Capitolo terzo La roulette della storia

  1. Critica delle critiche.

Contro la teoria dell’“effetto di sdoppiamento” si potrebbe però muovere l’obiezione che quell’effetto potrebbe esistere da sempre – e quindi durare per sempre. Non è vero. L’“effetto di sdoppiamento” ha preso ad agire nella storia solo dopo il 9000 a.C. quando, a seguito della “rivoluzione agricola” da un lato e della domesticazione degli animali dall’altro, ci si è assicurati la produzione sistematica e costante di un surplus accumulabile anche in forma privata, e non soltanto comunitaria, ed esso scomparirà in quella fase superiore della produzione sociale, da Marx denominata “comunismo”, in cui «con lo sviluppo omnilaterale degli individui saranno cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorreranno in tutta la loro pienezza… e la società potrà scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!»[1]. Questo risultato ultimativo, consentendo la piena soddisfazione dei bisogni sociali del genere umano (consumi, tempo libero, cultura e attività ludiche), disseccherà, almeno a livello di massa, la principale fonte d’alimentazione della “linea nera”, ossia la pretesa di gruppo di un’appropriazione “elitaria” di mezzi di produzione, beni di consumo e tempo libero (a meno che il genere umano non si autodistrugga in precedenza per l’impiego delle mostruose armi di sterminio attualmente a disposizione).

Ma su quali basi concrete si fonda la permanenza della “linea rossa”? Essa si basa su tre elementi materiali, combinati tra loro, che sono oggettivi (esistono già nei fatti) e continuano a riprodursi almeno come potenzialità. Essi sono dati dalla produzione di un sovrappiù sociale costante che autorizza la possibilità di avviare processi di una sua appropriazione collettiva, e poi dal fatto che gli oggetti principali del lavoro sociale umano, dalla terra all’acqua e alle conquiste della scienza/tecnologia, sono sempre stati appropriabili anche per scopi cooperativi sia nelle manifatture/industrie che in altre attività produttive combinate; nonché per la presenza della volontà e pratica dei milioni di donne e uomini rossi che storicamente si sono orientati a sostegno della formazione e riproduzione dei rapporti di produzione collettivistici.

Anche la “linea nera” costituisce il sottoprodotto della combinazione storica di quella stessa premessa materiale perchè, senza la riproduzione costante di un surplus accumulabile a partire dal Grande Evento del Neolitico, non si sarebbe potuta manifestare alcuna appropriazione privata dei mezzi di produzione, né la redistribuzione del prodotto sociale da parte delle chefferies classiste avrebbe potuto consentirne la destinazione a vantaggio di una ristretta minoranza di individui. A seguito del “colpo” vittorioso alla “roulette della storia”, i gruppi privilegiati sul piano socio-politico hanno potuto astenersi (in parte, se non addirittura completamente) dalla partecipazione diretta-indiretta alla fatica del produrre manifestando la prima forma storica di rifiuto collettivo del lavoro, mentre allo stesso tempo sono stati in grado di guadagnare livelli di consumo molto più elevati rispetto alla massa della popolazione, un miglior status sociale e una posizione privilegiata nella scelta sessuale-riproduttiva, oltre a disporre del potere politico e dei mezzi repressivi di controllo.

Una critica più probante potrebbe essere invece così argomentata: solo la “linea nera”, e quindi solo i rapporti di produzione classisti, sono stati in grado di promuovere lo sviluppo delle forze produttive sociali, condizione indispensabile per il processo di liberazione dalla penuria del genere umano e per l’abolizione finale delle differenze di classe. A ragionare così, la vittoria storica della “linea nera” su scala mondiale avrebbe avuto un carattere progressista, al pari della progressiva sconfitta-scomparsa dei rapporti di produzione collettivistici sostenuti dalla “linea rossa”. Detto altrimenti, se mai la futura formazione economico-sociale comunista potesse concretizzarsi, essa avrebbe pur sempre un debito di riconoscenza per la sua nascita verso quelle società classiste che l’hanno preceduta storicamente e che hanno svolto inconsapevolmente il ruolo essenziale di sviluppo delle forze produttive sociali, sia pure infliggendo lacrime, sudore e sangue per millenni e su scala mondiale alle masse popolari.

In effetti sono numerosi testi di Marx ed Engels in cui si sostiene senza esitazione la tesi del carattere progressivo, almeno in ultima istanza, dei rapporti di produzione basati sull’appropriazione privata dei mezzi di produzione e del sovrappiù sociale e nell’AntiDühring Engels ha portato fino alle logiche conseguenze questa tesi sostenendo che i rapporti di produzione collettivistici non sarebbero assolutamente adatti ad assicurare il necessario sviluppo delle forze produttive sociali, mentre i rapporti di produzione classisti, che invece ne sono stati capaci, hanno svolto l’essenziale compito storico di creare le premesse per il futuro successo della formazione economico-sociale comunista. Ora, se Marx ed Engels avevano sicuramente ragione nel portare l’attenzione sulla centralità dello sviluppo delle forze produttive quale supporto indispensabile per la crescita costante del livello di soddisfazione dei bisogni dell’umanità, essi però sbagliavano nell’individuare nei rapporti di produzione classisti il “campione” (volontario-involontario) del processo di liberazione del genere umano.

