Capitolo secondo La “rossa” Gerico neolitica

  1. La “linea rossa” e i suoi luoghi.

Nel periodo neolitico-calcolitico la più avanzata e dinamica tendenza socioproduttiva era quindi quella “rossa” basata su rapporti di produzione collettivistici, sulla gilania (uguaglianza tra i sessi) e su una determinata forma politica di chefferie, il “clan conico”, finalizzata alla tutela delle relazioni cooperative mediante il controllo di una distribuzione sostanzialmente ugualitaria del surplus, spesso indirizzata verso lavori di comune utilità. Sono state società che spesso si sono riprodotte ininterrottamente per secoli (o addirittura millenni), superando a volte gravi problemi geoclimatici (come alluvioni, processi di desertificazione, ecc.) e coinvolgendo nel loro sviluppo milioni di esseri umani[1].

Il punto di partenza del segmento collettivistico delle società neolitiche può essere ritrovato a Gerico, una delle più grandi meraviglie della storia dato che proprio nel centro palestinese, a partire dall’8500 a.C., si è venuta progressivamente a creare la prima civiltà urbana del genere umano in quella che per più di duemila anni era diventata la capitale del mondo. Qui infatti i clan neolitici della città e della limitrofa area siro-palestinese non solo riuscirono a domesticare il grano, l’orzo, il farro e i maiali poco “inventando”, dopo il 9000 a.C., l’agricoltura e l’allevamento, ma effettuarono anche l’altra grande scoperta storica della costruzione di una città e dell’avvio della proto-urbanizzazione. In pochi secoli, tra l’8900 ed il 8400 a.C., i clan collettivistici del luogo edificarono una piccola città con una caratteristica serie di abitazioni ovali, composte da mattoni di fango essiccato con un intonaco levigato dipinto di rosso; in una fase successiva apparvero delle case rettangolari con molte stanze e dei microsantuari per la Dea, mentre la popolazione aumentava progressivamente, in una data anteriore al 7000 a.C., fino a superare le duemila unità viventi su di un’area calcolata in oltre quattro ettari che superava per dimensione quella di buona parte dei centri urbani formatisi nell’Europa occidentale durante il XV secolo della nostra era[2]. Gli abitanti di Gerico erano circondati e difesi da una cinta muraria munita di torri difensive alte fino a dieci metri, dimostrando come già 10.000 anni fa l’arte muraria avesse raggiunto livelli di sviluppo impressionanti, confermati del resto anche dalle costruzioni realizzate attorno al 9000 a.C. dai cacciatori-raccoglitori di Gobekli Tepe. Né l’esperienza di Gerico rimase isolata essendo circondata da tutta una serie di villaggi “minori” del periodo natufiano, quali Ain Mallaha, Nureybet, Ramad, Munhata e Beidha, mentre la rivoluzione produttiva ed urbana doveva estendersi tra l’8000 e il 6000 a.C. a tutto il Vicino Oriente, dall’attuale Turchia (sito di Asili, 8000 a.C.) a Cipro (sito di Khirokitya, VI millennio a.C.), in presenza quasi ovunque dell’egemonia socioproduttiva di rapporti di produzione collettivistici [3].

La seconda concretizzazione della “linea rossa” neolitica è rappresentata dalla città anatolica di Catal Hüyük (nell’odierna Turchia) sviluppatasi tra il 6600 ed il 5600 a.C. che contava circa 6000 abitanti distribuiti in modo egualitario su un complesso abitativo che si estendeva con circa mille abitazioni su uno spazio di 1,5 Km2. Le omogenee case di mattoni e legno erano di forma rettangolare e consistevano in una o due stanze, mentre gli interni erano decorati con cornici di legno rosso e rivestiti di creta e dipinti. Le case erano tutte contigue, oltre che uniformi esternamente, così che la “circolazione” avveniva sui tetti dove si aprivano gli ingressi, mentre una parte di esse era adibita a microcappelle per onorare la Dea Madre con dipinti parietali e offerte votive che attestano il notevole livello di sviluppo artistico raggiunto. Ma gli abitanti neolitici di Catal Hüyük non erano soltanto abili artigiani nel campo dei monili, dell’ossidiana e della produzione di tessuti; dal 6000 a.C. conoscevano anche l’arte della ceramica, mentre sul piano agricolo utilizzavano su larga scala degli efficienti microimpianti di irrigazione artificiale[4]. Inoltre, come è stato mostrato dall’archeologo britannico James Mellaart, la civiltà di Catal Hüyük era arrivata a conoscere a metà del VI millennio a.C. la metallurgia: lo studioso inglese ha infatti scoperto nel sito anatolico la presenza di scorie che indicano l’estrazione del rame dal minerale attraverso un processo di fusione. Anche in questo caso le conquiste tecnologico-produttive vennero raggiunte in presenza di rapporti di produzione prevalentemente collettivistici e matriarcali, come dimostrato dal culto della Dea e dall’uniformità delle abitazioni: nonostante l’esistenza di alcune limitate forme di differenziazione socioeconomica, gli abitanti di Catal Hüyük ignoravano precisi segni distintivi della chefferie protoclassista quali l’esistenza di grandi edifici religiosi, di tombe speciali destinate a pochi privilegiati e di abitazioni in loro possesso molto più ampie e sfarzose della media di quelle a disposizione dei lavoratori manuali.

La terza “stazione” storica è formata dalla civiltà Al-Ubaid, sviluppatasi in Mesopotamia tra il 4900 ed il 3900 a.C. e protagonista di un nuovo grande salto di qualità produttivo nella storia del genere umano. Essa precedette ed interagì direttamente con la prima fase di sviluppo della società classista dei sumeri, i quali molto probabilmente vissero a stretto contatto con le popolazioni ubaidiche per un lungo periodo incorporandone le conquiste produttive e culturali a partire dal 3900-3800 a.C. La civiltà Ubaid non si limitò a produrre statuette dal corpo umano con il volto di serpente, probabilmente collegati al culto della Dea Madre, ma riuscì ad ottenere nell’ultima fase della sua esistenza una serie impressionante di successi in campo agricolo e tecnologico in seguito imitati su larga scala ed affinati dalla civiltà sumera (non a caso quest’ultima ereditò dai suoi predecessori collettivistici tutta una serie di termini tecnico-produttivi quali engar (agricoltore), apin (aratro), simug (fabbro) e udur (pastore).

