Capitolo primo L’effetto di sdoppiamento

  1. Prima delle società di classe.

La prima base materiale che sorregge ininterrottamente dal 9000 a.C. e fino ai nostri giorni la centralità dei rapporti di forza politico-sociali, nelle società collettivistiche del neolitico prima e classiste poi, è costituita dall’effetto di sdoppiamento (o “biforcazione”) che rappresenta il risultato principale del livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive sociali a seguito del progressivo emergere della grande rivoluzione produttiva neolitica (allevamento e poi agricoltura e artigianato) e la parallela comparsa e riproduzione nel tempo di un surplus produttivo, permanente ed accumulabile, a disposizione della nostra specie: il termine in esame indica il permanente campo di potenzialità alternative che si è prodotto allora nella sfera dei rapporti di produzione/distribuzione sociali, e che perdura fino ai nostri giorni, in base al quale sia rapporti collettivistici che classisti sono stati e sono tuttora potenzialmente in grado di esistere e riprodursi, alle volte anche o coesistendo (conflittualmente) all’interno dei diversi gradi di sviluppo via via raggiunti dalle forze produttive.

Per dirla altrimenti, la storia degli ultimi 11000 anni del genere umano si presenta come la storia del “tiro alla fune” e dello scontro tra due opposte tendenze socioproduttive, in grado a volte di coesistere nella stessa area geopolitica ed in presenza di una parità approssimativa nel livello di sviluppo delle forze produttive. I vari livelli di sviluppo raggiunti dalle forze produttive sociali, a partire dal 9000 a.C., non hanno infatti mostrato la comparsa di alcuna “necessità storica” bensì, al contrario, la produzione/riproduzione ininterrotta di un enorme spazio di libertà per la pratica umana sia nella sfera dei rapporti di produzione sociale che in campo politico e militare: parafrasando Engels, si potrebbe addirittura affermare che la libertà consiste, innanzi tutto, nella coscienza della necessaria esistenza di potenzialità alternative, in contrasto reciproco all’interno del segmento delle relazioni sociali di produzione e di potere che si sono via via affermate sul piano storico e concreto.

Per comprendere l’essenza e la portata storica reale dell’effetto di sdoppiamento (biforcazione), bisogna analizzare il processo complessivo di sviluppo del genere umano partendo da quando (circa due milioni e mezzo di anni fa) è comparso l’Homo habilis, dotato di una statura eretta collegata organicamente alla presenza di un pollice opponibile e già in grado di esprimere un discreto sviluppo della massa cerebrale. Il periodo storico iniziato con l’Homo habilis, che arriva fino all’11000 a.C., è stato caratterizzato da un basso livello di sviluppo delle forze produttive sociali: a dispetto del progressivo miglioramento ed affinamento degli strumenti di produzione e distruzione, via via passati dalle rozze schegge di selce lavorate da un solo lato fino all’arco del tardo Paleolitico, il genere umano per più di due milioni d’anni si è dedicato esclusivamente alla raccolta di cibo, alla caccia e alla pesca avvalendosi di rudimentali strumenti in pietra, in osso e in legno. Le diverse tribù di esseri umani raccoglievano collettivamente con dei bastoni i tuberi e sceglievano vegetali e bacche commestibili, e sebbene già 400.000 anni fa esse fossero in grado di utilizzare il fuoco e dal 25000 a.C. si servissero di asce e lance per la caccia di gruppo, tuttavia la loro attività produttiva non è mai stata in grado di produrre un surplus produttivo costante rispetto ai bisogni fisiologici minimali, garantendosi così soltanto una riproduzione sociale stentata, sempre potenzialmente sottoposta ai colpi delle calamità naturali e al rischio di morte per fame/freddo. Tutto questo ha impedito qualsiasi forma di sfruttamento sistematico dell’uomo sull’uomo: siccome la raccolta dei tuberi, dei vegetali e della frutta, la caccia e la pesca era svolta in modo cooperativo tra i pochi membri dei vari clan, si determinava inevitabilmente una distribuzione sostanzialmente egualitaria del prodotto dell’attività produttiva tra i piccoli gruppi umani preistorici «formate in genere da 5 a 80 individui, tutti più o meno affini e/o parenti»[1].