Intanto va detto che sono stati i rapporti di produzione collettivistici ad accompagnare all’origine la nostra specie nella lunga e difficile dinamica storica che l’ha trasformata da una massa di ominidi alla dimensione attuale. Questa auto-trasformazione progressiva si è realizzata dentro le società collettivistiche del paleolitico mediante una serie di conquiste che vanno dalla lavorazione/percussione di pietra ed ossa alla conservazione e produzione artificiale del fuoco, dalla costruzione di abitazioni in legno alla fabbricazione dei vestiti. Nell’ultima fase del paleolitico sono stati inventati anche l’arco e le frecce, si sono scoperte le diverse tecniche di sepoltura dei morti e l’arte di costruire cesti, vasellami e pitture rupestri (come nelle grotte di Altamira e Lascaux). Si sono già ricordati anche i grandi risultati ottenuti dalle formazioni collettivistiche del neolitico-calcolitico, partendo dalla punta avanzata di Gerico fino ad arrivare alla civiltà Ubaid, con la creazione dell’agricoltura e dell’allevamento, della tessitura e della metallurgia, dell’arte dell’irrigazione e della produzione in ceramica. Più in generale il successo delle formazioni economico-sociali collettivistiche, allora le uniche presenti, trova conferma nella crescita indiscutibile della popolazione mondiale che, secondo stime prudenti, sarebbe passata dai circa 6 milioni del 10000 a.C. ai 60 milioni del 4000 a.C.

Insomma, tutti i dati empirici suggeriscono l’idea che i rapporti di produzione comunitari sono stati perfettamente compatibili con una serie di salti di qualità tecnologico-economici realizzati nell’arco di millenni dalle forze produttive sociali, indicando nella cooperazione del processo di produzione e nell’egualitarismo delle relazioni sociali il supporto e la base sociale indispensabile. Soltanto dopo il 3900 a.C. queste avanzate strutture collettivistiche sono state via via sopraffatte dalle ondate migratorie dei più arretrati popoli nomadi protoclassisti, ma che disponevano della formidabile arma da guerra del cavallo, impedendo così di verificare se sarebbero state ancora in grado di favorire un ulteriore sviluppo della civiltà. Se tuttavia passiamo a considerare le presunte grandi prestazioni produttive espresse dai rapporti di produzione classisti dopo aver raggiunto l’egemonia economico-sociale, incontriamo una notevole sorpresa.

 

  1. Il mancato progresso economico della “linea nera”.

Considerando storicamente l’intero periodo che va dal 3700 a.C. fino al 1680 d.C., e quindi più di cinque millenni di storia, risulta evidente una semi-stagnazione del livello di sviluppo delle forze produttive “civili” rispetto al punto di partenza raggiunto nell’epoca tardo-Ubaid. Inoltre le formazioni economico–sociali classiste si sono dimostrate incapaci di utilizzare efficacemente e su larga scala le invenzioni e le scoperte scientifico-tecnologiche che pure venivano in esistenza, ma che avrebbero potuto sconvolgere le fondamenta dei modi di produzione di classe. Lo storico economico Carlo Maria Cipolla riporta il giudizio sorprendente dello studioso di tecnologia S. Lilley: «la prima grande rivoluzione tecnologica cominciò con l’avvento dell’agricoltura attorno all’8000 a.C. Ci diede tutte le tecniche di base dell’agricoltura, inclusa l’irrigazione. Creò le manifatture tessile, metallurgica e ceramica e la tecnica di fermentazione sia per il pane che per la birra. Nel settore dei trasporti portò alla costruzione della nave a vela e del carro a ruote, oltre ad insegnarci come attraccare animali da traino dal carro e all’aratro. Sviluppò l’organizzazione del lavoro al punto da rendere possibile la costruzione delle piramidi. Ma intorno al 2500 a.C. lo sviluppo tecnologico venne praticamente a un punto di stallo, e nel corso dei tremila anni successivi vi fu relativamente poco progresso ulteriore. La metallurgia del ferro sviluppatasi attorno al 1400 a.C. fu di notevole importanza. I Greci innovarono qualcosa nell’applicazione dell’energia animale… Qualche altro meccanismo, come ingranaggi, viti e camme datano dall’età classica. Ma, insomma, quando raffrontati alla rivoluzione che li precedette, questi trenta secoli tra il 2500 a.C. e il 500 d.C. rappresentano un periodo di ristagno tecnologico»[2].