Alcuni storici, tra cui M. Liverani, hanno definito giustamente la brusca accelerazione impressa dalla civiltà Ubaid allo sviluppo delle forze produttive sociali come la “rivoluzione secondaria” del Neolitico provocata in campo agricolo da una serie di innovazioni strettamente connesse tra loro e capaci di sfruttare al meglio alcune condizioni geonaturali potenzialmente molto favorevoli: per facilitare il processo di mietitura di grandi estensioni cerealicole, si introdusse infatti un attrezzo quale il falcetto di terracotta a forma di mezzaluna e con il bordo interno affilato, il cui costo di produzione era estremamente basso in confronto a qualunque altro tipo di lama in selce o rame. Inoltre gli Ubaid seppero sfruttare con estrema efficacia l’intreccio di fiumi e acquitrini naturali che contraddistingueva la parte finale del corso del Tigri e dell’Eufrate, realizzando nel corso dei secoli un’estesa rete di canali e un’ottima sistemazione idraulica del terreno basso-mesopotamico[5]. Venne anche introdotto l’aratro a trazione animale che permetteva di scavare solchi rettilinei della lunghezza di molte centinaia di metri; al momento della semina lo strumento a trazione animale si trasformava in aratro-seminatore mediante l’installazione di un imbuto a cannello che consentiva di collocare i semi uno per uno ed in profondità dentro nel solco. Un simile complesso di innovazioni «deve aver avuto un impatto sulla produttività agricola della bassa Mesopotamia che è senz’altro paragonabile all’introduzione della meccanizzazione nell’agricoltura moderna. Si potrebbero forse tentare dei calcoli più specifici:… In complesso, non è certo azzardato ritenere che il passaggio dal sistema tradizionale (dissodamento a zappa, semina a getto, irrigazione per inondazione) di dimensione familiare, ad un complesso tecnico-organizzativo come quello ora descritto deve aver comportato un aumento di produttività (a parità di risorse umane impegnate) in un ordine di grandezza stimabile tra il cinque a uno e il dieci a uno. Questo che possiamo ben chiamare una rivoluzione delle tecniche agricole, e che si sviluppò nell’arco di alcuni secoli a ridosso della rivoluzione urbana e delle formazioni proto-statali, è un evento storico di enorme rilievo, ed è in vario modo archeologicamente documentato. È stupefacente constatare quanto poco se ne parli nella corrente letteratura storico-archeologica sull’argomento, prevalentemente accentrata sugli sviluppi della struttura sociale e dell’élite dirigenti, sviluppi spesso estraniati da quelli relativi al modo di produzione»[6].

La risposta alla questione sollevata da Liverani sta probabilmente dal fatto socioproduttivo innegabile che la struttura sociopolitica degli Ubaid era incentrata su di un “clan conico” in cui le disuguaglianze socioeconomiche tra gli abitanti erano ridotte al minimo, fatto evidentemente poco apprezzato da larga parte degli storici[7]. Infatti siamo qui davanti ad «una cultura piuttosto egualitaria e piuttosto severa: priva di vistosi dislivelli, di fenomeni di accentramento, di tesaurizzazione e di ostentazione, o altro. Si pensi alla ceramica, che la produzione in serie, alla “ruota lenta”, depriva di quelle vivaci caratterizzazioni e decorazioni delle culture precedenti. Si pensi all’assenza di vistose differenze nella dimensione e la struttura degli abitati, che ove scavati su estensioni sufficienti (nel caso di Tell es-Sawwan e di Tell’Abada) colpiscono assai più per il loro aspetto omogeneo che non per la presenza di ovvie gradazioni dimensionali. Si pensi all’omogeneità e povertà delle sepolture (ogni inumato è accompagnato da un paio di vasi di tipo standard e da un modesto ornamento personale), senza quella concentrazione diversificata di ricchezza che normalmente fornisce l’indicatore privilegiato per l’emergenza di élite. Si pensi più in generale all’estrema rarità, per non dire assenza (sia in contesti funerari sia di abitato), di materiali e oggetti di pregio e di importazione, come metalli o pietre semi-pregiate. Questo carattere severo e sostanzialmente egualitario della cultura Ubaid può non stupire di per sé, ma deve certamente stupire se rapportato al fatto che proprio allora s’innescava quella decuplicazione dei rendimenti agricoli, quella possibilità di eccedenze sostanziose di cui abbiamo detto sopra. La crescita demografica complessiva, nonché la floridezza generalizzata deducibile dalla dimensione e dalla fattura tecnica delle abitazioni, non hanno adeguato parallelo in una crescita di dislivelli interni – o almeno nella loro sottolineatura mediante pratiche ostentatorie»[8].

Ma la “linea rossa” neolitica si concretizzò anche in altri contesti geo-economici e geo-politici, sebbene con modalità e tempi storici del tutto indipendenti da quelli vissuti nell’area del Mediterraneo orientale e del Golfo Persico. Nell’Europa centro-orientale si svilupparono tra il 6000 ed il 3000 a.C. avanzate culture collettivistiche (la c.d. civiltà di Vinca) che si estesero dai Balcani fino al Baltico creando la prima forma storica conosciuta di protoscrittura, coltivando cereali, producendo splendide ceramiche e gioielli in oro ed arrivando nell’ultima fase della loro esistenza ad impadronirsi della tecnica della metallurgia del rame. Secondo l’opinione di M. Gimbutas, C. Renfrew e Gordon Childe questa civiltà era composta da una serie di città e villaggi locali autonomi con forti componenti paritarie tra i sessi, abitati da agricoltori egualitari la cui organizzazione sociale non possedevano alcun ordine gerarchico stabile e rigido[9].

Sempre in Europa apparvero anche delle civiltà megalitiche matriarcali, diffusesi tra il 4000 ed il 1000 a.C. in un’area posta tra il Portogallo, la Sardegna, l’isola di Malta e la Gran Bretagna. Le grandi opere realizzate in pietra richiesero sia la presenza di un surplus agricolo costante che di un alto grado di coesione sociale tra le donne e gli uomini impegnati nella creazione di monoliti giganteschi e cerchi di pietra, ma sempre in assenza di strutture statali o di elevati livelli di differenziazione socioeconomica al loro interno.

Secondo alcuni storici, risulta chiara anche la matrice semicollettivistica dei rapporti di produzione e politico-sociali che contraddistinsero le antiche civiltà sorte nelle pianure alluvionali dell’Indo e dei suoi cinque principali affluenti nell’odierno Punjab: le culture di Harappa e Mohenio-daro, dal nome delle due principali città dell’India neolitica che si riprodussero tra il 3500 ed il 1900 a.C., anche se va ricordato che fin dal 7000 a.C. si era sviluppata nell’area la città di Mehrgath (ora sommersa) nel golfo di Cambaye, sede di una sofisticata comunità di agricoltori le cui abitazioni erano già fatte in mattoni.

La civiltà di Harappa era formata da una pleiade di estese città (ne sono state ritrovate circa ottanta) che coesistettero pacificamente per oltre un millennio su di un’area geografica estesa quasi come l’Europa occidentale, raggiungendo livelli “ubaidici” di sviluppo delle forze produttive, visto che l’agricoltura basata su un sistema idrico artificiale garantiva surplus notevoli di cereali e favoriva la crescita di agglomerati urbani con decine di migliaia di persone, come la stessa Harappa che aveva un perimetro di quattro chilometri, vie ben progettate e un magnifico sistema di fognature. Sul piano sociale comode case a due piani in cotto, provviste di stanze da bagno e di un alloggio per il portinaio, che coprivano ben 97 piedi per 83, possono venir messe in contrasto con monotone file di casette in mattoni di fango, composte ciascuna di due sole stanze e di un cortile e che non superavano la superficie di 56 piedi per 30. Senza dubbio questo è un contrasto che riflette una divisione della società in classi, ma, a quanto pare, soltanto fra mercanti o “uomini d’affari” e lavoratori o artigiani. Una sorprendente ricchezza di ornamenti d’oro, d’argento, pietre preziose e porcellana, di vasellame di rame battuto, di utensili e di armi di metall, è stata raccolta dalle rovine. La maggior parte proviene dalle case attribuite ai “ricchi mercanti”, ma una quantità di arnesi di rame e di braccialetti d’oro è venuta fuori a Harappa nei “quartieri degli operai”. Nulla fa pensare a tesori regi»[10]. Non è casuale che la civiltà semicollettivistica di Harappa sia stata caratterizzata a livello religioso dalla presenza di divinità femminili e dal culto della fertilità, che generalmente è il segno distintivo delle società gilaniche, egualitarie e pacifiche. Si trattava quindi di una civiltà già complessa ma con un basso livello di stratificazione sociale, a cui doveva poi succedere la cultura ariana ferocemente militarista e classista ma incapace di replicare le opere di canalizzazione urbana (a disposizione di tutti gli abitanti) create in precedenza dalle antiche città egualitarie.