I rapporti sociali di produzione che corrispondevano a questo grado molto arretrato di sviluppo delle forze produttive, risultavano pertanto inevitabilmente di tipo collettivistico e contraddistinti dalla proprietà comunitaria della terra e dello spazio geografico utilizzato dai vari clan per la raccolta/caccia, oltre che dalla ripartizione sostanzialmente egualitaria del cibo e del risultato finale del processo produttivo[2]. Per due milioni e mezzo di anni il genere umano si è riprodotto materialmente attraverso l’egemonia quasi incontrastata delle strutture socioeconomiche del comunismo primitivo e nell’impossibilità d’esistenza dello sfruttamento del lavoro altrui per l’assenza di un surplus permanente ed accumulabile nel tempo che precludeva a priori ogni eventuale appropriazione privata dei risultati del lavoro altrui, assolutamente “improduttivo” per ipotetici “sfruttatori”. Nessuna eccedenza = nessuna forma possibile di appropriazione privata di surplus da parte di una minoranza, e soltanto la presenza di condizioni geonaturali estremamente favorevoli per la caccia e/o la pesca, come nella California settentrionale del periodo tardo-paleolitico, ha permesso alle élite di alcune tribù di cacciatori/pescatori di appropriarsi del surplus generato dal lavoro altrui, sebbene il possesso privato si limitasse a pochi oggetti di uso corrente e alle armi,

Guerre e razzie fra clan esistevano anche nella preistoria, ma giocavano un ruolo limitato nell’insieme complessivo della riproduzione materiale delle “bande” paleolitiche, sicché la preistoria “nulla sapeva” di eserciti e di polizia, di prigioni e di imposte, nonché di strutture politico-materiali inutili sul piano sociale ed il cui costo economico sarebbe stato in ogni caso insostenibile per società così primitive. La gestione degli affari comuni era affidata a discussioni-decisioni collettivea e spesso al parere autorevole degli anziani, depositari dell’esperienza del clan: come ha notato lo storico J. Diamond, «le tribù nomadi di cacciatori-raccoglitori sono in gran parte società di eguali, la cui azione politica si limita al controllo del proprio territorio e a mutevoli alleanze con le tribù circostanti»[3].

Dal canto suo il ruolo sociale assunto dalle donne nel Paleolitico risultava notevole in virtù sia della loro importante partecipazione al processo produttivo mediante la caccia di piccoli animali e la raccolta di cibo, che della “magica” procreazione dei figli, visto che il contributo maschile alla riproduzione sessuale rimase sconosciuto per più di due milioni di anni; l’arte del tardo Paleolitico ha espresso tale influenza reale con il culto della Dea Madre, generatrice di vita e dispensatrice di fertilità, rappresentata incinta e nuda.

 

  1. Il Grande Evento Neolitico.

La sostanziale continuità storica della preistoria viene spezzata dal Grande Evento della rivoluzione tecnico-produttiva del Neolitico iniziata in forma embrionale dalle donne dell’Anatolia e dell’area siro-palestinese tra il 9000 e l’8500 a.C. e poi replicata con modalità assolutamente autonome in Cina prima del 7500 a.C.

Questa gigantesca rivoluzione socioproduttiva è caratterizzata dalla “domesticazione” delle piante alimentari e degli animali. La sua genesi è preparata, alla fine dell’era glaciale, da una fase intermedia di raccolta sistematica di cereali selvatici iniziata da alcune tribù del Paleolitico (Ohalo, Israele, 21000 a.C.) e del Mesolitico nella zona turco-palestinese (11000-9000 a.C.), ma viene poi resa possibile dalla fabbricazione di «falci dalla lama di selce e dal manico di legno o d’osso; cesti per trasportare il raccolto verso casa; mortai, pestelli e mole per liberare i grani dalla pula; metodi d’essiccazione per evitare che i semi germogliassero dopo la raccolta; e grandi silos sotterranei, alcuni dei quali intonacati per renderli impermeabili»[4]. Per illustrare concretamente l’importanza di questa lunga fase pre-rivoluzionaria l’archeologo J. R. Harlan ha mostrato negli anni Settanta che, usando un falcetto dalla lama di selce, in un periodo di mietitura di tre settimane una famiglia di sei persone nel Mesolitico avrebbe potuto accumulare frumento selvatico in quantità tale da permettere un consumo pro-capite giornaliero di quattro ettogrammi di cereali: i “motori” delle forze produttive si stavano ormai scaldando, preparando le condizioni per l’entrata nell’era della produzione costante del surplus[5].

