CAPITOLO SETTIMO

L’alibi tardivo di Trotskij

Giudici lettori: “in tutto ciò che affermate c’è qualche cosa che non quadra. Non si era detto in precedenza che Pjatakov arrivò a Berlino il 10 o l’11 dicembre per una missione diplomatica, e che anche Trotskij alla fine si trovò d’accordo sulla data del 10 dicembre?”

Esatto, alla fine successe così: alla fine, però, e molto malvolentieri da parte di Trotskij.

Giudici lettori: “e non è già emerso che, stando almeno alla narrazione di Pjatakov durante il processo di Mosca del 1937, il viaggio in Norvegia di quest’ultimo si verificò al massimo entro due giorni dal suo arrivo a Berlino?”

Esatto: come vedremo in seguito, anche l’amichevole – verso Trotskij – John Dewey constatò che, seguendo e stando al resoconto di Pjatakov, egli avrebbe attuato il suo volo verso la Norvegia entro e non oltre due giorni dal suo arrivo a Berlino, quindi entro e non oltre il 13 dicembre.

Giudici-lettori: “e la gita tra i ghiacci di Trotskij non è invece avvenuta dal 20 al 22 dicembre, per almeno tre giorni? Deutscher ci ha informato che era avvenuta “subito prima di Natale”, non è forse giusto?”

Esatto: almeno su questo punto e su queste date, Deutscher e Trotskij non mentono.

“Ma allora a cosa poteva servire a Trotskij un alibi inattaccabile per i giorni del 20/22 dicembre 1935, se Pjatakov invece era arrivato a Berlino il 10 o l’11 dicembre e sostenne in pratica di essersi incontrato in segreto con Trotskij il 12 o 13 dicembre del 1935?”

Serviva eccome, a patto di riuscire a far credere che l’arrivo di Pjatakov a Berlino fosse avvenuto il 20 dicembre del 1935.

È sufficente tener presente che vi sono diversi tipi di alibi e che al momento ce ne interessa uno in particolare, che chiarisce la situazione: e cioè l’”alibi tardivo”.

Che cosa contraddistingue un “alibi tardivo”, innanzitutto? Due elementi distinti, anche se interconnessi tra loro.

Il primo aspetto dell’alibi tardivo è costituito dalla preventiva e cosciente costruzione, da parte di un soggetto intelligente e realmente colpevole di un determinato delitto, di un alibi inattaccabile per un certo periodo temporale, diciamo per il momento X, prevedendo di poter essere accusato del reato in esame in un futuro più o meno ravvicinato.

Il secondo lato dell’alibi tardivo viene rappresentato invece dal successivo tentativo del soggetto – intelligente e colpevole – in via di esame di spostare in avanti nel tempo e di posticipare agli occhi altrui il momento dell’attuazione concreta del delitto in oggetto, cercando di far credere agli altri (una volta accusato) che l’atto criminoso non fosse stato commesso in un dato momento Z, quando esso avvenne realmente, ma viceversa nel successivo “momento X”, ossia quando invece l’autore del reato si era creato apposta un alibi inattaccabile, e non poteva di conseguenza in alcun modo avere commesso il particolare reato per cui egli era divenuto in seguito un indiziato.

Torniamo a questo punto a Trotskij e alla sua “gita nel ghiaccio”: con un’azione premeditata in due fasi distinte, ivi compreso il suo successivo tentativo di posticipare davanti alla commissione Dewey il giorno del “delitto”, ossia dell’arrivo di Pjatakov a Berlino e quindi, a catena, in Norvegia, Trotskij si costruì ad arte e utilizzò davanti alla commissione Dewey proprio un “alibi tardivo”.

L’alibi di Trotskij risultava ed è tuttora indiscutibile, inattaccabile e sicuro, ma solo ed esclusivamente per i giorni del 20/22 dicembre del 1935: costituisce pertanto a pieno titolo un “alibi tardivo”, e cioè un alibi reale ma collegato ad arte a fatti che invece erano accaduti in precedenza, ossia il 12/13 dicembre 1935, e non invece nel giorno (21 dicembre) indicato volutamente e in modo fraudolento dal detentore dell’alibi tardivo. Siamo pertanto in presenza di un alibi falso ma assai sottile, e che può passare per vero se (e solo se) il detentore dell’alibi tardivo riesca allo stesso tempo a far credere agli altri che il “delitto” da lui realmente commesso, ossia l’incontro segreto con Pjatakov, fosse stato compiuto non nella data reale, ossia il 12/13 dicembre del 1935, ma viceversa in una data successiva e spostata volutamente più avanti nel tempo: il 21/22 dicembre del 1935, nel caso in oggetto date nelle quali Trotskij era realmente inattaccabile.

L’intelligenza e l’astuzia di Trotskij, abile professionista (caso Tanaka, ecc.) dell’inganno, non si è espressa solo nella già notevole costruzione preventiva e cosciente di un alibi inattaccabile perché basato su fatti reali per il periodo compreso tra il 20 e il 22 dicembre del 1935, e cioè la prima sezione e il primo anello dell’alibi tardivo in esame. Quando Pjatakov venne arrestato dalle autorità staliniste e confessò tra le altre cose di essersi incontrato in segreto con Trotskij in Norvegia durante il processo di Mosca del gennaio 1937, il leader in esilio della Quarta Internazionale fece infatti scattare la seconda parte del suo abile artificio. Egli quindi collegò nell’aprile del 1937, e durante l’importante controprocesso tenutosi di fronte alla commissione Dewey, il suo alibi inattaccabile per i giorni compresi tra il 20 e il 22 dicembre del 1935 con il tentativo astuto e menzognero di spostare in avanti nel tempo l’arrivo di Pjatakov a Berlino, con la sua azione combinata tesa a far credere al mondo (a partire dalla commissione Dewey) che, stando alle stesse dichiarazioni di Pjatakov, quest’ultimo dovesse essere arrivato in Norvegia non il 12 o 13 dicembre, ma il 21 o 22 dicembre: giorni in cui Trotskij, per l’appunto, aveva e si era creato ad arte con molta fatica, sia fisica che progettuale, un alibi di ferro.

Impegnato dal marzo-ottobre del 1933 in una lotta senza quartiere nei confronti del regime stalinista, contro il quale fin dall’ottobre del 1933 egli prevedeva esplicitamente l’uso della violenza, Trotskij utilizzò quindi abilmente il trucco e la menzogna dell’alibi tardivo al fine di negare l’esistenza del suo colloquio con Pjatakov. Del resto in un suo interessante scritto del 1938, intitolato “La loro morale e la nostra”, i leader in esilio della Quarta Internazionale aveva sottolineato apertamente che “la menzogna e quant’altro vi è di peggio sono inseparabili dalla lotta di classe già quando questa è nella sua fase embrionale”, ammettendo quindi implicitamente che la forma più estrema e dura di lotta politica – come quella che ad esempio stava conducendo dal luglio 1933 contro il nucleo dirigente stalinista – non era “concepibile senza stratagemmi, in altri termini senza menzogne e inganni”: “stratagemmi, menzogne e inganni” come quelli che, con eccezionale sagacia, Trotskij utilizzò a piene mani sulla questione cruciale del volo di Pjatakov.

Da amanti dei gialli come siamo, non possiamo che complimentarci con la genialità di Trotskij, ma allo stesso tempo vogliamo sottolineare che non tutti gli alibi (costruiti ad arte) riescono “senza buchi” e funzionano realmente, e anzi a volte essi si trasformano in una fonte di rovina e autodistruzione per chi li ha costruiti con tanta cura, fatica e intelligenza.

Dimostreremo infatti, il tentativo abile e cosciente di Trotskij, assieme al suo difensore Albert Goldman, teso ad attestare davanti alla commissione Dewey che Pjatakov fosse arrivato a Berlino il 20 dicembre 1935 e a cercare quindi di ingannare su questo punto nodale tutto il mondo, oltre alla particolare e atipica corte giudiziaria riunita in Messico nell’aprile del 1937 sotto la direzione di Dewey.

Torniamo infatti di nuovo alla sesta sessione della commissione Dewey tenutasi il 13 aprile del 1937, lasciando esibire una fonte insospettabile per la “seconda versione”, e cioè lo stesso Trotskij aiutato da Goldman (militante trotzkista dal 1933, detto per inciso), sull’utilizzo concreto e innegabile dell’alibi tardivo durante il controprocesso organizzato con cura proprio dal leader in esilio della Quarta Internazionale e dai suoi seguaci, e quindi in un’occasione per loro assai importante  sul piano politico e propagandistico.

L’avvocato di Trotskij, Goldman, ad un certo punto della sesta sessione annunciò che egli aveva a disposizione una deposizione legale, un affidavit di Konrad Knudsen che “afferma che Trotskij era a casa per l’intero mese di dicembre del 1935”, salvo per la “visita alla baita” dei Knudsen.

Goldman continuò chiedendo a Trotskij: “quando avvenne che lei lasciò la casa di Honefoss per andare alla baita dei Knudsen?”

Trotskij: “Avvenne il 20 dicembre, e fino al 22” (di dicembre del 1935).

Goldman: “Lei visse lì per tre giorni?”

Trotskij: “Per tre giorni”.

Goldman: “Lei era con Knudsen in quel periodo?”.

Trotskij: “Io ero con il figlio dei Knudsen, con il cuoco, una donna, e con mia moglie”[1].

Goldman rivolse subito diverse domande a Trotskij sulla baita dei Knudsen, arrivando a chiedergli in modo minuzioso quanto essa fosse lontana da Honefoss e di quante stanze fosse dotata, attirando in tal modo l’attenzione della commissione Dewey sull’escursione del 20/22 dicembre; poco dopo Trotskij confermò di sfuggita che alla baita dei Knudsen risultava presente anche Erwin Wolf, sempre dal 20 al 22 dicembre, mentre venne altresì dato risalto alla sopracitata dichiarazione con la quale il figlio dei Kundsen attestò come nessun visitatore esterno fosse giunto alla baita nei tre giorni in esame.

Si trattò sicuramente di una lunga narrazione rispetto alla “gita nel ghiaccio” del 20/22 dicembre: ma siamo forse in presenza di dichiarazioni innocue e estemporanee, effettuate senza alcun fine preciso da parte di Goldman/Trotskij?

Assolutamente no, visto che poco più avanti e sempre nel corso della sesta sessione proprio Albert Goldman mise volontariamente in risalto una notizia pubblicata “proprio durante il solo periodo in cui Trotskij era fuori dalla casa dei Knudsen a Wexhall, nella sopracitata baita, dal 20 al 22. Io voglio fare una citazione dalla sezione commerciale del Berliner Tageblatt, che pubblicò: “Al momento attuale è presente a Berlino il primo vice ministro dell’industria pesante dell’Unione Sovietica, il signor Pjatakov, e anche il responsabile del dipartimento delle importazioni del Commissariato per il commercio estero dell’Unione Sovietica, il signor Smolensky”[2].

Facendo riferimento esplicitamente al quotidiano tedesco Berliner Tageblatt, Goldman sostenne quindi a chiare lettere che “proprio durante il solo periodo” nel quale Trotskij “era fuori dalla casa dei Knudsen”, e cioè dal 20 al 22 dicembre, il quotidiano tedesco in oggetto aveva annunciato allora ai suoi lettori la presenza di Pjatakov a Berlino.

“Al momento attuale è presente a Berlino…. Il signor Pjatakov”: seppur senza ancora citare un giorno preciso per l’arrivo di Pjatakov a Berlino, stava iniziando l’esposizione cosciente dell’”alibi tardivo”, e non a caso Goldman evidenziò subito dopo che “lo stesso resoconto apparve in una rivista economica, il Die Ostwirtschaft di Berlino, dicembre 1935, n° 12, pag. 185”, sempre sul fatto che attorno al 20 dicembre 1935 Pjatakov era “presente” a Berlino.

Dopo aver descritto volutamente e in modo dettagliato i protagonisti, il luogo e il tempo in cui avvenne l’escursione di Trotskij alla baita dei Knudsen, Goldman fece in pratica la prima mossa della sottile partita a scacchi che stava giocando assieme al suo cliente, ossia a Trotskij. Egli citò esplicitamente i tre giorni compresi dal “20 al 22” dicembre 1935 che riguardavano la sopracitata baita dei Knudsen e, guarda caso, mise esplicitamente in collegamento tale periodo con una “citazione dalla sezione commerciale del Berliner Tageblatt”, notando inoltre e non certo a caso che “lo stesso resoconto apparve in una rivista economica, il Die Ostwirtschaft di Berlino”, dalla quale risultava che Pjatakov allora risultava a Berlino.

Goldman non indicò ancora il giorno esatto della “presenza” a Berlino di Pjatakov – questo compito venne lasciato a Trotskij, come vedremo tra poco – ma in ogni caso venne già mostrata, a tal fine, una fascia temporale che andava dal “20 al 22” dicembre, in base alla “citazione dalla sezione commerciale del Berliner Tageblatt” collegata al “solo periodo in cui Trotskij era fuori dalla casa dei Knudsen”.

Pjatakov si trovava sicuramente a Berlino nel dicembre del 1935, anche per il patriarca (e il suo avvocato difensore di allora) della “seconda versione”: ma quando arrivò? In quale giorno?

