Capitolo quarto Bisogni, omega e comunismo

  1. I bisogni dall’“alfa” all’“omega”.

La base materiale del primato della sfera politica e dei rapporti di forza politici e militari nelle società di classe post-neolitiche è costituita dall’enorme estensione assunta dalla struttura dei bisogni e degli interessi materiali delle diverse classi sociali, privilegiate e sfruttate, che vi esistono: questi bisogni materiali ed interessi economici collettivi non sono altro che la pluralità delle esigenze, dei desideri e delle preferenze espresse in modo relativamente omogeneo dai singoli gruppi d’individui in una posizione sociale omogenea, e che hanno per oggetto la distribuzione dei mezzi/oggetti di produzione e dei beni di consumo, del prodotto surplus sociale e del carico di lavoro globale: base concreta che ne influenza e condiziona in maniera determinante i comportamenti di massa e i conflitti relativi ai beni economici intesi in senso ampio, ivi compresi i servizi sociali, i mezzi di trasporto, ecc.

È certamente inutile riscoprire “l’acqua calda” dell’importanza degli interessi economici e dalla lotta per i bisogni materiali nelle società classiste, che risulta una centralità ormai generalmente riconosciuta nello stabilire, almeno in ultima istanza, le simpatie/antipatie e le pratiche collettive dei diversi soggetti presenti in campo economico, sociale e politico, includendo nella categoria della praxis anche l’inerzia e la passività di massa, oppure l’acquiescenza tacita alle pratiche dominanti delle classi egemoni e l’accettazione forzata delle “regole del gioco” proprie della formazione economico-sociale in cui si vive; è invece necessario sviluppare una maniera diversa di raffigurazione del complesso di questi bisogni ed interessi materiali di classe, che parta dal gradino più basso e modesto dei bisogni e preferenze economiche collettive per arrivare, senza soluzione di continuità, ai gradini e livelli superiori più ambiziosi. Per ogni gruppo sociale omogeneo, infatti, non esiste un solo ed unico bisogno materiale collettivo da raggiungere, ma una serie di strati di bisogni per niente uguali tra di loro, sia per la forma della manifestazione storica concreta che per quello della loro capacità di soddisfazione/insoddisfazione.

Il gradino inferiore, o livello alfa, dei bisogni materiali di un gruppo sociale omogeneo, sia di sfruttati che di sfruttatori, è determinato dall’appropriazione della quantità-qualità dei mezzi di produzione e/o di beni di consumo appena sufficiente a garantirne una sopravvivenza di gruppo stentata e precaria; allo stesso tempo esso indica la soglia minima di partecipazione alla ripartizione del prodotto sociale da parte di ciascuna classe/fazione di classe perché al di sotto di essa, in una data formazione economico-sociale e in un certo periodo storico, inizierebbe il processo della sua estinzione, almeno sociale se non anche biologica. Il gradino superiore dei bisogni di classe, o livello omega, è invece contraddistinto dall’appropriazione di mezzi di produzione e beni di consumo tali da portare, in un particolare contesto storico economico-sociale, un gruppo o una classe sociale all’appropriazione totale/quasi totale del prodotto sociale complessivo, e alla riduzione simultanea al minimo (al limite fino a zero) alla partecipazione personale e collettiva al processo di produzione.

Tra questi due estremi si collocano altri livelli dei bisogni/aspettative materiali, tra i quali si possono distinguere, per esperienza storica delle lotte di classe degli ultimi sei millenni, almeno tre livelli-chiave. Il primo è quello di una appropriazione del prodotto sociale (beni di consumo e/o mezzi di produzione) sufficiente a garantire una riproduzione stabile (“normale”) delle condizioni di vita materiali della classe interessata in quel particolare periodo storico (si tratti, ad esempio, di un “salario dignitoso”, oppure di una “rendita fondiaria sicura”, o di un “saggio del profitto medio garantito”); poi segue il livello d’appropriazione di una parte maggiore e crescente, rispetto al passato, del prodotto sociale complessivo, ma senza volontà di acquisire una posizione dominante all’interno della formazione statale di appartenenza (com’erano le aspettative della borghesia mercantile all’interno del sistema feudale medievale); infine sussiste il livello di mantenimento del possesso della porzione maggioritaria delle forze produttive sociali, assicurato anche grazie all’utilizzo politico selettivo dell’apparato di stato e delle c.d. “terre economiche di frontiera” (fisco, moneta, politiche economiche e di commercio con l’estero, ecc.).

È appena il caso di rilevare come i bisogni materiali non costituiscono le uniche forme di desideri ed aspettative espresse dalla specie umana, nettamente scavalcati per importanza dal «bisogno dell’altro uomo»[1], ossia dalla necessità di sviluppare le proprie capacità umane affettive/erotiche/amicali, dal desiderio ludico/creativo e dall’empatia/compassione per gli altri esseri viventi. Parallelamente va notato come le stesse lotte per la soddisfazione dei bisogni materiali di classe possono creare sentimenti di fraternità ed eroismo collettivo, di idealismo di massa e di iniziativa sociale diffusa, in grado di provocare entusiasmi collettivi e relazioni armoniose nei gruppi impegnati in conflitti politici e/o sociali che li vedono protagonisti facendo loro sopportare privazioni anche per tempi relativamente lunghi; va infine sottolineato che nei bisogni materiali collettivi vanno distinti quelli che si possono soddisfare soltanto socialmente da quelli che trovano invece esaudimento per via individuale, come per la fame il cibo o per il freddo i vestiti, sebbene pur sempre con una matrice di base almeno in parte comune a tutti gli uomini.

L’esperienza storica insegna come ogni classe o frazione di classe raggiunga ogni volta un determinato livello di soddisfazione delle proprie necessità materiali, collocato ad un particolare gradino della “scala dei bisogni” rispetto a quelli occupati invece dalle altre classi o frazioni di classe (a meno del caso eccezionale del “livello omega”, che presuppone l’appropriazione totale ed esclusiva dei mezzi di produzione e del prodotto sociale da parte di un gruppo sociale): in questo modo il livello reale di soddisfazione dei bisogni materiali di una classe viene ad essere determinato non soltanto dalle aspettative soggettive da lei espresse, ma anche e soprattutto dal punto di caduta della correlazione di forza concreta che sussiste con le altre classi. La classe sociale (o la frazione di classe) che riesce a trasformare a proprio favore il rapporto di potenza generale esistente in una data formazione statale ottiene, come “dividendo” economico, un miglioramento del proprio livello di soddisfazione dei bisogni materiali nella scala dei bisogni di regola proporzionale al vantaggio guadagnato, mentre la classe che perde nella lotta subisce un processo inverso di peggioramento del proprio livello di soddisfazione. facendo emergere dallo stato di latenza un’aspettativa di bisogni collocata in una posizione socioproduttiva meno elevata e “pregiata” di quella posseduta in precedenza.

Di regola, in un dato periodo storico più o meno prolungato, è un solo livello di aspettative/desideri materiali che diventa prioritario nel guidare l’azione collettiva di un certo gruppo sociale e dei suoi mandatari politici, assumendo il ruolo di “bisogno numero uno”, mentre tutti gli altri livelli possibili rimangono subordinati e quasi sempre in stato di letargo; cambiando però i rapporti di forza generali tra le classi, un nuovo “bisogno numero uno” può emergere dalla subalternità o, più spesso, dalla latenza in cui era sprofondato per la presenza di relazioni di classe e correlazioni di potenza considerate in precedenza non compatibili con una sua potenziale centralità.

Ma se ora dall’enunciazione generale vogliamo passare alla verifica storica concreta dei due “poli estremi” (il “livello omega” e il “livello alfa”) della scala dei bisogni materiali delle diverse classi sociali, dobbiamo analizzare sia la loro genesi che le modalità con cui la loro riproduzione materiale si accompagna alla centralità della sfera politica e dei rapporti di forza politico-militari nel processo di soddisfazione-insoddisfazione dei bisogni di classe.

Intanto la genesi materiale del bisogno alfa risiede nella combinazione ininterrotta di pratiche e comportamenti individuali/di gruppo espressi già dai mammiferi e ripresa dai primi ominidi da almeno 9-7 milioni di anni fa, visto che in questo enorme arco temporale gli esseri umani hanno accumulato un’enorme esperienza collettiva che li ha portati ad affinare e sviluppare sempre di più l’istinto di sopravvivenza, che resta la forma primordiale ma socializzata del “bisogno alfa” anche nelle società di classe. Nella sua interazione continua con i compagni di specie, con le forme di vita vegetale/animale e con la natura inorganica il genere umano ha riprodotto e migliorato con molteplici modalità di azione la tendenza basilare finalizzata ad assicurarsi la riproduzione biologica elementare (fame, sete, sesso, prole, ecc.) anche nelle condizioni più difficili e contro i nemici e i pericoli più insidiosi[2].