Dopo questo lungo periodo preparatorio, i clan della zona siropalestinese ed anatolica iniziarono a seminare le prime piante di cereali curandone la crescita e selezionando, per caso o per tentativi, le sementi più produttive, mentre parallelamente allo sviluppo dell’agricoltura le tribù dell’area in questione prendevano ad allevare i primi animali “commestibili” (seguendo l’esperienza della domesticazione del lupo-cane), attirati e allo stesso tempo nutriti da quelle colture di cereali. In tal modo nel Vicino Oriente il genere umano intraprendeva a coltivare le piante del grano, dell’orzo e dei piselli e ad addomesticare la pecora e la capra attorno all’8500 a.C., mentre in Cina processi analoghi avvenivano per il miglio, e il riso e per i primi allevamenti di maiali (8000 a.C.).

I risultati concreti della rivoluzione tecnico-produttiva del Neolitico sono stati eccezionali e di un peso storico straordinario grazie all’aumento della produttività media del lavoro sociale rispetto alla precedente stagione paleolitica di caccia-raccolta (o pesca): è stato calcolato che «alla fine, un ettaro di terra coltivata riusciva a dar sostentamento a molti più contadini (dalle 10 alle 100 volte) di quanto non riusciva a fare un ettaro di terra vergine per i cacciatori-raccoglitori»[6]. Di conseguenza alcune frazioni consistenti del genere umano hanno potuto iniziare a riprodurre sistematicamente, pur tenendo conto dei fattori atmosferici e climatici avversi, un plusprodotto in eccedenza rispetto ai bisogni minimali di sopravvivenza biologica e ciò ha consentito, ad esempio nell’oasi di Gerico. di utilizzare questo surplus per commerciare con altre zone (ossidiana) e per erigere mura e torri attorno alla città già a partire dal 8300-7500 a.C.

Il gioco era riuscito con tanto successo che attorno al 9000-7500 a.C. alcune importanti zone geo-economiche del globo presero a riprodurre quel salto di qualità produttivo che taglia nettamente in due la storia dell’Homo Sapiens dividendola nell’era pre- e post-surplus permanente. Come ulteriore sottoprodotto positivo l’aumento formidabile della produttività del lavoro sociale e la formazione parallela del plusprodotto agricolo innescavano un circolo economico “virtuoso” che si autoalimentava e si riproduceva su scala allargata. Infatti l’agricoltura ha posto le condizioni materiali necessarie per la domesticazione degli animali che «hanno aiutato l’uomo a produrre più cibo in quattro modi diversi: fornendo latte, carne, concime e forza motrice per gli aratri. Come è ovvio, il bestiame sostituì direttamente la selvaggina come fonte primaria di proteine… Gli animali domestici servono anche a migliorare la produzione agricola. Prima di tutto, come ogni giardiniere o contadino sa bene, non c’è niente di meglio del letame per fertilizzare la terra da coltivare. Anche se oggi abbiamo a disposizione i concimi sintetici prodotti dalle industrie chimiche, in gran parte del mondo le deiezioni animali (soprattutto di bovini, ovini e yak) continuano ad essere la principale fonte di fertilizzante. Lo sterco, inoltre, è stato ed è un apprezzato combustibile in molte società tradizionali. Inoltre, i grandi animali domestici possono servire anche a tirare gli aratri, il che rende possibile dissodare terreni che sarebbero altrimenti lasciati incolti. Tra gli animali da lavoro ricordiamo i bovini, i cavalli, il bufalo asiatico e il banteng di Bali, e gli incroci tra buoi e yak»[7]. «Piante e animali domestici ci forniscono anche fibre naturali che, opportunamente intessute, diventano vestiti, coperte, reti o corde. In tutte o quasi le società che “scoprirono” l’agricoltura, i cereali erano affiancati da colture come il cotone, la canapa e il lino; molti animali erano allevati per lo stesso motivo: pecore, capre, lama e alpaca per la lana, e i bachi per la seta. Inoltre, gli uomini del Neolitico ricavavano attrezzi e altri manufatti dalle ossa degli animali domestici, e cuoio dalla pelle conciata dei bovini»[8].