Proprio su tale tematica si concentrarono per qualche tempo sia Trotskij che l’attenzione della commissione Dewey, sempre durante la sua sesta sessione.

A un certo punto Dewey fece una sottolineatura: “ma la testimonianza stessa, seguendo la testimonianza,” (di Pjatakov, al processo di Mosca del gennaio del 1937) “il signor Pjatakov arrivò li” (a Berlino) “alle tre del pomeriggio dell’11 dicembre”.

Trotskij allora notò: “egli” (Pjatakov) “arrivò a Berlino – da quello che ricordo, egli arrivò a Berlino il 10 dicembre. In ogni caso, la prima metà di dicembre. E’ stabilito ufficialmente” (dai verbali ufficiali del processo di Mosca del 1937). “Io ho chiesto una data esatta”.

In sostanza: io, Trotskij, chiedo di verificare la “data esatta” dell’arrivo di Pjatakov a Berlino, anche se nel processo di Mosca del gennaio venne indicato esplicitamente il giorno dell’11 (o 10) dicembre.

A tal proposito S. La Follette, un’altro componente della commissione Dewey, notò che “è stato detto il 10 dicembre nel rapporto ufficiale, o la prima metà di dicembre”.

Trotskij: “Pjatakov sostiene il viaggio stesso – il viaggio nella prima metà di dicembre. Ma è un viaggio che inizia il 9 dicembre. Ma a quale ora?…”.

Dewey: “a pag. 58” (pag. 58 del verbale ufficiale in lingua inglese del processo del 1937) “fu il 10 dicembre, la prima metà di dicembre. Questo è il rapporto ufficiale. E pertanto egli” (Pjatakov) “giunse li” (a Berlino) “il giorno dopo, approssimativamente alle tre del pomeriggio. Io ho stabilito questo solo per chiedere a voi” (Trotskij) “se possedete qualche particolare informazione sui luoghi in cui voi vi trovavate l’11 dicembre.”

A questo punto Trotskij, al posto di rispondere all’intelligente domanda di Dewey, fece la sua seconda mossa e affermò invece, bruscamente e volutamente, che “solo tre o quattro giorni fa” (che fortuna) “abbiamo ricevuto una citazione dal Berliner Tageblatt, che conferma il fatto che Pjatakov nel dicembre del 1935 visitò Berlino. Ciò è confermato dalla stampa tedesca, e solo un giorno è indicato, il giorno 20 di dicembre – che indica che Pjatakov è a Berlino. Io ho sollevato la questione non solo di quando egli” (Pjatakov) “venne a Berlino, ma anche di quando egli partì da Berlino per Oslo. Egli non avrebbe potuto dimenticare tale data, quando egli” (sempre Pjatakov) “tornò indietro a Berlino. Come spiegò alle autorità” (sovietiche) “a Berlino la sua sparizione per due giorni?”[3].

Focalizziamo “E solo un giorno è indicato, il giorno 20 di dicembre che indica che Pjatakov è a Berlino”l’attenzione sulla dichiarazione principale di Trotskij. Egli affermò infatti che nel giornale Berliner Tageblatt “un solo giorno” era indicato per la “visita” di Pjatakov a Berlino, e cioè “il giorno 20 dicembre”: e tale data era da lui stesso collegata alle “questioni” di “quando egli” (Pjatakov) “venne a Berlino” e di “quando egli” (sempre Pjatakov) “partì da Berlino per Oslo”, “sollevate” dallo stesso Trotskij, secondo le sue chiare, inequivocabili ed esplicite dichiarazioni.

Trotskij diede subito la risposta – la sua particolare risposta, certo – a tali due “questioni”, che lui stesso del resto aveva “sollevato”: ossia il “giorno 20 dicembre del 1935”, il ventesimo giorno di dicembre del 1935, citando e utilizzando a tale scopo – come del resto Goldman, poco prima – il Berliner Tageblatt.

Il 20 dicembre del 1935 come “solo giorno” indicato per la “visita” e presenza di Pjatakov: siamo ormai al nucleo della questione.

Dopo averla ben preparata assieme a Goldman, Trotskij fece pertanto la sua seconda mossa proprio affermando che la visita di Pjatakov a Berlino “risulta confermata dalla stampa tedesca” (stampa tedesco-nazista del 1935, ma non soffermiamoci per ora su questo punto), “e solo un giorno è indicato, il giorno 20 di dicembre” del 1935, notando altresì che lui stesso aveva “sollevato la questione” di quando Pjatakov “venne a Berlino” e “partì da Berlino per Oslo”.

“E solo un giorno è indicato, il giorno 20 di dicembre” del 1935, dalla stampa tedesca del tempo: parole testuali di Trotskij.

In altri termini, risulta chiaramente dagli atti ufficiali della commissione Dewey come Trotskij abbia citato esplicitamente il 20 dicembre in qualità di data di arrivo di Pjatakov a Berlino, come unica data indicata dalla “stampa tedesca” del tempo. La logica e inevitabile conseguenza di tale data e di tali affermazioni era quindi che il derivato e successivo viaggio di Pjatakov in Norvegia, negato in ogni caso e con estrema forza da Trotskij non potesse essersi verificato in ogni caso prima del 21 o 22 dicembre 1935, quando, guarda caso, Trotskij risultava realmente e senz’ombra di dubbio nella baita dei Knudsen: luogo irraggiungibile da Pjatakov in tempi rapidi, e in ogni caso irraggiungibile senza che quest’ultimo fosse visto da alcuni testimoni norvegesi insospettabili a partire dal figlio di Knudsen.

Seguendo le orme già citate da Goldman, Trotskij evidenziò quindi con chiarezza la connessione a suo dire esistente tra la citazione del Berliner Tageblatt sulla data della visita di Pjatakov a Berlino e la partenza di quest’ultimo “da Berlino a Oslo”: a tal fine, Trotskij giunse fino al punto di non rispondere in alcun modo alla domanda postagli da Dewey rispetto a un suo eventuale alibi per l’11 dicembre (“se possedete qualche particolare informazione sui luoghi in cui voi vi trovavate l’11 dicembre”), introducendo invece in modo brusco e repentino l’informazione che il suo collegio di difesa “solo tre o quattro giorni” prima dell’inizio dei lavori della commissione Dewey aveva “ricevuto la citazione del Berliner Tageblatt” sul “giorno 20 di dicembre”, in relazione alla visita di Pjatakov a Berlino.

Fermiamoci solo un attimo, per tirare le fila.

Goldman e Trotskij attestarono come, nei giorni compresi tra il 20 e il 22 dicembre del 1935, il leader della Quarta Internazionale fosse sicuramente nella baita a nord di Honefoss per la famosa “gita nel ghiaccio”, assieme ad alcuni testimoni-accompagnatori di nazionalità norvegese: fatto reale e indiscutibile.

Poi Goldman collegò quasi subito sul piano temporale la “gita nel ghiaccio” di Trotskij alle citazioni del Berliner Tageblatt e del Die Ostwirtschaft rispetto alla presenza di Pjatakov a Berlino nel dicembre del 1935, che si riferivano – guarda caso – al “solo periodo in cui Trotskij era fuori dalla casa di Wexhall/Honefoss”, e cioè il 20/22 dicembre.

Trotskij riprese a sua volta la citazione del Berliner Tageblatt sottolineando, questa volta esplicitamente, come “solo un giorno” fosse indicato dalla “stampa tedesca” per la presenza e la “visita” di Pjatakov a Berlino, e cioè proprio e solo il 20 dicembre del 1935: “casualmente” proprio lo stesso giorno riportato da Trotskij, per la sua partenza nella “gita nel ghiaccio” compiuta alla “baita” dei Knudsen.

Infine sempre Trotskij, e non certo per caso, sottolineò che lui stesso aveva già “sollevato” proprio “la questione” di “quando” Pjatakov venne a Berlino, e di quando “egli” (Pjatakov) “partì da Berlino per Oslo”. In termini appena velati, dunque, Trotskij sottolineò la “questione” del suo alibi per il “delitto” in via d’esame, per il volo di Pjatakov e il suo colloquio segreto con “Capelli rossi”: e per il 20/22 dicembre del 1935 Trotskij poteva contare realmente su un alibi di ferro, assolutamente inattaccabile.

Siamo quindi in presenza  di un alibi tardivo e fittizio, costruito da Trotskij presentato da lui stesso davanti alla commissione Dewey: proprio quell’alibi che tanto piaceva a Deutscher e Dahl.

“Il 20 dicembre io, Trotskij, sono partito con l’automobile di Konrad Knudsen, assieme a mia moglie, a Wolf, alla cuoca e al figlio dei Knudsen per arrivare alla baita sperduta nella neve e nei ghiacci, e sono rimasto in loco per tre giorni fino al 22 dicembre, con testimoni norvegesi annessi: il mio alibi per quei giorni è indistruttibile.

Pjatakov, a sua volta, è arrivato a Berlino il 20 dicembre, unica data citata dalla stampa tedesca: e stando alle sue stesse dichiarazioni, egli sostenne in pratica di aver effettuato il suo viaggio in terra norvegese entro e non oltre due giorni dal suo arrivo a Berlino.

Ma io per quei giorni ho un alibi di ferro, con diversi testimoni sicuri e insospettabili che realmente rimasero sempre con me e in un posto tra l’altro isolatissimo: nessuno di loro ha visto Pjatakov, e quindi il suo presunto colloquio con me costituisce, anche solo per questa ragione, una menzogna, un’invenzione malvagia di Stalin e dell’NKVD”.

Venne creato e presentato un alibi almeno in apparenza così forte che Deutscher lo riportò, come elemento di fatto inattaccabile, ancora circa vent’anni dopo e nella sua biografia su Trotskij, come del resto Dahl persino nel 1989. Del resto l’obiettivo e il senso delle dichiarazioni e delle mosse di Trotskij e di Goldman risultava così esplicito ed evidente che anche Suzanne La follette, la quale faceva parte della commissione Dewey, poco dopo e sempre durante la sesta sessione chiese legittimamente a Trotskj: “Io voglio far riferimento alle citazioni del Berliner Tageblatt. Ciò annuncia il suo arrivo” (di Pjatakov a Berlino) “o semplicemente che egli è a Berlino?”.

Ma non tutti gli alibi falsi/tardivi riescono ad avere successo, e la versione fornita da Trotskij sulla data di arrivo di Pjatakov a Berlino (il 20 dicembre del 1935) venne letteralmente massacrata e distrutta da due membri della stessa commissione Dewey, lo stesso Dewey e C. Beals[4].

Leggiamo assieme lo scambio di battute tra Trotskij da un lato, e Dewey/Beals dall’altro.

Prese l’iniziativa proprio Dewey, che contestò subito la data del 20 dicembre proposta da Trotskij per fissare l’arrivo di Pjatakov a Berlino.

Dewey: “seguendo il rapporto ufficiale, fu l’11 dicembre” (l’11 dicembre intesa come data di arrivo di Pjatakov a Berlino, secondo il rapporto ufficiale sovietico sul processo di Mosca del gennaio del 1937).

Trotskij: “No”.

Un secco “no”, da parte di Trotskij.

Una chiara negazione, da parte di Trotskij.

Solo un no, ma una negazione molto significativa. Con il suo inequivocabile diniego rispetto all’11 dicembre, inteso come data di arrivo di Pjatakov a Berlino, Trotskij confermò infatti ulteriormente che egli voleva sostenere invece la tesi del 20 dicembre, inteso come il giorno di arrivo di “Capelli rossi” nella capitale tedesca.

Proprio con il suo laconico “no”, con la sua chiara e inequivocabile negazione, con il suo netto diniego dell’11 dicembre come data di arrivo di Pjatakov a Berlino, Trotskij dimostrò in pratica di voler far valere a tutti i costi la data del 20 dicembre, come momento preciso dell’arrivo di Pjatakov a Berlino: data e giorno a sua volta fondamentale perché stesse in piedi e funzionasse il suo “alibi tardivo”, che si era procurato con tanta fatica e astuzia  innanzitutto grazie alla sopracitata “gita nel ghiaccio”.

Continuò quindi Dewey: “Allora egli” (Pjatakov) “andò a Berlino, egli” (Pjatakov) “lo ha affermato.”. L’undici dicembre del 1935, e non certo il 20 dicembre.

Come rispose Trotskij, al colpo autoinferto al suo “alibi tardivo” proprio da Dewey? Nel modo peggiore, almeno per la sua particolare causa.

Trotskij: “è possibile che ci sia una contraddizione” (certo, una grossa contraddizione). “L’edizione francese” (della versione sovietica del processo di Mosca del gennaio 1937) “riportò che “avvenne il 10 dicembre” (avvenne, l’arrivo a Berlino di Pjatakov, il 10 dicembre) “nella prima metà del mese”.

“Avvenne il 10 dicembre”: colossale sbaglio da parte di Trotskij.

Colossale errore da parte di Trotskij, visto che con le sue stesse parole si è tradito da solo, senza alcun dubbio e prova di appello: egli commise infatti con il “10 dicembre” uno sbaglio gigantesco, da cui non poté tornare indietro. Dewey sottolineò infatti come il giorno di arrivo di Pjatakov a Berlino fosse l’11 dicembre, e Trotskij rispose…. “il 10 dicembre”, come se tale data addirittura non aggravasse (certo, solo di un giorno) il problema della distanza temporale tra l’11 dicembre e il 20 dicembre 1935, giorno d’inizio della sua “gita nel ghiaccio”.