In Cina la manifestazione più avanzata del collettivismo neolitico è stata rappresentata dalla cultura di Yangshao, di cui sono stati ritrovati oltre mille siti nel bacino del Fiume Giallo e nel Gansu e che si sviluppò tra il 4800 ed il 2000 a.C. ereditando direttamente le precedenti conquiste della civiltà di Peiligang. Le diverse collettività appartenenti alla matriarcale cultura Yangshao coltivarono per tre millenni il miglio attraverso forme produttive cooperative e comunitarie, iniziando allo stesso tempo su microscala quei lavori d’irrigazione che avrebbero contraddistinto la storia cinese, mentre parallelamente integravano l’attività agricola con l’allevamento di cani e di maiali e con la caccia/pesca. «Tra i numerosi siti Yahgshao il più significativo è senza dubbio quello di Banpo, nei pressi di Xi’an, in cui sono stati rinvenuti i resti di un villaggio distribuiti su un’area di oltre 10.000 mq. Situato a circa 300 m. dal fiume Chan, un affluente del fiume Wei, il villaggio, di pianta grosso modo ovale, presenta la zona abitativa al centro divisa in due aree da un piccolo fossato; tutt’intorno è scavato un fossato più grande profondo sei metri, e ad est di esso si trovavano le fornaci per la cottura delle terrecotte, mentre a nord era situato il cimitero comune. Le abitazioni, a pianta circolare o quadrangolare, erano capanne seminterrate cui si accedeva attraverso uno stretto cunicolo; al centro della zona abitativa era posta una capanna di grandi dimensioni (20 m. per 12,5 m.), probabilmente un edificio comunitario. All’interno del villaggio sono stati trovati un gran numero di manufatti in pietra, in osso e in terracotta. Si ritiene che la comunità di Banpo – come le altre della cultura Yangshao – fosse caratterizzata da un sistema sociale di tipo egualitario, anche se la vita della comunità doveva essere regolata probabilmente da una complessa ritualità. Le tombe, le dimensioni delle abitazioni e le fosse per l’immagazzinamento delle derrate presentano infatti dimensioni simili, e anche i corredi delle sepolture non appaiono contrassegnati da differenze rilevanti riguardo alla loro quantità»[11].

 

  1. La “linea nera” e i suoi luoghi.

Si può assumere che la “linea nera” del Neolitico sia partita da Nevali Cori, situata nell’attuale Kurdistan, le cui origini risalgono all’8900 a.C. La città-tempio di Nevali Cori era composta quasi esclusivamente da edifici di culto alimentati da un plusprodotto, estorto alla zona agricola circostante, che veniva monopolizzato da una casta sacerdotale strettamente separata dai comuni “sudditi”, visto che solo una parte delle ventidue costruzioni che vi sono state scoperte era usata come abitazione, mentre gli altri edifici erano adibiti a templi o a magazzini ed officine di supporto di questi ultimi. Il centro della teocrazia della città anatolica era disposto attorno ad una struttura rettangolare di pietra, un edificio di culto comprendente giganteschi monoliti con lati perfettamente regolari ed inseriti in un basamento liscio. Le costruzioni “sacre” erano utilizzate con tutta probabilità anche per compiere sacrifici umani.

Questo prototipo di società protoclassista, quasi contemporaneo a Gerico e relativamente vicino alla città palestinese, era la conseguenza dalla diffusione tra i pastori del neolitico di rapporti di produzione patriarcali in cui il maschio più anziano controllava il lavoro e il surplus prodotto da moglie/mogli, figli ed un numero solitamente ristretto di schiavi/schiave. Questo modello alternativo d’organizzazione della vita socioproduttiva e politica si era sviluppato contemporaneamente alla dinamica di riproduzione delle società collettivistiche di Catal Hüjük, Ubaid e Vinca, e a volte in aree geopolitiche limitrofe[12]. Era questa la cultura propria dei pastori nomadi del Neolitico che avevano la caratteristica comune di rientrare (sia pure con alcune eccezioni) nel raggio d’azione della “linea nera”, a partire dal fatto che l’allevamento e la cura delle mandrie erano occupazioni tipicamente maschili.

«Gli antropologi, naturalmente, rifuggono dalle generalizzazioni, ma persino loro sono costretti ad ammettere che i popoli dediti alla pastorizia di qualunque angolo del mondo condividono delle caratteristiche fondamentali. Tutti sono ossessionati dalle loro pecore, capre, mucche, cammelli o cavalli, a seconda del caso, perché questi animali garantiscono sia l’identità tribale che i mezzi di sostentamento. La mandria è tutto per i popoli dediti alla pastorizia e nulla può frapporsi fra mandrie, pascoli e aree d’abbeveraggio. Se ciò accade, la loro monomaniacalità si trasforma rapidamente in efferatezza, il disprezzo in violenza. In Thinking Animals Paul Shepard elenca i tratti caratteristici delle società pastorali di qualunque parte del mondo: “Aggressività ostile verso i forestieri; famiglie, faide e scorrerie armate nell’ambito di un’organizzazione gerarchica patriarcale; costituzionale della caccia con la guerra; elaborate cerimonie sacrificali; orgoglio e sospetto monomaniacali”. Marvin Harris ha analizzato moltissime culture umane differenti alla ricerca di elementi che le accomunassero. In Cannibali e re afferma che “molte società pastorali prestatali, nomadi o seminomadi, sono espansioniste e ultramilitariste”. Tali società sono solitamente bellicose e a forte dominanza maschile perché la loro principale fonte di sussistenza e ricchezza “sono gli animali da pascolo piuttosto che i raccolti agricoli”. Proprio perché così legate alle mandrie, le pressioni economiche obbligano le popolazioni dedite alla pastorizia a vivere al loro seguito, spostandosi per miglia alla ricerca di acqua, pascoli e altri animali di cui impossessarsi. Nel resoconto sulle varie culture pastorali contenuto nel volume Man, Culture and Animals curato da Anthony Leeds e Andrei Vayda, l’antropologo Homer Aschmann sottolinea il medesimo bisogno di espansione territoriale: “Nella maggior parte delle culture pastorali è riscontrabile uno schema molto forte e definito basato sull’aggressività individuale e collettiva, nonché su strutture istituzionali ed elaborazioni etiche con valore giustificativo”. Sempre Aschmann rileva anche un’ulteriore caratteristica della distruttività delle società pastorali e cioè che la loro tendenza a ingrandire le proprie mandrie va invariabilmente a scapito della qualità dei terreni di pascolo: “Nessuna società basata sulla pastorizia ha mai raggiunto uno stabile equilibrio ecologico se non a patto di accettare un livello di produttività inferiore rispetto a quello esistente al momento dell’introduzione della pastorizia stessa”»[13].