Per quanto riguarda invece la genesi sociale del bisogno omega, fin dal tardo Paleolitico si è prodotta una dialettica tra lo sviluppo delle forze produttive sociali ed il sistema dei bisogni umani che ne ha lentamente prodotto (a tappe) un piano superiore originale, nuovo ed “innaturale”, consolidatosi nel tempo nella forma di una tendenza consumistica volta ad espandere, sia sul piano quantitativo che qualitativo, la produzione di diverse tipologie di oggetti adatti alla loro soddisfazione materiale, perchè l’essere umano, oltre a presentarsi come un animale sociale, è pure un “animale consumista” che non si accontenta della soddisfazione naturale anche dei più semplici bisogni fisiologici. Questa tendenza prende l’avvio dalle prime prove inconfutabili di utilizzo sistematico del fuoco per riscaldarsi, ma anche per consumare cibi cotti: «il fatto di cuocere gli alimenti è, tra le attività umane, una di quelle che certo ha avuto più ripercussioni sulla vita quotidiana, la patologia e lo sviluppo psichico del genere umano», ha affermato la paleontologa C. Perles in un sofisticato studio sull’utilizzo del fuoco durante la preistoria[3]. Hanno poi fatto seguito il bisogno di abitazioni, vestiti e scarpe non solo per difendersi dal freddo ma anche per comodità personale, la produzione e il consumo di oggetti ornamentali per il corpo ed infine la conquista di tempo libero per il riposo, per le attività ludiche ed affettivo-sessuali, per il godimento di attività artistiche come la pittura, la scultura e la musica, per l’educazione dei figli e la narrazione di storie/leggende tramandate collettivamente di generazione in generazione[4].

Questo “diritto all’ozio creativo” ha sicuramente contraddistinto la riproduzione materiale delle tribù di cacciatori e raccoglitori di cibo fin dal tardo Mesolitico, come dimostrano gli studi sulle condizioni di vita di molti popoli contemporanei “primitivi” (come i boscimani del deserto del Kalahari)[5].

Se ne può dedurre che già nel Paleolitico e nel Neolitico collettivistico aveva preso il via un “circolo virtuoso” grazie al quale lo sviluppo lento e molecolare delle forze produttive sociali stimolava il progresso quantitativo/qualitativo dei bisogni umani, accelerando a sua volta la crescita di ulteriori forze produttive in una spirale espansiva potenzialmente senza fine, sia pure in presenza dei limitati mezzi di produzione a disposizione degli uomini/donne dei clan preistorici; ad esempio gli abitanti della città neolitica e prevalentemente collettivistica di Catal Huyuk, tra il 6400 ed il 5600 a.C. producevano e consumavano sia pane che vino e birra, utilizzavano sostanze dolcificanti come il miele e si vestivano di stoffe con frange e cordoncini, mentre le donne indossavano orditi a scialle con disegni a colori, ma si fabbricavano anche oggetti “superflui” come le stuoie e i tappeti, mentre nelle case trovavano posto scodelle in ceramica e cucchiai, casse di legno, portauova e cesti, specchi di ossidiana, perle ornamentali, ciondoli, saponi e cosmetici[6].

L’esperienza storica del “rosso” paleolitico-neolitico mostra come anche un limitato livello di sviluppo della produzione sia in grado di innescare una crescita almeno equivalente del bisogno di beni superflui, in quanto non direttamente indispensabili per la sopravvivenza individuale e/o di gruppo, producendo un desiderio collettivo di benessere materiale superiore, nei limiti del possibile, allo stretto necessario alla soddisfazione delle necessità fisiologiche di base. E’ anche degno di nota che tale coesistenza sia avvenuta in presenza di rapporti di produzione collettivistici, in cui erano date per scontate e normali l’appropriazione e ripartizione in comune del prodotto sociale, dei mezzi di produzione e dei beni di consumo ed in cui vigeva ancora il predominio di quella “linea rossa” egualitaria e matriarcale-gilanica che verrà poi travolta dalla “linea nera” ad esclusivo vantaggio di una minoranza ristretta di popolazione.

 

  1. Il “bisogno omega” della “linea nera”.

A seguito della vittoria su scala mondiale dei rapporti di produzione classisti (asiatici, schiavistici, feudali e capitalistici) la tendenza paleolitica-neolitica rivolta all’espansione del livello dei consumi ha preso un indirizzo particolare, allo stesso tempo elitario, sofisticato e dispendioso: infatti dal 3700 a.C. in poi la disponibilità di un surplus produttivo permanente è stata rivolta alla soddisfazione dei desideri materiali più costosi di una minoranza ristretta della società, anche mediante la produzione di oggetti di lusso e di beni di consumo di particolare valore (capaci quindi di assorbire quantità molto elevate di lavoro umano) dal cui consumo era esclusa la maggioranza della popolazione. A ciò si è accompagnata anche la tendenza a ridurre al minimo, se non a zero, la partecipazione diretta al processo produttivo dei singoli esponenti delle classi venute in possesso delle condizioni materiali di produzione, nonché la loro tendenza alla “tesaurizzazione” di metalli preziosi, denaro e opere d’arte che è tipica delle formazioni economico-sociali classiste; quando non contrastata da un grado sufficiente di contropotere da parte delle masse sfruttate, questa tendenza nichilista allo spreco dissipatore delle classi privilegiate ha potuto manifestarsi nel suo sinistro splendore conquistando un grado molto elevato di soddisfazione concreta in uno “spettacolo” d’esibizionismo consumistico a fronte della parallela miseria dei produttori diretti.

Nel modo di produzione asiatico alle classi socialmente dominanti, facilmente identificabili con le élites politico-militari al potere (sia laiche che religiose) e con i settori più elevati degli apparati statali, spettava la quasi totalità delle condizioni generali della produzione, a partire dal possesso della terra e delle acque, e quindi il surplus estorto ai produttori diretti, in primo luogo rurali. La miseria quasi assoluta dei contadini indiani o cinesi, ma pure egiziani o babilonesi, consentiva loro una riproduzione stentata, a fronte del lusso delle classi privilegiate.

Nel modo di produzione schiavistico l’appropriazione dei mezzi di produzione da parte degli sfruttatori era arrivata a comprendere anche buona parte della stessa forza-lavoro umana, a cui potevano essere ridotti anche dei cittadini liberi che si erano troppo indebitati. Il tenore di vita della grande maggioranza degli schiavi era mantenuto estremamente basso con metodi coercitivi che ne consentivano molto spesso una riproduzione precaria: nella più vasta area schiavistica dell’occidente, la formazione statale romana, la costituzione di grandi proprietà agricole fin dalla fine del terzo secolo a.C. aveva creato le condizioni più favorevoli per l’applicazione in massa del lavoro schiavile sia nei campi che nelle domus padronali dove «esistevano centinaia di schiavi, dai portieri, corrieri, lavapiatti, domestici ai parrucchieri, manicure, maestri, medici, amministratori, fattorini, ecc.»[7]. Per quanto riguarda il livello di consumi dell’alta società romana era diffuso un consumo di lusso ed uno spreco inaudito (sono celebri le pagine di Petronio nel Satyricon sulla cena straordinaria offerta ai suoi ospiti dal magnate Trimalchione).

All’interno del modo di produzione feudale, la tendenza dell’aristocrazia fondiaria si rivolse sia verso l’appropriazione crescente delle terre dei contadini ancora liberi che all’aumento dei carichi di lavoro e/o delle rendite monetarie dovute dai servi della gleba, il cui tenore di vita era mantenuto generalmente ai limiti della sussistenza da rapporti di forza politico-militari estremamente sfavorevoli a loro. Al contrario, «la vita a corte è tutta seducente e piena di gioia e di trastulli, di dame e di uomini pieni di spirito e di fantasia che passano la vita in occupazioni leggere e di nessun peso: le nugae, gli svaghi»[8], mentre la forte concentrazione della ricchezza «favoriva la domanda di servizio domestico…, anche perchè il numero dei servitori veniva assunto, assieme al vestire, come simbolo di opulenza e potere»[9].