Ma non solo. Correggendo Dewey sulla data di arrivo (il 10 dicembre, risultante dell’edizione francese del resoconto del processo di Mosca del 1937, invece dell’11 dello stesso mese), il leader della costituenda Quarta Internazionale dimostrò allo stesso tempo di conoscere perfettamente la data di arrivo a Berlino di Pjatakov che venne riportata dai verbali del procedimento giudiziario del 1937: era quindi in malafede, dato che dimostrò essere ben informato sulle date proposte per l’arrivo di Pjatakov a Berlino, emerse sia dall’edizione francese che da quella in lingua inglese del resoconto ufficiale del processo di Mosca del 1937.

Trotskij invece non pronunciò apertamente ed esplicitamente l’unica valutazione e l’unica frase adatta alla situazione, e cioè che l’accusa stalinista avesse mentito e detto bugie anche sulla data di arrivo di Pjatakov a Berlino, nel dicembre del 1935: ma egli non poté compiere tale mossa per la semplice ragione che Trotskij sapeva benissimo che la citazione del Berliner Tageblatt aveva per oggetto la “presenza” di Pjatakov a Berlino, e non certo la data del suo arrivo nella capitale tedesca, come del resto ammise lo stesso Trotskij nella risposta che quest’ultimo fornì rispetto alla sopracitata domanda postagli da Suzanne La Follette.

Ascoltata l’assurda e controproducente risposta di Trotskij, Dewey pertanto continuò a incalzarlo sul punto in oggetto: il peggio doveva ancora venire, per il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale.

Dewey:” veramente viene riferito” (dai verbali del processo di Mosca) “Vysinskij: la vostra conversazione” (tra Bukhartsev e Pjatakov) “fini lì?”

Pjatakov: Egli” (Stirner, l’agente tedesco nazista) “era pronto a incontrarmi il giorno dopo all’aeroporto di Tempelhof”.

Subito Dewey aggiunse: “a commento che tutto ciò, dovrebbe essere stato fatto l’11 dicembre”[5].

Si inserì a quel punto C.B. Beals, un altro dei membri della commissione Dewey e tra l’altro collocato su posizioni antitrotzkiste.

Beals: “Egli” (Pjatakov) “disse che si era incontrato con Bukhartsev quel giorno” (l’11 dicembre) “o il seguente” (il 12 dicembre del 1935).

Continuò l’interrogatorio Dewey notando che: “allora sarebbe avvenuto” (l’incontro tra Pjatakov e Bukhartsev) “l’11 o il 12. Io vorrei semplicemente chiedere se lei” (rivolto a Trotskij) “abbia qualche speciale ricordo o informazione dei luoghi in cui si trovava l’11 o il 12” (dicembre del 1935), “simili a quelli che lei possiede rispetto al 20 e 22 dicembre” (del 1935, data della “gita nel ghiaccio” sopracitata). In modo quasi diretto, Dewey chiese pertanto di nuovo a Trotskij se egli avesse un alibi concreto per i giorni dell’11 e 12 dicembre 1935, intendendo e riferendosi in tal modo alla data di cui Pjatakov affermò di essersi recato in Norvegia partendo da Berlino.

Bella domanda, anche se i giorni “caldi” in esame erano in effetti il 12 o 13 dicembre: la parola passò quindi di nuovo a Trotskij.

Trotskij: ”No”[6].

Un nuovo secco diniego, da parte del leader della costituenda Quarta Internazionale: in sostanza Trotskij non aveva e non rivendicava alcun alibi diretto e basato su testimoni imparziali, secondo la sua stessa semplice e chiara ammissione, per i giorni tra l’11 e il 12 dicembre. Ricordiamocelo, giudici-lettori.

Ma, se possibile, Trotskij peggiorò ulteriormente la sua posizione affermando che “la mia domanda” (sulla data in cui Pjatakov venne a Berlino, oltre che sulla derivata data della sua partenza da Berlino per la Norvegia) “era basata sull’ipotesi che Pjatakov realmente visitò Oslo. Io dico che ciò era impossibile”.

In altri termini: “stavo solo facendo delle pure ipotesi su un volo di Pjatakov in ogni caso inesistente: passiamo ad altro, per favore!”.

Dewey si dimostrò ancora deciso a insistere e, a nostro avviso, anche in collera verso Trotskij, comprendendo benissimo dove egli volesse andare a parare in precedenza: pertanto egli continuò nelle sue domande.

Dewey: “Lei tiene un diario?”, rivolto direttamente a Trotskij

Trotskij: “Pardon?” (pardon testuale, anche nel resoconto inglese).

Dewey: “Un diario” (si, signor Trotskij, non è una domanda difficile).

Trotskij: “Io?” (la gamma di estensione dei monosillabi pronunciati da Trotskij si allarga: dopo no, no e pardon, emerge anche l’intelligente “io”, teso solo a guadagnare tempo).

Dewey: “Si”

Trotskij: “Non ho un diario, le mie lettere sono solo annotate, lettere spedite e anche lettere ricevute” (anche le lettere da lui mandate in segreto a Radek e Preobrazhensky nel 1932, certo). “In questo modo, posso più o meno stabilire il mio reale diario”.

Abbiamo già sottolineato che siamo in presenza di una nuova e sicura menzogna da parte di Trotskij, visto che invece Trotskij scrisse e tenne sicuramente un diario vero e proprio nell’anno di grazia 1935; un diario di Trotskij che – guarda caso – si interrompe bruscamente proprio nel settembre del 1935 e che venne pubblicato solo nel 1958 negli Stati Uniti; un diario di Trotskij scritto proprio nel 1935, e la cui esistenza venne da lui invece negata davanti alla commissione Dewey nel 1937.

Ma torniamo alla polemica sorta durante la sesta sessione, visto che Dewey chiese subito a Trotskij: “Lei ha qualche informazione, anche dalle sue lettere, in rapporto a queste due date?” (l’11 e il 12 dicembre del 1935) “Le vuole sottoporre alla Commissione?”.

Purtroppo non sapremo mai la risposta di Trotskij, perché a questo punto intervenne Goldman (suo probabile retropensiero, “sta andando male. Cerchiamo di fare qualcosa, da buon avvocato…”) rivolgendosi a quest’ultimo, e permettendo quindi al suo assistito di sfuggire alla pertinente domanda di Dewey.

Goldman: “Dai suoi ricordi ha lasciato la casa” (a Wexhall-Honefoss) “dei signori Knudsen in dicembre”, “fuori del tempo che lei ha visitato la baita dal 20 al 22?”.

Trotskij: “No”.

Goldman: “Lei fu, per tutto il periodo di dicembre, eccetto che per quei due giorni” (furono tre i giorni passati da Trotskij nella baita: ma si può scusare l’errore di Goldman, che aveva ben altro a cui pensare in quel momento…), “nella casa dei Knudsen?” (a Honefoss).

Trotskij tentò a questo punto di riprendersi, ma i risultati furono sempre catastrofici per la sua stessa causa, per la sua tesi negazionista rispetto al volo segreto di Pjatakov.

Trotskij: “Il mese di dicembre” (del 1935) “è stato il peggior mese della mia vita. Sono stato tutto il mese a letto. Ho cercato di fuggire dalla malattia con quel viaggio alla baita. Ciò non ebbe successo”.

Quindi, per Trotskij, “il mese di dicembre del 1935” era stato “il peggiore della mia vita”.

“Sono stato tutto il mese a letto”: frase su cui ci siamo già soffermati in precedenza.

“Ho cercato di fuggire dalla malattia” (la presunta malattia decembrina, la presunta febbre che lo teneva ben isolato dal mondo) “con quel viaggio alla baita”: febbricitante, nei ghiacci e nella neve, senza ritornare in ospedale per nuovi accertamenti e nuovi esami, senza neanche saper sciare bene e dovendo faticare molto, sempre per la serie di narrativa umoristica intitolato “Scelte razionali”.

“Ciò non ebbe successo” (per forza, Trotskij non era malato…).

A questo punto si inserì di nuovo Goldman, meritando di essere inserito a sua volta in un’antologia comico-giudiziaria.

Goldman: “signor Presidente”, “sono dell’opinione che i Comunisti” (quali comunisti? Anche Trotskij era comunista… ma dobbiamo scusare Goldman, aveva ben altro a cui pensare e soprattutto da far scomparire dalla scena: egli intendeva i Comunisti-Stalinisti) “hanno sollevato la questione della visita di Pjatakov piuttosto tardi, quando il signor Trotskij era fuori della casa dei Knudsen. Ma non sono sicuro di ciò” (come avresti potuto esserlo, Goldman? Ma ormai, sparata più, sparata meno…). “Io la sto suggerendo come un’ipotesi”.

“Quindi è necessario coprire tutte le possibili eventualità” (d’accordo, cerchiamo di “coprire” tutto).

“Essi” (i comunisti-stalinisti) “potrebbero affermare che Pjatakov avesse visitato T.” (e cioè Trotskij) “il 20, il 21 e il 22 dicembre” (perché no, nella vita tutto è possibile) “e di conseguenza è importante stabilire che il Berliner Tageblatt” (un giornale legale e filonazista, almeno nella Germania hitleriana del 1935) “abbia fatto una dichiarazione in base alla quale Pjatakov era a Berlino il 22 dicembre”[7].

Non era il 20 dicembre, la data fornita dal giornale filonazista Berliner Tageblatt? Ma a quel punto tutto era permesso, almeno a Goldman e alle sue imbarazzanti, assurde ma divertenti dichiarazioni.

Per carità, signor presidente Dewey: non volevamo certo affermare che Pjatakov fosse giunto e arrivato a Berlino proprio il 20 (oppure il 21 o 22, poco importa) dicembre, proprio quando Trotskij aveva un alibi di ferro; non ci è mai passato per la testa, e si è trattato solo di uno spiacevole equivoco. Abbiamo solo cercato di dimostrare che se (tutto è possibile) i cattivi e bugiardi stalinisti tentassero in futuro (non c’era già stato, il processo di Mosca del gennaio del 1937? Dettagli, gli stalinisti sono capaci di tutto) di affermare che il volo di Pjatakov fosse avvenuto il “20, il 21 o il 22 dicembre” (Goldman), noi abbiamo già risposto preventivamente e in anticipo a questa possibile, eventuale e futura nuova invenzione dell’NKVD, esponendo l’alibi inattaccabile di Trotskij per quei giorni: siamo persone previdenti, ma soprattutto oneste e sincere.

Dall’”alibi tardivo” all’”alibi preventivo”, in estrema sintesi: Gatto-Goldman e Volpe-Trotskij non volevano certo ingannare la commissione Dewey e i giudici-lettori, ma bensì impedire che essi fossero sviati dalle future e sempre possibili menzogne staliniste. Brave e previdenti persone, le cui dichiarazioni furono purtroppo fraintese e sfortunatamente equivocate da Dewey e dagli altri giurati.

Ma il cosiddetto “equivoco” davanti alla commissione Dewey era riuscito così bene che proprio lo storico trotzkista Deutscher, e non certo gli stalinisti, circa due decenni dopo il 1937 “provò” che Pjatakov era arrivato e giunto a Berlino verso il 20 dicembre del 1935; e proprio Trotskij, durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, sempre “casualmente” e “senza intenzione”, fece in ogni caso scivolare ed entrare di soppiatto, nella sua lunga arringa e testimonianza finale, proprio il sopracitato articolo del Berliner Tageblatt, in cui si annunciava nell’edizione del “21 dicembre del 1935” che “in quel periodo era presente a Berlino” Pjatakov, “in missione ufficiale”. La Volpe-Trotskij perse forse il pelo, ma non certo il vizio di crearsi e di utilizzare a suo vantaggio dei falsi alibi di ferro, degli alibi tardivi[8].

A questo punto si può rilevare che sicuramente Trotskij, nella sesta sessione e con la collaborazione (sicuramente non casuale) del suo avvocato Goldman, cercò di dimostrare che:

  • dal 20 al 22 dicembre del 1935, egli si trovava impegnato nella “gita tra i ghiacci”: fatto innegabile e sicuro;
  • Pjatakov era arrivato e presente a Berlino proprio il 20 dicembre del 1935: una menzogna innegabile e sicura;
  • pertanto egli aveva un alibi inattaccabile per la successiva e presunta visita di Pjatakov in Norvegia; alibi sicuramente falso e “tardivo”, perché Pjatakov invece era giunto a Berlino al massimo l’11 dicembre e dichiarato di aver compiuto il suo volo verso la Norvegia al massimo entro due giorni dal suo arrivo, come ben comprese persino l’antistalinista Dewey.

Il tutto sapendo benissimo che egli stava cercando di ingannare la commissione Dewey, visto il suo errore clamoroso e senza appello sul “10 dicembre”.

