica la prima mossa della sottile partita a scacchi che stava giocando assieme al suo cliente, ossia a Trotskij. Egli citò esplicitamente i tre giorni compresi dal “20 al 22” dicembre 1935 che riguardavano la sopracitata baita dei Knudsen e, guarda caso, mise esplicitamente in collegamento tale periodo con una “citazione dalla sezione commerciale del Berliner Tageblatt”, notando inoltre e non certo a caso che “lo stesso resoconto apparve in una rivista economica, il Die Ostwirtschaft di Berlino”, dalla quale risultava che Pjatakov allora risultava a Berlino.

Goldman non indicò ancora il giorno esatto della “presenza” a Berlino di Pjatakov – questo compito venne lasciato a Trotskij, come vedremo tra poco – ma in ogni caso venne già mostrata, a tal fine, una fascia temporale che andava dal “20 al 22” dicembre, in base alla “citazione dalla sezione commerciale del Berliner Tageblatt” collegata al “solo periodo in cui Trotskij era fuori dalla casa dei Knudsen”.

Pjatakov si trovava sicuramente a Berlino nel dicembre del 1935, anche per il patriarca (e il suo avvocato difensore di allora) della “seconda versione”: ma quando arrivò? In quale giorno?

Proprio su tale tematica si concentrarono per qualche tempo sia Trotskij che l’attenzione della commissione Dewey, sempre durante la sua sesta sessione.

A un certo punto Dewey fece una sottolineatura: “ma la testimonianza stessa, seguendo la testimonianza,” (di Pjatakov, al processo di Mosca del gennaio del 1937) “il signor Pjatakov arrivò li” (a Berlino) “alle tre del pomeriggio dell’11 dicembre”.

Trotskij allora notò: “egli” (Pjatakov) “arrivò a Berlino – da quello che ricordo, egli arrivò a Berlino il 10 dicembre. In ogni caso, la prima metà di dicembre. E’ stabilito ufficialmente” (dai verbali ufficiali del processo di Mosca del 1937). “Io ho chiesto una data esatta”.

In sostanza: io, Trotskij, chiedo di verificare la “data esatta” dell’arrivo di Pjatakov a Berlino, anche se nel processo di Mosca del gennaio venne indicato esplicitamente il giorno dell’11 (o 10) dicembre.

A tal proposito S. La Follette, un’altro componente della commissione Dewey, notò che “è stato detto il 10 dicembre nel rapporto ufficiale, o la prima metà di dicembre”.

Trotskij: “Pjatakov sostiene il viaggio stesso – il viaggio nella prima metà di dicembre. Ma è un viaggio che inizia il 9 dicembre. Ma a quale ora?…”.

Dewey: “a pag. 58” (pag. 58 del verbale ufficiale in lingua inglese del processo del 1937) “fu il 10 dicembre, la prima metà di dicembre. Questo è il rapporto ufficiale. E pertanto egli” (Pjatakov) “giunse li” (a Berlino) “il giorno dopo, approssimativamente alle tre del pomeriggio. Io ho stabilito questo solo per chiedere a voi” (Trotskij) “se possedete qualche particolare informazione sui luoghi in cui voi vi trovavate l’11 dicembre.”

A questo punto Trotskij, al posto di rispondere all’intelligente domanda di Dewey, fece la sua seconda mossa e affermò invece, bruscamente e volutamente, che “solo tre o quattro giorni fa” (che fortuna) “abbiamo ricevuto una citazione dal Berliner Tageblatt, che conferma il fatto che Pjatakov nel dicembre del 1935 visitò Berlino. Ciò è confermato dalla stampa tedesca, e solo un giorno è indicato, il giorno 20 di dicembre – che indica che Pjatakov è a Berlino. Io ho sollevato la questione non solo di quando egli” (Pjatakov) “venne a Berlino, ma anche di quando egli partì da Berlino per Oslo. Egli non avrebbe potuto dimenticare tale data, quando egli” (sempre Pjatakov) “tornò indietro a Berlino. Come spiegò alle autorità” (sovietiche) “a Berlino la sua sparizione per due giorni?”[3].