Il lato nomade-pastorizio del processo produttivo sviluppatosi nel periodo neolitico-calcolitico ha prodotto delle conseguenze decisive all’interno dell’area eurasiatica, modificando progressivamente i rapporti di forza tra clan agricoli e nomadi fino a indirizzare le relazioni sociali di produzione in una direzione protoclassista ed espansionistica che si adattava perfettamente alle caratteristiche dominanti di larga parte dei clan pastorali. «Fu in Medio Oriente che il potere regale, le guerre e le scorrerie raggiunsero proporzioni inaudite a causa delle influenze culturali delle prime popolazioni che in quei luoghi si dedicarono alla pastorizia. Non dimentichiamoci che i primi addomesticatori di animali di grossa taglia discendevano da una lunga tradizione di specializzazione nella caccia e, pertanto, conservavano intatta la loro perizia di cacciatori-guerrieri. Tale perizia tornò molto utile nel favorire la creazione di vere e proprie mandrie, cioè della loro ricchezza e sicurezza. Dal punto di vista di un cacciatore-guerriero era molto più prestigioso (nonché più facile e veloce) ampliare la propria mandria perpetrando razzie piuttosto che non impegnarsi in un lento e faticoso lavoro di allevamento. Le abilità guerriere erano inoltre utili a mantenere la ricchezza acquisita; una tribù in condizioni economicamente floride doveva, infatti, stare costantemente all’erta per difendersi da possibili razzie altrui. Infine i pastori erano marcatamente più espansionisti dei comuni agricoltori. I coltivatori vivevano in pochi acri in una vallata o lungo la riva di un fiume e ampliavano i propri campi molto lentamente, in genere nel corso di diversi anni. I pastori, al contrario, dominavano con arroganza su un’intera regione grazie alla forza militare, assicurandosi in tal modo l’accesso ai migliori pascoli e alle migliori aree d’abbeveraggio. In Medio Oriente, i pastori si trovavano nella posizione migliore per alimentare le fila della casta dei guerrieri, da cui sorsero poi le élite dominanti e i re. Di conseguenza, l’intera gerarchia sociale e la cultura di quella regione erano imbevute dei valori di fierezza e predominio tipici dei popoli pastorali. Quando tali valori vennero integrati nella religione e nelle istituzioni militari e di governo si rivelarono essenziali alla nascita di nazioni dispotiche pronte a condurre guerre di conquista»[14].

Le forme iniziali dei rapporti di produzione patriarcali e protoclassisti fecero un decisivo salto di qualità in Eurasia presso le tribù dei pastori-predoni Kurgan (così chiamati dalla archeologa Marija Gimbutas dalle sepolture individuali poste sotto un tumulo, o alture arrotondate, dette kurgan[15]) che dimoravano nella zona del Volga e nell’Ucraina fin dal 6000 a.C. In collegamento con la domesticazione del cavallo, avvenuta attorno al 4400 a.C. nelle steppe a nord del Mar Nero, che consentiva di coprire distanze maggiori, attaccare di sorpresa e fuggire prima dell’arrivo dei rinforzi, e col parallelo miglioramento nella produzione di strumenti da guerra come l’arco e le frecce, il rapido peggioramento delle condizioni geoclimatiche dal 4000 a.C. in avanti ha favorito i processi migratori e predatori dei gruppi di nomadi pastori che vi risiedevano. I quali vivevano in una società patriarcale contraddistinta, di regola, dalla dimensione ridotta delle attività agricole e dal notevole peso assunto invece dall’allevamento degli animali e in cui la tumulazione solenne dei “capi”, accompagnata alle volte anche dal sacrificio dei loro schiavi, simboleggiavano relazioni sociali fondate apertamente sulla disuguaglianza e l’aggressività militare. L’introduzione della proprietà privata degli armenti in queste tribù pastorizie ne incentivò l’attività predatoria contro le più avanzate strutture agricole sedentarie con i terreni di proprietà collettiva, mentre i bottini procurati dalle guerre condotte a mezzo della coppia cavallo-arco stimolarono un salto di qualità nella differenziazione di classe: le vinte comunità agricole europee fornirono su larga scala schiavi e schiave, forza-lavoro ed oggetti sessuali, surplus produttivo e ricchezza a questi nomadi predatori, determinando il definitivo trionfo al loro interno dei rapporti di produzione classisti, mentre anche le civiltà “indigene” sopravissute all’invasione dovevano imitare per sopravvivere quel modello di società e di chefferie esportato con tanto successo dai barbari ma bene armati Kurgan.

Le tre grandi ondate d’invasione delle popolazioni Kurgan in Europa e nel Medio Oriente nel 4400-4200 circa, nel 3400-3200 circa e nel 3000-2800 circa a.C.[16] e poi quelle successive degli indoeuropei hanno rappresentato i momenti principali della guerra mondiale neolitica che ha opposto per millenni le strutture pastorali patriarcali a quelle agrarie matrilineari ed egualitarie ed è terminata con la sconfitta delle seconde (anche se alcune zone del Mediterraneo come Creta, Malta e la Sardegna hanno potuto sottrarsi per più di mille anni all’invasione di quei popoli pastori sensibilmente più arretrati sul piano produttivo e tecnologico-civile). Raggruppati inizialmente in piccole bande, i pastori Kurgan inflissero danni notevolissimi alle civiltà neolitiche collettivistiche dei Balcani e dell’Europa centrale, essendo gli agricoltori sedentari «facile preda delle improvvise incursioni di nemici a cavallo che non potevano essere né inseguiti né puniti. Molti di questi villaggi furono abbandonati e i loro abitanti divennero cacciatori a cavallo per autodifesa»[17].

Dopo il 2000 a.C. sarà il popolo nomade degli ari proveniente dalle steppe dell’Asia centrale ad impadronirsi dell’area indiana, soggiogando progressivamente le popolazioni autoctone ivi stanziate, mentre in Mesopotamia l’arrivo attorno al 3900 a.C. della popolazione dei sumeri ha portato alla rapida scomparsa della millenaria ed avanzata civiltà Ubaid e alla creazione da parte degli invasori della prima struttura statale del genere umano con città dominate da teocrazie in grado di controllare a proprio vantaggio il processo produttivo e la costruzione/manutenzione di opere d’irrigazione su larga scala. In Cina “la linea nera” è stata rappresentata dalle culture di Dawenkou, Hongshan e Longshan. Nella prima il livello di sviluppo delle forze produttive in campo agricolo era praticamente equivalente a quella raggiunta dai quasi contemporanei clan di Yangshao, ma i rapporti di produzione dominanti e la forma delle chefferies politico-sociali appartenevano ormai alla tipologia protoclassista: «il grande divario esistente tra le sepolture di questa cultura per quanto concerne sia le dimensioni che la ricchezza dei corredi, sta ad indicare che già esistevano all’interno delle comunità forti differenziazioni sociali. Inoltre la presenza dei crani di maiale nelle sepolture farebbe pensare a sacrifici funerari riservati a un gruppo ristretto, ormai classificabile come una vera e propria élite»[18]. Anche la “cultura della giada” della civiltà Hongshan (4000-2500 a.C.) era protoclassista ed elitaria, con città dotate di grandi templi e strutture difensive governate da un’aristocrazia che monopolizzava il potere, gli articoli di lusso fatti con la preziosa giada e le funzioni religioso-sacrificali, stimolando anche la costruzione di numerose piramidi. Attorno al terzo millennio a.C. nel bacino del Fiume Giallo si formarono le culture Longhshan dello Shaanxi, dello Henan e dello Shandong in cui, se gli strumenti di produzione agricola sono «rappresentati ancora da vanghe, zappe, falcetti e i materiali impiegati continuano ad essere la pietra, l’osso, il corno, le conchiglie, consistenti progressi si realizzano invece nella produzione della ceramica (accanto a terrecotte grigie, probabilmente di uso comune, compare infatti un vasellame nero ad impasto fine caratterizzato da una grande eleganza e lucentezza)… e nella stratificazione sociale, ormai profonda e probabilmente consolidata, come sembra indicare l’analisi delle sepolture. Tra il progresso della ceramica e l’approfondimento delle differenziazioni sociali esiste probabilmente una stretta connessione: il vasellame in ceramica nera era destinato certamente all’élite, che quasi certamente lo utilizzava a fini rituali. D’altro canto, il ritrovamento di numerose scapole di animali impiegati a scopo divinatorio – una pratica questa che avrebbe conosciuto un notevole sviluppo nell’epoca successiva – denota senza dubbio la comparsa di un sistema ideologico relativamente complesso, collegato con un’élite politico-religiosa»[19].