Trotskij era infatti perfettamente cosciente, come dimostra in modo inequivocabile la sua frase relativa all’edizione francese dei resoconti ufficiali del processo di Mosca, che questi ultimi attestavano l’11 (o il 10) dicembre come data di arrivo di Pjatakov a Berlino, e che pertanto seguendo e stando alla versione di quest’ultimo la sua partenza per la Norvegia al massimo poteva essere avvenuta il 13 dicembre: ma egli propose lo stesso il 20/21 come data di arrivo (presunto, a suo avviso) di “Capelli rossi” a Berlino, con l’inevitabile conseguenza che il (a suo avviso irreale, inesistente) volo in Norvegia di Pjatakov risultava quindi collocato sul piano temporale tra il 21 e il 23 dicembre del 1935.

La prima conclusione, il primo sottoprodotto delle analisi e dei dati di fatto sopra esaminati è costituita ovviamente dal fatto innegabile per cui non solo Trotskij effettuò la sua abnorme “gita nel ghiaccio” in modo cosciente e senza una pistola puntata alla testa, ma che egli utilizzò altrettanto coscientemente – e sempre senza una pistola puntata alla testa – la sua faticosa vacanza nelle nevi a nord di Honefoss proprio al fine di crearsi un falso alibi al rispetto alla questione scottante del volo/colloquio clandestino di Pjatakov, tentando sicuramente – e sempre senza una pistola puntata alla testa – di posticipare la data di arrivo di Pjatakov a Berlino al 20 dicembre del 1935 davanti alla commissione Dewey. In estrema sintesi, è sicuro che attraverso la “gita nel ghiaccio” Trotskij si costruì prima e utilizzò in seguito un alibi tardivo ossia una particolare tipologia dei finti alibi già descritta in precedenza.

Seconda conclusione, altrettanto inevitabile: una volta verificato che, attraverso la “gita nel ghiaccio” e il suo successivo utilizzo, davanti alla commissione Dewey e al mondo intero, Trotskij si costruì abilmente un finto alibi, abbiamo ottenuto un altro indizio di colpevolezza a suo carico rispetto alla questione del volo/colloquio segreto di Pjatakov.

Una persona realmente innocente, infatti, non si procura in anticipo dei finti alibi e degli alibi tardivi.

Si tratta viceversa di una forma particolare di comportamento che indica direttamente la colpevolezza di chi agisca in tal modo, nel caso specifico Trotskij, e che mostra come il colloquio segreto tra quest’ultimo e Pjatakov si fosse svolto realmente nel dicembre del 1935: fatto ed evento reale che determinò da parte di Trotskij la necessità reale di crearsi – con molta fatica e intelligenza – un alibi fittizio e tardivo, per coprirsi in anticipo rispetto a possibili future accuse sul suo incontro segreto con “Capelli rossi”. Risulta del resto fin troppo evidente che una persona realmente innocente non può invece mai procurarsi in anticipo dei finti alibi, proprio perché non sa, non immagina e non può in ogni caso prevedere che in futuro verrà accusato di un particolare “delitto”, quale ad esempio un incontro clandestino al quale non ha in ogni caso partecipato.

Terzo sottoprodotto: visto che Trotskij utilizzò in modo cosciente, astuto e fraudolento il suo finto alibi, il suo “alibi tardivo” davanti alla commissione Dewey e a tutto il mondo, emerge simultaneamente un diverso ma sempre grave indizio di colpevolezza nei suoi confronti, anche se il comportamento di Trotskij e Goldman davanti alla commissione Dewey non rientra, sul piano strettamente giuridico, nella fattispecie della falsa testimonianza.

Cercare infatti di raggirare il prossimo, tentare di ingannare il prossimo, nel caso specifico la commissione Dewey e il mondo intero, non costituisce mai una prova a favore di un indiziato, ma viceversa un chiaro indizio di astuta colpevolezza.

Vista la posta in palio, vogliamo a questo punto fornire una serie di criteri di verifica incrociati della nostra tesi, che servano a superare anche i dubbi poco ragionevoli in merito.

Una prima “prova del nove” rispetto alla voluta e cosciente malizia di Trotskij viene costituita dal fatto sicuro che Trotskij era perfettamente conscio che il Berliner Tageblatt parlava di “presenza”, e non di “arrivo” di Pjatakov a Berlino.

Si è già notato come, subito dopo lo scontro sopracitato tra Dewey e Trotskij e l’intervento “riappacificatore” di Goldman, una degli altri membri dell commissione, Suzanne La Follette, chiese non a caso: “Voglio far riferimento alle citazioni del Berliner Tageblatt. Ciò annuncia il suo” (di Pjatakov) “arrivo o che egli è a Berlino?”

Di fronte a tale domanda, proprio Trotskij fu costretto a rispondere: “che egli” (Pjatakov) “è a Berlino”; fu costretto pertanto a riconoscere che il Berliner Tageblatt parlava del 20 dicembre del 1935 come data della presenza di Pjatakov a Berlino, e non invece del suo arrivo nella capitale tedesca.

Trotskij, in altri termini, sapeva benissimo anche prima della sesta sessione in via d’esame che il Berliner Tageblatt non focalizzava certo l’attenzione dell’arrivo di Pjatakov: ma egli si “scordò” volutamente di tale informazione, non di poco conto, “dimenticandosi” non a caso di fornirla subito alla commissione Dewey.

Va anche ribadito, come ulteriore criterio di verifica incrociata, che finora abbiamo preso in esame quasi solo il Trotskij “numero uno”, quello (disastrosamente) all’opera durante la sesta sessione. Sussiste tuttavia anche il Trotskij “numero due” che, durante la successiva tredicesima sessione della commissione Dewey, da un lato ammise che Pjatakov era realmente giunto a Berlino l’11 dicembre del 1935, ma che dall’altro  volutamente inserì e utilizzò allo stesso tempo proprio la sopracitata citazione del Berliner Tageblatt del 21 dicembre del 1935, come fonte d’ispirazione per i futuri Deutscher e Dahl[9].

Esaminando i verbali della commissione Dewey e confrontando il Trotskij “numero uno” (della sesta sessione) con il Trotskij “numero due” (della tredicesima sessione), salta subito agli l’anomala e cosciente insistenza di Trotskij nel cercare di manipolare un elemento a prima vista secondario quale la data di arrivo a Berlino di Pjatakov, che tutte le parti ormai concordemente davano come sicuramente giunto nella capitale tedesca l’11 dicembre del 1935, continuando anche e persino durante la tredicesima sessione a citare esplicitamente il Berliner Tageblatt e il “21 dicembre”.

La spiegazione per tale nuova anomalia e per l’uso affannoso dell’alibi finto/tardivo da parte di Trotskij risulta molto semplice.

Trotskij cercò di utilizzare il suo “alibi tardivo” davanti alla commissione Dewey e all’opinione pubblica mondiale, mentendo in modo cosciente proprio attraverso il suo tentativo astuto di far accettare il presupposto fondamentale di tale falso alibi, e cioè il trasferimento temporale dell’arrivo di Pjatakov in Norvegia in una data diversa (il 22 dicembre) da quella che emerge dalla testimonianza di “Capelli rossi”, e cioè il 12/13 dicembre del 1935.

Una volta fallito clamorosamente il suo ingegnoso tentativo di posticipare la data di arrivo di Pjatakov a Berlino, Trotskij fu costretto a fare marcia indietro davanti alla commissione Dewey durante la tredicesima sessione, ma continuò anche in quella sede e in modo ostinato a battere il tasto (e la citazione) del Berliner Tageblatt e del 21 di dicembre: di conseguenza, la mitologia relativa alla presunta e falsa data di arrivo in Norvegia di Pjatakov attorno al 20 dicembre è stata mantenuta in vita da alcuni autorevoli seguaci della “seconda versione”, come nel caso dello storico trotzkista Deutscher e della sua adesione alla tesi della presunta simultaneità tra l’arrivo di Pjatakov a Berlino e la partenza (reale) di Trotskij per la sua astuta “gita nel ghiaccio” di tre giorni nel freddo scandinavo, dal 20 al 22 dicembre.

Un altro criterio di verifica incrociata rispetto all’alibi tardivo è che Trotskij citò e descrisse la sua “malattia” e il fatto che egli fosse “a letto”, dal 1 al 19 dicembre del 1935, solo dopo (e non prima, non come dichiarazione preliminare) che Dewey e Beals misero in profonda crisi la sua costruzione dell’”alibi preventivo”: Trotskij infatti dichiarò che “il mese di dicembre del 1935” era “stato il peggiore della sua vita” solo dopo che Dewey gli chiese, in modo appena indiretto, se egli avesse un alibi reale per i giorni del “11” e “12 dicembre” del 1935, per i giorni nei quali Pjatakov dichiarò che si svolse il suo viaggio clandestino dalla Berlino nazista fino alla Norvegia. Solo dopo, e non prima…

Quarta prova del nove sulla malizia intenzionale usata da Trotskij, rispetto al suo alibi tardivo: l’arrivo precipitoso di Nils Dahl alla baita dei Knudsen, su cui non a caso ci siamo soffermati in precedenza.

Abbiamo già esposto i motivi che rendevano assolutamente anomalo il presunto “arrivo provvidenziale” di Dahl alla baita dei Knudsen (la presunta viltà di Wolf, la banalità priva di conseguenze della caduta di Trotskij nella neve, ecc.) e che, a cascata e di conseguenza, dimostrano che attraverso tale escursione apparentemente abnorme Trotskij si era voluto creare ad arte un alibi di ferro per un periodo il più possibile vicino al 12 e 13 dicembre, potendo utilizzare a tal fine e in caso di emergenza anche un testimone di nazionalità norvegese come Nils Dahl, il presunto “eroe” che venne guarda caso in presunto soccorso di Trotskij poco dopo l’inizio della sua bella e riposante vacanza del 20/22 dicembre.

L’ultima “prova del nove” che intendiamo proporre riguarda invece il livello generale di credibilità delle dichiarazioni rese da Trotskij durante la sesta sezione della commissione Dewey presa in esame: un livello sotto lo zero in termini di veridicità e invece altissimo per astuzia e mendacia, come emerge con estrema chiarezza anche solo esaminando la bugia plateale pronunciata da Trotskij riguardo al fatto che egli “non aveva un diario”, che non teneva diari. Li teneva eccome, e specialmente scrisse un diario proprio nel 1935, nell’anno che ci interessava da vicino e che, in una certa fase della sesta sessione, interessava molto anche alla commissione Dewey: ma anche e persino a tal proposito, il leader in esilio della costituenda Quarta Internazionale cercò di ingannare chi allora lo interrogava e il mondo intero.

Avvocato del diavolo: “esiste tuttavia un’altra possibile spiegazione, per i fatti da voi riportati.

Trotskij casualmente risultava malato nel dicembre del 1935 e aveva fatto, per suoi innocenti e personali motivi, la “gita nel ghiaccio”. Quando emersero le false testimonianze di Pjatakov sul suo (presunto) volo in Norvegia, si ricordò ovviamente degli eventi del 20/22 dicembre del 1935 e dell’escursione sopra citata; quando poi casualmente, pochi giorni prima della sesta sessione davanti alla commissione Dewey, ebbe in mano il Berliner Tageblatt, si rese conto che il giorno 21 dicembre Pjatakov si trovava a Berlino. In perfetta buona fede, Trotskij interpretò quindi tale data come il giorno di arrivo di Pjatakov a Berlino e cercò, sempre in buona fede, di utilizzare la simultaneità delle due date come una prova ulteriore a suo discarico: commise certo un errore, ma assolutamente privo di malizia e doppi fini”.

In primo luogo abbiamo già notato che la “febbre” presunta di Trotskij fa a pugni con un’esposizione prolungata al freddo, ghiaccio e neve; che la “malattia” e la “stanchezza” si scontrano direttamente con la notevole e ripetuta fatica richiesta dal muoversi a piedi o con gli sci nel ghiaccio, nella neve e per di più in zone vergini, innevate abbondantemente e senza piste battute, il tutto amplificato dal fatto che Trotskij non sapeva sciare bene; che una persona “a letto” febbricitante, se non è un aspirante suicida o se la casa non gli va a fuoco, non esce per ben tre giorni nel gelido clima della Norvegia del dicembre del 1935, tra l’altro in una regione e zona “in cui non esistevano strade” (Deutscher) e nella quale “le tempeste di neve e di ghiaccio avevano sommerso tutto” (sempre Deutscher).

Quindi nessuna escursione di Trotskij “per innocenti e personali motivi”, signor avvocato del diavolo, a meno di continuare a credere alle favole e a Babbo Natale; e comunque proprio alla vigilia di Natale, il presunto malato Trotskij risultava tra l’altro ancora in giro per la fredda Norvegia del dicembre 1935, come emerge dalla sopracitata testimonianza di N. Dahl, intorno al 24 dicembre non avendo alcun problema ad osservare i bambini che giravano attorno all’ormai famoso “albero di Natale” in stile norvegese, a dispetto della sua proclamata e presunta malattia decembrina.

In secondo luogo Trotskij commise il colossale errore di citare il “10 dicembre” (versione francese) davanti alla commissione Dewey, dimostrando pertanto di sapere benissimo che l’11 (o il 10) dicembre era la data dell’arrivo di Pjatakov a Berlino secondo la versione di quest’ultimo e dei sovietici/stalinisti. Nessuna buona fede possibile da parte di Trotskij, pertanto: lo inchioda la sua stessa dichiarazione sul “10 dicembre”, pronunciata durante la sesta sessione.