Passiamo al 1680 d.C.: sebbene l’Olanda e la Gran Bretagna fossero allora sicuramente le punte avanzate del processo produttivo mondiale in termini di qualità di sviluppo delle forze produttive sociali (sotto l’aspetto quantitativo la Cina, negli stessi anni, le superava di gran lunga), le due nazioni europee avevano superato di poco i risultati tecnologici, produttivi ed economici raggiunti più di cinque millenni prima, nonostante l’enormità di tempo avuto a disposizione e la quantità di forza lavoro semplice e qualificata erogata nel frattempo. Un deciso sorpasso qualitativo era avvenuto soltanto nel settore dei mezzi di distruzione: bronzo, ferro e acciaio, polvere da sparo, fucili e cannoni, navi con artiglieria a bordo ecc., e poi nei mulini ad acqua e a vento, nella stampa e nella carta, nella bussola, negli aratri in ferro, nella scrittura, negli orologi (ad acqua, meccanici, ecc.), nelle lenti, nella ruota, nell’uso del carbone e nella pompa a catena[3]. Ma proprio questi notevolissimi e indiscutibili risultati raggiunti nel campo militar-tecnologico fanno ancor più risaltare la relativa modestia delle prestazioni espresse invece nel settore produttivo civile, al punto che le fonti principali di energia motrice restavano gli uomini e gli animali (i mulini ad acqua e a vento erano confinati in aree limitate). Se ne può dedurre che le formazioni economico-sociali classiste che si sono succedute fino al 1760 a.C. non sono riuscite a creare una propria significativa rivoluzione tenologico-produttiva, a prova che il processo di sviluppo delle forze produttive sociali non è stato certamente agevolato dall’egemonia delle strutture di classe.

Ma verifichiamolo in dettaglio, a partire dal modo di produzione asiatico che si sa aver costituito quasi sempre una forza statica e conservatrice per quanto riguarda lo sviluppo delle forze produttive. Questa stagnazione sostanziale, che non escludeva progressi tecnologici limitati in alcuni segmenti della produzione complessiva, è stata una delle costanti fondamentali della sua lunga esistenza storica in un’area geografica estesa dall’India alla Cina all’Egitto: l’oppressione costantemente esercitata da una ristretta minoranza sulle comunità contadine semi-collettivistiche ha bloccato per millenni sia lo sviluppo qualitativo del processo produttivo che l’applicazione su larga scala delle nuove conoscenze tecnico-scientifiche scoperte autonomamente o importate dall’esterno.

La prestazione produttiva del modo di produzione schiavistico è stata, se possibile, ancora più penosa e insoddisfacente, come dimostra l’esperienza storica della sua forma più avanzata e significativa: quella romana. I rapporti di produzione schiavili minavano infatti inesorabilmente la principale forza produttiva, quell’uomo-schiavo che non si riproduceva biologicamente nemmeno in quantità sufficiente a ricostituire, generazione dopo generazione, la forza-lavoro necessaria alla produzione, così che l’economia schiavistica poteva sostenersi solo attraverso un continuo afflusso di manodopera presa dall’esterno mediante le guerre di conquista o il commercio di “pelle umana”. Tutti i dati storici dimostrano in modo inequivocabile che nell’impero romano, all’inizio del secondo secolo d.C., gli schiavi erano divenuti insufficienti a coprire le necessità produttive, mentre nel terzo secolo il prezzo della manodopera schiavile era più che raddoppiato rispetto a quello di alcuni decenni prima[4].

Per quanto riguarda il modo di produzione feudale, imperniato sulla dipendenza permanente dei servi della gleba all’aristocrazia fondiaria, gli stessi storici borghesi hanno documentato con dovizia di particolari la sostanziale inoperosità dei grandi (e piccoli) feudatari e la loro quasi totale indifferenza per le necessità della produzione, soffermandosi sulla predisposizione “genetica” dell’aristocrazia medioevale allo spreco e al consumo improduttivo del surplus estorto ai lavoratori della terra. E se di recente alcuni ricercatori hanno rivalutato parzialmente il ruolo storico-produttivo giocato dalle strutture feudali affermando che «prima della crescita moderna l’epoca più dinamica nella società e nell’economia europea fu proprio quella feudale»[5] se non altro perchè i servi della gleba avevano un diretto interesse economico (oltre che affettivo) alla procreazione dei figli per sostenere l’attività agricola nelle terre delle proprie famiglie o comunità rurali, una volta superata una certa soglia critica tale spinta propulsiva iniziale ha però mostrato alla lunga un esaurimento abbastanza brusco, soprattutto per il carattere oppressivo, parassitario e improduttivo dell’aristocrazia fondiaria[6].