In Egitto, infine, il periodo che va dal 3500 al 3200 a.C. ha visto, in presenza di un livello stabile di sviluppo qualitativo delle forze produttive, la nascita e la riproduzione di notevoli disuguaglianze sociali tra la popolazione testimoniate dalla ricchezza degli addobbi e dalla particolare forma rettangolare di alcuni sepolcri. Ciò è stato quasi sicuramente l’effetto dell’invasione, dopo il 3500 a.C., di popolazioni d’origine semitica che imposero la loro egemonia politico-sociale determinando la formazione di una chefferie protoclassista dal cui interno sarebbero emersi i primi faraoni, i capi politico-militari che unificarono progressivamente in un’unica formazione statale le diverse città sorte lungo il Nilo. Secondo E. J. Baumgartel questa tesi è suffragata dai dati archeologici e dalla sussistenza nella lingua egiziana di elementi sia semitici che camitici, questi ultimi derivati dalla popolazione presente sul posto prima del 3500 a.C.[20].

 

  1. La “linea nera” contro la “linea rossa”.

Tenendo conto delle sopracitate coesistenze storiche tra la “linea rossa” e la “linea nera” è possibile trarre una prima riflessione sintetica notando che dal 9000 a.C. in poi l’effetto di sdoppiamento ha reso possibile la riproduzione, sincronica nel tempo e contigua nello spazio, di chefferies sia collettivistiche che protoclassiste a seguito della presenza di un surplus costante e accumulabile che poteva essere utilizzato in forme alternative dovuto ad un livello qualitativo di sviluppo delle forze produttive simile, se non più favorevole, alla “linea rossa”. E’ all’interno di questo campo di possibilità differenti che si è inserita la concreta prassi politica delle diverse civiltà neolitico-calcolitiche nel suo aspetto specifico di controllo del potere decisionale e militare, della redistribuzione del plusprodotto sociale e del possesso dei mezzi di distruzione.

Germi e prodromi della “linea nera” erano già presenti nelle comunità paleolitiche, rivelandosi nel possesso privato di alcuni oggetti di consumo, nelle sporadiche lotte e razzie tra clan preistorici e nei limitatissimi “privilegi” materiali di cui a volte godevano i capi-clan, ma è solo con la comparsa di un surplus costante che questi germi vengono a maturazione come in una serra protetta, trasformandosi in una tendenza reale, sia oggettiva che soggettiva, insita nella coscienza di segmenti più o meno ampi della popolazione essendo diventato possibile utilizzare la forza-lavoro altrui a vantaggio di una minoranza a condizione che quest’ultima controlli il potere decisionale sul surplus e i mezzi di distruzione della comunità. Se le chefferies collettivistiche si erano affermate negli scenari storici in cui mancava il monopolio nell’uso delle armi da parte di una minoranza ed in cui la redistribuzione del surplus non andava a vantaggio di una sola parte della popolazione, le chefferies protoclassiste della “linea nera” vinsero laddove si attuarono concretamente queste due condizioni preliminari di carattere sia materiale che politico.

Sorge a questo punto inevitabile una domanda sulle cause fondamentali dell’affermazione della “linea nera”: cosa ha fatto la differenza e quali fattori hanno spostato la bilancia a favore di una delle due soluzioni storiche possibili? Escludendo i fattori casuali indipendenti dalla pratica umana (come catastrofi naturali, siccità, epidemie ecc.) e prescindendo anche dal livello qualitativo di sviluppo delle forze produttive che era più spesso favorevole alle culture della “linea rossa”, risultò decisiva la presenza di particolari dinamiche belliche e religiose relative, da un lato, alle relazioni “estere” tra le diverse tribù/società e, dall’altro, ai rapporti “interni” via via creatisi tra i sacerdoti e i fedeli dei culti religiosi. La “linea nera” si affermò in primo luogo mediante le guerre di conquista condotte, tra il 4400 ed il 1500 a.C., dalle società pastorizie e patriarcali euro-asiatiche attratte dal surplus permanente consentito dal maggior livello di sviluppo delle forze produttive raggiunto dalle collettività agrarie-sedentarie, mentre la loro superiorità politico-militare, grazie soprattutto all’utilizzo del cavallo, ha determinato la creazione di un monopolio dell’uso delle armi a vantaggio esclusivo dei conquistatori mentre i prigionieri di guerra erano mutati in schiavi e trasformati in forza-lavoro subordinata a disposizione di quelle chefferies protoclassiste che poi dovevano evolversi nei modi di produzione classisti (asiatico, schiavista e feudale).

Ma nel periodo ci fu anche una sorta di “via pacifica” ed endogena di affermazione delle formazioni economico-sociali protoclassiste mediante il “cavallo di Troia” dell’apparato religioso-politico. Per decine di migliaia di anni, dal Paleolitico superiore in poi, forme variegate d’autocoscienza religiosa, come lo sciamanesismo, il culto dei morti e quello della “Grande Madre”, avevano rappresentato la sovrastruttura ideologica delle culture collettivistiche combinandosi felicemente con i rapporti di produzione comunistico-primitivi[21]. Dopo la produzione-riproduzione di un surplus permanente ed accumulabile, tuttavia, era diventato possibile un utilizzo alternativo, di classe, anche della psicologia religiosa diffusa tra i membri dei clan neolitici. A tale scopo era sufficiente la formazione più o meno casuale di un apparato religioso-politico dotato di un minimo di massa critica numerica e di un prestigio sociale in grado di assegnare legittimità e consenso alla scelta di destinare una parte del prodotto alla costruzione di templi e alla riproduzione materiale privilegiata di una gerarchia religiosa che nel tempo, spostando i rapporti di forza a proprio favore, avrebbe finito per accrescere la sua quota di appropriazione del surplus produttivo, dotandosi anche di apparati militari per la difesa dei privilegi così guadagnati.