Del resto proprio la data del 20 dicembre proposta dal Berliner Tageblatt era in evidente contraddizione con la versione sovietica, se interpretata come data di arrivo di Pjatakov a Berlino: ma al posto di evidenziare tale contraddizione e cercare di provare che aveva eventualmente ragione (sulla data di arrivo) il giornale nazista, Trotskij fece il furbo evitando di esaminare o criticare direttamente la versione stalinista/sovietica dell’11 dicembre, che tra l’altro conosceva perfettamente. Malizia e doppi fini anche in questo caso, e non certo buona fede.

In quarto luogo, la data proposta dal Berliner Tageblatt riguardava la “presenza” di Pjatakov a Berlino, ma non il giorno del suo arrivo: era una distinzione sottile, ma non certo così sottile da sfuggire all’intelligente Trotskij e al suo pool di difensori, a partire da Goldman, come emerge anche dallo scambio di battute tra Susanne Lafollette e il leader in esilio della Quarta Internazionale che è stato riportato in precedenza.

Inoltre va anche risottolineato, sempre riguardo alla presunta buona fede di Trotskij, che quest’ultimo non smise di utilizzare, anche se di sfuggita, la data del 20 dicembre indicata dal Berliner Tageblatt anche dopo la sesta sessione: e cioè nella tredicesima sessione della commissione Dewey, quando Trotskij stesso riportò volutamente il pezzo del quotidiano nazista sulla presunta data di arrivo (presenza, in effetti) di Pjatakov a Berlino. Ancora una volta malizia e doppi fini, e non certo buona fede.

Abbiamo esposto alcuni elementi combinati che già di per sé bastano a far crollare lo schema “dell’errore in buona fede” di Trotskij, ma essi vanno collegati tra l’altro anche al surplus eccessivo di casualità/coincidenze che esso richiede, in via preliminare.

La tesi dell’”errore in buona fede” di Trotskij esige infatti necessariamente di credere:

  • alla natura casuale della malattia di Trotskij, nel settembre e nel dicembre del 1935;
  • alla natura e causa “sconosciuta” della “malattia” denunciata da Trotskij, sia nel settembre che nel dicembre 1935;
  • alla riemersione casuale di tale malattia sconosciuta proprio nel dicembre del 1935, dopo il suo periodo di latenza dal 20 ottobre a fine novembre 1935;
  • al carattere casuale della totale mancanza di richiesta di analisi e ricovero ospedaliero da parte di Trotskij, rispetto alla sua presunta ricaduta nella presunta malattia nel dicembre del 1935;
  • al carattere casuale dell’improvvisa guarigione di Trotskij, dalla fine di dicembre 1935 in poi;
  • al carattere casuale e innocente della “gita nel ghiaccio”, a nord di Honefoss;
  • al carattere casuale della coincidenza tra tale “gita nel ghiaccio” e la presunta data di arrivo di Pjatakov a Berlino, sostenuta dal duo Goldman/Trotskij nell’aprile del 1937;
  • al carattere casuale della scoperta da parte di Trotskij, “tre o quattro giorni prima” della sesta sessione della commissione Dewey, dell’articolo del quotidiano nazista Berliner Tageblatt con la sua informazione sulla data di permanenza di Pjatakov a Berlino;
  • al carattere casuale della “disattenzione” di Trotskij rispetto alla contraddizione tra la data proposta dal Berliner Tageblatt (il 20) e quella invece risultante dagli atti del processo di Mosca del gennaio del 1937, e cioè l’11 dicembre;
  • al carattere casuale della riproposizione, sempre da parte di Trotskij, dalla data proposta dal Berliner Tageblatt anche e persino alla fine del processo Dewey, nel corso della tredicesima sessione;
  • al carattere casuale della “disattenzione” da parte di Trotskij sulla differenza tra “permanenza” a Berlino e “data di arrivo” a Berlino di Pjatakov che emergeva dalla lettura del sopracitato pezzo del Berliner Tageblatt;
  • al carattere casuale della menzogna di Trotskij sul – concretissimo, reale – diario da lui scritto proprio nel 1935.

Troppe “casualità”, troppi casi fortuiti combinati tra di loro sono presenti per poter dare credito alla tesi contraria “dell’errore in buona fede” di Trotskij.

Del resto risulta forse casuale che il presunto “malato” Trotskij, con la sua presunta “febbre”, se ne andasse a spasso con N. Dahl anche il 24 dicembre del 1935 tra bambini e “alberi di Natale” norvegesi, mentre avrebbe dovuto essere (e affermò di essere) a “letto”, malato nella casa di Honefoss, almeno stando alle sue dichiarazioni davanti alla commissione Dewey?

Si può invece subito demolire la nostra tesi provando che Trotskij fosse nel 1935/1937 un uomo poco brillante, poco astuto e poco esperto sul piano politico-organizzativo: ma visto che lo reputiamo invece un uomo molto intelligente e astuto, oltre che ormai dotato nell’inverno del 1935 di un’esperienza cospirativa e nel campo della controinformazione quasi quarantennale (memoriale Tanaka, ecc.), lasciamo volentieri tale compito ai sostenitori della “seconda versione”, se lo vorranno intraprendere.

Auguri.

Avvocato del diavolo: “non cado certo nella vostra inutile provocazione, ma invece sollevo subito un’altra e ben più seria questione: per quale motivo Trotskij avrebbe dovuto inventarsi non solo la sua malattia di dicembre, ma anche quella del settembre/ottobre 1935? Se non riuscite a fornire una spiegazione razionale a tale elemento, che discende necessariamente e logicamente dal vostro ragionamento, crollano come le tessere di un domino anche tutte le altre vostre supposizioni.”

Abbiamo già fornito in precedenza la risposta: era possibile, anche se poi non si verificò, l’arrivo di Pjatakov a Berlino fin dall’ottobre 1935, quando Kandelaki si incontrò nuovamente con Schacht (30 ottobre) e una prima delegazione sovietica di natura politico-commerciale si recò a Berlino. Un eventuale viaggio di Pjatakov a Berlino, in qualità di potente viceministro dell’industria pesante sovietica; di un personaggio politico e di un esperto di produzione industriale che conosceva bene i dirigenti economici tedeschi (e la lingua tedesca) da molti anni, diventava quindi come minimo possibile fin dal settembre del 1935, e si trasformò poi in realtà concreta nel dicembre del 1935.

Ma c’è di più: risultava subito chiaro, almeno per un “professionista” delle coperture fittizie/disinformazioni (caso Tanaka, ecc.) come Trotskij, che la sua “malattia” diventava in ogni caso più credibile se preceduta da una sua precedente fase di manifestazione, oltre al fatto che tale periodo di “febbre” presunta avrebbe come minimo diminuito fin dal settembre del 1935 il livello di attenzione del personale sovietico in Norvegia rispetto alle attività e ai movimenti di Trotskij.

In ultimo, ma non certo per importanza, Trotskij poteva uscire in ogni momento e senza alcun problema dall’ospedale di Oslo: non risultava certo un carcerato bisognoso di cure, e proprio non essendo realmente debilitato e febbricitante diventava altresì perfettamente in grado di rientrare, anche senza preavviso e con rapidità, alla sua abitazione di Honefoss.

Avvocato del diavolo: “e se Trotskij avesse invece organizzato la sua famosa “gita nel ghiaccio” per un altro e ben diverso motivo, ossia per avviare e continuare una sua storia segreta d’amore con la cuoca/domestica dei Knudsen? Il leader della Quarta Internazionale era molto sensibile al fascino femminile, tanto che proprio in Messico e nella casa del suo (allora) amico Diego Rivera avviò una breve ma intensa relazione erotica con la moglie di quest’ultimo, la celebre pittrice Frida Kahlo, divenuta in seguito un’appassionata seguace di Stalin”.

Trotskij andò alla baita dei Knudsen solo per la cuoca, e contemporaneamente si portò al seguito anche sua moglie, Natalia Sedova? Egli cercò di avviare o continuare una finora sconosciuta e presunta storia d’amore con la cuoca dei Knudsen proprio in una baita in cui soggiornavano anche, e simultaneamente, E. Wolf, Knudsen figlio, e Nils Dahl?

Come rilevò alla sesta sessione della commissione Dewey il grande “avvocato-comico” Albert Goldman, nella vita tutto è possibile, ma entriamo sicuramente nel campo del paranormale: e tale territorio è già saldamente occupato dall’abnorme “gita nel ghiaccio” del “febbricitante”, “stanco” e “malato” Trotskij del dicembre del 1935, unita alla sua ulteriore e sopracitata visita al villaggio norvegese e al suo albero di Natale avvenuta il 24 dicembre del 1935, in compagnia di Nils Dahl.

La “gita nel ghiaccio” e il suo successivo utilizzo davanti alla commissione Dewey si sono trasformati in pratica in un tremendo boomerang contro Trotskij e la sua tesi negazionista rispetto al volo di Pjatakov. Non è certo casuale che l’abile e acuto Brouè, a differenza di Deutscher e di Dahl, non si sia quasi soffermato nella sua monumentale e accurata biografia di Trotskij sull’escursione del 20/22 dicembre e soprattutto che non gli abbia attribuito alcun ruolo, neanche con poche e stringate parole, quando egli affrontò a lungo la tematica delle sessioni della commissione Dewey del volo di Pjatakov: a tal proposito lo storico trotzkista francese concentrò invece l’attenzione dei lettori solo sul fatto che Trotskij avesse “annullato” anche “la possibilità stessa del viaggio aereo di Pjatakov da Berlino per Oslo” per i – presunti – motivi della mancanza di mezzi e opportunità già demoliti nel secondo capitolo su Linkoping e Gulliksen[10].

Più astuto e avveduto di Dahl e Deutscher, Brouè evitò quindi di soffermarsi sul – devastante e controproducente – alibi che la “gita nel ghiaccio” avrebbe offerto a Trotskij.

A questo punto possiamo trarre le conseguenze della nostra analisi utilizzando anche la sopracitata grande menzogna di Trotskij rispetto ai suoi reali rapporti con Pjatakov e Radek, questa volta messa a contatto con la dinamica dei fatti succedutisi nell’ultimo mese del 1935 vicino a Kjeller e Honefoss.

A tal dine ricordiamo ancora una volta la ormai celebre frase scritta da Trotskij il 28 gennaio del 1937, e da lui riportata anche davanti alla sesta sessione della Commissione Dewey. “Io ho dichiarato molte volte e lo ripeto di nuovo, che Pjatakov come Radek, è stato durante gli ultimi nove anni, non un mio amico ma uno dei miei più accaniti e perfidi nemici, e pertanto non ci sarebbe stata questione da negoziare tra noi”.

Almeno secondo il giudizio di Trotskij, non sussisteva alcun vantaggio e comunanza di interessi, alcun movente e predisposizione favorevole per l’incontro tra i due, partendo dal 1928 per arrivare al 1936, e anche nel dicembre del 1935, almeno secondo Trotskij, Pjatakov risultava come uno dei suoi “nemici più accaniti” assieme a Radek.

Ma ormai sappiamo con sicurezza che Trotskij mentiva clamorosamente rispetto alle sue relazioni con Pjatakov e Radek, anche e soprattutto rispetto al dicembre del 1935, come si è esposto a lungo nel terzo capitolo: e tale bugia clamorosa costituisce di per sé un gravissimo e devastante indizio di colpevolezza a carico di Trotskij, come si è già notato in precedenza, che va subito e inevitabilmente a sommarsi a quelli già trovati attraverso la “gita nel ghiaccio” e “l’albero di Natale” del 24 dicembre 1935.

Tiriamo quindi le somme, combinando i vari tasselli del materiale probatorio raccolto finora.

Ferma restando la potenzialità concreta del volo di Pjatakov, che deriva dalle circostanze di fatto che accompagnarono il viaggio (Pjatakov in visita ufficiale a Berlino nel dicembre del 1935, l’aeroporto di Kjeller aperto nel dicembre del 1935 e un aereo atterrato in loco provenendo dall’estero, ecc.), possiamo infatti “far conoscere” tra loro e mettere in contatto tutti gli indizi di colpa e le anomalie sopra descritte, utilizzandole in modo combinato rispetto al tema del nostro giallo storico. Ne emerge subito che il comportamento di Trotskij, durante e rispetto il dicembre del 1935, risulta formata sia da trucchi che da menzogne, sia da bugie che da paurose incongruenze; da troppe anomalie e da troppi trucchi/inganni, per essere più precisi.

Primo indizio (e anomalia): la presunta e finta malattia/febbre di Trotskij proprio nel dicembre del 1935, inspiegabile nelle sue cause fisiche e sparita bruscamente nel 1936, senza alcun ricovero in ospedale nel mese in oggetto e a cui fece seguito sia l’abnorme (per un malato febbricitante) “gita nel ghiaccio” che il 24 dicembre con “l’albero di Natale”.

Una finta e utilissima febbre e malattia, innanzitutto per isolarsi legittimamente e senza creare sospetti dal mondo esterno.

Cosa possiamo pensare, di un indiziato Tizio che si inventi una finta malattia (guarda caso di origine sconosciuta) da cui guarisca poi con miracolosa rapidità, creandosi una presunta febbre molto utile sia per tenere alla larga testimoni scomodi/visitatori insospettati che per assicurarsi una ampia libertà di movimento, al fine di commettere il suo “delitto”?