Sorprendentemente delle considerazioni quasi analoghe possono essere rivolte anche alla lunga fase manifatturiera del modo di produzione capitalistico che è durata almeno sette secoli (dal 1050 al 1750). Se il modo di produzione capitalistico rappresenta la formazione economico-sociale in cui la “merce numero uno” è rappresentata dalla forza-lavoro salariata non più vincolata da rapporti di schiavitù o servitù, la sua prima ossatura tenologico-produttiva è stata rappresentata dalla manifattura (e in via subordinata dalla “produzione a domicilio” controllata da gruppi ristretti di imprenditori-commercianti) i cui elementi, a detta dello storico Maurice Dobb, «che troviamo in Inghilterra nel periodo di Elisabetta e degli Stuart appaiono già maturi in epoca assai più antica nei Paesi Bassi e in alcune città italiane»[7]. In Italia, già dopo il Mille in repubbliche marinare come Amalfi e Venezia sono consolidati settori significativi di capitalismo commerciale e manifatturiero con cantieri navali abbastanza avanzati sul piano tecnologico. Una seconda e più estesa zona manifatturiera si sviluppò nel XIII-XIV secolo all’interno delle città fiamminghe con la precoce formazione di una massa di proto-proletari diseredati e senza terra, accompagnata alla diffusione parallela della figura del mercante-manifatturiero a capo di un capillare «sistema di industria capitalistica a domicilio dove l’organizzatore capitalista distribuiva il lavoro ad artigiani subordinati»[8]. Un terzo polo economico ad egemonia manifatturiera è stato costituito dall’Italia del centro-nord del XIV secolo con la punta di diamante fiorentina: «a Firenze, nel 1338, si diceva vi fossero ben 200 officine per la manifattura del panno, che impiegavano un totale di 30.000 lavoratori, pari a un quarto della popolazione attiva della città»[9], mentre grandi manifatture tessili e belliche esistevano anche a Milano, Bologna e in diverse altre città italiane. Infine nella Francia del ’500 «nelle industrie più recenti, come quelle del vetro, della seta, della carta, della stampa, troviamo molto presto imprese di tipo capitalistico come in Inghilterra»[10].

Eppure, come nota ancora Dobb, «il tratto più notevole dello svolgimento italiano, tedesco e olandese (e in minor misura, francese) non consiste tanto nella precoce apparizione, in confronto all’Inghilterra, della produzione capitalistica, quanto nel fatto che il nuovo sistema non riuscì a progredire molto al di là della sua precoce e promettente adolescenza. Sembrerebbe anzi che proprio il successo e la maturità raggiunti dal capitale commerciale e usuraio in questi fiorenti centri di scambio abbiano ritardato, anziché favorito, lo sviluppo dell’investimento capitalistico nella produzione, che il capitale industriale, di fronte agli splendori del saccheggio del Levante e delle Indie e del prestito usuraio ai principi, rimanesse sempre nella posizione di un fratello cadetto, senza doti di natura e di fortuna. In ogni caso è chiaro che anche un maturo sviluppo del capitale commerciale e finanziario non è di per se stesso garanzia dello sviluppo, nella sua scia, della produzione capitalistica; anche quando alcuni gruppi del capitale commerciale si sono rivolti all’industria e hanno cominciato a subordinarsi e a trasformare il modo di produzione, ciò non sbocca tuttavia necessariamente in una trasformazione completa»[11].

Per uscire da quel “vicolo cieco” produttivo perdurato per ben sette secoli era necessaria una combinazione eccezionale di fattori estremamente favorevoli quale si è prodotta concretamente in Gran Bretagna nel XVIII secolo.

 

  1. Il capitalismo,“fase suprema” delle società di classe.

Dal 1750 al 1830 la Gran Bretagna ha costituito il punto di convergenza storico per quel salto di qualità sia produttivo che tecnologico conosciuto sotto il nome di Rivoluzione Industriale: una straordinaria sovrabbondanza di domanda solvibile di prodotti manifatturieri ha stimolato in maniera decisiva l’innovazione tecnica nel campo tessile, siderurgico e minerario, dando origine ad un “circolo virtuoso” che poi si è autoalimentato a spirale. Ma, dopo avere provocato e sostenuto un reale e formidabile ritmo di accelerazione del progresso delle forze produttive del lavoro sociale fino al 1872, le relazioni di proprietà e di distribuzione del modo capitalistico di produzione si sono rapidamente trasformate anch’esse in un ostacolo al processo di sviluppo. Se fino al 1872 il lato progressivo del sistema capitalistico ha prevalso nettamente sulle sue tendenze autodistruttive (recessioni e crisi, caduta del saggio di profitto, ruolo crescente della rendita fondiaria, colonialismo e guerre), successivamente esso è entrato in quella fase d’imperialismo (che dura tuttora) in cui, a seguito della formazione dei monopoli industriali e del predominio del capitale finanziario, «monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un ristretto gruppo di nazioni più ricche o potenti… ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente: .. (Ovviamente) sarebbe erroneo credere che tale tendenza alla putrescenza escluda il rapido incremento del capitalismo: tutt’altro. Nell’età dell’imperialismo i singoli rami dell’industria, i singoli strati della borghesia, i singoli paesi palesano, con forza maggiore o minore, ora l’una ora l’altra di quelle tendenze. In complesso il capitalismo cresce assai più rapidamente di prima, sennonché tale incremento non solo diviene in generale più sperequato, ma tale sperequazione si manifesta particolarmente nell’imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti»[12]. Inoltre, dopo Hiroshima e Nagasaki i rapporti capitalistici di produzione tendono ad assumere anche un carattere genocida nei confronti del genere umano attraverso l’azione combinata di strumenti quali le armi di distruzione di massa, lo sterminio per fame nel Terzo Mondo e la crisi ecologica ed energetica..