Anche nel modo di produzione capitalistico il “bisogno omega” iperconsumista, predatorio ed elitario ha infettato la coscienza sociale ed i sogni collettivi dell’alta borghesia contribuendo in misura notevole ad uno sfruttamento (al limite autodistruttivo) della forza-lavoro salariata e ad una riduzione del suo bisogno di consumo alla pura sopravvivenza. Questa «tendenza costante del capitale di abbassare gli operai fino a questo punto nichilistico»[10] è arrivata a materializzarsi in forma quasi perfetta nella condizione imposta dalla borghesia agli operai agricoli della Gran Bretagna nei primi tre decenni dell’Ottocento. Ma non si possono considerare storie superate, provenienti da un lontano passato ormai sepolto, se ancora negli Stati Uniti della fine del XX secolo l’impoverimento assoluto, la miseria e lo “stato di emergenza” in cui si trovano ampi strati di lavoratori americani costituiscono dei dati reali innegabili, come documentato nello splendido libro-inchiesta di Barbara Ehrenreich dedicato alle «paghe da fame»[11]. E’ comunque nell’area coloniale/neocoloniale che la pressione concreta esercitata dalla borghesia monopolistica, dalle multinazionali e dai loro mandatari politici sul tenore di vita dei produttori diretti ha raggiunto i suoi apici ed il “bisogno omega” degli sfruttatori si è manifestato nelle sue modalità più sinistre[12]. E sono tuttora centinaia di milioni i salariati che in America Latina, Africa e Asia che ottengono per una lunga giornata di lavoro soltanto salari a malapena sufficienti per una riproduzione stentata e dolorosa della loro esistenza[13].

Alla “tendenza nichilista” del capitale nei confronti dei propri operai si oppone invece la riproduzione di livelli di consumo superiori (propensione al lusso ed ostentazione di ricchezza) espressi di regola dalla fascia superiore della borghesia industriale e finanziaria. Se agli inizi del modo di produzione capitalistico (ogni capitalista “parvenu” percorre individualmente questo stadio storico) predominano come passioni assolute l’impulso all’accumulazione e l’avarizia, «il progresso della produzione capitalistica non crea soltanto un mondo di godimenti, apre anche con la speculazione e col credito mille fonti di arricchimento improvviso. A un certo livello di sviluppo un grado convenzionale di sperpero, che è allo stesso tempo ostentazione della ricchezza e quindi mezzo di credito, diventa addirittura necessità di mestiere per il “disgraziato” capitalista ed il lusso rientra nelle spese di rappresentanza del capitale»[14]. Così, sebbene la prodigalità del capitalista non possieda quel carattere di buona fede che era tipica della elegante dissipazione dei signori feudali, incombendo sempre sullo sfondo la più sporca avarizia ed il calcolo più ansioso, lo tendenza allo spreco aumenta insieme all’accumulazione, senza che l’uno sia pregiudizievole all’altra. Come per le altre classi privilegiate della storia, anche il prestigio sociale della borghesia si conquista e si mantiene mediante una elevata capacità di spesa che si esibisce mediante modelli di vita fondati sulla dissipazione di reddito di cui Thomas Veblen, nella sua opera La teoria della classe agiata, aveva descritto più di un secolo fa alcune tipologie: l’utilizzo su larga scala di personale domestico, la moltiplicazione di abitazioni lussuose e di vacanza, il turismo in paesi esotici, l’utilizzo di mezzi di trasporto terrestri-aerei dispendiosi, la fruizione di alimenti/vestiti/gioielli inaccessibili agli altri, l’accumulazione su larga scala di opere d’arte, il godimento di forme di divertimento e di gioco particolarmente elaborate, senza tener conto delle loro forme “deviate” quali l’utilizzo di droghe e la prostituzione d’alto bordo[15].

Tuttavia la tendenza nichilista delle classi dominanti ha sempre incontrato due invalicabili ostacoli “naturali” alla propria espansione ed una controtendenza principale in campo politico-sociale. Il primo e costante limite è rappresentato (lo è tuttora) dalla necessità di assicurare comunque un fondo di consumo minimale ai produttori diretti, in assenza del quale nessun processo di erogazione di lavoro da parte loro potrebbe aver luogo e quindi nessun surplus verrebbe prodotto. disposizione delle classi dominanti. Certamente, come ha notato Marx a proposito della formazione economico-sociale capitalistica, «se si potesse avere lavoro senza acquistarlo, i salari sarebbero superflui. Ma se gli operai potessero vivere d’aria, non si potrebbero neanche comprare a nessun prezzo. La gratuità degli operai è dunque un limite in senso matematico, sempre irraggiungibile, benché sempre più approssimabile»[16]. Certamente non sono mancati tentativi concreti di avvicinarsi alla gratuità della forza-lavoro: secondo il cinico calcolo del generale delle SS Oswald Pohl nei campi di sterminio nazisti la soglia della sua remuneratività minimale (per cibo, vestiario e alloggiamento) avrebbe potuto corrispondere «ad una sopravvivenza media dei detenuti di circa otto mesi. Era quindi sufficiente sostituirli con altri, sempre reperibili nei paesi conquistati, sotto diversi pretesti»[17]. Tuttavia un simile meccanismo di sfruttamento/sterminio si fondava sulla possibilità di acquisire sempre nuovi schiavi in Europa, dato che in mancanza esso sarebbe subito andato in rovina. Per questo il “bisogno omega” della “linea nera” può arrivare molto lontano, ma mai fino alla “vittoria finale” e così, quando c’è stato il rischio di mettere in pericolo la riproduzione biologica dei produttori diretti, è scattato l’allarme rosso, sia pure egoista ed interessato, dei ceti dominanti e dei loro mandatari politici (il che spiega l’apparentemente innaturale alleanza militare, in senso antinazista, degli alleati anglo-americani con l’Unione Sovietica stalinista).

Il secondo ostacolo alla soddisfazione (quasi completa) del “bisogno omega” delle classi dominanti sta invece nel grado di contropotere politico-sociale che di volta in volta viene esercitato dalla massa degli sfruttati. Persino in scenari e situazioni storiche caratterizzate dai rapporti di forza assai sfavorevoli, essi hanno sempre detenuto un minimo di capacità di opposizione: al limite i piedi per fuggire oppure le mani per sabotare gli strumenti di lavoro. E anche quando la forza-lavoro era uscita da una gravissima sconfitta, continuava molto spesso ad operare la paura collettiva delle classi dominanti per quella opposizione manifestata in modo aperto dalle masse popolari precedentemente.

Per questo il “bisogno omega” della “linea nera” può trovare un limite di compromesso a vantaggio di segmenti più o meno estesi dei produttori diretti, soprattutto quando il livello del surplus rimane per un periodo prolungato su dimensioni quantitative/qualitative elevate. Nell’antichità classica molti degli schiavi più qualificati, che spesso dirigevano le attività produttive dei loro padroni, potevano ottenere di frequente la loro libertà individuale, mentre nel Medioevo le rendite della Chiesa potevano trovarsi in una condizione di privilegio tale, per l’esenzione dai tributi statali e dai carichi militari e la gestione relativamente efficiente degli ordini monacali rispetto ai feudi laici, da permettere ai servi della gleba e agli affittuari liberi-semiliberi delle proprietà ecclesiastiche di godere di un trattamento migliore rispetto a quello dei loro “compagni di classe” posti sotto il dominio feudale. Infine il monopolio prolungato del settore tecnologico-industriale da parte di determinate formazioni statali capitalistiche (come la Gran Bretagna prima, e gli Stati Uniti poi) e lo sfruttamento sistematico degli imperi coloniali-neocoloniali hanno facilitato l’emergere e la diffusione di una aristocrazia operaia nelle metropoli imperialistiche, mantenuta grazie soprattutto ai sovrapprofitti giganteschi guadagnati dai monopoli ed in parte ridistribuiti ai salariati.