Noi valutiamo che Tizio/Trotskij tenga come minimo una condotta e un comportamento molto sospetto, proprio nel mese che avvolge e circonda il particolare “delitto” costituito dal volo di Pjatakov.

Siamo di fronte a un primo indizio, che va in ogni caso subito collegato a una seconda fonte di prova, ossia alla “gita nel ghiaccio” a nord di Honefoss e nella baita dei Knudsen.

Cosa possiamo dire dello stesso indiziato Tizio che, sostenendo di essere malato da quasi tre settimane, si rechi da presunto “febbricitante” per circa tre giorni in un luogo senza strade e selvaggio; senza neanche saper sciare bene, e proprio nel freddissimo dicembre norvegese, e dovendo compiere con gli sci tutta una serie di sforzi fisici considerevoli?

Noi valutiamo che il presunto febbricitante Tizio/Trotskij tenga come minimo un comportamento estremamente sospetto, proprio nel mese che avvolge e circonda “delitto”.

Il terzo indizio (e anomalia) emerge rispetto alla creazione intenzionale dell’”alibi tardivo” da parte di Trotskij, proprio mediante la “gita nel ghiaccio”: alibi di ferro certo, ma per giorni in cui il “delitto” non si era in alcun modo verificato.

Se lo stesso indiziato Tizio, oltre agli elementi già indicati, si crea in modo preventivo la prima sezione di un “alibi tardivo” proprio con la sua anomala “gita nel ghiaccio”, e proprio nel mese del “delitto” (il 20/22 dicembre 1935, per l’esattezza), i sospetti nei confronti di Tizio/Trotskij diventano ormai e come minimo estremamente forti e ormai ben cristallizzati.

Quarta fonte di prova: il tentativo di posticipare (e di utilizzare tale spostamento) ad arte e falsamente la data di arrivo di Pjatakov a Berlino davanti alla commissione Dewey e al mondo, al fine di creare l’indispensabile seconda metà dell’”alibi tardivo”, e cioè lo spostamento artificiale della data del “delitto” nei giorni in cui l’indiziato aveva un “alibi di ferro”, reale ma costruito ad arte e teso solo a ingannare gli osservatori esterni.

Cosa possiamo dire, dello stesso indiziato Tizio/Trotskij che effettui anche questo trucco e tentativo fraudolento in “giudizio” e davanti “alla corte”, nel caso specifico la commissione Dewey e il mondo intero?

Noi valutiamo che come minimo risulti sicuramente colpevole, visto che un indiziato realmente innocente non avrebbe avuto sicuramente bisogno di tali due “trucchi combinati”, né tantomeno avrebbe mai neanche potuto immaginarli e poi trasformarli in realtà; inoltre un alibi, quando viene smentito e demolito senza ombra di dubbio, costituisce di per sé un ulteriore indizio a carico e contro chi l’ha costruito proprio al fine di ingannare il prossimo.

La situazione in cui si trova Trotskij diventa già a questo punto estremamente pesanti, ma non può che peggiorare ulteriormente e in modo ormai irreversibile se prendiamo in esame anche un ulteriore indizio che riguarda invece la sua sopracitata e colossale menzogna rispetto alla posizione politica reale di Pjatakov e Radek: trotzkisti clandestini e uniti da un serio legame politico con Trotskij fin dal 1932, e non certo due “nemici spietati” di quest’ultimo. Cosa possiamo pensare di un indiziato Tizio/Trotskij, che falsifichi ad arte le sue reali relazioni di comunanza politica con l’interlocutore diretto del colloquio in via d’esame, in aggiunta agli altri suoi trucchi?

Se aggiungiamo anche tale ulteriore e decisivo indizio alle anomalie precedenti, Trotskij risulta colpevole di aver incontrato Pjatakov, superando ogni dubbio anche poco ragionevole e razionale.

Il sesto indizio risulta strettamente legato all’elemento sopraesposto. Quando si discute infatti rispetto all’esistenza/inesistenza di un colloquio segreto tra due persone, la reale e indiscutibile preesistenza di rapporti di interesse (interessi e legami politici, nel caso in oggetto) tra le parti in causa (Trotskij e Pjatakov) costituisce subito un ulteriore indizio a favore del reale verificarsi dell’incontro clandestino tra i due soggetti in questione: specialmente se poi uno di loro mente spudoratamente rispetto ad essi e, trasformando pertanto il suo reale alleato/compagno politico in un immaginario avversario, ossia in un fedele stalinista.

Terz’ultimo elemento a carico di Trotskij: l’assenza di qualunque alibi convincente a sua discolpa per i giorni del 12 e 13 dicembre del 1935. Lo stesso leader in esilio della Quarta Internazionale, durante la sesta sessione della commissione Dewey, come si è già notato aveva ammesso di non avere per il 12/13 dicembre un alibi positivo e inattaccabile, supportato da alcuni testimoni insospettabili come in quello da lui ideato ad arte per il periodo dal 20/22 dicembre del 1935, e su tale argomento torneremo a lungo nel prossimo capitolo. Di per sé non avere un alibi per un “delitto” non costituisce un elemento di colpevolezza, ma se tale assenza viene collegata e connessa agli altri indizi sopracitati (la grande menzogna di Trotskij, ecc.), essa aggrava ulteriormente la più che compromessa posizione di Trotskij: un creatore di sottili menzogne, un tessitore di abili inganni rimasto per di più senza alibi.

Penultimo indizio. Come si è già notato in precedenza, gli eclatanti e numerosi “buchi neri” di Gulliksen e le asimmetrie con il “19 settembre” e il “1° maggio” sopracitato portano a una sola e unica conclusione, e cioè che l’atterraggio del misterioso velivolo giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 sia avvenuto il 12 o 13 dicembre del 1935; guarda caso, proprio nei giorni che si desumono esaminando la testimonianza resa da Pjatakov a Mosca, come ammesso del resto persino dall’antistalinista John Dewey durante la sesta sessione della commissione da lui diretta.

Infine abbiamo già notato che, proprio per tentare di assicurare sia la fattibilità che la segretezza dell’incontro clandestino tra Pjatakov e Trotskij, risultava necessaria una particolarissima ed eccezionale combinazione di fattori ed eventi: a partire dal fatto che Pjatakov si trovasse al di fuori dei confini sovietici (e in un paese vicino alla Norvegia, in una missione diplomatica legale e prolungata) e che a sua volta Trotskij fosse isolato (e isolato in modo prolungato, con un motivo non sospettabile, socialmente accettato) dal mondo esterno, nello stesso periodo della visita di Pjatakov a Berlino. Ora, questa eccezionale e rarissima combinazione di fattori si era prodotta realmente tra il 10 e il 13 dicembre del 1935: una combinazione tra l’altro eccezionale ma non certo fortuita, se consideriamo la finta malattia e la presunta febbre creata coscientemente da Trotskij nel e per il periodo in via d’esame.

Ogni “ragionevole dubbio”, e anche quel poco ragionevoli sono ormai da considerarsi superati: in estrema sintesi, Trotskij sicuramente incontrò Pjatakov nel dicembre del 1935 e il colloquio segreto tra i due si è svolto realmente.

Bastava quasi solo analizzare fino in fondo le conseguenze inevitabili della grande menzogna di Trotskij per arrivare a tale conclusione, ma se si uniscono ad essa anche tutte le altre sue bugie, trucchi e incongruenze plateali, anche i dubbi poco razionali svaniscono. Tra l’altro la creazione da parte di Trotskij di finte malattie inspiegabili, sia nella loro causa che nella loro guarigione, al fine di guadagnare libertà di azione e mettersi al riparo da possibili accuse, costituisce una sorta di “impronta indelebile” del suo comportamento e del suo modus operandi in caso di bisogno e di emergenza, fin dal 1926 e dal suo viaggio a Berlino nella primavera di quell’anno.

Una volta raggiunti questi risultati, vogliamo esporre tutta una serie di verifiche incrociate della nostra tesi, iniziando a riesaminare due notevoli bugie espresse da Trotskij in riferimento a Radek e al volo di Pjatakov.

Come si è già notato in precedenza, Trotskij mentì infatti nell’aprile del 1937 anche a proposito del suo – reale, concreto – diario del 1935, scritto pertanto proprio nell’anno che ci interessa da vicino per il viaggio clandestino di “Capelli rossi”; e altresì egli negò in modo menzognero l’esistenza della “presunta” – a suo dire, certo – lettera inviata da lui stesso a Radek, all’inizio del 1932.

Pertanto siamo in presenza di due nuovi trucchi e altri fraudolenti di Trotskij rispetto a fatti e informazioni collegati, in modo diretto o quasi diretto, al tema principale della nostra indagine storica e che non depongono certo a favore dell’innocenza del leader in esilio della Quarta Internazionale, come del resto – nuova “prova del nove” – avviene considerando la sopracitata e molto significativa sparizione dagli archivi Trotskij di Harvard delle lettere spedite da quest’ultimo a Radek e Preobrazensky, nel corso del 1932.

Quarto criterio di verifica: la presenza già citata di tutta una serie di favorevoli condizioni, di natura logistica e materiale, che hanno permesso sia l’attuazione concreta dell’incontro segreto Trotskij e Pjatakov nel dicembre del 1935 che di tenerlo segreto, almeno fino al momento in cui “Capelli rossi” iniziò a collaborare con la polizia stalinista, verso la fine di ottobre del 1936.

Partiamo dall’utilissima libertà di movimento goduta da Trotskij in Norvegia del 1935, ivi compreso il dicembre del 1935: abbiamo già sottolineato in precedenza come, attraverso agli accordi stipulati con il governo norvegese, Trotskij fosse completamente libero di spostarsi per tutto il paese scandinavo, elemento ammesso anche da Brouè[11].

Sempre lo storico trotzkista Brouè ci ha inoltre già informati che Trotskij a Honefoss, per “non disturbare i Knudsen”, aveva deciso “di ridurre la segreteria e di fare a meno della guardia”. Ricordate, giudici-lettori?[12]

Nessuna presenza stabile di guardie del corpo stipendiate da Trotskij, pertanto, oltre che nessun agente di polizia norvegese che stazionasse, anche solo occasionalmente, nei pressi dell’abitazione dei Knudsen/Trotskij: condizioni pertanto ottimali, per incontrarsi in segreto con Pjatakov fuori dalla casa di Honefoss.

Ma non solo. Nils Dahl ci ha informati che egli possedeva nel 1935 un’automobile: mezzo sempre utile per spostarsi a piacere da casa e al fine di incontrare delle persone (un nome a caso, Pjatakov), oltre che per non usare strumenti di trasporto pericolosi (sul piano dei possibili testimoni) quali taxi, autobus e treni; e oltre a Dahl, dal 16 novembre del 1935 era diventato segretario di Trotskij il benestante Erwin Wolf, ben munito in termini di mezzi finanziari.

Ma non solo: grazie all’indispensabile e finta “malattia” di Trotskij, nessun visitatore esterno era legittimato ad arrivare inaspettatamente a Honefoss, né tanto meno a pretendere di essere ricevuto dal “malato immaginario” in oggetto. In altri termini, era escluso preventivamente che Tizio o Caio, magari in qualità di giornalisti, giungessero a Honefoss inaspettatamente e potessero in seguito riferire: “il 12 dicembre 1935 siamo andati ad Honefoss, ma Trotskij non era in casa”; o, ancora peggio, sostenere ad esempio che “sono andato a Honefoss il 12/13 dicembre del 1935, e ho visto Trotskij che usciva di casa”.

Avvocato del diavolo: “un momento; anch’io ho letto con molta attenzione il diario di Trotskij del 1935 e ho da poco appreso alcuni elementi assai interessanti, grazie alle note in esso contenute.

Ho imparato innanzitutto che, proprio nel 1935 e più precisamente il 2 aprile del 1935, quando ancora si trovava in Francia, Trotskij si lamentò che “ieri è ricominciato per me un periodo di cattiva salute. Debolezza, lieve stato febbrile, straordinario ronzio nelle orecchie”; ho appreso altresì che il 23 maggio del 1935 Trotskij scriveva che “da diversi giorni Natalia” (sua moglie) “ed io siamo indisposti. Stiamo a letto ora a turno, ora tutti e due”. Ho letto inoltre che l’8 giugno 1935 sempre il leader della Quarta Internazionale sosteneva che “come se non bastasse, bruscamente la mia salute volge al peggio”; ho imparato che il 26 giugno del 1935 Trotskij sottolineava che “continuo a non sentirmi bene” e, infine, ho appreso che l’8 settembre 1935 egli annotò sul suo diario che “è da molto che non scrivo nulla. Tempo addietro, venne qui per curarmi uno specialista di Reichenberg, Cecoslovacchia “nostro” (trotzkista). “E’ assai premuroso, il quale volle che camminassi molto per poter seguire il decorso del male. Le mie condizioni peggiorarono immediatamente. Le analisi, al solito, davano responsi negativi. Due settimane passarono così. Partito il medico, tornai a un modo di vivere lungo e disteso, e presto mi ristabilii. Da allora, ho cominciato a lavorare ogni giorno di più”[13].