Anche senza violenza o con l’utilizzo di un minimo grado di coercizione iniziale si poterono creare così le basi politiche ed ideologiche per la riproduzione di chefferies e stati classisti imperniati sull’appropriazione del plusprodotto e dei mezzi di produzione sociali a vantaggio di una minoranza, come a Nevali Cori nel corso del nono millennio a.C. Non è certo casuale che la prima formazione statale classista, quella sumera, fosse imperniata su di una teocrazia egemonizzata da una élite politico-religiosa ristretta, mentre la conferma a contrario di questa ipotesi va ritrovata nell’assenza di guerre di conquista e/o di apparati ecclesiastici su larga scala nelle chefferies e nelle formazioni economico-sociali collettivistiche da Gerico agli Ubaid.

Ma perché mai una parte del genere umano avrebbe dovuto sfruttare a proprio esclusivo vantaggio le potenzialità alternative create dal “Grande Evento” del 9000 a.C., abbandonando i metodi di produzione/distribuzione collettivistici riprodottisi per due milioni di anni? La ragione fondamentale sta nello sviluppo dei bisogni materiali già relativamente elevato all’inizio del neolitico. L’uomo paleolitico lavorava relativamente poco (tre-quattro ore al giorno in media) e aveva interiorizzato sia un legittimo “diritto all’ozio” che una certa riluttanza ad impegnarsi in attività faticose e prolungate, come erano quelle agricole e pastorizie. Come inevitabile sottoprodotto doveva essere diffusa, più o meno intensamente, la tentazione di scaricare il proprio pesante carico di lavoro su altri esseri umani, dagli eventuali prigionieri di guerra alle donne. Va inoltre notato che già attorno al 9000 a.C. l’uomo paleolitico aveva sviluppato una serie di bisogni di consumo che si possono dire superflui perché non indispensabili alla riproduzione puramente fisiologica, come oggetti ornamentali, vestiti e calzature erano già prodotti e consumati. La disponibilità materiale di questi beni “di lusso” si era accresciuta con l’avvio della produzione di oggetti di ceramica decorati, di gioielli in oro e giada, di bevande alcoliche quali la birra e il vino (dopo il 4500 a.C.) e di suppellettili in legno per le abitazioni. Questa massa di beni di consumo di qualità superiore poteva scatenare in alcuni individui e in alcune tribù di pastori di regola meno evolute sul piano tecnologico-civile delle tentazioni predatorie finalizzate ad appropriarsene senza lavorare.

Insomma, potenzialità socioproduttive e presenza costante del surplus, tentazioni/desideri materiali elitari e rifiuto del lavoro vennero in reciproco contatto nel periodo in esame, creando in una serie crescente di casi storici quelle strutture protoclassiste della “linea nera” che attorno al Mediterraneo dovevano diventare egemoni soprattutto in seguito alle invasioni dei pastori Kurgan.

 

  1. La sopravvivenza della “linea rossa”.

Tuttavia l’effetto di sdoppiamento non ha cessato di esercitare la propria influenza sul processo storico universale anche dopo la fine del neolitico-calcolitico. Sebbene in Eurasia dal 3900 a.C. l’egemonia politica, sociale ed economica sia stata detenuta quasi sempre dalla “linea nera” (classista, patriarcale e militarista), in questi ultimi sei millenni la “linea rossa” si è mantenuta carsicamente nel processo di sviluppo socioproduttivo del genere umano, sebbene (quasi) sempre in posizione subordinata, perché non sono venute meno alcune basi materiali e sociopsicologiche che ne consentono la riproduzione come lato secondario e deformato all’interno delle formazioni economico-sociali di classe.

Intanto anche dopo il 3900 a.C. la terra e i campi hanno potuto essere posseduti collettivamente e coltivati in comune, in tutto o in parte, mentre l’attività produttiva combinata ha prodotto masse variabili di surplus potenzialmente utilizzabili a vantaggio dell’intera collettività, e non solo di una sua ristretta minoranza. Ma è stato possibile utilizzare per fini cooperativi anche il “lavoro universale” inteso come «ogni lavoro scientifico, ogni scoperta o invenzione che dipende in parte dalla cooperazione tra i vivi e in parte dall’utilizzazione del lavoro dei morti»[22], nonché il “bene immateriale” della conoscenza scientifico-tecnologica che, potendo essere riprodotto e replicato anche dai non-inventori in seguito all’uso, è facilmente (sebbene non inevitabilmente) condivisibile. E poi la manifattura e la grande industria hanno potuto essere oggetto di esperienze diffuse di stretta cooperazione produttiva e quindi di appropriazione collettiva invece che privata. Risultano così verificabili almeno otto tracce, sia pur subordinate e deformate, che attestano come la “linea rossa” non sia mai sparita del tutto dall’orizzonte della storia, coesistendo conflittualmente con la tendenza egemonica socio-produttiva espressa dalla “linea nera”.

La prima traccia riguarda la soggettività di alcune frazioni di produttori diretti che hanno continuato ad essere sostenitori della “linea rossa”, esprimendo una volontà collettivistica antagonista rispetto ai rapporti di produzione e distribuzione classisti. E’ questa la categoria degli uomini rossi in cui vanno compresi tutte le donne e gli uomini che si sono ribellati apertamente contro l’oppressione e lo sfruttamento, conservando e tramandando l’utopia di un mondo di liberi ed eguali sotto forme sia laiche che religiose. In essa vanno inglobati anche gli schiavi, i servi della gleba e i lavoratori salariati che con la fuga o la lotta aperta, sia economica che politica, hanno sfidato i loro padroni, nonché gli “eretici” comunisti periodicamente sterminati nel mondo perchè oppositori delle costanti di fondo che hanno accomunato tutti i modi di produzione classisti dal 3900 a.C. in poi.

La seconda traccia si è manifestata nella riproduzione secolare della cosiddetta “parte subordinata” del modo di produzione asiatico costituita dalle comunità rurali agricolo-artigiane contraddistinte dall’inesistenza della proprietà privata del suolo e caratterizzate da una rete di solidarietà comunitaria e dall’appropriazione collettiva (in varie forme) del prodotto del lavoro comune. L’autorità politica centrale con le sue emanazioni periferiche ne costituiva invece l’altra (e principale) parte che si appropriava, con la minaccia della violenza, del plusprodotto erogato dalle comunità di villaggio, fornendo in cambio limitate prestazioni produttive quali la direzione della creazione/manutenzione delle opere d’irrigazione e la regolamentazione delle forniture d’acqua oppure limitandosi a svolgere attività magico-simboliche.

La terza traccia lasciata dall’“effetto di sdoppiamento” proviene dalle esperienze di stati degli schiavi sorti sull’onda dei rarissimi movimenti di ribellione sociale che sono riusciti a rovesciare, ma solo per brevi periodi, i rapporti di potere padronali in aree relativamente estese. Nel 136-132 a.C. un grande movimento armato di schiavi in Sicilia, dopo aver battuto larga parte dell’esercito romano presente nell’isola, elesse un proprio consiglio direttivo ed un leader indiscusso di nome Euno: durante il breve periodo di tempo in cui gli ex-schiavi controllarono buona parte dell’isola, essi coniarono proprie monete con inciso il nuovo nome preso da Euno (Antioco), ma soprattutto riorganizzarono in senso cooperativo i rapporti di produzione rurali abolendo le relazioni schiavistiche prima esistenti. Anche nel regno di Pergamo (Asia Minore) una rivolta antiromana di schiavi e poveri-liberi guidata da Aristonico, figlio di un precedente sovrano, fondò tra il 132 ed il 130 a.C. un effimero “Stato del Sole” la cui ambizione era quella di diventare un regno della libertà e dell’uguaglianza, riprendendo apertamente elementi sociopolitici collettivistici presenti nel culto della divinità solare diffusa in larghi strati popolari di quell’area. Nel 104-101 a.C. gli schiavi siciliani insorsero nuovamente sotto la guida di Atenione e Trifone riottenendo il controllo di una larga parte dell’isola trasformata in una comunità di uomini liberi (come ammesso dallo storico romano-schiavista Diodoro), sebbene il processo di consolidamento dei nuovi rapporti di produzione collettivistici venne interrotto dalla vittoria delle armate di Roma.