Ma in che senso si può dire che dalla fine dell’Ottocento il modo di produzione capitalistico è giunto al termine della sua parabola storica? Nel senso che, a giudizio di Marx ed Engels, il livello raggiunto di sviluppo delle forze produttive e dei mezzi di produzione usciti dalla rivoluzione industriale potrebbe permettere la ricostruzione (e la riproduzione) di rapporti di produzione socialisti (come prima fase della successiva società comunista) in alcuni stati decisivi dell’Europa occidentale e nell’America settentrionale. Nella prefazione a Per la critica dell’economia politica (1857) Marx ha condensato efficacemente la sua tesi fondamentale secondo la quale «ad un certo grado del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti o, per usare un termine giuridico, con i rapporti di proprietà nel cui ambito si erano mosse fino a quel momento. Da che erano forme di sviluppo delle forze produttive, questi rapporti si tramutano in vincoli che frenano tali forze. Si arriva quindi ad un’epoca di rivoluzione sociale»[13]. Se la forza fondamentale dei processi di cambiamento economico-sociali più radicali è costituita dalla contraddizione esistente tra le forze produttive ed i rapporti di produzione/ distribuzione e proprietà, quando viene superata una soglia critica di sviluppo le forze produttive, che devono crescere, entrano in rotta di collisione con i vecchi e antiquati rapporti di produzione/proprietà che ostacolano permanentemente o addirittura impediscono la riproduzione allargata della massa di strumenti di produzione, degli oggetti di lavoro e delle capacità tecnico-produttive della forza-lavoro sociale. A questo punto deve subentrare un periodo di rivoluzione sociale che, sebbene con esito non scontato a priori, risulta necessario e inevitabile per modificare il peso specifico e la stessa natura dei rapporti di produzione/distribuzione e proprietà tra le diverse classi sociali.

E’ nelle crisi economiche che il modo di produzione capitalistico esprime nella maniera più visibile e violenta la contraddizione delle forze produttive materiali con i rapporti di produzione sociali, da cui si esce ogni volta con il deprezzamento dell’apparato di capitale esistente. Infatti «nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta una gran parte non solo dei prodotti già ottenuti, ma anche delle forze produttive che erano già state create. Nelle crisi scoppia un’epidemia sociale che in ogni altra epoca sarebbe apparsa un controsenso: l’epidemia della sovrapproduzione. La società si trova all’improvviso ricacciata in uno stato di momentanea barbarie; una carestia, una guerra generale di sterminio sembrano averle tolto tutti i mezzi di sussistenza; l’industria, il commercio sembrano annientati, e perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio»[14]. Non a caso nel terzo libro del Capitale Marx afferma che «il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso»[15], che sono i rapporti di produzione capitalistici ad ostacolare l’ulteriore produzione della ricchezza, invece di promuoverla. Essi sono «diventati troppo angusti per contenere le ricchezze da essi prodotte. Con quale mezzo riesce la borghesia a superare le crisi? Per un verso, distruggendo forzatamente una grande quantità di forze produttive; per un altro verso, conquistando nuovi mercati e sfruttando più intensamente i mercati già esistenti. Con quale mezzo dunque? Preparando crisi più estese e più violente e riducendo i mezzi per prevenire le crisi»[16].

L’esperienza storica di due secoli di crisi economiche capitalistiche, dalla prima del 1825 a quelle del 1846/47, del 1873, del 1929 e del 1973 ne dimostra a sufficienza la ricorrenza periodica e la gravità. Ciononostante i rapporti di produzione basati sullo sfruttamento della forza-lavoro salariata e sulla proprietà privata dei mezzi di produzione hanno continuato a riprodursi in Europa e negli Stati Uniti senza soluzione di continuità, sebbene per Marx ed Engels non fossero più corrispondenti al livello di sviluppo ormai raggiunto dalle forze produttive ed i nuovi e più avanzati rapporti di produzione collettivistici, che potrebbero efficacemente sostituirli, non si sono affermati in Occidente. Come si può giustificare questa contraddizione? Col fatto che, se pur il modo capitalistico di produzione mantiene, come qualsiasi altra formazione economico-sociale di classe, un campo di possibilità alternative che ne permetterebbero materialmente la sostituzione con un modo di produzione “comunista” (almeno nella prima fase inferiore “socialista”), i rapporti di forza politici, in primo luogo quelli politico-militari, a suo favore ne hanno determinato lungo l’intero periodo 1875-2010 la persistenza continua.