Focalizziamo “E solo un giorno è indicato, il giorno 20 di dicembre che indica che Pjatakov è a Berlino”l’attenzione sulla dichiarazione principale di Trotskij. Egli affermò infatti che nel giornale Berliner Tageblatt “un solo giorno” era indicato per la “visita” di Pjatakov a Berlino, e cioè “il giorno 20 dicembre”: e tale data era da lui stesso collegata alle “questioni” di “quando egli” (Pjatakov) “venne a Berlino” e di “quando egli” (sempre Pjatakov) “partì da Berlino per Oslo”, “sollevate” dallo stesso Trotskij, secondo le sue chiare, inequivocabili ed esplicite dichiarazioni.

Trotskij diede subito la risposta – la sua particolare risposta, certo – a tali due “questioni”, che lui stesso del resto aveva “sollevato”: ossia il “giorno 20 dicembre del 1935”, il ventesimo giorno di dicembre del 1935, citando e utilizzando a tale scopo – come del resto Goldman, poco prima – il Berliner Tageblatt.

Il 20 dicembre del 1935 come “solo giorno” indicato per la “visita” e presenza di Pjatakov: siamo ormai al nucleo della questione.

Dopo averla ben preparata assieme a Goldman, Trotskij fece pertanto la sua seconda mossa proprio affermando che la visita di Pjatakov a Berlino “risulta confermata dalla stampa tedesca” (stampa tedesco-nazista del 1935, ma non soffermiamoci per ora su questo punto), “e solo un giorno è indicato, il giorno 20 di dicembre” del 1935, notando altresì che lui stesso aveva “sollevato la questione” di quando Pjatakov “venne a Berlino” e “partì da Berlino per Oslo”.

“E solo un giorno è indicato, il giorno 20 di dicembre” del 1935, dalla stampa tedesca del tempo: parole testuali di Trotskij.

In altri termini, risulta chiaramente dagli atti ufficiali della commissione Dewey come Trotskij abbia citato esplicitamente il 20 dicembre in qualità di data di arrivo di Pjatakov a Berlino, come unica data indicata dalla “stampa tedesca” del tempo. La logica e inevitabile conseguenza di tale data e di tali affermazioni era quindi che il derivato e successivo viaggio di Pjatakov in Norvegia, negato in ogni caso e con estrema forza da Trotskij non potesse essersi verificato in ogni caso prima del 21 o 22 dicembre 1935, quando, guarda caso, Trotskij risultava realmente e senz’ombra di dubbio nella baita dei Knudsen: luogo irraggiungibile da Pjatakov in tempi rapidi, e in ogni caso irraggiungibile senza che quest’ultimo fosse visto da alcuni testimoni norvegesi insospettabili a partire dal figlio di Knudsen.

Seguendo le orme già citate da Goldman, Trotskij evidenziò quindi con chiarezza la connessione a suo dire esistente tra la citazione del Berliner Tageblatt sulla data della visita di Pjatakov a Berlino e la partenza di quest’ultimo “da Berlino a Oslo”: a tal fine, Trotskij giunse fino al punto di non rispondere in alcun modo alla domanda postagli da Dewey rispetto a un suo eventuale alibi per l’11 dicembre (“se possedete qualche particolare informazione sui luoghi in cui voi vi trovavate l’11 dicembre”), introducendo invece in modo brusco e repentino l’informazione che il suo collegio di difesa “solo tre o quattro giorni” prima dell’inizio dei lavori della commissione Dewey aveva “ricevuto la citazione del Berliner Tageblatt” sul “giorno 20 di dicembre”, in relazione alla visita di Pjatakov a Berlino.

Fermiamoci solo un attimo, per tirare le fila.

Goldman e Trotskij attestarono come, nei giorni compresi tra il 20 e il 22 dicembre del 1935, il leader della Quarta Internazionale fosse sicuramente nella baita a nord di Honefoss per la famosa “gita nel ghiaccio”, assieme ad alcuni testimoni-accompagnatori di nazionalità norvegese: fatto reale e indiscutibile.

Poi Goldman collegò quasi subito sul piano temporale la “gita nel ghiaccio” di Trotskij alle citazioni del Berliner Tageblatt e del Die Ostwirtschaft rispetto alla presenza di Pjatakov a Berlino nel dicembre del 1935, che si riferivano – guarda caso – al “solo periodo in cui Trotskij era fuori dalla casa di Wexhall/Honefoss”, e cioè il 20/22 dicembre.