Ma sono stati soprattutto gli animali domestici ad aver «rivoluzionato la storia dell’umanità anche perché furono gli unici mezzi di trasporto terrestre fino al XIX secolo e all’avvento delle ferrovie. Agli albori dell’umanità, l’unico modo per trasportare cose e persone era portarseli a spalle; grazie agli animali, l’uomo fu in grado di spostarsi con facilità e di portare con sé grandi quantità di merci. Si montarono cavalli, asini, yak, renne e cammelli, e si utilizzarono (insieme al lama) come animali da soma. Buoi e cavalli furono attaccati ai carri, renne e cani alle slitte. Il cavallo divenne il principale mezzo di trasporto in quasi tutta l’Eurasia, ruolo che fu assunto dalle tre specie di camelidi domestici (dromedario, cammello e lama) rispettivamente in Nordafrica e Arabia, in Asia centrale e America andina». Ma non solo: «il contributo più diretto di un animale domestico alle guerre di conquista eurasiatiche venne dal cavallo. I cavalli erano le jeep e i carri armati del passato… Attorno al 4000 a.C., i cavalli montati a pelo furono probabilmente un fattore fondamentale per l’espansione verso occidente dei popoli indoeuropei stanziati nell’odierna Ucraina, un’espansione così inarrestabile da spazzare via tutte le lingue non indoeuropee (tranne pochissime). Quando più tardi i cavalli vennero usati anche come animali da tiro, il carro da guerra (inventato attorno al 1800 a.C.) fu una vera rivoluzione nell’arte militare che si diffuse nel Vicino Oriente, nel bacino del Mediterraneo e in Cina. Grazie ai carri da guerra, ad esempio, nel 1674 a.C. gli hyksos conquistarono l’Egitto/(dove allora non si conoscevano i cavalli) e lo dominarono per qualche tempo»[9].

Per ultimo, è stato proprio il surplus disponibile in maniera permanente a permettere la creazione di società contraddistinte da una crescente diversificazione delle attività produttive, in particolare dalla specializzazione di una parte degli uomini neolitici in alcune forme relativamente sofisticate di artigianato.

 

  1. L’interpretazione marxista ortodossa e la nostra.

Le conseguenze sociopolitiche della rivoluzione neolitica e del conseguente sviluppo gigantesco delle forze produttive e della divisione del lavoro sono state veramente straordinarie per la storia dell’umanità confermando la tesi marxiana della centralità dello sviluppo degli strumenti di produzione, ivi compreso l’uomo inteso quale principale forza produttiva. Tuttavia gli effetti concreti del salto di qualità tecnologico-produttivo del Neolitico si sono manifestati attraverso modalità ben diverse da quelle indicate da Marx ed Engels.

In base alla narrazione “marxista-ortodossa”, la rivoluzione tecnologica indusse ed innescò necessariamente una sorta di inevitabile “controrivoluzione” planetaria nelle relazioni di proprietà e nel processo di distribuzione del prodotto sociale all’interno delle nuove strutture della fase “post-surplus”, provocando nel medio periodo l’affermazione di rapporti di produzione di classe fondati sull’appropriazione privata dei mezzi di produzione e del plusprodotto da parte di una minoranza della popolazione come nei modi di produzione asiatico e schiavistico: nel primo caso il surplus prodotto dalle comunità di villaggio veniva estorto da un apparato statale centralizzato che poteva assumere forme religiose o laiche e spesso curava la manutenzione delle grandi opere idrauliche indispensabili all’agricoltura, mentre nel secondo caso anche la forza-lavoro era ridotta a mero strumento parlante dei proprietari di terre e di mezzi di produzione.