 

  1. Il “bisogno omega” degli “uomini rossi”.

Ma non sono stati solamente i ceti privilegiati ad esprimere il proprio “bisogno omega”, perchè anche i “pezzenti e la plebaglia”, i produttori diretti e gli sfruttati, che si sono riprodotti in molteplici forme dal 3700 a.C. in poi (i contadini del modo di produzione asiatico, gli schiavi del modo di produzione antico, i servi della gleba del modo di produzione feudale, i lavoratori salariati del modo di produzione capitalistico), hanno espresso costantemente un proprio livello superiore di desideri ed aspettative collettive-materiali, un loro particolare bisogno omega da intendersi come la combinazione (mutevole e dialettica) di due componenti fondamentali: la tendenza collettiva rivolta all’appropriazione integrale del prodotto sociale e l’impulso ad espandere al massimo grado ritenuto collettivamente possibile la quantità-qualità di beni di consumo e di tempo libero a propria disposizione. Ma siccome nel processo millenario di sviluppo delle società di classe i rapporti di forza politico-militari sono stati – lo sono tuttora – quasi sempre sfavorevoli ai produttori diretti, questo livello superiore di desideri/aspettative materiali è rimasto in gran inespresso. Ciononostante, come dal 3700 a.C. in poi sussiste una contraddizione radicale tra il “bisogno omega” degli “uomini neri” (schiavisti, feudatari, capitalisti e loro mandatari politici) ed il “bisogno alfa” dei produttori diretti, allo stesso modo è presente una contraddizione altrettanto antagonistica con il “bisogno omega” dei produttori diretti, sebbene per la loro inferiorità nei rapporti di forza politico-militari il differenziale di potenza, che si è riprodotto quasi costantemente a loro danno, ha reso e rende tuttora latente, timida e semiclandestina l’espressione di quel “bisogno omega”.[18]

In secondo luogo va detto che nel periodo preso in esame (3700 a.C.-2008 d.C.) lo sviluppo delle forze produttive sociali si è rivelato assolutamente insufficiente per permettere una soddisfazione anche parziale del bisogno materiale più ambizioso ed “edonistico” delle masse popolari: ancora all’inizio del XXI secolo il grado di sviluppo raggiunto dal complesso scientifico-tecnologico nel pianeta non è in grado, anche con un’utilizzazione ottimale delle risorse che eliminasse ogni forma di spreco (dai consumi di lusso alle spese per armamenti), di permettere in tempi medi di elevare almeno del doppio i livelli di consumo e assistenza sociale del proletariato delle metropoli imperialistiche, i cui strati inferiori sopravvivono ancora in una condizione materiale di semi-miseria, di ridurre almeno della metà l’odierna durata della giornata lavorativa media, di estendere almeno parzialmente la nuova e più fortunata condizione materiale dei lavoratori occidentali ai loro compagni di classe d’Asia, Africa e America Latina.

Di conseguenza le forme storiche concrete attraverso cui si è manifestato il “bisogno omega” dei produttori diretti nella sua direzione consumistica ed edonistica sono state molto spesso espresse con modalità mitologiche o religiose, collegate ad utopie terrene o a proiezioni in mondi fantastici od ultraterreni: un limite inevitabile che tuttavia non toglie affatto dignità storica al superamento, almeno nel sogno collettivo, di una condizione di esistenza caratterizzata da livelli feroci di sfruttamento e miseria di massa. Va però detto che alle volte nella coscienza dei produttori diretti ha prevalso l’ascetismo rivoluzionario, il rifiuto radicale di qualunque forma di consumo oltre i limiti naturali e fisiologici. Questo ascetismo ha costituito il sottoprodotto di lotte sanguinose, spesso disperate, contro il nemico di classe nelle quali diventavano fondamentali l’abnegazione e l’eroismo collettivo; e tuttavia, pure in questi scenari l’autoriduzione collettiva e cosciente del livello di consumo praticato nella fase rivoluzionaria ha lasciato sempre aperto uno spiraglio edonistico per i successivi “tempi nuovi”, come ad esempio nella Russia sovietica della NEP (1922-1929) dopo la fase iniziale del “comunismo di guerra” (1918-1921).

Ma da dove nasce il “bisogno omega” degli sfruttati? Innanzi tutto i produttori diretti, le masse popolari e il “proletariato storico” hanno ereditato, e trasformato nel corso del tempo, il bisogno edonistico-consumistico dei loro antenati paleolitici e neolitici: “germi” ed embrioni di consumi superiori, sconosciuti ad ogni altra specie animale, avevano già caratterizzato il loro concreto processo di riproduzione materiale, dai vestiti ai cibi cotti e alle bevande alcoliche che hanno quasi sempre addolcito parzialmente l’esistenza dei “pezzenti”. Ora proprio queste minuscole briciole di abbondanza sono state il primo “carrello elevatore” che ha trascinato verso l’alto le aspirazioni di bisogni-sogni degli sfruttati nel corso degli ultimi sei millenni, mantenendo in vita quella positiva “tendenza consumistica” che da almeno quarantamila anni contraddistingue gli esseri umani. In secondo luogo, come ha notato Hilario Franco jt., è caratteristica propria della umanità il creare immagini ed utopie che superassero le carenze della esistenza quotidiana, essendo l’essere umano un animale che sogna ad occhi aperti, anche se in modo rozzo e intermittente[19]. Furono e sono solo fantasie collettive, ma alle volte molto concrete perchè, anche in presenza di un livello di sviluppo molto basso delle forze produttive, sono state in grado di produrre variegati modi di pensare e proteiformi pratiche sociali e politiche diventate parti integranti ed inscindibili del sistema plurilivellare di bisogni caratteristico delle diverse materializzazioni del “proletariato storico”.

Un’altra fonte costante di produzione del “bisogno omega” delle masse popolari è stata la stessa esistenza-riproduzione dei gruppi sociali privilegiati nelle società di classe. ovvero più semplicemente l’osservazione empirica del fatto evidente che una minoranza della società aveva il diritto di consumare molto più dello stretto necessario per sopravvivere, e molto spesso senza nemmeno partecipare al processo di produzione, realizzando una sorta di diritto all’abbondanza ed all’ozio riservato a pochi eletti. Le masse popolari hanno sempre avuto “occhi” collettivi sufficientemente aguzzi per osservare le condizioni di vita delle élites privilegiate, comparandole alla loro esistenza quotidiana; le “spie” inconsapevoli delle masse popolari, le serve/i servi al lavoro nelle residenze padronali non sono mai state cieche o mute diffondendo notizie spicciole sul tenore di vita dei loro padroni, mentre molto spesso l’opulenza delle classi agiate veniva esibita in maniera sfacciata, svolgendo in ultima analisi il ruolo di “vetrina consumistica” e di moltiplicatore di desideri e aspettative all’interno delle stesse masse popolari. Ma forse servono prove empiriche e “fatti testardi” che, combinati tra loro, supportino l’esistenza concreta del “bisogno omega” nella coscienza collettiva della grande maggioranza dei produttori diretti, sebbene esso si sia manifestato e si manifesti tuttora in forme mutevoli e a volte contraddittorie nei singoli lavoratori e nei diversi periodi storici.

 

  1. Il “sogno di una cosa”

La prima prova materiale che attesta concretamente la riproduzione costante negli ultimi millenni del “sogno di una cosa”[20] (Marx, 1844), la riproduzione storica del “bisogno di comunismo” (edonistico) tra tutti i produttori diretti, urbani o rurali, è costituito dall’enorme diffusione e popolarità goduta dalle feste durante tutti gli ultimi sei millenni di storia del genere umano. Durante alcuni brevi attimi, che si riproducevano di regola ogni anno in periodi normalmente prestabiliti, le masse popolari si riappropriavano dei tempi della propria esistenza attraverso un consumo, finalmente senza restrizioni, di calore umano, erotismo, cibi e bevande alcoliche. Tali feste potevano assumere a volte un aspetto laico ma più spesso religioso, costituendo comunque un momento importante, anche se di breve durata, di liberazione temporanea dalle ansietà quotidiane e di comunanza fraterna (quasi) senza contraddizioni. Ma c’è di più, perchè i culti orgiastici in onore di Dioniso, i Saturnali romani, le Feste dei Pazzi medioevali e i Carnevali occidentali (e dell’America Latina) hanno rappresentato, in diverse epoche storiche, anche dei momenti di cripto-sovversione sociopolitica, brevi e rituali archi temporali nei quali il godimento collettivo dell’abbondanza e dell’ozio era collegato alla fine provvisoria delle gerarchie sociali e politiche esistenti, o alla loro beffarda e dissacrante inversione in una sorta di esaltante “mondo alla rovescia”[21].