 

  1. Forze produttive e “rapporti di forza”.

Per Marx ed Engels le crisi economiche, da cui segue il deprezzamento su larga scala del capitale costante investito in mezzi di produzione ed oggetti di lavoro, dovrebbero spianare la strada ad una nuova fase di sviluppo economico-sociale ponendo termine alla “sovrabbondanza” dei capitali e alla “penuria” dei profitti presenti fino al rovesciamento della congiuntura favorevole precedente. Eppure si potrebbe quasi affermare per paradosso che una delle “leggi” dei processi rivoluzionari consista nel non-verificarsi mai nei periodi di crisi economica! Intanto le depressioni economiche più gravi del 1846-48 e del 1873-77, del 1929-33 e del 1973-75 non hanno mai determinato rivoluzioni vittoriose o, almeno, tentativi rivoluzionari, sebbene sconfitti, di sufficiente consistenza, ma poi nel Novecento le rivoluzioni che hanno trionfato per un periodo più duraturo di tempo non hanno mai vinto per la “maturità” delle forze produttive e per l’alto grado di contraddizione con i rapporti di produzione, bensì piuttosto per la superiorità della forza politico-militare delle classi oppresse sfondando lungo le linee di minore resistenza (come in Russia o in Cina o a Cuba). A contrario, nei punti più avanzati dello sviluppo esse sono sempre state rigettate indietro (come in Italia nel 1922 o in Germania nel 1933) oppure contenute (negli Stati Uniti nel 1933, in Francia nel 1968 o in Italia nel 1969) dalla superiorità politico-militare delle forze sociopolitiche borghesi e dei loro apparati di dominio.

E’ ovvio che la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione determina comunque delle ricadute in campo politico-sociale confermando almeno parzialmente la tesi marxiana (si pensi al livello del consenso popolare verso i ceti dirigenti oppure alla trasformazione “molecolare” e progressiva della composizione di classe, che nel lungo periodo rappresenta una condizione materiale importante per la possibile modifica dei rapporti di forza politici). Tuttavia resta innegabile che tra lo sviluppo delle forze produttive e la concreta dinamica politico-sociale s’interpone sempre il “terzo incomodo” dei rapporti di forza di volta in volta posti in essere tra le masse popolari e gli apparati statali della formazione economico-sociale capitalistica.

Se Marx ed Engels non hanno scoperto l’esistenza delle classi sociali ed il loro antagonismo reciproco (già noti in precedenza), essi hanno però fornito la chiave per interpretare lo scontro ininterrotto tra i gruppi sociali divisi da un diverso rapporto con i mezzi di produzione e con il surplus sociale rapportandolo al livello di sviluppo delle forze produttive sociali. Al proposito essi hanno distinto la lotta economica (solo indirettamente politica) dal conflitto politico di classe volto ad influenzare o conquistare il potere politico e gli apparati statali, separando anche la lotta di classe difensiva dall’accumulazione di forze per lo scontro finalizzato a scopo rivoluzionario. Degna di nota è la descrizione che essi hanno dato dei diversi livelli di lotta per cui è passato il proletariato moderno a partire dall’inizio della rivoluzione industriale e fino alla meta del XIX secolo. «Dapprima lottano i singoli operai ad un ad uno, poi gli operai di una fabbrica, indi quelli di una categoria in un dato luogo contro il singolo borghese che li sfrutta direttamente. Essi non rivolgono soltanto i loro attacchi contro i rapporti borghesi di produzione, ma li rivolgono contro gli stessi strumenti della produzione; essi distruggono le merci straniere che fanno loro concorrenza, fanno a pezzi le macchine, incendiano le fabbriche, tentano di riacquistare la tramontata posizione dell’operaio del medioevo… Ma con lo sviluppo dell’industria il proletariato non cresce soltanto di numero; esso si addensa in grandi masse, la sua forza va crescendo, e con la forza la coscienza di essa. Gli interessi, le condizioni di esistenza all’interno del proletariato si livellano sempre più, perchè la macchina cancella sempre più le differenze del lavoro e quasi dappertutto riduce il salario a un eguale basso livello… (Allora) i conflitti fra singoli operai e borghesi vanno sempre più assumendo il carattere di conflitti fra due classi. E’ così che gli operai incominciano a formare coalizioni contro i borghesi, riunendosi per difendere il loro salario. Essi fondano persino associazioni permanenti per approvvigionarsi per le sollevazioni eventuali. Qua e là la lotta diventa sommossa. Di quando in quando gli operai vincono, ma solo in modo effimero. Il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, ma l’unione sempre più estesa degli operai agevolata dai crescenti mezzi di comunicazione che sono creati dalla grande industria e che collegano tra di loro operai di località diverse. Basta questo semplice collegamento per concentrare le molte lotte locali, aventi dappertutto egual carattere, in una lotta nazionale, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è lotta politica… (Certamente) questa organizzazione dei proletari in classe, e quindi in partito politico, viene ad ogni istante nuovamente spezzata dalla concorrenza che gli operai si fanno fra loro stessi. Ma essa risorge sempre di nuovo, più forte, più salda, più potente e, approfittando delle scissioni della borghesia, la costringe al riconoscimento legale di singoli interessi degli operai, come fu per la legge delle dieci ore di lavoro in Inghilterra»[17].