Questi fatti concreti devastano la vostra teoria sulla finta malattia di Trotskij nel dicembre del 1935”.

Torniamo allora, per l’ennesima volta, sull’interconnessione tra la presunta febbre di Trotskij, la “gita nel ghiaccio”/”albero di Natale” e gli sforzi considerevoli da compiersi con gli sci nella “zona selvaggia” a nord di Honefoss.

Il primo fatto concreto che subito devasta l’obiezione dell’avvocato del diavolo è che quando non si sentiva bene, dal febbraio al settembre del 1935, Trotskij si metteva a letto e si riposava, come tutte le persone dotate di un minimo di buon senso, mentre non usciva certo di casa per effettuare lunghe escursioni nel ghiaccio e nella neve delle Alpi francesi, magari in un periodo invernale.

In seconda battuta, stando alla stessa dichiarazione scritta di Trotskij dell’8 settembre 1935 – e in quel giorno, per una strana “casualità”, il suo diario finisce – egli stesso notò che quando iniziò a “camminare molto”, le sue “condizioni peggiorarono immediatamente”, mentre quando egli invece rimase “lungo e disteso” e si riposò, ben presto egli “si ristabilì”. Eppure, nonostante tale lezione recente e a suo stesso dire appresa proprio nell’estate del 1935, Trotskij già nel dicembre del 1935 avrebbe almeno a suo dire dato avvio all’allucinata e faticosa “gita nel ghiaccio”, con il suo notevole sforzo motorio prolungato per tre giorni, oltre che a rimanere in giro il 24 dicembre del 1935 con Dahl. Parole assai chiare, quelle espresse da Trotskij proprio nel settembre del 1935, che dimostrarono ancora di più l’assurdità e il carattere assolutamente anomalo della sua “gita nel ghiaccio”, oltre che della sua successiva “alzata dal letto” con Dahl e i bambini in festa alla vigilia di Natale del 1935.

Inoltre abbiamo letto anche noi, signor avvocato del diavolo, la dichiarazione resa da Trotskij sul suo diario il 26 giugno 1935: e proprio in essa lo stesso leader della Quarta Internazionale ammise, certo a suo modo e solo parzialmente, che la ragione e causa della sua malattia potessero essere “i nervi” e il suo sistema cerebrale, come i giudici-lettori potranno constatare tra poco di persona.

“26 giugno. Continuo a non sentirmi bene. È’ incredibile quanta differenza ci sia in me, fra malattia e salute. Sono come due persone diverse, anche nell’aspetto esterno; e, a volte, mi bastano ventiquattr’ore per passare dall’uno all’altro stato. E’ quindi naturale supporre che la sua causa siano i nervi. Ma, anni ed anni fa, nel 1923, i medici diagnosticarono un’infezione, ed è possibile che i nervi si limitino a variare e ingigantire le manifestazioni esterne del male”[14].

Pertanto lo stesso Trotskij ammise, sempre il 26 giugno del 1935 e nel passo sopracitato, che nel suo particolare e conclamato stato di “sdoppiamento”, nel quale egli era “come due persone anche nell’aspetto esterno” allo stesso tempo, “a volte mi bastano ventiquattr’ore per passare dall’uno all’altro stato”, dalla “malattia” alla “salute”: ci sembra un’affermazione assai chiara dello stesso Trotskij e che condividiamo, con la sola modifica che a nostro avviso “a volte” a Trotskij, bastavano con i suoi “nervi” e la sua notevole forza di volontà, solo “ventiquattro” secondi, o anche meno, per “passare dall’uno all’altro stato” quando tale azione gli faceva comodo e gli permetteva di crearsi ad arte delle utilissime e finte indisposizioni, delle utilissime e anzi indispensabili “malattie diplomatiche”.

Infine è appena il caso di notare che nel dicembre del 1935 Trotskij non si rivolse assolutamente ai medici di Oslo, oppure al “medico rosso” Karl Evang o allo “specialista” cecoslovacco indicato di sfuggita dallo stesso leader della Quarta Internazionale l’8 settembre 1935, né tanto meno richiese di essere riportato all’ospedale di Oslo: sono segni inequivocabili che Trotskij, nel dicembre del 1935 si riteneva – e a ragione – perfettamente in grado di “passare dall’uno all’altro stato” e dalla “malattia” alla “salute”, per usare le sue stesse ed esplicite espressioni del 26 giugno 1935.

Grazie all’avvocato del diavolo, possiamo in ogni caso analizzare il caso del misterioso “specialista” medico di “Reichenberg”. Ossia del militante trotzkista (“nostro”, secondo le parole testuali di Trotskij) che venne a trovare il leader in esilio della Quarta Internazionale prima dell’8 settembre del 1935, data nella quale quest’ultimo ricordò la presenza a Honefoss dell’innominato “specialista” che “venne qui” (in Norvegia) “per curarmi”, e che volle che Trotskij “camminasse molto per poter seguire il decorso del male”.

Ma chi era tale “specialista medico”?

Possiamo subito svelare l’arcano, visto che era nato nel 1902 a Reichenberg, piccola cittadina dell’allora stato cecoslovacco, un certo dirigente trotzkista di nome… Erwin Wolf, sicuramente “uno dei nostri” all’interno della Quarta Internazionale allora in via di costruzione.

Ma a questo punto sorge subito un ennnesimo problema per la “seconda versione”, e sempre a causa involontaria di Trotskij e del suo diario del 1935.

Infatti lo storico trotzkista Broué ci informa che nel 1932 Wolf abbandonò i suoio studi, per dedicarsi alla militanza politica nelle file trotzkiste, che Wolf nel 1933 si impegnò parzialmente in corsi di statistica e che nel 1935 egli gestì per breve tempo “un piccolo negozio” di gioielleria.

Bene: l’attività politica, i corsi di statistica e la vendita di gioielli costituirono quindi l’asse della praxis di Wolf nel 1932-35[15].

Ma in quale misterioso e arcano modo tali impegni facevano di Wolf uno “specialista” nelle “cure”, come le definì Trotskij nel suo diario del 1935? A tal propostio si possono avanzare solo due ipotesi.

Prima opzione: nella concezione della salute psico-fisica elaborata da Trotskij, gli studi di statistica e la vendita di gioielli assicuravano di diritto il titolo di “specialista” in medicina, forse per i rimedi omeopatici da ottenere attraverso l’utilizzo di metalli preziosi.

Seconda opzione: Wolf era certamente un’abile “specialista”, ma solo in campo politico e venne guarda caso utilizzato da Trotskij come suo segretario/aiutante personale in terra norvegese dal novembre del 1935, rendendo pertanto ancora più sospetto il comportamento del leader della Quarta Internazionale rispetto ai suoi malanni e “malattie” nel periodo compreso tra il settembre e il dicembre del 1935.

È appena il caso di rilevare che, seguendo la prima alternativa, entriamo ancora una volta nel campo del paranormale, oltre che della “medicina alternativa” di matrice trotzkista.

Avvocato del diavolo: “ma come avrebbe fatto Pjatakov, ancora a Berlino, a comunicare eventuali ritardi e contrattempi del suo viaggio a Trotskij?”

Comunichiamo all’avvocato del diavolo una notizia tecnologicamente sconvolgente, ossia che nel dicembre del 1935 e a Berlino esistevano già da alcuni decenni sia i telefoni, che gli uffici per i telegrammi.

Altra informazione sorprendente: anche nella Norvegia del dicembre 1935 esistevano da alcuni decenni sia telefoni che uffici per spedire e ricevere telegrammi.

Nuova notizia sconvolgente per l’avvocato del diavolo: dal 16 novembre del 1935 operava il nuovo e fidato segretario di Trotskij, guarda caso di madrelingua tedesca, e pertanto molto meno sospetto di altri se egli avesse dovuto ricevere telefonate o telegrammi dalla Germania. Un Erwin Wolf di cui si è già parlato spesso in precedenza, ossia un uomo fidato e benestante (in grado quindi di affittare immobili e automobili, all’occasione) proveniente dall’allora zona tedesca della Cecoslovacchia, arrivato in Norvegia meno di un mese prima del volo/colloquio segreto di Pjatakov del 12/13 dicembre del 1935. Non certo uno specialista in campo medico, ma in ogni caso un abile e coraggioso militante asslutamente fedele a Trotskij, perfettamente in grado di parlare il tedesco.

Trotskij disponeva pertanto di tutte le opportunità e dei mezzi materiali per effettuare il colloquio segreto con Pjatakov, anche in caso di contrattempi e di imprevisti sempre possibili.

Abbiamo comunque insistito molto anche sul “fattore-segretezza”, inteso come una delle precondizioni necessarie e di cui Trotskij doveva tener conto nel progettare – e successivamente compiere – il suo colloquio clandestino con Pjatakov: a questo particolare proposito vogliamo ora introdurre alcuni particolari criteri di verifica incrociata rispetto alle tesi da noi esposte, basati sulla coppia “possibili imprevisti/professionalità di Trotskij”.

Per incontrare in segreto Pjatakov, e tentare simultaneamente di nascondere almeno con qualche probabilità di successo il suo incontro clandestino, Trotskij doveva infatti assolutamente trovarsi in una particolare situazione personale.

  • Egli doveva infatti rimanere solo in casa con la moglie, fidata compagna di vita e convinta militante trotzkista, e con il fedele segretario E. Wolf: isolato quindi dal mondo e senza l’imprevista presenza di estranei e visitatori esterni in giro per le sue stanze di Honefoss il pomeriggio dell’arrivo di “Capelli rossi” in Norvegia. Come si è già notato e come impone del resto il più elementare buon senso, egli non poteva certo permettersi lo spiacevole imprevisto per cui Tizio o Caio diventassero suoi ospiti il pomeriggio fatidico della venuta di Pjatakov a Kjeller, risultando in tal modo dei testimoni potenzialmente pericolosi nel futuro dei movimenti di Trotskij in quelle ore cruciali, in quel pomeriggio così delicato sia per il leader in esilio della Quarta Internazionale che per Pjatakov.

Ora, Trotskij era realmente solo e isolato in casa con la moglie, il pomeriggio del 12 (o 13) dicembre del 1935?

Egli risultava sicuramente solo in casa con la moglie e Wolf in quel pomeriggio, “malato” e “febbricitante”, come del resto dichiarò durante la sesta sessione della commissione Dewey.

  • Trotskij inoltre doveva essere solo in casa, con la fidata moglie e con Wolf, non solo il pomeriggio fatidico dell’arrivo di Pjatakov, ma anche durante tutto il giorno “X”, durante tutto il giorno fatidico.

Erano infatti sempre possibili degli eventuali contrattempi logistico-materiali nella capitale tedesca, che imponessero ad esempio a Pjatakov di partire prima dell’alba (arrivando quindi a Kjeller a mattina inoltrata, diciamo alle 11,00 del mattino) oppure invece per pranzo, non potendo quindi arrivare a Kjeller prima delle 18,00 di sera: inconvenienti sempre possibili e che Trotskij, un’abile “professionista” (memoriale Tanaka, ecc.) della copertura e della disinformazione, non poteva non prendere in considerazione.

Ora, Trotskij si trovava solo in casa con la moglie per tutto il giorno del 12 (o 13) dicembre?

Dalle sue stesse dichiarazioni, rese durante la sesta sessione della commissione Dewey, Trotskij era “malato” e quindi solo in casa con la moglie e Erwin Wolf dall’inizio di dicembre del 1935 fino al 19 dicembre, prima dell’inizio della sua ormai famosa “gita nel ghiaccio”.

  • Trotskij doveva poter essere solo e isolato in casa non solo durante il giorno previsto per l’arrivo di Pjatakov in Norvegia, ma anche come minimo uno/due giorni dopo la data prevista per il volo di “Capelli rossi” a Kjeller. Erano infatti sempre possibili dei contrattempi logistico-materiali (impegni imprevisti di Pjatakov a Berlino, ecc.) nella capitale tedesca, che spostassero il giorno previsto per il volo di “Capelli rossi”: inconvenienti e ritardi sempre possibili e che un’abile “professionista” (memoriale Tanaka, ecc.) della copertura, della disinformazione e dello spionaggio come Trotskij non poteva non prendere in considerazione.

Ora, Trotskij si trovava solo in casa con la moglie e il fidato Erwin Wolf anche due giorni dopo il momento previsto per l’arrivo, e cioè anche i giorni del 14 e 15 dicembre del 1935?  Dalle sue stesse dichiarazioni rese durante la sesta sessione della Commissione Dewey, Trotskij era “malato” e solo in casa con la moglie dall’inizio di dicembre fino al 19 dicembre del 1935, quindi anche nei giorni del 14 e 15 dicembre. Grazie alla sua finta malattia, Trotskij disponeva infatti non solo di un isolamento prolungato nel tempo, ma altresì di un isolamento prolungabile a piacere a seconda delle esigenze concrete, sempre grazie alla sua finta malattia.

  • Trotskij doveva inoltre avere un motivo insospettabile e inattaccabile, per poter rimanere solo in casa con la moglie nei giorni fatidici del dicembre 1935 che stiamo prendendo in esame. Una valida ragione che quindi gli permettesse allo stesso tempo non solo di non ricevere ospiti esterni (e potenziali testimoni futuri) senza creare sospetti, ma anche di allontanare senza dare adito a dubbi eventuali visitatori inaspettati; inconvenienti e contrattempi, quelli dei possibili visitatori inaspettati arrivati a Honefoss, che un abile “professionista” (memoriale Tanaka) delle attività segrete come Trotskij non poteva non prendere in considerazione.