L’effetto di sdoppiamento ha trovato una quarta traccia nella persistenza delle comuni rurali che si sono riprodotte all’interno del modo di produzione feudale in Europa. La comune rurale medioevale di matrice germanica ha attraversato due fasi di sviluppo: durante la prima era comune non solo la proprietà del suolo, ma anche il lavoro ed il prodotto, tranne la parte destinata alla riproduzione, era ripartito secondo i bisogni di consumo della collettività; nella seconda fase “dualistica” la terra era ancora di proprietà pubblica inalienabile, ma veniva periodicamente suddivisa e distribuita tra i membri della collettività così che ciascuno potesse coltivarla appropriandosi individualmente dei frutti del proprio lavoro (al netto delle quote di beni/lavoro destinate alla riproduzione agricola e alla classe feudale). In una lettera indirizzata a Vera Zasulich, nel 1881 Marx ha espressamente rilevato i segni dell’esistenza dell’“effetto di sdoppiamento” in quest’ultimo tipo di comune agricola: «è ovvio che il dualismo inerente alla costituzione della comune agricola può dotarla di un’esistenza vigorosa. Emancipata dai legami forti ma ristretti della parentela naturale, la proprietà comune della terra e i rapporti sociali che ne discendono le garantiscono una solida base, mentre la casa e la corte rustica, dominio esclusivo della famiglia individuale, la coltura particellare del suolo e l’appropriazione privata dei suoi frutti, danno all’individualità un impulso incompatibile con la struttura delle comunità più primitive. Tuttavia, non è meno evidente che, alla lunga, questo stesso dualismo può trasformarsi in un germe di decomposizione… la proprietà fondiaria privata vi si è già insinuata sotto la forma di una casa con la sua corte rustica, che si può trasformare in una piazzaforte dalla quale si prepara l’assalto alla e contro la terra comunale. È un fatto al quale si è già assistito. Ma l’essenziale è il lavoro particellare come fonte di accumulazione privata; lavoro che dà luogo all’accumulazione di beni mobili come il bestiame, il denaro e, a volte, persino schiavi o servi… Ma significa ciò che la parabola storica della comune agricola debba fatalmente giungere a questo sbocco? Nient’affatto. Il dualismo ad essa intrinseco ammette un’alternativa: o il suo elemento di proprietà privata prevale sul suo elemento collettivo, o questo s’impone a quello. Tutto dipende dall’ambiente storico nel quale essa si trova… Le due soluzioni sono, di per sé, entrambe possibili»[23].

Una quinta parziale e profondamente deformata traccia della “linea rossa” si ritrova nella riproduzione plurimillenaria delle manifatture e miniere statali. Se con il termine manifattura si indica la produzione combinata in un medesimo luogo fisico, in assenza di macchine utensili collegate a una forza motrice naturale, di oggetti di consumo e/o di strumenti di lavoro da parte di gruppi più o meno consistenti di lavoratori con diversi livelli di divisione sociale del lavoro al proprio interno, il carattere intrinsecamente collettivo di una siffatta produzione ne ha consentito anche l’appropriazione pubblica. Sono state proprio le manifatture statali ad attestare storicamente come la privatizzazione dei mezzi di produzione e del surplus non sia assolutamente collegata in modo “genetico” ed inevitabile ad un processo produttivo combinato, provando con la loro stessa esistenza che l’imprenditore privato è una figura sostituibile nel governo delle forze produttive materiali e sociali. Una prima rudimentale forma di manifattura pubblica si era già sviluppata al tempo della teocrazia sumera nel “tempio” che adottava nel campo della filatura e tessitura della lana e della molitura dei cereali il metodo organizzativo della concentrazione di centinaia di lavoratori in laboratori destinati ad una produzione cooperativa[24]; ma si possono anche ricordare gli opifici militari dei romani, le grandi manifatture tessili e gli zuccherifici egiziani dell’alto medioevo islamico, l’Arsenale di Venezia (in cui lavoravano ventimila addetti al momento del suo massimo fulgore), le manifatture pubbliche francesi del Cinquecento-Settecento oppure le fabbriche metallurgiche russe del ’700, la cui forza-lavoro era composta in prevalenza da servi della gleba.

La sesta traccia si è manifestata nei processi di cooperazione produttivo-distributiva verificatisi in Europa occidentale e Stati Uniti durante il XIX e XX secolo. Dopo lo scoppio della Rivoluzione industriale, il carattere sociale assunto dalle forze produttive con l’introduzione delle macchine ha fatto riemergere la “linea rossa” all’interno delle più avanzate metropoli capitalistiche, sebbene in forma deformata ed in posizione nettamente subordinata rispetto all’egemonia complessivamente detenuta dai rapporti di produzione classisti: la cooperazione ha infatti dimostrato praticamente e fin dalla prima metà dell’Ottocento (i “probi pionieri di Rochdale”) che «tanto il mercante quanto il fabbricante sono persone delle quali si può benissimo fare a meno»[25] in una organizzazione solidaristica d’imprese di consumo e di produzione. Pur tenendo conto dell’adozione da parte del sistema cooperativo di logiche e pratiche di chiara matrice capitalistica, non si può non rilevare che all’inizio del terzo millennio l’International Cooperative Alliance rappresenta circa 750.000 cooperative di consumo e di produzione attive in cento stati con un numero totale di associati superiore ai 730 milioni di persone[26].

Ma, settima traccia, l’esigenza oggettiva di una parziale e deformata socializzazione delle forze produttive si è imposta nelle stesse società capitalistiche, superando la resistenza di ampie frazioni della borghesia, con la statalizzazione dei mezzi di produzione. Come aveva notato Engels fin dal 1878, è la natura sociale del modo capitalistico di produzione che obbliga «la stessa classe capitalistica a trattare sempre più come sociali queste forze produttive nella misura in cui è possibile, in generale, sul piano dei rapporti capitalistici… Una cosa è certa: che il rappresentante ufficiale della società capitalistica, lo Stato, deve alla fine assumerne la direzione. La necessità della trasformazione in proprietà statale si manifesta anzitutto nei grandi organismi di comunicazione: poste, telegrafi, ferrovie… (Ma) lo Stato moderno, qualunque ne sia la forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, uno Stato dei capitalisti, il capitalista collettivo ideale. Quanto più si appropria le forze produttive, tanto più diventa un capitalista collettivo, tanto maggiore è il numero dei cittadini che esso sfrutta. Gli operai rimangono dei salariati, dei proletari. Il rapporto capitalistico non viene soppresso, viene invece spinto al suo apice»[27].