Un’altra (timida) orma del bisogno omega-edonistico è rappresentata da buona parte delle fiabe e dai racconti popolari di fantasia apparsi in misura considerevole fin dall’epoca schiavistica (si pensi ad Esopo e Fedro), i cui elementi utopici hanno costituito sia delle proiezioni parziali dell’insoddisfazione delle masse verso i rapporti di classe che una protesta spesso vittoriosa (ma solo nella fiaba, ovviamente) contro l’oppressione sociopolitica. Così, sebbene «nel racconto popolare non si faccia menzione di un altro mondo,… la magia ed il miracoloso servono a spezzare i confini feudali e rappresentano metaforicamente i desideri consci e inconsci delle classi inferiori… mettendo in luce la critica sociale sottesa agli elementi immaginativi»[22].

Una terza traccia storica lasciata negli ultimi sei millenni dal “bisogno omega” del proletariato storico è rappresentata dalla diffusione della fede religiosa nel paradiso e dall’ardente desiderio di larga parte degli sfruttati di vivere dopo la morte in un altro mondo in cui potessero finalmente regnare abbondanza, pace e tempo libero per tutti gli “eletti” a sostituzione delle vecchie e odiose strutture di classe. Il paradiso, questo “nuovo millennio” utopistico religioso in cui “gli ultimi saranno i primi”, ha costituito per quasi tre millenni il punto di focalizzazione immaginario del livello superiore dei bisogni materiali di larga parte degli oppressi del mondo ebraico, dell’impero romano ed in seguito dell’area geopolitica cristiana e musulmana, mentre rimane ancor oggi un punto di riferimento concreto per importanti frazioni di lavoratori del mondo.

Il “bisogno omega” delle classi proletarie, nel suo lato edonistico, ha trovato un’altra condensazione storica nella grande popolarità e nell’enorme diffusione su scala planetaria assunta dalle laiche/semilaiche leggende sull’esistenza di luoghi, più o meno remoti nel tempo e/o nello spazio, contraddistinti dall’abbondanza di beni, dall’assenza di fatica e dall’armonia universale: sono le descrizioni dei paesi di Cuccagna, espressione fantastica ed utopica del loro timido – ma ineliminabile – livello superiore di bisogni materiali. Nel mondo di Cuccagna «tutti gli uomini sono uguali, ossia se la spassano tutti, senza fatica e senza lavoro,… senza lasciarsi più ripetere dai ricchi quanto la ricchezza sia poco invidiabile, quanto sia nocivo il troppo dormire, quanto funesto l’ozio, quanto necessaria la miseria affinché non si paralizzi ogni forma di vita. Il popolo ha continuato a illustrare e, anzi, a caricaturare la sua fiaba più nutriente: i tranci delle viti sono legati con salsicce, le montagne sono diventate di formaggio, i fiumi scorrono gonfi dei migliori moscati. La tavola che si imbandisce da sé, le favolose distese indiane qui sono divenute installazioni pubbliche, condizioni di una vita felice in assoluto»[23].

Con il marxismo e la sua prima “ricezione di massa”in Europa tra 1878 e 1892, la tendenza utopistica-edonistica dei produttori diretti ha raggiunto la maturità, venendo finalmente collegata ad un realistico progetto rivoluzionario su scala planetaria e ad una concreta dinamica di sviluppo delle forze produttive sociali. La “corrente calda” del marxismo, secondo la splendida definizione fornita da Ernst. Bloch, mantiene ormai da 140 anni un ruolo rilevante come forza motrice dell’azione collettiva di milioni di esseri umani e come sintesi collettiva dei desideri/sogni/aspettative materiali più ambiziose ed avanzate di una parte consistente dei lavoratori salariali e dei contadini poveri del pianeta che nel 1875, nella Critica al programma di Gotha, Marx ha condensato ad un grado di elaborazione teorica molto avanzata indicando le caratteristiche fondamentali del futuro comunismo sviluppato, allo stesso tempo gioiosamente creativo ed umanistico: «dopo che è scomparsa la subordinazione servitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto tra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo omnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese potrà essere superato e la società scrivere sulle sue bandiere: “Da ognuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”» [24] Per alcuni decenni, nel corso del Ventesimo secolo, il processo di sviluppo economico-sociale dell’Unione Sovietica è stato vissuto da un settore significativo della classe operaia internazionale come un processo di costruzione materiale di questo “Paradiso in Terra”, con richiami espliciti a quei simboli appartenenti agli strati più antichi della cultura popolare: il mito millenaristico dell’Eden, del Paradiso terrestre, del paese di Cuccagna».

Ma la riproduzione della tendenza collettiva dei produttori diretti e del “proletariato storico” alla riappropriazione totale del prodotto sociale e dei mezzi di produzione ha trovato anche verifica empirica nell’insofferenza di massa contro le ingiustizie sociali nelle grandi ribellioni collettive tese a creare forme avanzate di giustizia e di uguaglianza sociale, attraverso l’erogazione collettiva e su larga scala delle loro capacità ed energie psicofisiche. Sono le manifestazioni storiche (periodiche e quasi sempre sconfitte) di quella «coscienza enorme» dei produttori diretti di cui parlava Marx nei Grundrisse, che si manifesta quando la forza-lavoro collettiva riesce a «riconoscere i prodotti come prodotti suoi e a giudicare la separazione dalle condizioni della sua realizzazione come separazione indebita e forzata» (MARX, Grundrisse)

L’ultima “orma” storica del “bisogno omega”, all’interno della coscienza dei produttori diretti, emerge dalla storia plurimillenaria degli uomini rossi, dei “profeti” laici/religiosi e del “popolo organizzato” dei sovversivi, di quella parte – più o meno consistente a seconda degli scenari storici – delle masse popolari tesa esplicitamente all’espropriazione dei gruppi sociali privilegiati. Sotto questo aspetto è significativo che al filone dei “sovversivi” atei (da Evemero a Meslier, da Mably a Babeuf, da Blanqui a Marx, da Lenin a Mao) si sia affiancata l’esperienza di quel “comunismo religioso” che dai profeti Amos ed Isaia, attraverso Gioacchino da Fiore, Jacopone da Todi e fra Dolcino nel Medioevo, e poi i taboriti e gli anabattisti nel XV-XVI secolo ed il semicollettivismo di Jacques Roux e dell’abate Fauchet durante la rivoluzione francese, giunge alla cosiddetta “teologia della liberazione” del XX secolo.

Del resto la sussistenza millenaria dei bisogni omega si è via via rivelata proprio attraverso la larga popolarità goduta tra le masse dalle gesta dei banditi sociali, dei fuorilegge che hanno lottato – in modo reale o presunto – a fianco dei poveri e contro i ricchi è questa una tradizione che è continuata quasi fino agli inizi del Novecento e su scala planetaria, passando dai fuorilegge cinesi in lotta per difendere i diritti del popolo ai cangaceiros del nord del Brasile, dai banditi-patrioti della Grecia e della Serbia del ’700-800 in lotta contro l’apparato statale ottomano ai briganti-contadini dell’Italia meridionale del 1860-65. Come ha notato giustamente E. Hobsbawm, «il banditismo è una forma piuttosto primitiva di protesta sociale organizzata, forse la più primitiva che si conosca. Certamente questo è ciò che i poveri, in molte società, scorgono nel banditismo e perciò proteggono i banditi, li considerano loro campioni, li idealizzano e ne fanno dei miti: Robin Hood in Inghilterra, Janosik in Polonia e Slovacchia, Diego Corrientes in Andalusia, sono tutti, verosimilmente, personaggi reali, idealizzati. Da parte sua il bandito cerca di adeguarsi al ruolo affidatogli, anche se non è un ribelle sociale consapevole. Naturalmente Robin Hood, il prototipo del ribelle sociale “che prese ai ricchi per dare ai poveri e non uccise mai se non per difesa o giusta vendetta”, non è l’unico nel suo genere. Un uomo deciso, che non intenda sopportare il fardello tradizionale dell’uomo qualunque in una società classista, miseria e rassegnazione, può disfarsene unendosi agli oppressori e servendoli oppure ribellandosi a loro. In ogni società contadina ci sono banditi dei padroni e banditi contadini, per non parlare dei banditi al servizio dello Stato, sebbene solo i banditi contadini ricevano il tributo dell’aneddotica e dei canti popolari»[25]. Ma se la funzione storica reale dei “banditi contadini” è stata quasi sempre limitata, ciò che rileva in questa sede è notare che per presso le masse popolari urbane e rurali il “fuorilegge-eroe” ha canalizzato, almeno in parte, la latente e seminascosta volontà di ribellione dei produttori diretti, tenuti a bada dalla paura collettiva della repressione statale ma certamente in grado di manifestare, almeno un’ampia simpatia e consenso di massa agli audaci ribelli che sembravano sfidare ed intaccare i rapporti di produzione classista, almeno nei loro aspetti più rivoltanti. Ma, per dirla ancora con Hobsbawm, « proprio questa situazione esprime la tragedia del banditismo sociale. La società contadina lo crea e lo esige quando avverte la necessità di un campione e di un protettore, ma è proprio allora che egli è incapace di aiutare. Il banditismo sociale, infatti, è una protesta, ma debole e senza un contenuto rivoluzionario, non diretta contro il fatto che i contadini siano poveri ed oppressi, ma contro il fatto che qualche volta lo siano in misura eccessiva. Dai banditi-eroi non ci si aspetta una uguaglianza. Essi possono soltanto riparare i torti e dimostrare che qualche volta si può ritorcere l’oppressione»[26].