Ora, Trotskij aveva a sua disposizione un motivo insospettabile e inattaccabile, perché socialmente accettato da tutti, al fine di rimanere solo con la moglie senza destare sospetti nel mondo esterno? Risposta semplice e positiva: lo possedeva eccome, proprio grazie alla sua presunta “malattia” – di origine sconosciuta e inspiegabile almeno a suo dire – che lo aveva “colpito” nuovamente dall’inizio di dicembre, ivi compresi i giorni dall’11 al 13 dicembre che ci interessano.

  • Trotskij doveva inoltre avere a sua disposizione un motivo insospettabile e inattaccabile per rimanere solo in casa con la moglie anche rispetto a possibili visitatori “interni”, e cioè i vicini-Knudsen, i membri della famiglia dei Knudsen: doveva pertanto avere a disposizione una scusa valida e che non creasse sospetti, tale da consentirgli di rimanere distante anche dai vicini Knudsen nei giorni fatidici previsti per l’arrivo di Pjatakov, e di permettergli allo stesso tempo di poterli allontanare senza problemi, nel caso di una loro visita inaspettata. Un inconveniente, un’imprevisto remoto ma sempre possibile, che un abile ed esperto “professionista” (memoriale Tanaka, ecc.) come Trotskij non poteva non prendere in considerazione.

Ora, sempre la presunta “malattia” e “febbre”, di Trotskij serviva perfettamente anche a tale scopo e anche nei confronti dei Knudsen, formando una legittima barriera anche nei loro confronti.

  • Infine Trotskij, a causa (necessaria, inevitabile, logica) delle considerazioni sopra esposte, non poteva quindi avere un alibi positivo per i giorni fatidici del 12 e 13 dicembre del 1935. Non poteva, per forza di cose, valersi di testimoni esterni (i Knudsen, altri abitanti di Honefoss, oppure giornalisti in cerca di un intervista, oppure visitatori trotzkisti provenienti dall’estero o dalla Norvegia, ecc.) che potessero dichiarare: “sono/siamo stati in compagnia di Trotskij i pomeriggi del 12 o 13 dicembre del 1935: posso/possiamo pertanto giurare e testimoniare non solo che non era arrivato nessun altro visitatore oltre a me/a noi, ma altresì che Trotskij non si era mai mosso di casa, durante i due pomeriggi in esame”.

Se le nostre tesi risultano corrette, Trotskij non poteva avere e valersi di alcun alibi di questo tipo per i due pomeriggi presi in esame: ma abbiamo ragione?

La risposta l’ha fornita, in modo sicuro e inequivocabile, lo stesso Trotskij durante la sesta sessione della commissione Dewey: quando, di fronte alle domande per una volta incalzanti di Dewey rispetto a “se avesse per i giorni 11 o 12 dicembre” un alibi altrettanto forte di quello offertogli dalla “gita nel ghiaccio”, Trotskij dovette limitarsi a un semplice e desolato “no”, a un triste diniego e a una triste (per lui, certo) negazione.

Andate a rileggervi il pezzo sopracitato, giudici-lettori: esso risulta molto istruttivo e illuminante anche su questo aspetto del nostro “giallo” storico, rendendo ancora più concreti gli argomenti sopra esposti.

La terz’ultima prova del nove che vogliamo riesporre è il “criterio di Cenerentola”, sempre rispetto alla materia logistico-cospirativa. Trotskij doveva infatti essere posizionato per forza di cose vicino al posto/aeroporto utilizzato da Pjatakov, al fine di permettere a “Capelli rossi” di tornare al più presto a Berlino e all’ambasciata sovietica senza destare sospetti, e quindi al massimo entro le prime ore notturne dello stesso giorno in cui era partito dalla capitale tedesca: diciamo (come nel caso di Cenerentola) entro le 24,00, o solo una o poco dopo.

Si è già notato che Cenerentola-Pjatakov non poteva restare fuori dall’ambasciata sovietica per più di un giorno senza inevitabilmente creare voci, illazioni e sospetti su una sua eventuale e prolungata assenza da Berlino; e altresì bisognava mettere in conto le ore complessive necessarie per il volo di andata/ritorno dalla Norvegia, per il colloquio tra Pjatakov e Trotskij e per spostarsi infine dall’aeroporto di Tempelhof all’ambasciata sovietica nel ritorno, oltre ai sempre possibili imprevisti e contrattempi durante il viaggio.

Al fine di tentare di mantenere segreto il suo incontro con “Capelli rossi” di fronte agli occhi vigili dell’NKVD stalinista, Trotskij aveva quindi necessariamente i tempi contati e doveva pertanto inevitabilmente essere collocato molto vicino al punto di arrivo di Pjatakov, nel caso specifico l’aeroporto di Kjeller.

Prima conseguenza inevitabile dello status forzato di “Cenerentola” assunto da Pjatakov, con i tempi ristretti che esso comportava: Trotskij non doveva essere quindi lontano da Kjeller, il 12 o 13 dicembre.

Questo coefficiente oggettivo sussisteva, tra il 12 e 13 dicembre del 1935? Sicuramente la risposta risulta positiva, visto che sia il 12 che il 13 dicembre il leader mondiale della Quarta Internazionale risultava “malato” e “a letto” proprio nella sua casa di Honefoss, a soli cinquanta (non cinquecento) chilometri da Kjeller.

La seconda conseguenza del “criterio di Cenerentola” in via d’esame risulta che Trotskij non doveva essere collocato in un posto isolato, e che quindi richiedesse come minimo alcune ore di spostamento al fine di raggiungere Pjatakov vicino a Kjeller: condizione logistica in cui si trovò invece realmente il leader della Quarta Internazionale ad esempio il 20/22 dicembre del 1935, con la sua abnorme “gita nel ghiaccio” nella baita isolata dei Knudsen, lontana da strade e mezzi di trasporto.

Ora, anche tale ulteriore coefficiente sussisteva sicuramente rispetto a Trotskij, nel periodo cruciale in esame: sia il 12 che il 13 dicembre del 1935, il leader indiscusso della Quarta Internazionale era infatti posizionato nella casa dei Knudsen a Honefoss, una cittadina con strade e distante solo una cinquantina di chilometri dall’aeroporto di Kjeller.

Solo grazie a tale favorevole situazione logistica, Trotskij poteva incontrare in tempo ristretti la Cenerentola-Pjatakov: e per l’appunto il leader mondiale della Quarta Internazionale non era certo in una “baita isolata”, nel periodo compreso tra il 12 e il 12 dicembre del 1935.

Penultimo criterio di verifica incrociata: mentre rispetto al novembre del 1935 risultava, in base alle informazioni fornite dallo stesso Trotskij e Erwin Wolf, come ben quattro visitatori fossero arrivati alla casa di Honefoss (e cioè Walter Held, Fred Zeller da Parigi e i canadesi K. Johnston e E. Birney), il numero dei visitatori invece crollava a zero per il mese di dicembre del 1935, per i trentuno giorni che ci interessano[16].

Da quattro a zero: un regresso molto consistente, e avvenuto guarda caso da un mese all’altro.

L’ultima “prova del nove” della nostra tesi deriva sempre dal fattore logistico, ma questa volta visto e esaminato dal punto di vista della collocazione e posizione in cui si trovava Pjatakov il 12/13 dicembre 1935.

Perché il volo/colloquio clandestino di “Capelli rossi” fosse infatti fattibile, oltre che possibile da tener segreto di fronte agli occhi vigili dell’NKVD stalinista, quest’ultimo doveva trovarsi:

  • all’estero e non in URSS;
  • in un paese straniero, ma anche relativamente vicino alla Norvegia: come la Germania e Berlino, collocata nella zona settentrionale tedesca;
  • in una missione legale in un paese straniero;
  • in una missione legale prolungata in un paese straniero, che permettesse quindi di allontanarsi per un giorno senza destare eccessivi sospetti;
  • con aeroporti aperti e funzionanti, sia nel paese di partenza (Berlino, Germania) che in quello di arrivo (Kjeller, Norvegia);
  • in una città in cui egli potesse avere la copertura di militanti trotzkisti, quali ad esempio S. Bessonov e D. Bukhartsev, operanti nel 1935 a Berlino.

Tutte queste particolari e favorevoli condizioni logistiche per il volo segreto di Pjatakov sussistevano sicuramente nel dicembre del 1935, come si è già evidenziato in modo fin troppo dettagliato nel secondo e quarto capitolo del presente giallo storico; sul piano dei “mezzi” e delle “opportunità”, il volo di Pjatakov risultava perfettamente possibile e fattibile sul piano logistico nel dicembre del 1935, anzi solo ed esclusivamente nel dicembre del 1935, quando “Capelli rossi” si trovava a Berlino e lontano dall’URSS stalinista di quel tempo.

Abbiamo ottenuto pertanto tutta una serie di “prove del nove” e di strumenti di verifica incrociati della nostra tesi sulla reale esistenza del volo/colloquio segreto di Pjatakov: altre domande, giudici-lettori?

Giudici-lettori: “ma per quale motivo Trotskij si impegnò tanto a costruirsi un alibi tardivo con la sua “gita nel ghiaccio”, con la richiesta di aiuto a Dahl, ecc.? Non poteva invece limitarsi a starsene tranquillo e a letto nella casa dei Knudsen a Honefoss, fino al 23 dicembre del 1935?”.

Se Trotskij fosse stato innocente, e cioè se non avesse incontrato in segreto Pjatakov, sicuramente non avrebbe avuto alcun motivo per crearsi un alibi tardivo, né comunque avrebbe potuto progettarlo e attuarlo, essendo innocente, ignaro e completamente estraneo rispetto a un colloquio con Pjatakov in ogni caso inesistente e irreale.

Ma tutto invece cambia, nell’ipotesi opposta.

Il problema per Trotskij era che egli invece incontrò realmente Pjatakov il 12 o 13 dicembre del 1935, e di conseguenza non aveva un alibi, non possedeva né poteva disporre in alcun modo di testimoni credibili a sua difesa per il giorno del suo colloquio segreto con Pjatakov. Senza tale alibi positivo, reale e concreto, la posizione di Trotskij risultava come minimo abbastanza sospetta agli occhi di un osservatore neutrale ma attento: e a sua volta, per evitare tale spiacevole situazione, il leader della costituenda Quarta Internazionale dovette cercare di crearsi ad arte e in modo preventivo un alibi certo fittizio e tardivo, ma il più possibile vicino sul piano temporale alla data del suo incontro clandestino con “Capelli rossi”.

Non è certo un caso che persino il comprensivo e amichevole giudice Dewey abbia chiesto più volte a Trotskij, durante la sopracitata sesta sessione, quale fosse la sua posizione concreta e il suo eventuale alibi rispetto ai giorni di dicembre “caldi” e rilevanti per il volo di Pjatakov, dopo l’arrivo di quest’ultimo a Berlino.

Anche grazie allo stimolo appena fornitoci, torniamo tuttavia a riesaminare con una visione ormai smaliziata la questione dei presunti “alibi” di Trotskij, sempre rispetto agli eventi del dicembre 1935: scopriremo infatti una trama raffinata di fronte alla quale impallidiscono i trucchi ideati in questo campo specifico durante gli anni Venti dello scorso secolo dal sopracitato Van Dine, ad esempio nel suo libro “La strana morte del signor Benson”, e da Agatha Christie nel suo celebre e geniale libro intitolato “L’assassinio di Roger Ackroyd”, romanzo giallo nel quale la questione dell’alibi tardivo assunse un ruolo centrale.

Anche se finora ignorato e misconosciuto, finora uno dei più grandi scrittori di gialli – reali e vissuti in prima persona, tra l’altro – è risultato proprio l’insospettabile ma creativo Trotskij, che conosceva tra l’altro di persona e fin dal giugno del 1933 George Simenon (si, l’inventore del commissario Maigret) e che espresse tra l’altro il suo personale e durissimo giudizio su un altro scrittore di gialli, ossia Edgar Wallace, proprio all’interno del suo sopracitato diario del 1935.

 

 

 

 

 

 

 

[1] “The case of…”, op. cit., sesta sessione

[2] “The case of…”, op. cit., sesta sessione

[3] “The case of….”, op. cit., sesta sessione

[4] “The case of….”, op. cit., sesta sessione

[5] “The case of…….”, op. cit., sesta sessione

[6] “The case of….”, op. cit.

[7] “The case of…”, op. cit., sesta sessione

[8] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione

[9] “The case of…”, op. cit., tredicesima sessione

[10] P. Broué, op. cit., pag. 831 e 783

[11] P. Broué, op. cit., pag. 781

[12] P. Broué, op. cit., pag. 781

[13] L. Trotskij “Diario…”, op. cit., pag., 63, 123, 131, 140 e 147

177 Op. cit., pag. 140

[15] P. Brouè, “Erwin Wolf”, op. cit.

[16] “Pjatakov vittnesmal under 2: a Moskvarattengangen”, pag. 18, in www.marxistarkive.se


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