Trotskij riprese a sua volta la citazione del Berliner Tageblatt sottolineando, questa volta esplicitamente, come “solo un giorno” fosse indicato dalla “stampa tedesca” per la presenza e la “visita” di Pjatakov a Berlino, e cioè proprio e solo il 20 dicembre del 1935: “casualmente” proprio lo stesso giorno riportato da Trotskij, per la sua partenza nella “gita nel ghiaccio” compiuta alla “baita” dei Knudsen.

Infine sempre Trotskij, e non certo per caso, sottolineò che lui stesso aveva già “sollevato” proprio “la questione” di “quando” Pjatakov venne a Berlino, e di quando “egli” (Pjatakov) “partì da Berlino per Oslo”. In termini appena velati, dunque, Trotskij sottolineò la “questione” del suo alibi per il “delitto” in via d’esame, per il volo di Pjatakov e il suo colloquio segreto con “Capelli rossi”: e per il 20/22 dicembre del 1935 Trotskij poteva contare realmente su un alibi di ferro, assolutamente inattaccabile.

Siamo quindi in presenza  di un alibi tardivo e fittizio, costruito da Trotskij presentato da lui stesso davanti alla commissione Dewey: proprio quell’alibi che tanto piaceva a Deutscher e Dahl.

“Il 20 dicembre io, Trotskij, sono partito con l’automobile di Konrad Knudsen, assieme a mia moglie, a Wolf, alla cuoca e al figlio dei Knudsen per arrivare alla baita sperduta nella neve e nei ghiacci, e sono rimasto in loco per tre giorni fino al 22 dicembre, con testimoni norvegesi annessi: il mio alibi per quei giorni è indistruttibile.

Pjatakov, a sua volta, è arrivato a Berlino il 20 dicembre, unica data citata dalla stampa tedesca: e stando alle sue stesse dichiarazioni, egli sostenne in pratica di aver effettuato il suo viaggio in terra norvegese entro e non oltre due giorni dal suo arrivo a Berlino.

Ma io per quei giorni ho un alibi di ferro, con diversi testimoni sicuri e insospettabili che realmente rimasero sempre con me e in un posto tra l’altro isolatissimo: nessuno di loro ha visto Pjatakov, e quindi il suo presunto colloquio con me costituisce, anche solo per questa ragione, una menzogna, un’invenzione malvagia di Stalin e dell’NKVD”.

Venne creato e presentato un alibi almeno in apparenza così forte che Deutscher lo riportò, come elemento di fatto inattaccabile, ancora circa vent’anni dopo e nella sua biografia su Trotskij, come del resto Dahl persino nel 1989. Del resto l’obiettivo e il senso delle dichiarazioni e delle mosse di Trotskij e di Goldman risultava così esplicito ed evidente che anche Suzanne La follette, la quale faceva parte della commissione Dewey, poco dopo e sempre durante la sesta sessione chiese legittimamente a Trotskj: “Io voglio far riferimento alle citazioni del Berliner Tageblatt. Ciò annuncia il suo arrivo” (di Pjatakov a Berlino) “o semplicemente che egli è a Berlino?”.

Ma non tutti gli alibi falsi/tardivi riescono ad avere successo, e la versione fornita da Trotskij sulla data di arrivo di Pjatakov a Berlino (il 20 dicembre del 1935) venne letteralmente massacrata e distrutta da due membri della stessa commissione Dewey, lo stesso Dewey e C. Beals[4].

Leggiamo assieme lo scambio di battute tra Trotskij da un lato, e Dewey/Beals dall’altro.

Prese l’iniziativa proprio Dewey, che contestò subito la data del 20 dicembre proposta da Trotskij per fissare l’arrivo di Pjatakov a Berlino.

Dewey: “seguendo il rapporto ufficiale, fu l’11 dicembre” (l’11 dicembre intesa come data di arrivo di Pjatakov a Berlino, secondo il rapporto ufficiale sovietico sul processo di Mosca del gennaio del 1937).

Trotskij: “No”.

Un secco “no”, da parte di Trotskij.

Una chiara negazione, da parte di Trotskij.

 

Testo integrale sul libro in pubblicazione


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