Nel 1884 Engels ha sintetizzato i risultati della pluridecennale elaborazione storico-teorica sua e di Marx affermando il carattere necessario e “progressista” della rivoluzione-controrivoluzione che si è imposta nei rapporti di produzione durante la fase post-paleolitica: «l’aumento della produzione in tutti i rami – allevamento del bestiame, agricoltura, artigianato domestico – diede alla forza-lavoro umana la capacità di creare un prodotto maggiore di quanto fosse necessario al suo mantenimento. L’aumento della produzione fece aumentare contemporaneamente la quantità di lavoro quotidiano che toccava ad ogni membro della gens, della comunità domestica e della famiglia singola. Si sentiva ora il bisogno di introdurre nuove forze-lavoro. La guerra le fornì; i prigionieri di guerra furono mutati in schiavi. La prima grande divisione sociale del lavoro, con l’aumento della produttività del lavoro e quindi della ricchezza e con l’ampliamento del campo di produzione che aveva determinato, dato l’insieme delle condizioni storiche esistenti, portò necessariamente dietro di sé la schiavitù. Dalla prima grande divisione sociale del lavoro nacque la prima grande scissione della società in due classi: padroni e schiavi, sfruttatori e sfruttati»[10].

Questa scissione della compagine sociale per Marx ed Engels ha indubbiamente rappresentato la forza motrice essenziale del progresso storico. È stato stimato che nel III millennio a.C. il contadino egiziano era già capace di produrre il triplo del cibo occorrente per sostenere se stesso e la sua famiglia, facendo sì che il surplus prodotto dalla forza-lavoro consentisse la costruzione di grandi edifici pubblici e delle enormi tombe per l’aristocrazia egizia, oltre a permettere la riproduzione della burocrazia civile e del clero. Sulla base di analoghe masse di pluslavoro/surplus si sono create e riprodotte tutte le successive multiformi classi egemoni la cui funzione storica è rimasta, per Marx ed Engels, sostanzialmente positiva e progressista nei millenni a seguire.

Sempre secondo questo schema marxista-ortodosso, anche il settore della politica e della “gestione degli affari comuni” è stato rivoluzionato inevitabilmente e le comunità solidaristiche del precedente periodo paleolitico, basate su decisioni prese collettivamente e sul potere limitato degli anziani, sono state sostituite da una direzione elitaria e dalla costruzione-riproduzione di apparati repressivi e di controllo sociale rivolti contro la maggioranza oppressa e sfruttata della popolazione. La “costituzione gentilizia”, formata dall’unione di diverse classi e tribù, ha rappresentato la prima e contraddittoria fase di superamento dell’antica organizzazione comunitaria, cui ha fatto seguito in un secondo momento la costruzione di una organizzazione statale con i connessi apparati repressivi, strumenti fiscali e dirigenti/funzionari politici staccati dal resto della società. «Era sorta una società che, in forza di tutte le sue condizioni economiche di vita, aveva dovuto dividersi in liberi e schiavi, in ricchi sfruttatori e poveri sfruttati, una società che non solo non poteva riconciliare questi antagonismi, ma doveva sempre più spingerli al loro culmine. Una tale società poteva sussistere solo o nella lotta aperta continua di queste classi tra loro, oppure sotto il dominio di una terza potenza che, stando apparentemente al di sopra delle classi in conflitto, ne comprimesse il conflitto aperto e permettesse che la lotta delle classi si combattesse, tutt’al più, nel campo economico, in forma cosiddetta legale. La costituzione gentilizia aveva fatto il suo tempo. Essa era stata distrutta dalla divisione del lavoro e dal suo risultato: la divisione della società in classi. Essa fu sostituita dallo Stato… che, poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi, è per regola lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tener sottomessa e per sfruttare la classe oppressa. Come lo Stato antico fu anzitutto lo Stato dei possessori di schiavi al fine di mantener sottomessi gli schiavi, così lo Stato feudale fu l’organo della nobiltà per mantenere sottomessi i contadini, servi o vincolati, e lo Stato rappresentativo moderno è lo strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale»[11].

Si tratta di uno schema interpretativo molto chiaro e pienamente legittimato dai dati empirici disponibili nella seconda metà dell’Ottocento: Tuttavia questo paradigma storico non risulta più adeguato corrispondendo solo in parte all’evoluzione del genere umano verificatasi in Eurasia tra il 9000 ed il 3900 a.C. quale emerge dai nuovi risultati ottenuti dai ricercatori nel corso del Novecento. Una impressionante sequenza di “fatti testardi” (come avrebbe detto Lenin), che non potevano essere in alcun modo conosciuti da Marx ed Engels, suggerisce infatti l’idea della necessità di un inquadramento teorico alternativo notevolmente diverso da quello “ortodosso” e fondato su differenti coordinate teorico-generali di riferimento.