Banditi sociali, ma anche attesa collettiva dell’apocalisse divina contro i ricchi e gli sfruttatori.

Un’ennesima traccia lasciata dal lato antagonista del “bisogno omega” antagonistico è infatti fornita proprio dalla grande diffusione tra le masse popolari della letteratura apocalittica, in larghe zone del pianeta e per periodi di tempo molto prolungati, di origine ebraico-cristiana. Dalle profezie di Amos alle chiese millenaristiche dei nostri giorni, il mito della distruzione apocalittica dei ricchi e dei potenti per l’intervento provvidenziale della forza divina onnipotente ha goduto di grande popolarità tra una parte significativa degli oppressi, esprimendo contemporaneamente il loro desiderio di sovversione nei confronti dei rapporti di produzione e di potere classisti che la loro parallela e sincronica impotenza-paura collettiva di fronte alla forza d’urto, ritenuta invincibile in assenza di un intervento soprannaturale, degli apparati di governo posti a difesa dei privilegi materiali delle classi dominanti. Uno degli scritti del Nuovo Testamento, la lettera attribuita all’apostolo Giacomo, è diventata famosa per le violente invettive contro i ricchi e gli oppressori: nessun accenno al “porgere l’altra guancia”, ma invece un preciso richiamo al “Dio degli eserciti” perchè guidasse la guerra di classe contro i ricchi, come peraltro, con forza e modalità simili, si muovono le invettive dell’Apocalisse di Giovanni rivolte contro “Babilonia”, la Roma schiavista di allora.

Sommando tutte le variegate e a volte contraddittorie forme di espressione agonistica (lotte, organizzazioni e movimenti rivoluzionari, produttivi o utopistici) si può concludere che il “bisogno omega” degli “uomini rossi” non è mai mancato nella lunga storia delle società di classe, coinvolgendo almeno fugacemente, ed in forme iperprudenti, larga parte dei produttori diretti vissuti dal 3700 a.C. in poi. Un lucido conservatore come Ernst Nolte ha recentemente creato la categoria storica della «sinistra eterna» per definire le tendenze collettivistiche espresse apertamente, nel corso del processo storico degli ultimi millenni, dalla parte più generosa e combattiva dei produttori diretti: «il contrasto tra “ricchi” e “poveri” è il contrasto sociale, elementare, in senso assoluto; non vi è nessun paese in nessun tempo in cui esso non compaia, in un modo o nell’altro»[27].

Si è già accennato al fatto che il bisogno omega-collettivo del proletariato storico, nelle sue due articolazioni concrete, si scontra ininterrottamente con delle potenti controtendenze che spesso lo rendono latente nella sfera dei desideri/aspettative delle masse popolari, o che viceversa lo indirizzano in una direzione profondamente individualistica.

Innanzi tutto la tendenza edonistica insita nelle masse popolari ha assunto inevitabilmente, almeno fino al 1850-90, delle forme mitiche-mistiche proprio per il livello assolutamente insufficiente e arretrato raggiunto dalle forze produttive sociali negli ultimi cinque/sei millenni: persino all’inizio del terzo millennio dell’era cristiana, la possibile esistenza del comunismo sviluppato e di una distribuzione gratuita e senza controlli (che non sia quello interiore di ciascun individuo) dei mezzi di consumo, secondo la regola del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, si scontra frontalmente con l’ancora basso livello di sviluppo delle forze produttive sociali, persino nelle più avanzate metropoli imperialistiche. Nel migliore degli scenari, la creazione reale di rapporti di produzione e di distribuzione comunisti-sviluppati su scala mondiale costituirà l’orizzonte del genere umano solo alla fine di questo secolo (sempre escludendo catastrofi planetarie…) e la soddisfazione generalizzata e su scala mondiale del livello più elevato dei bisogni materiali dei produttori diretti dovrà essere rimandata forzatamente ad un futuro abbastanza lontano: il nuovo Eden terreno richiede ancora un nuovo e formidabile sviluppo della tecnologia e della scienza, in assenza del quale tutte le forme di distribuzione sociale pienamente comuniste (gratuità+assenza di controllo statale) faranno la triste ed ingloriosa fine delle cucine popolari gratuite create per breve tempo nella Barcellona del 1936, descritte dall’(allora) anarchico catalano Abad de Santillan come «un incubo ininterrotto» che «rovinò l’economia della regione»[28].

Invece il lato rivoluzionario del “bisogno omega” è rimasto quasi sempre latente e clandestino – almeno nella grande maggioranza degli scenari storici creatisi negli ultimi sei millenni – nella coscienza/sogni della grande maggioranza del “proletariato storico”, principalmente per la presenza quasi ininterrotta, durante questo lungo arco temporale, di rapporti di forza politici e militari sfavorevoli agli oppressi e della derivata paura di massa che essi creano e riproducono costantemente. Solo momenti storici molto particolari hanno permesso a frazioni consistenti delle masse popolari di manifestare apertamente, nell’arena politico-sociale, i loro bisogni di classe più avanzati ed arditi e proprio per questo maggiormente repressi/autorepressi, dato che l’azione rivoluzionaria di larghe frazioni degli sfruttati presuppone un precedente e radicale mutamento dei rapporti di forza a loro favore oppure un gigantesco aumento del livello dello scontento e dell’indignazione tra i produttori diretti capace di vincere i loro timori collettivi. Per questo il desiderio di liberazione dallo sfruttamento ed il bisogno di appropriazione integrale del prodotto del proprio lavoro sono sempre stati una costante repressa/autorepressa delle società classiste, perché pericolosa e potenzialmente devastante per chi lo esprimeva. E tanto repressa e pericolosa per gli sfruttati, che spesso assumeva la forma prudente della “fuga” sia nel mondo delle utopie che dalla società in cui vivevano con la fondazione di effimere società fraterne in cui i fuggiaschi si riappropriavano della propria vita e del prodotto del proprio lavoro. Lo iato così prodotto tra i bisogni collettivi e la pratica umana ha reso molto spesso inoffensivi, nella vita ed azione politico-sociale, alcuni splendidi desideri “sovversivi” tesi a raggiungere l’abbondanza, l’ozio e la felicità, trasformandoli in bisogni rassegnati. Radicali, ma impotenti; radicali, ma resi inerti sul piano della praxis storica politico-sociale.

Si aggiungano i fallimenti storici dei loro tentativi di emancipazione collettiva che provocano inevitabilmente un riflusso politico-sociale (più o meno prolungato nel tempo) ed un letargo dei bisogni radicali all’interno delle coscienze del “proletariato storico”. La risacca e la delusione collettiva, di dimensione mondiale, provocata dal crollo del socialismo deformato di matrice sovietica è sotto questo aspetto un caso esemplare, ma non certo unico, trovando almeno un suo precedente storico celebre nel processo di trasformazione in senso iperpacifista ed iperlegalitario di quasi tutto il movimento anabattista, in precedenza rivoluzionario e antagonista, dopo la sconfitta della Comune di Munster del 1534. E poi anche i processi di miglioramento reali e prolungati che, rispetto al passato, sono pure avvenuti nelle condizioni di vita materiali delle masse popolari che ha consentito l’aumento (in termini assoluti e/o relativi) di soddisfazione dei loro bisogni materiali, almeno in determinate formazioni statali e in particolari periodi storici. Di regola il raggiungimento di conquiste materiali consistenti e durature, anche se ottenute mediante lotte di massa più o meno aspre, ha determinato uno stato di congelamento più o meno prolungato del “livello omega” dei bisogni proletari e la comparsa di sensibili processi di riduzione qualitativa dell’intensità con cui le aspirazioni “massimalistiche” sono state percepite dalla maggioranza dei produttori diretti interessati. La storia politica-materiale della classe operaia occidentale nel periodo successivo agli anni del “miracolo economico, con il netto miglioramento registratosi allora nelle condizioni generali di vita, specialmente se rapportata con la loro situazione materiale precedente, ha mostrato un parallelo processo di sua integrazione politico-sociale nelle regole del gioco fondamentali della formazione economico-sociale capitalistica, così che le manifestazioni, pur presenti, del suo “bisogno omega” si è presentata sotto forma di lotte “a bassa intensità” che accettavano sostanzialmente di rimandarne in un tempo lontano la soddisfazione concreta.