L’ultima traccia della “linea rossa” apparsa in epoca contemporanea è rappresentata dall’esperienza storica della formazione economico-statale sovietica convissuta per sette decenni a fianco del mondo capitalistico. Questo “socialismo deformato”, soprattutto per il primato dell’industria pesante e delle spese militari, ha espresso nel suo carattere contraddittorio sia le luci che le ombre dei rapporti “sovietici” di produzione. Se il suo nucleo originale positivo era costituito dalla proprietà collettiva (socializzazione o nazionalizzazione nel settore statale e cooperativo) dei beni-capitali, dall’assenza di processi di compravendita e di trasmissione ereditaria delle merci, dalla pianificazione parziale del processo produttivo globale, dai prezzi “politici” di molti generi alimentari, affitti e trasporti pubblici, dall’inesistenza di disoccupazione, dall’orario lavorativo ridotto, da una età pensionabile non elevata (55 anni per le donne, negli anni Ottanta) e da ritmi lavorativi molto meno intensi di quelli capitalistici, la sua “linea nera” è stata costituita soprattutto dagli elementi illegali del capitalismo di stato (fenomeni relativamente diffusi di corruzione e arricchimento illecito da parte della nomenklatura di partito e dei manager di stato), dallo sviluppo progressivo delle disuguaglianze sociali extra-legali e “sommerse”, e dal primato attribuito, ininterrottamente dal 1928 in poi, alla produzione di mezzi di produzione ed armamenti a scapito dei beni di consumo, da cui la relativa penuria di merci che ha condotto all’insoddisfazione crescente delle masse popolari.

 

  1. Conclusione.

Un veloce excursus attorno a sei millenni di storia ci porta pertanto a concludere che anche nel periodo successivo al 3900 a.C. l’effetto di sdoppiamento ha continuato ad esercitare la propria azione storica, sebbene la “linea nera” sia riuscita a prevalere su quella collettivistica costringendola forzatamente in una posizione subordinata/deformata oppure a sopravvivere in stato latente anche grazie al controllo (quasi) costante esercitato sugli apparati ideologici e statali.

La seconda conclusione che si può trarre è che tra i due litiganti il “terzo incomodo”, cioè la sfera politico-statale, ha costantemente svolto il ruolo decisivo. La coesistenza/opposizione tra la “linea rossa” e la “linea nera” ha prodotto il primato della lotta politica tesa al mantenimento di rapporti di produzione classisti oppure alla loro sostituzione con rapporti di produzione collettivistici, come durante l’esperienza sovietica dal 1917 al 1990. Sono quindi i concreti rapporti di forza politico-militari ad aver fatto la differenza tra le “due linee”, provocando storicamente la prevalenza di rapporti di produzione classisti (asiatici, schiavisti, feudali e capitalisti) che si sono imposti coercitivamente perchè fondati sull’utilizzo/minaccia dell’uso della forza da parte delle classi privilegiate, esercitata di regola attraverso i loro mandatari politici e gli apparati statali da esse controllati direttamente o indirettamente.

L’esperienza della Cina “rossa” rappresenta al giorno d’oggi la migliore conferma di questo “effetto di sdoppiamento”. Dal 1928 fino al 1948 si erano formate delle “basi rosse” controllate dal partito comunista che avevano al proprio interno elementi collettivisti antagonistici rispetto ai rapporti di produzione capitalistici e semifeudali del resto del paese. Dal 1949 al 1976 l’egemonia assicurata dalla ”linea rossa” di Mao Zedong si è mantenuta politicamente, nonostante la presenza di rapporti di produzione capitalistici in parti geopolitiche marginali, come a Taiwan, Hong Kong e Macao. Dal 1976-77 e fino ai giorni nostri una subordinata “linea nera” di matrice capitalistica ha ripreso vigore, seppure sovrastata dalla supremazia di relazioni di produzione collettivistiche statali o cooperative. E così, mentre la proprietà del suolo, delle risorse naturali e (in stragrande maggioranza) del settore bancario è rimasta pubblica, il settore statale e cooperativo è stato affiancato da una sfera produttiva privata posta sotto il possesso-controllo di capitalisti nazionale e di multinazionali straniere. Questa diffusione del settore privato è stata il sottoprodotto della opzione politica generale, espressa dai nuclei dirigenti del PCC, che finora hanno impedito “privatizzazioni selvagge” dei mezzi di produzione con dinamiche simili a quelle verificatisi nella Russia post-sovietica, a conferma (se mai ce ne fosse ancora bisogno) della centralità della sfera politica nella lotta più o meno manifesta tra le due alternative di sviluppo tuttora presenti a livello dei rapporti sociali di produzione (la “linea rossa” e la “linea nera”) uscite dal “Grande Evento” della rivoluzione neolitica.

[1] R. EISLER, Il calice e la spada,

[2] D. TRUMP, La preistoria nel Mediterraneo,…, pp. 15-17.

[3] H. NISSEN, Protostoria del Vicino Oriente, Laterza, pp. 30-32.

[4] S. PIGGOTT, Europa antica: dagli inizi dell’agricoltura all’antichità classica, Einaudi, Torino, 1976, p. 77.

[5] M. LIVERANI, Uruk la prima città, Laterza, Roma, 1998, pp. 19-22.

[6] Idem, p. 25.

[7] Idem, pp. 70-71 e 55-56.

[8] Idem, p. 30.

[9] V. G. CHILDE, L’alba della civiltà europea, Einaudi, Torino, 1972, p. 127; C. RENFREW, L’Europa della preistoria, Laterza, Bari, 1996, p. 146.

[10] V. G. CHILDE, Il progresso del mondo antico, cit., p. 137.

[11] M. SABATTINI e P. SANTANGELO, Storia della Cina: dalle origini alla fondazione della Repubblica, Laterza, Bari, 1994, p. 37.

[12] R. R. WILK, Economie e culture: introduzione all’antropologia economica, Mondadori, Milano, 1997, pp. 140-149.

[13] J. MASON, Un mondo sbagliato. Storia della distruzione della natura, degli animali e dell’umanità, Sonda, Casale Monferrato, 2007, pp. 203-204.

[14] Idem, pp. 206-207.

[15] M. GIMBUTAS, Kurgan. Le origini della cultura europea, Medusa, Milano, 2010, p. 23.

[16] Idem, p. 113.

[17] AA.VV., Le radici dell’Europa, Mondadori, Milano, 1991, p. 100.

[18] M. SABATTINI e P. SANTANGELO, Storia della Cina, cit., p. 38.

[19] Idem, pp. 39-43.

[20] CAMBRIDGE UNIVERSITY (a cura di), Storia del mondo antico, Garzanti, Milano, 1982, pp. 285-287.

[21] P. RODRIGUEZ, Dio è nato donna, Editori Riuniti, Roma, 2000, p. 78 e segg.

[22] K. MARX, Il Capitale. Libro terzo, Editori Riuniti, Roma, 1965, p. 139.

[23] K. MARX e F. ENGELS, India Cina Russia, Il Saggiatore, Milano, 1960, pp. 308-309.

[24] M. LIVERANI, Uruk la prima città, Laterza, Roma, 1998, pp. 54-55.

[25] F. ENGELS, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, Editori Riuniti, Roma, 1970, p. 82.

[26] J. RIFKIN, Economia all’idrogeno. La creazione del Worldwide Energy Web e la redistribuzione del potere sulla terra, Mondadori, Milano, 2002, p. 275.

[27] F. ENGELS, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, cit., pp. 108-110.


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