C’è quindi un enorme spazio di manovra potenzialmente a disposizione dello scontro sociale e politico di classe. Marx nel Capitale ha focalizzato l’attenzione su alcuni casi specifici per dimostrare l’enorme grado di “elasticità” sia verso l’alto che verso il basso, ossia in senso migliorativo o peggiorativo, dei livelli concreti di soddisfazione dei bisogni materiali e politici via via ottenuti dai diversi gruppi sociali omogenei sul piano economico-produttivo. La durata della giornata lavorativa ha costituito il primo momento di focalizzazione teorica di questa tematica, essendo il modo di produzione capitalistico fondato sull’appropriazione privata di lavoro non pagato, di pluslavoro estorto dalla forza-lavoro salariata, da cui il “perenne impulso” del capitalista a prolungarlo oltre ogni limite. Ovviamente non si possono superare determinati limiti fisici, quali il riposo minino necessario al lavoratore per riprendere forza, ma il limite massimo è «di natura assai elastica e permette un larghissimo margine d’azione»[18] essendosi date storicamente giornate lavorative di 8, 10, 12, 14 e anche 16 ore per sette, sei o cinque giorni alla settimana. 16 ore x 6 giorni fanno 96 ore alla settimana, 8 ore x 5 giorni sono invece 40 ore. La distanza oggettiva che esiste tra 96 ore e 40 ore lavorative settimanali non è di poco conto, ma nessuna “legge astratta” stabilisce a priori quale orario scegliere e solamente i rapporti di forza di fatto esistenti di volta in volta tra le classi sociali e con il potere statale vengono a fissare in un determinato periodo storico l’estensione effettiva della giornata lavorativa. In altre parole è lo stesso Marx a suggerire che un terzo incomodo extraeconomico deve intervenire per stabilire la lunghezza della giornata lavorativa “normale” della classe lavoratrice in una determinata formazione statale e in una data fase storica.

Un’elaborazione teorica analoga vale per Marx anche rispetto al livello dei salari e alla massa concreta di beni di sussistenza ottenuti o forniti ai lavoratori per la riproduzione della forza lavoro propria e dei loro figli, dato che evidentemente quanto minore risulta quella massa, tanto maggiore è il lavoro gratuito appropriato dai capitalisti. «“I salari, dice J. St. Mill, non hanno forza produttiva; sono il prezzo di una forza produttiva; i salari non contribuiscono alla produzione delle merci, assieme al lavoro, più che non contribuisca il prezzo delle macchine stesse. Se si potesse avere lavoro senza acquistarlo, i salari sarebbero superflui”. Ma se gli operai potessero vivere d’aria, non si potrebbero neanche comperare a nessun prezzo. La gratuità degli operai è dunque un limite in senso matematico, sempre irraggiungibile, benché sempre più approssimabile. Ed è tendenza costante del capitale di abbassare gli operai fino a questo punto nichilistico»[19]. Questa “tendenza nichilistica”, che si esprime nel tentativo costante di ridurre la massa di mezzi di sussistenza all’estremo limite indispensabile fisiologicamente ai lavoratori per riprodursi stentatamente ed in forma ristretta e ridotta, è il modello ideale di capitalismo che ancor oggi si manifesta nelle fabbriche del sudest asiatico, dove la manodopera è pagata pochissimo e costretta a turni di lavoro particolarmente lunghi. Ma sono stati, sono e saranno i rapporti di forza materiali tra le classi sociali a determinare se si afferma la “tendenza nichilista” del capitalismo oppure la controtendenza dei lavoratori ad alzare, fino al massimo grado al momento ritenuto possibile, la quantità e qualità dei beni di consumo che essi possono procurarsi dalla vendita della forza-lavoro.

Salendo ancor più di livello, giuste le indicazioni marxiane, risulta che il principale obiettivo del “grande campo di gioco” consiste nella stessa continuazione o fine della riproduzione del possesso privato dei mezzi di produzione e del surplus da parte dei capitalisti. Anche in questo caso sono i rapporti di forza politico-sociale esistenti tra le classi sociali a sciogliere con la praxis l’enigma del risultato finale di questa “partita” giocata su scala planetaria. Marx ne è così consapevole da elaborare con chiarezza un altro e più diretto contributo alla teoria generale dello scontro di classe. Si è già detto di quello che ha per oggetto la durata della giornata di lavoro, ma quale fattore fa la differenza e decide nei fatti? «E’ evidente: astrazion fatta da limiti del tutto elastici, dalla natura dello scambio delle merci, così com’è, non risulta nessun limite della giornata lavorativa, quindi nessun limite del pluslavoro. Il capitalista, cercando di rendere più lunga possibile la giornata lavorativa, sostiene il suo diritto di compratore… mentre l’operaio, volendo limitare la giornata lavorativa ad una grandezza normale determinata, sostiene il suo diritto di venditore. Qui ha dunque luogo una antinomia: diritto contro diritto, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci. E fra diritti eguali decide la forza»[20].