Si può così in sintesi affermare che se il “livello omega” costituisce una parte integrante della piramide plurilivellare dei bisogni collettivi espressi da gran parte del “proletariato storico”, quasi sempre esso si è manifestato mediante forme utopistiche (laico-religiose) sotto l’aspetto edonistico e con modalità di regola criptiche/semiclandestine, per quanto riguarda il campo delle tendenze antagoniste. Negli ultimi sei millenni, visti specialmente gli sfavorevoli rapporti di forza politici generalmente esistenti tra i possessori delle condizioni della produzione ed i produttori diretti, i “bisogni radicali” in campo economico hanno svolto quasi sempre un ruolo storico limitato nel processo storico e hanno assunto la forma di luce utopico-edonistica tenue e diffusa, diventando forza motrice di reali rivolte di massa solo in casi particolari e per periodi storici abbastanza brevi, con l’eccezione dei gruppi eroici di proletari impegnati attivamente in senso rivoluzionario, quasi sempre minoritari-iperminoritari rispetto all’insieme delle masse sfruttate.

La situazione è parzialmente cambiata nell’ultimo secolo, a partire dal 1914/1917.

Le orme concrete lasciate dai bisogni omega degli “uomini rossi” sul piano storico diventano infatti molto più intense a partire dallo scoppio del primo macello/guerra mondiale imperialistica, evento epocale sul quale Giorgio Gattei ha scritto un saggio molto interessante intitolato “I marxisti e la Grande Guerra: tracce” e segni di presenza numerosi, proteiformi molteplici e variegati,

Gli uomini rossi hanno infatti prodotto e realizzato dei processi rivoluzionari vittoriosi proprio a partire da quell’epocale Ottobre Rosso del 1917 che, nel subcontinente russo, ha costituito la grande e radicalissima risposta della classe operaia mondiale alla gigantesca e sanguinosa “provocazione” all’atto di forza imperialistico iniziato nell’agosto del 1914:rivoluzione vittoriosa per la soddisfazione dei bisogni omega, seppur con un costo umano e materiale tremendo, che hanno dato vita via via a processi difficilissimi, connessi anche a gravi errori e a volte tragedie devastanti,di costruzione di rapporti collettivistici, in America Latina (l’eroica Cuba socialista di Fidel e Raul Castro), in Asia e Africa, non basati sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, non fondati sulla “socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti” tipica del reale capitalismo di stato e sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

In più di un quarto dell’umanità, nel subcontinente cinese, gli “uomini rossi” hanno ad esempio visto in parte realizzati i loro bisogni più radicali sul piano socioproduttivo, attuando almeno parzialmente il “sogno di una cosa” (Marx,1843) che era stato perseguito per molti secoli dai loro “padri”politici, partendo dai Sopraccigli Rossi e dai Turbanti Gialli dei primi secoli dell’era cristiana.

Ma anche nelle metropoli imperialistiche del 1914/2014, dove la “critica delle armi” operaia è stata stroncata costantemente nei suoi momenti più avanzati (Berlino 1919 e Amburgo 1923, l’Italia del biennio rosso 1919/20, la Spagna della lotta eroica al fascismo del 1936/39, ecc.) , gli “uomini rossi” e l’avanguardia degli operai occidentali sono riusciti per un lungo periodo, dal 1945 fino al 1979/80, a modificare e trasformare parzialmente, in modo limitato ma reale, con modalità riformistiche ma concrete, almeno i rapporti sociali di distribuzione capitalistici esistenti nei punti alti del processo di sviluppo imperialistico: visti e presenti i rapporti di forza politico militare sfavorevoli (presenza militare USA, superiorità nucleare dell’imperialismo statunitense, ecc.) i bisogni omega sono ripiegati a un livello più arretrato.

Il Welfare State, lo stato sociale e assistenziale ha rappresentato in ogni caso una notevole conquista socioproduttiva della classe operaia occidentale e degli “uomini rossi”, ottenuta attraverso grandi lotte sociali e politiche. Una conquista precaria e limitata, certo, non avendo investito e distrutto per tutta una serie di ragioni (a partire dalla forza militare della borghesia occidentale) i rapporti sociali di produzione e di potere esistenti nel capitalismo di stato reale dell’Europa, ma in ogni caso un progresso acquisito con una pratica di massa e pluridecennale , la cui importanza può essere ora meglio valutata e apprezzata in una prospettiva storica, oltre che attraverso le sofferenze materiali e concrete dei “non garantiti”, dei precari,delle famigli operaie povere del Terzo millennio (negli Stati Uniti nel 2013 una famiglia operaia su cinque ormai dipende dai food stamps, dai buoni alimentari pubblici per la sua sopravvivenza materiale),proprio analizzando la controriforma – stavo per dire cattolica – liberistica e privatizzatrice che si è via via irradiata per tutto il mondo capitalistico, partendo dal Cile del golpe sanguinario di Pinochet e dei “Chicago boys”.

Lo stato sociale ha costituito pertanto il sottoprodotto instabile di una dura lotta di classe delle masse operaie occidentali, favorite fino al 1979 anche dalla presenza dello “spauracchio sovietico” e di quell’“impero del male” (Regan) che costringeva la borghesia occidentale ad effettuare alcune concessioni parziali alle masse popolari, per evitare una pericolosa radicalizzazione politica degli operai; una conquista di cui rimangono ancora oggi, nel 2015 e all’alba del terzo millennio, sia delle parti residue materiali ancora esistenti, seppur in via di sempre maggiore ridimensionamento (si pensi solo alla guerra scatenata dal governo Renzi contro l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori), che un ricordo collettivo, una memoria storica ancora viva e ben presente in larga parte dei lavoratori e degli stessi giovani, degli stessi precari ipersfruttati operanti nelle metropoli imperialistiche, nei disoccupati e negli immigrati.

Siamo tuttora in presenza di un’orma e di una traccia socioproduttiva che ha influito sensibilmente, anche se certo non in modo decisivo né permanente, sullo stesso processo di riproduzione materiale delle formazioni economico-sociali capitalistiche, a partire dal 1914/18 in poi.

Ma non solo.

Si può dire che la stessa “linea nera” egemone all’interno delle metropoli imperialistiche, almeno nella frazione politico-sociale più lungimirante e intelligente (Keynes, Roosevelt, le direzioni delle socialdemocrazie europee fino al 1979, ecc.), ha saputo almeno in parte utilizzare le lotte, le rivendicazioni, i bisogni materiali e le passioni collettive dei lavoratori occidentali e delle loro avanguardie rosse, collettivistiche e antagoniste, allo scopo di stabilizzare e limitare la crisi generale del modo di produzione capitalistico.

Dal 1945 al 1979 si è in pratica venuto a creare e a riprodurre un particolare paradosso storico, per cui se da un lato il vero limite del capitale risulta lo stesso capitalismo, come aveva notato in modo geniale Marx nel terzo libro del Capitale,dall’altro lato lo stesso capitalismo ha in parte sfruttato e utilizzato le lotte e la coscienza collettiva dei produttori diretti e degli “uomini rossi” al fine di superare le contraddizioni interne di carattere economico del sistema, oltre che ovviamente per tener buoni gli “operaiacci” e neutralizzare l’azione politico-sociale dei “sovversivi”.

Primo paradosso storico: nella sua frazione politica più intelligente, il sistema capitalistico nel 1945/79 ha utilizzato per la sua stabilizzazione produttiva, per vedere aumentato il potere d’acquisto delle masse e ridurre la “forbice” tra lo sviluppo della produzione e la domanda solvibile di massa, proprio l’azione degli stessi “uomini rossi”, trasformando pertanto “il veleno” (rosso) “in cibo” (capitalistico).