L’irruzione nella storia economica della produzione di un surplus costante ed accumulabile mediante il pluslavoro ha costituito certamente lo spartiacque decisivo a partire dal 9000 a.C. nel Vicino Oriente, in Cina, Egitto ed Europa, offrendo agli uomini del Neolitico la disponibilità di una eccedenza permanente di beni conservabile e riproducibile anno per anno, a meno di avversi fattori atmosferici e climatici. Essa era stata ottenuta in larga parte attraverso processi di produzione collettivistici applicati all’attività agricola e perciò la ricaduta politico-sociale del “Grande Evento” neolitico non è tanto consistita nel passaggio inevitabile a rapporti di produzione classisti che sostituivano antiquate relazioni produttive comunitarie, ma nella creazione di un campo di potenzialità alternative sia per i rapporti di produzione che per quelli di potere. Il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive sociali e dalla divisione del lavoro, a partire dal 9000 a.C., ha prodotto infatti una specie di biforcazione storica in cui era data la possibilità, nello stesso periodo e nelle stesse aree geopolitiche, della riproduzione di rapporti di produzione sia collettivistici che classisti, come prova il fatto che ancora per cinquemila anni in Eurasia (dal 9000 al 3500 a.C.) si sono storicamente materializzate due forme generali di organizzazioni socio-economiche sulla base di un livello relativamente omogeneo di sviluppo della produzione del surplus e della produttività del lavoro. In altri termini, la progressiva esplosione tecnologico-produttiva e demografica del Neolitico ha consentito, sia a livello potenziale che reale, la presenza/riproduzione del “comunismo neolitico” da un lato e di relazioni socio-produttive di tipo “asiatico” o schiavistico dall’altro per effetto di quella biforcazione in base alla quale il surplus e i mezzi sociali di produzione hanno potuto essere prodotti ed appropriati secondo rapporti di produzione comunitari o classisti. Nessun “decreto celeste” esigeva che la cooperazione nel processo produttivo agricolo e nei lavori di irrigazione/disboscamento tornasse solo a vantaggio di una ristretta sezione della società “post-surplus”, come nessuna legge economica imponeva al genere umano, a partire dal 9000 a.C., di utilizzare il “bottino” del surplus e le fonti del bottino (gli strumenti di produzione, come terra, sementi, bestiame) secondo modalità discriminatorie nei confronti della maggioranza della popolazione invece che egualitarie e cooperative.

Pertanto si sono potute storicamente manifestarsi due tendenze socio-produttive alternative, la linea rossa (collettivistica) e la linea nera (classista), addirittura in alcuni casi parzialmente coesistenti come nelle civiltà Chavin e Harappa di cui si dirà. La tesi appena detta trova una prima conferma nel fatto che la più recente ricerca storiografica ha constatato, di sfuggita e quasi per caso, come nella gestione degli affari comuni delle società neolitico-calcolitiche (età del bronzo) si sono affermate realmente due diversi involucri socio-politici, la chefferie collettivistica e la chefferie protoclassista, che si inseriscono in larga parte in quello “stadio medio della barbarie” descritto da Engels nel 1884 come già caratterizzato dalla presenza dell’agricoltura e dell’allevamento, dalla produzione di ceramiche e dalla lavorazione dei metalli (oro, rame, ecc.).

 

  1. La doppia natura della “chefferie”.

La chefferie costituisce una categoria storico-teorica elaborata nel XX secolo dalla scuola statunitense neo-evoluzionista di E. Service e M. Fried allo scopo di definire le forme concrete di organizzazione delle strutture politico-sociali neolitiche-calcolitiche composte ormai da centinaia o migliaia d’individui ed in cui un capo deteneva una posizione di comando ufficialmente riconosciuta, occupata di solito per diritto ereditario. Si trattava di un’autorità centrale permanente che prendeva le decisioni politico-economiche più importanti, curando sia la redistribuzione del surplus e delle prestazioni fornite dagli artigiani specializzati che le relazioni più o meno conflittuali con le tribù vicine,. Nella chefferie la novità principale, rispetto all’organizzazione delle precedenti tribù paleolitiche, consisteva nello sviluppo di un sistema di “economia redistributiva” in cui il capo della comunità e i suoi assistenti centralizzavano e ridistribuivano il surplus collettivo indirizzandolo verso gli scopi ritenuti prioritari dalla struttura politico-sociale in cui erano inseriti. Ora, i dati empirici sulle società del passato hanno evidenziato come questo potere politico-economico di redistribuzione del surplus ha potuto essere utilizzato per finalità collettive oppure al servizio di una minoranza che ne traeva vantaggio sia in termini di tempo libero che di livelli di consumo.