Abbiamo letto bene: tra uguali diritti decide la forza. Per Marx la forza, o meglio i rapporti di forza tra gli antagonisti sociali, è ciò che in ultima istanza decide il risultato dello scontro, e non solo lo scontro sulla giornata lavorativa ma ogni lotta tra i due soggetti in conflitto. E’ la forza (i rapporti di forza) che svolge ininterrottamente la funzione di arbitro supremo tra le parti in lotta, al punto che il “diritto del più forte” costituisce per Marx una costante storica in tutte le società di classe, anche se mascherato dalle più sofisticate “vesti giuridiche”. Nella Introduzione alla critica dell’economia politica egli ha messo alla berlina le concezioni borghesi liberaldemocratiche sulla natura “neutrale” dello Stato, illustrandone invece la condizione fondamentale, spesso nascosta e latente, che assicura in ultima analisi anche la riproduzione del modo di produzione capitalistico: «ogni forma di produzione crea i suoi propri rapporti giuridici, la sua propria forma di governo ecc. La grossolanità e la povertà concettuale di quel modo di pensare consistono appunto in questo, che esso mette in rapporto solo accidentalmente, unendoli con un nesso esclusivamente mentale, degli elementi che sono invece collegati l’uno all’altro organicamente. L’unica cosa che gli economisti borghesi hanno presente è che con la moderna polizia si può produrre meglio che non, per esempio, con l’autotutela. Solo che essi dimenticano che l’autotutela è anch’essa un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere, sotto altra forma, anche nel loro “Stato di diritto”»[21]. Secondo la (corretta) valutazione di Marx, la “legge del più forte” continua ad esistere anche nella formazione economico-sociale capitalistica e non costituisce un retaggio esclusivo dei tramontati modi di produzione asiatico, schiavistico e feudale.

Ma Marx ha fornito anche una embrionale distinzione tra campi di forza (politico-sociali) effettivi e potenziali sviluppando la condizione necessaria per la trasformazione dei secondi nei primi in presenza di determinate condizioni storiche. Nel 1844, in Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, egli aveva affermato realisticamente che, pur se «la critica non è una passione del cervello, ma il cervello della passione»[22], «l’arma della critica non può certamente sostituire la critica delle armi e la forza materiale dev’essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria si trasforma in forza materiale non appena s’impadronisce delle masse»[23]. Infatti, quando ideologie ed utopie acquisiscono ed ottengono un consenso di massa, esse diventano forze materiali come i cannoni, i fucili ed il possesso di mezzi di produzione: ma allora il “numero”, la quantità fisica degli oppressi e degli sfruttati pesa soltanto se collegata alla parallela presenza di una coscienza politica collettiva e di una organizzazione politica adeguata. Sta in questo lavoro da fare la funzione imprescindibile degli “uomini rossi”.

[1] K. MARX, Critica al programma di Gotha, Editori Riuniti, Roma, 1990, pp. 17-18.

[2] Cit. in C. M. CIPOLLA, Storia economica dell’Europa preindustriale, Il Mulino, Bologna, 1974, p. 215 (corsivo aggiunto).

[3] Secondo il lungo elenco che ne fa C. M. CIPOLLA, op. cit., alle pp. 220-226.

[4] S. J. KOVALIOV, Storia di Roma, Editori Riuniti, Roma, 1971, vol. II, p. 128.

[5] P. MALANIMA, L’economia italiana, Il Mulino, Bologna,     , pp. 93-94.

[6] Idem, pp. 337-338.

[7] M. DOBB, Problemi di storia del capitalismo, Editori Riuniti, Roma, 1969, p. 187.

[8] Idem, p. 188.

[9] Idem, p. 193.

[10] Idem, p. 195.

[11] Idem, p. 196-197.

[12] V. I. LENIN, L’imperialismo come fase suprema del capitalismo, Edizioni in lingue estere, Mosca, 1950, p. 143.

[13] K. MARX, Per la critica dell’economia politica, Newton Compton editori, Roma 1976, p. 31.

[14] K. MARX, Manifesto del partito comunista, Editori Riuniti, Roma, 1990, p. 12.

[15] K. MARX, Il capitale. Libro terzo, Editori Riuniti, Roma, 1965, p. 303.

[16] K. MARX, Manifesto del partito comunista, cit., p. 13.

[17] K. MARX, Manifesto del partito comunista, cit., pp. 15-17.

[18] K. MARX, Il capitale. Libro primo, Editori Riuniti, Roma, 1965, pp. 266-267.

[19] Idem, p. 656.

[20] Idem, p. 269 (corsivo aggiunto).

[21] K. MARX, Per la critica dell’economia politica, cit., pp. 230-231.

[22] K. MARX, La questione ebraica e altri scritti giovanili, Editori Riuniti, Roma, 1969, p. 94.

[23] Idem, p. 101.


Warning: Division by zero in /home/webdes90/public_html/Domini/robertosidoli.net/wp-includes/comment-template.php on line 1381