Secondo paradosso storico: proprio la parziale, limitata ma reale soddisfazione di una parte significativa dei bisogni materiali dei produttori diretti delle metropoli imperialistiche, dal 1945 al 1979, ha via via resi più accomodanti verso il processo di riproduzione delle società capitalistiche anche la parte più avanzata di questi ultimi, neutralizzando in gran parte i loro bisogni omega e isolando i “rossi” , la frazione irriducibile e antagonista dei lavoratori e dei giovani. Per fare un solo esempio, quella classe operaia italiana che tra il 1943 e il 1948 era pronta nella sua maggioranza politica a “dare l’assalto al cielo”, mitra alla mano e almeno fino all’attentato a Togliatti nel luglio del 1948, nel 1973/79 invece sostanzialmente accettò persino la disastrosa linea politica del “compromesso storico” perseguita con ottusa e autodistruttiva ostinazione dal gruppo dirigente del PCI, con la sostanziale accettazione della NATO divenuta persino uno “scudo difensivo” contro l’Unione Sovietica, ormai vista e considerata sotto una luce negativa.

Siamo in presenza di una complessa dialettica storica tra bisogni e paure sociali, tra bisogni proletari e controbisogni borghesi, di un “tiro alla fune” e di una guerra il cui esito finale risulta ancora oggi incerto e aperto, sia in senso positivo che negativo. Già nello scorso secolo , con la splendida poesia “Lode alla dialettica”, Bertolt Brecht sottolineò che:

“L’ingiustizia oggi cammina con passo sicuro.

Gli oppressori si fondano su diecimila anni.

La violenza garantisce: Com’è, così resterà.

Nessuna voce risuona tranne la voce di chi comanda

e sui mercati lo sfruttamento dice alto: solo ora io comincio.

Ma fra gli oppressi molti dicono ora:

quel che vogliamo, non verrà mai.

Chi ancora è vivo non dica: mai!

Quel che è sicuro non è sicuro.

Com’è, così non resterà.

Quando chi comanda avrà parlato,

parleranno i comandanti.

Chi osa dire: mai?

A chi si deve se dura l’oppressione? A noi.

A chi si deve, se sarà spezzata? Sempre a noi.

Chi viene abbattuto, si alzi!

Chi è perduto, combatta!

Chi ha conosciuto la sua condizione, come lo si potrà fermare?

Perché i vinti di oggi siano i vincitori di domani

E il mai diventa; oggi!”

La trama complessiva entro la quale si è via via espresso il bisogno omega nel corso dell’ultimo secolo, sempre nei punti più avanzati dello sviluppo capitalistico, risulta formata anche da altri tasselli e segmenti, secondari ma non irrilevanti.

Ad alcuni di essi si è già accennato in precedenza, come nel caso della pratica (e bisogno) collettivi delle cooperative produttive di consumo e di centri sociali autogestiti, degni di tale denominazione e non degenerati in microimprese capitalistiche, oppure nell’utilizzo comunitario libero e gratuito di Internet e del software; ma vale la pena anche soffermarsi sul vasto fenomeno della “musica rossa”, e cioè sul processo di creazione e di fruizione collettiva della musica non come fenomeno artistico fine a sé stesso, ma viceversa come particolare espressione dei bisogni di comunismo e di ribellione contro le strutture di produzione/potere classiste contemporanee.

Bandiera Rossa e l’Internazionale, certo; ma alle sonorità per così dire “classiche” del movimento operaio ante-1914, si sono aggiunte molte altre espressioni artistiche che hanno acquisito una diffusione di massa e costante, riprodotta nel tempo e non transitoria, all’interno del gigantesco popolo degli ascoltatori di musica, anche per il loro valore e contenuto politico-sociale.

L’elenco risulta lungo, anche rimanendo solo agli artisti più famosi .

Si può partire dalle canzoni impegnate di Woody Guthrie negli anni Trenta del Ventesimo secolo (“la mia chitarra uccide i fascisti”) per arrivare al primo Bob Dylan, a Woodstock nel 1969, a Arlo Guthrie e di Country Joe McDonald; ai Jefferson Airplane e al geniale John Lennon del 1970/73 (“Immagine”, ma non solo); ai Pink Floy di “Money”, “Animals” e di “The Wall” fino al punk-rock dei Clash, per non parlare poi di una parte significativa di rap afroamericano; in Italia risultano tra l’altro ancora ben vivi, e diffusi a livello di massa, i migliori prodotti di cantautori impegnati degli anni Sessanta/Settanta, oltre che dei loro emuli più famosi come Jovanotti.

Si tratta di una sorta di colonna sonora rossa e antagonista che, da alcuni decenni e fino ai nostri giorni, accompagna carsicamente il vissuto quotidiano, la memoria e la fantasia collettiva di milioni di lavoratori, di giovani e meno giovani delle metropoli capitalistiche, come del resto – seppur in maniera molto minore, sul piano qualitativo – le espressioni più avanzate sul piano politico di altre forme di arte: dalla pittura (Guernica di Picasso) alla poesia (Neruda, Hikmet, Garcia Lorca, ecc.), dal teatro (Brecht) alla letteratura, fino al cinema impegnato. Il film sovietico “La corazzata Potamkin” non ha certo costituito una “boiata pazzesca” e non è stato ancora dimenticato, al pari di molte altre opere artistiche di matrice collettivistica prodotte nell’ultimo secolo e ai nostri stessi giorni: serve ormai l’opera di un nuovo Ernst Bloch che, anche in questa sfera particolare, sappia esprimere un’estesa fenomenologia di un segmento di praxis umana al cui interno il principio speranza e lo spirito di ribellione contro le relazioni sociali classiste scorrono e si presentano carsicamente, ma con forza finora insopprimibile e come un fiume senza fine, per usare un’immagine usata dai Pink Floyd alla fine del 2014.

[1] K. MARX, 1844, p. 119.

[2] Cfr. N. M. TANNER, Madri, utensili ed evoluzione umana, Zanichelli, Bologna, 19….

[3] C. PERLES, Preistoria del fuoco, Einaudi, Torino, p. 98.

[4] Cfr. J.DIAMOND, Il terzo scimpanzè, Bollati Boringhieri, Torino,

[5] J. DIAMOND, Il terzo scimpanzè, cit., pp. 232-233.

[6] J. WINSON, …. pp. 143-148.

[7] KOVALIOV, vol. I, p 323

[8] G. M. CANTARELLA, Principi e corte, Einaudi, Torino, p. 107.

[9] C. M. CIPOLLA, Storia economica dell’Europa pre-industriale, cit., p. 54.

[10] K. MARX, Il capitale. Libro primo, cit., p. 656.

[11] B. EHRENREICH, Una paga da fame, Feltrinelli, Milano, pp. 9/148.

[12] Cfr. M. DAVIS, Olocausti tardovittoriani, Feltrinelli, Milano, pp. 47-49.

[13] C. PALLOIX, L’economia mondiale capitalista e le multinazionali, Jaca Book, Milano, p. 340,.

[14] K. MARX, Il capitale. Libro primo, cit., p. 650.

[15] Cfr. T. VEBLEN, La teoria della classe agiata, Il Saggiatore, Milano, 1969.

[16] K. MARX, Il capitale. Libro primo, cit., p .656.

[17] AA. VV., Il libro nero del capitalismo, Tropea, pp. 168-169

[18] R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap. nono, in www.robertosidoli.net

[19] H. FRANCO jr., Nel paese di Cuccagna, Città Nuova, p. 14.

[20] K. Marx, lettera a A. Rouge del settembre 1843

[21] H. FRANCO jr., Nel paese di Cuccagna, Città Nuova, p. 14.p. 114.

[22] J. ZIPES, Spezzare l’incantesimo, Mondadori, p. 73.

[23] E. BLOCH, Il principio speranza, Garzanti, vol. II, pp. 561-563.

[24] K. MARX, Critica del Programma di Gotha, p. 8, Editori Riuniti

[25] E. HOBSBAWM, I ribelli, Einaudi, Torino, p. 32.

[26] Idem, pp. 46-47.

[27] E. NOLTE, Controversie, Corbaccio, … p. 78.

[28] Cit. in H. M. ENZENSBERGER, La breve estate dell’anarchia, Feltrinelli, Milano, p. 179.


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