Nella chefferie collettivistica dall’8500 al 3900 a.C. il surplus era impiegato quasi esclusivamente per i bisogni collettivi ed individuali della popolazione tutta, riservando al nucleo dirigente politico dei “privilegi” materiali estremamente modesti e limitati (ma non sempre) ad alcuni prodotti artigianali e ad oggetti rari importati da lontano. Questo nucleo formava il cosiddetto “clan conico”, un’élite sociopolitica che non trasformava la sua posizione di comando-gestione degli affari comuni «in reali vantaggi economici»[12]. La chefferie protoclassista rappresenta invece l’antenato delle formazioni economico-sociali asiatiche e schiavistiche. Diamond ha notato che «in alcuni casi parte dei beni ricevuti dal popolo non venivano ridistribuiti, ma erano consumati dalla casta dominante e da chi lavorava per loro: si trattava allora di un vero tributo, di un precursore delle moderne tasse che fece la sua prima comparsa proprio tra le chefferies. Non solo: il capo poteva chiedere al popolo anche di partecipare alla costruzione di grandi opere, sia queste fossero di utilità pubblica (come un sistema di irrigazione), sia che fossero ad uso e consumo della classe alta (ad esempio una tomba monumentale)»[13]. Si costituiva in tal modo una “società stratificata” in cui i processi di centralizzazione e redistribuzione dei beni generavano, nei gruppi di rango politico elevato, dei diritti preferenziali d’accesso e possesso ad alcune risorse materiali strategiche.

Ma se la direzione politica unitaria e la sua azione continua di redistribuzione del plusprodotto ha potuto esprimersi mediante due diverse scale di priorità socio-produttive e sulla base di due differenti rapporti sociali di produzione-distribuzione, allora lo schema classico marxista sul legame dinamico esistente tra processi produttivi, sociali e politici deve venire modificato. Esso era stato sintetizzato da G. Plechanov alla fine del XIX secolo nella successione di fasi:

 

Rapporti di produzione e distribuzione comunitari e collettivistici come base di partenza paleolitica

Sviluppo delle forze produttive

Divisione sociale del lavoro

Surplus costante e accumulabile

Rapporti di produzione e distribuzione di classe

Relazioni sovrastrutturali di natura politico-statali di classe

Altre sovrastrutture ideologiche classiste (religiose, artistiche, morali, ecc.)

 

Dopo quanto sopra detto esso va sostituito, almeno dal periodo neolitico-calcolitico in poi, dallo schema alternativo in cui:

 

Rapporti di produzione e distribuzione comunitari e collettivistici come base di partenza paleolitica

Sviluppo delle forze produttive

Divisione sociale del lavoro

Surplus costante e accumulabile

Effetto di sdoppiamento (biforcazione)

(compresenza concreta di due modelli alternativi in campo economico-sociale)

↓                                                                                   ↓

Rapporti sociali di produzione/distribuzione di matrice collettivistica

                                                                   

Rapporti sociali di produzione/distribuzione di matrice classista

E’ stata proprio la conoscenza della pratica socio-produttiva del periodo neolitico-calcolitico che ha mostrato come in diverse località dell’Eurasia abbiano coesistito rapporti sociali di produzione/distribuzione e di gestione del potere alternativi tra loro, a prova che per almeno cinquemila anni si sono potute confrontare, in interazione ma anche in opposizione tra loro, una “linea rossa” collettivistica ed una “linea nera” classista.

Inoltre l’esperienza storica del 9000/3900 a.C. ci fornisce un secondo e sorprendente elemento di riferimento sintetizzabile nella superiorità e maggiore dinamicità produttiva raggiunta di regola dai rapporti di produzione comunitari e cooperativistici rispetto a quelli classisti. Infatti le migliori performance tecnologiche, produttive e sociali del periodo neolitico-calcolitico sono state conseguite dalle formazioni economico-sociali collettivistiche, con la sola importante eccezione dell’addomesticamento del cavallo da parte dei predoni Kurgan. Come si spiegherà, sono stati proprio i centri d’irradiazione collettivistica quali Gerico, Catal Hüyük, la cultura Ubaid e Vinca in Europa, a costituire i punti più avanzati nello progresso produttivo del genere umano durante i cinque millenni presi in esame.

Emerge infine, dalla vicenda millenaria neolitica/calcolitica conseguente alla combinazione dialettica tra l’effetto di sdoppiamento ed il maggiore dinamismo storico dei rapporti di produzione collettivistici, il primato dei rapporti di forza politico-militari. Se infatti entrambi i rapporti di produzione potevano riprodursi sul piano potenziale e si sono materialmente confrontati nell’arena internazionale per cinquemila anni, il successo riportato di volta in volta dall’una o dall’altra modalità di produzione/relazione sociale è stato determinato nei diversi contesti storici dal “terzo incomodo”d el rapporto di forza politico-militare via via concresciuto. Parafrasando Marx si può dire che “tra modi di produzione diversi decide la forza”, ovvero che la comparsa di correlazioni di potenza politiche e militari sfavorevoli alle più progredite società collettivistiche (la “linea rossa”) ha causato progressivamente, nel periodo neolitico-calcolitico, il successo quasi generalizzato del meno avanzato modo di produzione classista (la “linea nera”) nella forma asiatica o schiavistica, sebbene la tendenza “sconfitta” abbia più volte lasciato un segno, subordinato ma reale, nelle strutture socio-economico-politiche egemonizzate dalla tendenza rivale.

 

  1. Conclusione.

A fronte della estesa e variegata diffusione su scala euroasiatica di società collettivistiche nel periodo neolitico-calcolitico, dal 9000 a.C. e in continuità con le stesse aree geopolitiche stava emergendo un’altra tendenza socio-produttiva che si differenziava nettamente dalla precedente per tutta una serie di elementi economico-politici fondamentali. Prima di metterle a confronto vanno comunque raccolti i parametri oggettivi utilizzabili per differenziare le società neolitiche appartenenti alla “linea rossa” da quelle facenti parte della successiva e rivale “linea nera” che risultano essere: l’assenza di vistose asimmetrie tra le diverse abitazioni delle strutture sociali; l’assenza di differenze molto marcate nelle sepolture dei diversi membri delle comunità; l’assenza di edifici di grandi dimensioni destinati a fini non-produttivi e religiosi; l’assenza del culto delle armi (ivi compreso il culto del cavallo); la presenza, al contrario, del culto gilanico della Dea Madre e di raffigurazioni artistiche riguardanti donne e bambini.

La combinazione tra i vari criteri di differenziazione sopra proposti risulta di regola molto utile per separare nettamente la “linea rossa” dalla “linea nera”, ma non sempre: esistono infatti degli scenari storici che consentono una duplice interpretazione della loro natura sociopolitica e socio-produttiva, come ad esempio l’ultima fase della civiltà neolitica di Varna (odierna Bulgaria) oppure i rapporti di produzione presenti a Malta tra il 5000 ed il 3000 a.C. e nella società minoica[14].

 

 

 

[1] J. DIAMOND, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Einaudi, Torino, 1998, p. 211.

[2] V. G. CHILDE, Il progresso del mondo antico, Einaudi, Torino, 1949, p. 50.

[3] J. DIAMOND, Armi, acciaio e malattie, cit., p. 17.

[4] Idem, p. 83.

[5] R. TANNAHILL, Storia del cibo, Rizzoli, Milano, 1987, p. 34.

[6] J. DIAMOND, Armi, acciaio e malattie, cit., p. 62.

[7] Idem, pp. 62 e 64.

[8] Idem, p. 66.

[9] Idem, pp. 66-67.

[10] F. ENGELS, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Editori Riuniti, Roma, 1976, p. 192.

[11] Idem, pp. 199 e 202.

[12] M. FRANGIPANE, La nascita dello Stato nel vicino Oriente: dai lignaggi alla burocrazia nella grande Mesopotamia, Laterza. Roma-Bari., 1996, p. 72.

[13] J. DIAMOND, Armi, acciaio e malattie, cit., pp. 217-218

[14] C. RENFREW, L’Europa della preistoria, Laterza, Bari, 1996, pp. 156-157.


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